Paura

E’ già buio, e fra poco arriva l’ora della cena. Nel cortiletto di fronte alla chiesa alcuni parrocchiani chiacchierano e prendono il fresco seduti sulla lunga panchina in cemento. Mi trovo al computer, quando arriva un giovane con la faccia tra lo spaventato e lo stupito. “Padre, c’è un gruppo di hujur vicino al cancello, alcuni giovani e uno o due anziani. Dicono che vogliono parlare con te”. Hujur è termine rispettoso che indica un musulmano solitamente vestito nel tradizionale abito arabo che distingue una persona religiosa: calzoni larghi in tela bianca, tunica bianca fin quasi al ginocchio, cappellino bianco. Vado e me li trovo davanti, una quindicina, che si accalcano per stringermi la mano, mentre uno che sembra essere il “capo” mi dice che provengono da una madrassa (scuola coranