Ma non capisci?

  • Trentotto anni, due figli di 13 e 8 anni, un marito che le vuol bene ma è balzano quanto basta, e malaticcio, lavora quando ce la fa. Lei lavorava in una fabbrica di abiti, ma ha dovuto smettere perché non reggeva i ritmi. Un mese fa, emorragia cerebrale, con disturbi alla parola e all’equilibrio. Il marito si dà da fare in modo sorprendentemente affettuoso e anche efficace. Medici, ospedali, prestiti per pagare, colloqui con specialisti forse sorpresi dall’appassionato impegno di questo poveraccio ignorante e malandato. Poi la diagnosi si completa: aneurisma. “Deve capire che bisogna unica speranza è l’operazione, e bisogna andare nel sud India, a Vellore”. Sarà vero? Spesso i medici scaricano i casi complicati promettendo miracolose guarigioni in India… Spesa minima 400.000 taka. Non se ne parla.
  • Quindici giorni fa, andando a scuola, scivola nel fango e si fa male ad una mano. Ha otto anni. Nell’ospedaletto del paese fanno i raggi, e trovano una brutta frattura. Paracetamolo, poi i soldi sono finiti. La bimba piange. Dopo dieci giorni ritornano all’ospedale: “Ma non vi rendete conto che deve essere operata? Che cosa aspettate?”
  • Anche lui è stato ripetutamente sgridato, perché continua a lavorare e “non si rende conto” che ha i reni rovinati. “Sei tu la moglie? Che cosa aspetti a fargli fare un trapianto di reni? Altrimenti non si salva!”. La donna, che è madre di due figlie, fa le pulizie in una scuola e, a rotazione, in cinque famiglie, per mettere insieme circa 100 euro al mese, non può pagare la scuola per la seconda figlia. Quando le parlano di dialisi, riesce a farsi prestare i soldi per una, che ridà un po’ di vita al malato. “Ma la dialisi non cura, non capisce che bisogna farla almeno due volte alla settimana? Anzi, per lui tre volte non bastano…” Così ogni tanto, quando qualcuno s’impietosisce e presta soldi, fa una dialisi e poi ricomincia l’attesa. Di che cosa? “Padre, ma per quanto tempo posso vivere in questo modo?”

Saluti

I ragazzini che affollano e animano i cortili della parrocchia di Mirpur, scatenandosi intorno ad un pezzo tanto entusiasmante quanto raro come il “calcetto da tavolo”, fiore all’occhiello del nostro parco giochi, provengono da vari ambienti, benestanti e poverissimi, da varie religioni, da vari gruppi etnici. Se in mezzo a un gruppetto vociante di loro passa un adulto – magari straniero – come salutarlo? In Bangladesh un saluto “universale” ci sarebbe: “adab”, ma è quasi caduto in disuso, e non tutti lo conoscono. I ragazzini cristiani “giocano in casa” e per loro un devoto “Jesu pronam” (onore a Gesù) risolve il problema. Per gli altri, la via più sicura è tacere. Alcuni sembrano addestrati a irrigidire il volto e guardare nel vuoto – meglio, guardarti con gli occhi vuoti – comunicandoti la gelida sensazione che tu non esista. E’ lo sguardo in cui si rifugiano le giovani donne, quando temono di essere fraintese se sorprese a salutare uno sconosciuto. Alcuni bambini buttano là un istintivo “assalamu aleikum” (“la pace sia con te” significa, ma quanti lo sanno?), a volte però con uno scrupolo a due facce: se lo sconosciuto che saluto non è musulmano, si offende? Oppure sono io che manco di rispetto alla mia religione salutandolo così?”. Un ragazzino m’ha chiesto il permesso: “Posso dirti assalamu aleikum?” “Nomoskar”, il saluto hindu, è abbastanza usato anche dai cristiani, per questo anche qualche musulmano lo tira fuori, in spirito di apertura interreligiosa; ma si usa con un certo impaccio… Per andare sul sicuro, meglio l’inglese: uno squillante “Good morning” non si nega a nessuno e non può turbare equilibri interreligiosi.
Però… per diversi pomeriggi sono passato accanto al calcetto da tavolo affollato di giocatori e aspiranti giocatori, salutato da un coretto di “good morning” cui rispondevo con l’aria di chi la sa lunga: “Si dice: good afternoon!”. Dai e dai, la lezioncina di inglese ha dato frutto. Ieri mattina passo davanti al calcetto e tutti insieme, sorridendo per la soddisfazione, mi fanno vedere che hanno capito: “Good afternoon, father!”

Primo luglio

La sera del primo luglio 2016, cinque giovani terroristi di matrice islamica assalirono un ristorante nel quartiere Gulshan a Dhaka, con la precisa intenzione di massacrare i non musulmani. Uno per uno, fecero ai presenti l’esame: recitare qualche versetto del Corano. Liberarono tutti quelli che sapevano farlo eccetto uno: un giovane di 20 anni che, essendo musulmano, e potendo recitare i versetti, volle rimanere accanto alle due amiche con cui si trovava. Vennero uccisi loro tre, insieme a nove italiani, sette giapponesi, e due poliziotti. La mattina seguente, una squadra speciale dell’esercito passò all’attacco, uccidendo i terroristi.
A due anni dalla tragedia, l’Ambasciata italiana ha organizzato una cerimonia commemorativa molto semplice, invitandomi a guidare una breve preghiera, che ora propongo come scheggia.

“Viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio”. Nel Vangelo di Giovanni (16,2) Gesù pronuncia queste parole poco prima della sua stessa morte, inflittagli in nome di Dio, a difesa della struttura di potere religioso e del potere politico del momento. Esprimono un aspetto particolarmente sconcertante, e odioso, dell’avvenimento che ora commemoriamo: vite stroncate con ferocia da persone che dissero di agire in nome di Dio, e di volersi guadagnare così il paradiso.
Accanto ad esse, voglio richiamare, dal libro biblico della Sapienza, altre parole che indagano sulla realtà ingiusta e assurda vissuta da innumerevoli persone lungo tutta la storia, vittime di tante forme di fanatismo sia anti-religioso (come quello cui fa riferimento la Sapienza), sia religioso, che ha spinto a infierire sui miti, su chi desidera opere di giustizia e di bene, su chi si rifiuta di essere partecipe della violenza e del settarismo.
La Sapienza si riferisce agli “iniqui” che dicono fra sé: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni… ci è insopportabile solo al vederlo” (2, 12a.14b); e ancora “Gli empi stringono con la morte un patto, perché sono degni di appartenerle” (1,16). Questa è la realtà di cui siamo parte e che non possiamo ignorare, anche se ci disturba profondamente, e fa paura. Realtà cui la meditazione biblica risponde: “Ma le anime dei giusti sono nelle mani di Dio… la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace… la loro speranza resta piena di immortalità (2,1-4).
Una speranza che si esprime e si attua nel nostro ricordo pieno di rispetto e affetto, e che può trovare base, forza e completezza nella fede nel Dio della vita, che si schiera dalla parte del giusto.
Il giusto, secondo l’insegnamento di Gesù, non è colui che si arrocca in una appartenenza religiosa “vera” piuttosto che in un’altra. E’ colui che si apre a relazioni di attenzione, rispetto. E’ colui che, anche se non lo riconoscesse come tale, incontra Dio nell’altro, specie chi è nel bisogno; è colui che offre cibo a chi ha fame, abiti a chi è nudo, dignità a chi ne è privato. Così insegna Gesù nella parabola del “giudizio finale”.
Il massacro di due anni fa si proponeva di creare paura, odio, inimicizia. La nostra riflessione e preghiera ci aiutino a sfuggire a questa trappola, rassicurandoci che queste vite distrutte non sono state vissute invano; anzi, ci incoraggiano a dare un senso alla nostra vita non sopraffacendo gli altri, ma accogliendoli.
Raccogliamoci nel profondo della nostra coscienza dove – è ancora il Vangelo che ce lo dice – abita il mistero di Dio, un Dio di pace, di vita, di amore. Chiediamo di non lasciarci allontanare dal desiderio di perseguire ciò che è pacifico, giusto e buono, nella speranza che questo sia un seme che continua a germogliare e a rinascere.
“Le tenebre non hanno vinto la luce”, leggiamo ancora nel Vangelo di Giovanni (1, 5).

Al termine di un breve momento di silenzio, pronuncerò il Padre Nostro, e invito ciascuno a seguirlo interiormente, così come si sente di farlo.

Coppamania

Recentemente, l’ambasciatore di Germania presso il Bangladesh è andato a Magura, località quasi sconosciuta del Bangladesh rurale. Voleva vedere di persona una bandiera tedesca lunga cinque chilometri e mezzo, portata in lunga processione da tutto il villaggio ed orgogliosamente esposta nel campo antistante la scuola locale. L’aveva confezionata un agricoltore per esprimere incrollabile fede nella vittora della Germania alla Coppa del Mondo di Calcio.
La Germania non ha vinto la Coppa del Mondo, ma la bandiera ha stravinto sulla bandiera argentina portata in processione con canti e inni a Feni pochi giorni prima, lunga solo un chilometro…
La sera in cui la partita Argentina-Islanda si concluse con un sorprendente pareggio, il mio giovane amico Roby, amareggiato e umiliato, ha perso l’appetito ed è andato a letto senza cena. E non ha voluto sapere nulla di questa “Islanda” rompiscatole che non aveva mai sentito nominare fino alla drammatica serata in cui ha osato fermare l’Argentina…
Stramberie isolate?
Centinaia di migliaia di bandiere di tutte le misure garriscono al vento del Bangladesh su tetti, staccionate, pali, alberi, biciclette, barche, negozi, nelle città, nelle campagne o avvolgono, sotto forma di magliette, innumerevoli toraci di bengalesi giovani e anziani. Per numero, stravince l’Argentina, seguita dal Brasile; molto rare le bandiere tedesche, rarissime le spagnole.
L’anno scorso, il Parlamento s’interrogò: esporre bandiere di altre nazioni offende il proprio paese? “Certo, è alto tradimento – sosteneva qualcuno – e va severamente proibito.” Ma prevalse una linea tollerante: visto che il Bangladesh non è entrato nella Coppa del Mondo, s’innalzino pure bandiere di altri paesi, ma più alta di ciascuna sventoli la nostra. Infatti, qua e là si vedono anche bandierette del Bangladesh che fanno da cappello a bandieroni stranieri.
Le bandiere sventolano, e a terra volano sberle, o peggio. Ad oggi – 28 giugno – sono 13 i morti per violenze fra tifosi, quanti siano i feriti e ammaccati non lo so.
Qualcuno si chiede: che cosa spinge un bengalese a sostenere la squadra di un paese che non conosce e non sa dove sia, fino ad azzuffarsi e accoltellarsi con chi sostiene la squadra di un altro paese che non conosce e non sa dove sia? Basta dire che si tratta di un innocente, un po’ infantile passatempo nazionale?
Le risposte sono numerose e fantasiose quanto la sarabanda di bandiere.
L’agricoltore che ha venduto un campo per realizzare la bandiera superlunga, dice che era stato guarito da medicine omeopatiche tedesche, per questo tifa Germania. Ma qualcuno va indietro nella storia: le prime vittorie di Argentina e Brasile nell’era della comunicazione (anni ’70, mi dicono), con figure di spicco come Pelè e Maradona… fecero diventare simpaticissimi Brasile e Argentina, paesi lontani e sconosciuti ma capaci di suonarle sonoramente alle orgogliose squadre occidentali. Erano simboli che davano voce al bisogno inespresso di vedere a testa bassa chi di solito mi avvicina guardandomi dall’alto, e si ritiene maestro in tutto…
Ci sono anche risposte geo-socio-psico-ambientali. Il Bangladesh è terra di grandi fiumi, alluvioni, dedali di canali, tigri, cicloni, disastri naturali, poeti. I suoi abitanti sono abituati al rischio, sanno che spesso non ci sono rifugi, e hanno bisogno di simboli positivi rassicuranti, che assicurano successo. Non solo calciatori, certo, anche Muhammad Ali e Madre Teresa, Robindronath Tagore e il “Padre della Patria” Bongobundhu, fino a Zidane, Messi e Neymar. Anzi, non c’è neppur bisogno che il salvatore esista davvero: nel 1990 – quando la TV stava incominciando a diffondersi – una popolare telenovela raccontava le mirabolanti avventure di un personaggio dalle caratteristiche simili a quelle di Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Quando la storia volse al peggio, e il protagonista venne condannato a morte, le masse si mobilitarono in processioni e manifestazioni di protesta perché si cambiasse il racconto, e l’iniqua sentenza venisse cancellata.-
Ovviamente, non può mancare chi pensa che la risposta abbia radici storico-religiose. Il Bengala venne islamizzato sotto il grande impero dei Mogul, ma nella sua fase tarda, quando ormai le glorie originali dei lontani Califfati di Bagdad e di Damasco si erano spente. L’Islam venne portato da predicatori pii ma ignoranti, che convertivano i lavoratori delle loro terre, creando una “religione dell’aratro”. Esperti sentenziano che “atti di devozione irrazionale spesso si sviluppano in ambienti “moribondi” per stagnazione culturale” (Ahmed Sofa, The Mind of the Bengali Muslims, 1976).
Come mai i “dervisci” e i “pir” islamici di tanti secoli fa abbiano posto le premesse per arrivare alle bandiere argentine e brasiliane che sventolano sopra Dhaka, e ad innamorarsi perdutamente di calciatori di squadre sconosciute… non chiedetemelo perché non l’ho capito neppure io.
Più modestamente, l’autore dell’articolo da cui ho rubato queste notizie, verso la fine scrive che una conclusione si può trarre: il Bangladesh sta vivendo una spettacolare crescita economica, ma “la crescita economica non necessariamente si traduce in sviluppi socioculturali”. Insomma, il mondo è complesso, ma le cose semplici, chiare, appassionanti, indiscutibili fanno comodo; dite quello che volete, ma una cosa è certa e chi non la condivide non capisce nulla: il Brasile è onnipotente… la Francia fa schifo… Messi è un santo…
Forse una mentalità che non manca anche in Italia?

Retata

Chiamiamolo “Alberto”. Dicannove anni, abita in una cittadina di campagna, oltre 150 chilometri a nord ovest di Dhaka, dove per molti decenni il PIME s’è dato da fare, passando poi la mano ai preti locali. Ha finito l’esame di “Intermediate” (equivalente al penultimo anno di liceo) e andrà al College, ma dopo due telefonate di contatto, prende l’autobus e viene a Dhaka per parlarmi: vuole diventare missionario del PIME. Come al solito chiedo di raccontarmi la sua storia e gli dico che ha un curriculum perfetto per diventare diocesano, o religioso di un altro istituto; ma perché proprio il PIME? Condisco la domanda con descrizioni macabre delle enormi difficoltà della vita missionaria… Il giovanotto non si scompone (che lo abbiano preavvisato?). Gli dico che così, su due piedi, nonostante la presentazione del parroco, non prendiamo nessuno: deve farsi due anni di College per conto proprio, tenendo contatti con noi e poi, se non cambia idea, magari viene in comunità. Si dice d’accordo e mi saluta. Va da alcuni parenti in città, verrà domani, domenica, per la Messa, mi darà la domanda scritta e dopo cena se ne partirà per il paesello. Invece…
Invece invita l’amico- chiamiamolo “Paolo” a pranzo dai suoi, e dopo pranzo escono insieme per andare a Messa nella chiesa di Tejgaon. Attraversano il quartiere di Karwan Bazar, grande mercato, baraccopoli, crocevia di tutto. Chiacchiera e cammina, vedono in lontananza un grande assembramento di poliziotti, centinaia, e gente che li guarda, e decidono di passare da un’altra strada. Ma…
Ma da 12 giorni il governo ha lanciato una campagna durissima di contrasto al commercio di droga di ogni genere. Dicono che ci siano 7 o 8 milioni di consumatori in Bangladesh, che i “boss” siano nella politica, che le mafie locali si combattono, che… insomma, come in tutti i paesi del mondo. Ma in Bangladesh, in questi 12 giorni sono morti ammazzati 72 “noti spacciatori”, tutti nello stesso modo: i giornali scrivono che si tratta di “omicidi extragiudiziari”. I politici però correggono: si tratta di “scontri a fuoco”. In piena notte, le loro bande attaccano pattuglie di polizia che rispondono al fuoco e, dopo lo scontro, trovano sul terreno, crivellato di colpi, proprio lui e solo lui, quello che era ricercato e che tutti sanno essere un pericoloso delinquente… Oggi, tredicesimo giorno, siamo arrivati a 83 uccisi, in ogni angolo del Bangladesh.
Alberto e Paolo proseguono verso la chiesa sull’altra strada, ma ci sono altri poliziotti, che capiscono al volo trattarsi di pericolosi delinquenti. Li fermano e ammanettano insieme ad altri giovani per portarli alla stazione di polizia di Tejgaon. Si trovano in buona compagnia, centinaia di persone raccolte a casaccio, svegliate bruscamente nelle loro baracche dal sonnellino pomeridiano in questa torrida domenica di digiuno per il Ramadan…
Arriva il momento in cui possono telefonare a casa, e il papà di Paolo, nostro parrocchiano, si precipita a Tejgaon. Ore e ore di attesa, domande, telefonate, ricorsi a persone che ne conoscono altre, che possono parlare con altre, che possono intervenire… finché uno degli ufficiali dice: “Va bene, possono andare”. “Andiamo?”. “Sì, cioè no, un momento, vada da quell’ufficiale là”. Dieci minuti d’attesa, poi la domanda: “Che vuole?” “Mi hanno detto che questi due giovani possono andare, ma devo parlare con lei”. “Giusto, appunto, e allora?”. Il papà di Paolo sa benissimo che cosa significa “e allora?”, ma fa il tonto, così gli tocca andare da un altro, poi da un altro, poi finalmente salta fuori che con 25.000 taka per ciascuno, i due giovani risulteranno innocenti. Per fortuna c’è l’amico che conosce uno che è amico… ci vuol tempo, ma alla fine ci si accorda su 5.000 taka ciascuno. Un bello sconto, perbacco! Solo 100 euro per portarsi a casa non solo il figlio, ma anche l’amico del figlio, tutti e due con la coscienza pulita.
I politici dicono che l’opinione pubblica applaude, e l’inflessibile campagna contro gli spacciatori continuerà finchè sarà necessario.
Aggiornamento dell’8 giugno siamo arrivati a 143 morti ammazzati (circa), nonostante il ritmo abbia subito un brusco rallentamento dovuto al fatto che a Teknaf (estremo sud) abbiano ammazzato un leader del partito al potere, molto popolare e chiaramente “pulito” per ciò che riguarda la droga; era finito nella lista probabilmente per l’astuzia di un avversario politico, e qualcuno ha iniziato a protestare sul serio.

Fratelli

Il PIME sta vivendo un “anno sulla vocazione missionaria laicale nel PIME”, dedicato ai “Missionari Laici a Vita”, comunemente noti come “Fratelli”, che sono laici, celibi, membri dell’Istituto a pieno titolo con impegno a vita. Ci sono sempre stati, fin dalla prima spedizione (più di 160 anni fa) verso l’attuale Papua Nuova Guinea. Allora piaceva chiamarli “catechisti”. Sulla loro vocazione e sul loro ruolo, da allora molte idee sono cambiate – come sono cambiate sul laicato e la sua posizione nella Chiesa, sulla missione, sul modo di essere missionari, sui rapporti con le chiese locali (che agli inizi erano inesistenti nei luoghi affidati all’istituto), ecc. Il PIME, pur faticando a precisarne l’identità, ha ribadito che la vocazione dei Fratelli non è di seconda categoria, all’ombra di quella dei preti; è una vocazione piena e completa al servizio del Regno, e che laici (Fratelli) e preti devono lavorare fianco a fianco ciascuno con il proprio ruolo, quasi sempre identificato sul campo, meglio che nelle discussioni teoriche. Noi del Bangladesh abbiamo esperienze positive e stimolanti di presenze missionarie dei Fratelli, e vorremmo averne di più mentre, purtroppo, il loro numero sta calando. In occasione di questo anno, pubblichiamo in bengalese un libretto con la vita di alcuni di loro, per presentarli con i fatti più che con le teorie. P. Arturo Speziale – il “letterato” della nostra comunità – scrive queste vite, e io ho preparato l’introduzione, che lui tradurrà. Ho cercato di “contestualizzare” il tema, rispondendo alle domande che si sentono o si intuiscono fra chi conosce il PIME qui in Bangladesh. Poi, ieri sera, m’è venuto in mente che – perché no? – questa introduzione potrebbe essere una scheggia. Eccola.

“Nel PIME ci sono anche i Fratelli?”
Ogni tanto noi missionari del PIME in Bangladesh sentiamo questa domanda, e ne siamo un poco rattristati, perché noi sappiamo che i Fratelli ci sono, la loro vocazione è molto bella, e il loro servizio missionario molto significativo. Abbiamo deciso di pubblicare questo libretto perché vogliamo che tutti sappiano che: sì, nel PIME – fin dall’inizio – ci sono i Fratelli e i Preti, che hanno la stessa vocazione missionaria, per tutta la vita, per andare e lavorare specialmente dove Gesù non è conosciuto, dove c’è maggiore povertà o sofferenza, e dove la chiesa ha molto bisogno di aiuto. Noi speriamo che questo libretto aiuti tutti a capire la vocazione missionaria, e incoraggi molti giovani a venire con noi, a condividere la nostra vocazione missionaria come Fratelli Laici.
Come mai i Fratelli del PIME sono poco conosciuti?
Perché purtroppo non sono molto numerosi; ma c’è anche un altro motivo, che spiego con un esempio. Due missionari del PIME vanno insieme in un villaggio, dove uno di loro celebra la Messa; tutti lo vedono e capiscono che è un Padre. L’altro invece partecipa alla Messa insieme alla gente, prega con loro, riceve la Comunione, poi esce e chiacchiera, fa amicizia, lavora (forse aiuta i malati, oppure insegna, o aggiusta un motore rotto, o ripara le finestre della missione…) tutti lo vedono, ma subito non capiscono se è un tecnico, un visitatore, se ha con sé la famiglia, se è missionario e anche lui del PIME oppure no. Il Fratello svolge il suo compito missionario non predicando o presiedendo la liturgia (dove tutti lo vedono e capiscono), ma soprattutto con la vita e con il suo lavoro, un lavoro che appare “ordinario”, che anche altri laici possono fare. Il Fratello però lo compie mandato da Gesù, nel nome di Gesù, per far conoscere Gesù. Come Gesù a Nazareth, come Giuseppe che era falegname, come Maria che era donna di casa, il Fratello sta in mezzo alla gente e alla sua vita normale, ma con un cuore diverso, dona la sua vita, lavora per amore, è disposto ad andare nei posti più difficili.
Che cosa fa un Fratello del PIME?
I compiti di un Fratello possono essere tantissimi. Nel PIME ci sono stati e ci sono Fratelli che dirigono scuole tecniche, che si occupano dei bambini abbandonati e di strada, che assistono i malati come infermieri o come medici, che svolgono i compiti di “manager” di una missione, o di catechista, che insegnano, e tanto altro. In questo libro troverete alcuni esempi pratici della vita di un Fratello del PIME, ma ce ne sono moltissimi altri! Un fratello del PIME nel nord del Brasile ha insegnato disegno e pittura a ragazzi e ragazze poveri per oltre trent’anni, e moltissimi di loro hanno trovato lavoro. Fratel Pasqualino in India ha fondato una missione grandissima, con scuole, ospedale, abitazioni… era sempre indaffarato, sempre in mezzo alla gente, e tutti gli volevano bene. Fratel Colleoni a Hong Kong era amministratore della diocesi, e capo del movimento educativo degli scout di tutta la città. Fratel Brun, qui in Bangladesh, ha aiutato silenziosamente e fedelmente altri missionari, sostenendoli e facendo loro da aiutante, consigliere, compagno; la gente ammirava la sua semplicità, e spesso confidava a lui quello che non osava confidare al Padre.
Il Padre è più importante! E’ meglio farsi missionario prete?
Qualche Fratello ha sentito questo consiglio: “Tu sei istruito, hai molte doti, è meglio per te diventare prete, perché vuoi fare solo il Fratello?”
Questa domanda rivela una mentalità molto umana, e non secondo il Vangelo. Se mi domandano: “ Che cosa è meglio: prete o fratello?” rispondo: “E’ meglio andare dove il Signore chiama, fare la sua volontà, non la tua!” Secondo il Vangelo il più importante è chi serve gli altri, chi è umile e sa di essere un “servo inutile”, ma svolge con gioia il compito che il Signore gli propone nel suo Regno. Dunque, se pensi di poter vivere con gioia la vocazione di missionario Fratello, e se la chiesa (i responsabili dell’Istituto) confermano che ne hai la capacità, segui quella via! Se pensi di poter vivere con gioia la vocazione di missionario prete, e se la chiesa (i responsabili dell’Istituto) confermano che puoi farlo, segui quella via!
Il Vangelo si diffonde con parole e opere, ma soprattutto con la santità: servizio umile, sacrificio in unione con Gesù, amore, pazienza, tanta preghiera… In queste cose, padri e fratelli sono proprio uguali: uno non è più santo perché celebra la Messa, ma perché prende parte alla Messa (come celebrante o come partecipante) con fede e amore. Sbaglia chi pensa che per essere Fratello sia sufficiente una vita spirituale superficiale! Per essere missionari occorre cercare il Signore in tutta la nostra vita, e in questo non c’è differenza fra prete o fratello, o suora…
Chi mi aiuta a capire la mia vocazione?
Se ti sembra che il Signore ti stia chiamando alla vita missionaria, non decidere subito, da solo, che cosa fare! Prendi tempo, prega, confidati e chiedi consiglio, possibilmente a un missionario del PIME. Stai bene attento: non desiderare di farti missionario per ricevere stima, onore, lodi dalla gente. Qualcuno sogna di indossare la veste per essere onorato, di diventare prete per sentirsi chiamare “reverendo”, o di avere una considerazione speciale e un posto speciale perché è un Fratello… queste sono idee che ci mette in testa il diavolo, per rovinare l’opera di Dio in noi. Il diavolo vuole vederci orgogliosi, superbi, contenti di comandare sugli altri e di farci servire, e riverire. Ma questa non è la strada di Gesù!
Incomincia subito!
“Io voglio fare il missionario… quando sarò missionario aiuterò i poveri, servirò la gente, insegnerò…”
Bravo! Ma questo è un pensiero per il futuro. E adesso, che cosa fai? Chi pensa al futuro ma non migliora il suo presente, è come uno che spera di avere un buon raccolto di riso, ma… non semina niente: non è possibile, il riso deve essere coltivato! Cambia oggi la tua vita, rendila più aperta agli altri, servi con gioia, condividi, prega, correggi i tuoi difetti, perdona e sii gioioso… vedrai che il Signore ti indicherà la strada: missionario fratello? Missionario prete? Tutte e due sono strade magnifiche, vicine vicine… anzi: sono la stessa strada percorsa con due biciclette diverse, ma viaggiando insieme!

Promozione

La faccenda non sembra interessare molto il bengalese medio o, se preferite, l’uomo della strada, e nemmeno la donna, a dire il vero… Ma da mesi se ne parla su giornali, riviste specializzate, convegni, tavole rotonde, dibattiti, comizi: il Bangladesh sta per passare (forse il passaggio sarà completato nel 2024) dalla categoria di “paese sottosviluppato” alla categoria di “paese in via di sviluppo”, o da paese povero a paese a reddito medio-basso. In barba a qualcuno – ha detto la Primo Ministro – che al momento dell’indipendenza (1971) sentenziò: “Il Bangladesh sarà sempre come un cesto sfondato: continui a buttarci dentro aiuti, ma non rimane niente”. Si trattava di Henry Kissinger.
Buona notizia dunque, ma con un risvolto. La promozione non è un complimento gratuito di cui compiacersi, o la decisione di usare un linguaggio “politicamente corretto”, incoraggiante. Nel complicato mondo delle relazioni internazionali di commercio, banche, esportazioni e importazioni, tariffe, tasse, esenzioni, privilegi, sanzioni… che possono essere frutto di accordi vari… a volte c’è anche una sezione dedicata ai “poveri”, cioè a paesi che entrano nella categoria da cui il Bangladesh sta per uscire. La qualifica infatti non è decisa a occhio ma (almeno così ci fanno intendere) in base a precisi parametri che riguardano il reddito complessivo e il reddito medio, la produttività, la soglia di povertà, il tasso di scolarizzazione, l’età e la durata media della vita, le risorse naturali e umane, la densità di popolazione, le infrastrutture, le riserve auree e di divisa estera, la bilancia commerciale… le alleanze politiche, e via calcolando. Fatti i conti, si colloca il paese in questione nella categoria che gli spetta e, nel caso sia la categoria più bassa, scattano alcune regole che dovrebbero favorirne la crescita. Per esempio, le magliette fabbricate in Bangladesh sono esenti da tariffe di importazione nei paesi dell’UE, così, dico a caso, i maltesi le preferiscono e ne comprano di più, lasciando sugli scaffali le più costose magliette cinesi. Anche i tassi di interesse sui prestiti variano in base a queste classificazioni.
Tutto bene. Ma quando si fa un passo avanti, i parametri migliorano, e si sale alla categoria “superiore”, insieme a chi si rallegra ci sono – appunto – i fabbricanti di magliette (e molti altri), che invece si preoccupano. Si ricorre allora agli esperti, i quali sentenziano che ci sarà un crollo di produzione e tutti compreranno magliette vietnamite o birmane, oppure che bisognerà passare dalla manodopera non qualificata alla meccanizzazione provocando disoccupazione, o che occorre migliorare la qualità delle magliette così che facciano gola anche ai francesi nonostante il costo più alto. Ma altri insistono che tutto questo è acqua fresca, le infrastrutture, i trasporti, il sistema di credito sono la vera risposta al problema!. No, bisogna mettere l’IVA, o passare alla produzione di biciclette (richiestissime negli USA e a S. Marino) lasciando le magliette al Vietnam… Insomma, ce n’è abbastanza per rallegrarsi e per preoccuparsi insieme. Dicono.

Lieto fine

Dal 2003 – appena ritornato in Bangladesh dopo 19 anni di assenza – fino al 2011 sono stato incaricato di insegnare e accompagnare spiritualmente i giovani del seminario teologico nazionale del Bangladesh, in Dhaka. Mi occupavo anche dei numerosi stranieri abitanti nella zona (Banani), ma spesso si rivolgevano a me anche cristiani bengalesi… senza pastore. Pian piano li conobbi: abitavano nella zona nord di Dhaka, oltre l’aeroporto, nella “città satellite” di Uttora, e non sapevano dove trovare una chiesa per la Messa, un battesimo, un prete per sposarsi. o per chiedere un aiuto. Avevo un bel dire: “Andate alla parrocchia di Tejgaon!” Mi guardavano come parlassi della luna: Tejgaon è lontana, il traffico intensissimo e spesso bloccato, i trasporti costano… insomma, meglio rimandare il battesimo, il matrimonio, la messa… aspettando tempi migliori.
Così mi venne in mente di anticipare questi tempi migliori e prendere in affitto un piccolo appartamento a Uttora, Incoraggiato dal Rettore, e silenziosamente, educatamente considerato un donchisciotte da vari colleghi del seminario, misi gli occhi, a Uttora, su un appartamentino, la cui proprietaria, una distinta, attempata signora si chiese: “E’ giusto che io – musulmana – dia in affitto il mio appartamento a cristiani che ne faranno un posto di preghiera?”. La notte le portò consiglio, e decise di darcelo, a patto che promettessimo di pregare per lei. Promisi, e incominciai a trascorrrere qualche ora nell’appartamento due volte al mese, celebrandovi la Messa, facendo nuove conoscenze, interessandomi dei malati. Pian piano la voce si sparse, e la minuscola comunità crebbe, celebrammo feste, insegnammo il catechismo. Per avere qualcuno che facesse da custode diedi una stanza in uso ad una giovanissima coppia di strapelati, con bimbo e senza casa, musulmana lei e cristiano lui, rifiutati dalle rispettive comunità. Divennero famosi per le loro epiche zuffe, ma intanto mettevano su qualche chilo e tenevano pulite le stanze. Poi ci sfrattarono: vendevano la casa per farne un palazzone. Trovammo un altro posto che era come un fungo in una foresta: circondata da incombenti edifici di dieci, quindici piani, era una casetta con un unico appartamento, ma in ottima posizione “strategica”. Diversamente dalla signora scrupolosa, il proprietario, non ebbe dubbi: conosco preti e parroci a Londra e mi fido, so che non mi sfascerete la casa. Fu l’inizio di un “miracolo”: pur di avere noi nella casa in cui sperava di passare la non lontana vecchiaia, per dieci anni non aumentò il prezzo d’affitto neppure di un centesimo!
La comunità prendeva in qualche modo forma, con cristiani venuti da tutte le parti del Paese, poveri in canna e ricchi, e anche non cristiani ansiosi di farsi battezzare sperando in qualche buon vantaggio economico, non importa se in moneta o in beni immobili, o lincenza di commercio, e via dicendo. Erano quelli che sprizzavano devozione da tutti i pori, e ancora oggi ogni tanto uno di loro mi telefona: “Padre, ma non mi conosci? Ma vengo sempre nella chiesa di Uttora! Sì, forse sono mancato qualche volta, però… ah, non ci vai più da sette anni? Beh, sai, ero molto occupato, ma tu però aiutami lo stesso…”.
Insomma, mi feci un’esperienza, ed ebbi pure una promessa del vescovo di allora: “Bravo, vai avanti ancora un poco, compro un terreno, tempo tre mesi e facciamo una parrocchia”. Il Vescovo morì piamente quattro anni dopo, e la parrocchia non c’è ancora.
Il suo successore, quando lasciai il seminario, accolse ben volentieri la notizia che alcuni amici italiani mi avevano promesso di pagare l’affitto finchè necessario, ed erano disposti a continuare anche se non ero più io l’incaricato. Sono rimasti fedeli fino ad oggi! L’incarico pastorale della piccola comunità venne affidato allo staff del seminario, P. Louis se ne prese cura per bene, e io non ci misi più piede.
Poi, mentre anche il nuovo vescovo s’affannava invano a cercare un terreno a prezzi abbordabili, Uttora cresceva a dismisura, e cresceva pure la convinzione che “non ce la faremo”, come nei migliori western americani di una volta, “arrivano i nostri!”. I “nostri” furono i Salesiani indiani, che – non si sa come – misero le mani su un bel pezzetto di terra e in poco tempo ci fecero una cappella con l’intento di costruire un seminario per i loro studenti di teologia. Il Vescovo, che in realtà è arcivescovo, e persino cardinale, non si lasciò scappare l’occasione e chiese loro di prendere la responsabilità della piccola comunità “di p. Franco” per farne poi una parrocchia. Ecco perché domenica 25 febbraio alle 17 concelebrai su quel terreno, con il Cardinale e due salesiani, la Messa delle Palme, presente una piccola folla di fedeli, e alle finestre dei palazzi vicini, innumerevoli occhi spalancati e orecchie tese per vedere e sentire “che cosa fanno i cristiani”. Da giugno il signore che vive a Londra potrà riprendere possesso della sua casetta, e io mi rallegro per il “lieto fine” della mia modesta, artigianale iniziativa pastorale, finita in ottime ed esperte mani.
E i due sposini che s’azzuffavano? Li ho rivisti volentieri, dopo qualche fatica a riconoscerli. Ora i figli sono due, grandicelli; lei ha voluto ricevere il battesimo, la crisi economica è superata, si sistemeranno altrove senza problemi. “Vi azzuffate ancora?” chiedo a ciascuno, separatamente. La risposta è uguale: “Sì, moltissimo, ma siamo felici!”.

Viaggio – 2

La mia ultima “scheggia”, “Viaggio – 1” si concludeva mentre chiacchieravo con alcuni ragazzini nella parrocchia di Satkhira in attesa che arrivasse il parroco. “Viaggio – 2” arriva con un insolito ritardo, ben più di un mese. Il viaggio è finito bene, e ne ho fatti poi altri due, ma proprio non riuscivo a continuarne il racconto.
Proprio a Satkhira mi aveva raggiunto la notizia che le condizioni della mia sorella maggiore Anna si erano aggravate: preoccupanti, anche se non di immediato pericolo. Poi, la mattina dell’8 marzo, una telefonata della mia sorella minore Mariateresa mi ha informato del suo “passaggio” proprio quella notte.
Tutto doveva continuare come prima: treni, autobus, nuovi incontri, conversazioni… la sofferenza era come cacciata nel profondo, appoggiata alle poche parole sentite. Il mio viaggio era costellato di “flash” fatti di fantasie, domande, ricordi. Sforzo di partecipare: “Che cosa stanno vivendo in questo momento i miei cari?”, ricordi antichi e recenti, belli e tristi. Solo dopo vari giorni ho rivisto nella memoria il nostro ultimo saluto, come sempre un abbraccio sulla soglia della sua casa, con il marito Aldo al fianco: “Quando ritorni?” “Se tutto va bene, fra tre anni” “Non ci vedremo più”. L’aveva sussurrato anche altre volte, e come altre volte le ho risposto: “Non è detto, ma comunque l’appuntamento è lassù”. Sorrideva dubbiosa, chiedendo “Ci andrò? Me lo merito?” E io: “Non preoccuparti, il Signore ti vuol bene come sei”.
Ricordi di quando lei, la più grande, spesso si prendeva cura di noi tre “piccoli”: Franco, Mariateresa, Giorgio. Ricordi sfocati e teneri della seconda sorella, Carla, morta a 26 anni dopo molti anni di malattia lunga, che ha inciso nel profondo di tutti noi. Mi sentii contento perché (pensate un po’…) la vigilia della consegna della tesi di laurea in lettere ero stato capace di aiutarla per tutta la notte a completare la battitura del testo con una Olivetti Lettera 22. Settembre 1962, due mesi dopo la morte di Carla; tutta la famiglia era in pellegrinaggio ad Assisi. Con Anna guardai a lungo il crepuscolo sulla pianura ai piedi della collina e le dissi: “No, non vado all’università, voglio diventare missionario”. Mi sentii fiero perché – inconsapevolmente – ero stato io l’occasione del suo incontro con Aldo che, come lei e come me, era uno scout. Erano poi venuti insieme in Bangladesh nel dicembre del 2003. Mi tornavano alla mente tanti loro commenti sorpresi, gioiosi, pieni di domande o di pena. Le avevano fatto indossare un sari, ed era stata felice. Proprio il giorno di Natale venne a trovarmi Mong Yeo, un giovane Marma che stava tentando di mettere in piedi un ostello per far studiare ragazzi e ragazze del suo popolo. Si conobbero, e fu simpatia reciproca. Tornati a casa, interessarono la loro parrocchia, s. Lucia, a Bergamo, e ne nacque un’iniziativa ancora non conclusa, che permise il formarsi di questo ostello che ha educato e sta educando bene tantissimi giovani. Mong Yeo venne poi per una breve visita in Italia, e ne ricorda ogni istante, specialmente il calore con cui era stato accolto in famiglia: “Proprio come un fratello”. Qui la chiamavano “didi”, perché la presentavo come la mia sorella maggiore, e a lei piacque tantissimo.
Insieme a questa fantasmagoria (quante gite in montagna… lei faceva anche roccia, io no: avevo fifa…) di ricordi e di sentimenti, si intrecciavano, nel viaggio, i volti nuovi che incontravo, specialmente le famiglie dei “miei” giovani: persone semplici, contente che il figlio si stia orientando alla vita missionaria, ansiosi di sentirsi rassicurati: “E’ bravo, sta facendo bene”, tutti impegnati a pregare per i figli e per noi. A loro accennavo che la mia “didi” se ne era andata, ma lo facevo di sfuggita, per non metterli in imbarazzo e neppure rattristarli. Infatti, non so quanto ancora il viaggio continuerà, ma so che l’appuntamento è “lassù”.

Viaggio – 1

1 – S’incomincia ritornando. Armato di regolare biglietto con posto prenotato e prepagato, e accompagnato da due dei volonterosi giovanotti che vivono con me (Durjoy e Martin, per la cronaca) alle 22.30 del 28 febbraio mi presento alla biglietteria dell’autobus di super lusso con aria condizionata, sedili reclinabili, acqua minerale in omaggio, in partenza alle 23.30. Mostro il documento di viaggio aspettandomi un ossequioso: “Tutto bene, s’accomodi”. “Invece mi dicono: “No, il bus a Meherpur non va” “Come non va? E’ in ritardo? Ha un guasto?”. “La corsa è cancellata. Se vuole le diamo un posto su un autobus normale che va a Kustia. Le possiamo anche restituire la differenza.” “Ma io non devo andare a Kustia: arrivo alle 3 di notte in un posto sconosciuto per andare in un altro posto sconosciuto distante 80 chilometri?” Il problema sembra non turbare l’impiegato, che senza sprecare altre parole mi mette in mano il prezzo del biglietto inutilizzato. Dopo un’ora e mezza di frenetici tentativi dei miei accompagnatori, alla ricerca di un posto su qualche altro autobus che vada dove voglio io, torniamo a casa allo scoccare della mezzanotte.
2 – Giro al contrario. Ritento due sere dopo, e dopo aver riorganizzato il viaggio partendo dalla fine: prima tappa non sarà Meherpur, ma Satkhira, anche questo un posto nuovo per me, a sud di Khulna. Voglio visitare le famiglie di alcuni missionari, seminaristi e studenti del PIME. Questa volga parto, alle 22.15, e m’addormento per risvegliarmi parecchio tempo dopo a causa del troppo silenzio. C’è una fila lunghissima di autobus e camion che attendono il proprio turno per salire sul traghetto e attraversare il fiume Padma, poco a sud della confluenza di Gange e Brahmaputra. Passano cinque ore, mi riaddormento, e quando mi sveglio mi trovo dall’altra parte del fiume, in attesa che si liberi il pontile. Poi, finalmente, si sbarca e si riparte mentre il sole si dà da fare per scaldarci dopo il fresco della notte. Sfilano i campi di riso, la juta appena tagliata, canali, mercati e moschee, stagni grandi e piccoli tutti popolati di anatre e anatroccole, animali che mi mettono allegria. La strada è parecchio malconcia; alle 11 del mattino siamo ancora lontani dalla meta, e una telefonata m’avverte di non andare fino a Satkhira per poi tornare indietro: fermati a Kolaroa e qualcuno ti dirà cosa fare. Caccia al tesoro? Scendo in mezzo ad un bazar e mi guardo attorno perplesso per qualche minuto, quando un ometto in bicicletta si accosta e chiama: “Padre!”. E’ lo zio di un nostro seminarista, che contratta per me e per il mio borsone un posto su un motocicletta. Le motociclette/taxi da queste parti sono molto numerose; per fortuna il mio autista è fiero di dirmi: “Niente paura, sei vecchio, e la strada è akabaka (tortuosa), ma io vado adagio”. E’ vero, e si meriterà pure la mancia. A mezzogiorno sono alla meta: papà e mamma mi attendono ansiosi e l’accoglienza ricompensa ampiamente le fatiche del viaggio.
3 – Villaggi cristiani. A quanto capisco, in queste zone evangelizzate dai Saveriani a partire dagli anni ‘50, alcuni gruppi piuttosto poveri ed emarginati hanno formato le prime comunità cristiane: battiste, cattoliche e di altre denominazioni. Il villaggio che visito ha una minuscola chiesetta, ben tenuta, accanto a un gruppetto di case in terra, paglia e lamiere, con qualche parte in muratura; le cucine sono esterne, in terra. Gli anziani continuano il lavoro tradizionale, fabbricano cestini con strisce di bambù, mentre i bambini vanno a scuola e i giovani sono quasi tutti fuori, per studiare o per lavorare in città. Una realtà apparentemente immutata, ma in realtà in profonda e rapida evoluzione. Gente semplice, che spesso mi parla di quanto abbiano fatto per e con loro i vari missionari che hanno operato in queste zone. Una signora mi dice: “Siamo poveri e anche acciaccati, mio marito soffre di asma e io faccio finta di non averli, ma ho dolori un po’ dappertutto. Ma tantissime volte mi domando: come mai il Signore ci ha dato tante grazie e tanti favori? non riesco a trovare le parole per ringraziare, e continuo a stupirmi”. “In questi villaggi piccoli – chiedo – come vi trovate fra i musulmani?” “Da queste parti è molto forte il Jamaat-ul-islam, il partito islamista” “Dunque avete problemi? Vi sentite in pericolo?” “Beh, problemi ne abbiamo ma non con i musulmani, li abbiamo fra noi che bisticciamo facilmente…”
A pranzo mi offrono, con il riso, un pesce tilapia, il più grosso che mai sia approdato sul mio piatto… “Deve mangiarlo tutto – raccomanda il papà – perché ho girato tutto il mercato per trovarlo…” Riposo e poi la mamma mi organizza un’altra tappa in motocicletta. Sale anche lei a far da guida, e a pochi chilometri visitiamo la famiglia di una suora del PIME. Avanti ancora, e arriviamo da una terza famiglia, di un ex seminarista, che ha parenti all’estero: lo si vede dalla casa in muratura e da qualche comodità in più. Poi lei ritorna a casa, e io proseguo sempre in moto fino a Satkhira, che subito mi appare più grande e animata di come immaginavo. Alle 17 approdiamo alla missione, dove accanto alla chiesa ci sono casa dei padri, casa delle suore, ostelli per bambini e bambine, chiesa, locale per incontri e catechesi, campo di calcio… manca solo il parroco, che è andato a celebrare in un villaggio. Lo aspetto, chiacchierando con qualche marmocchio incuriosito… (continua)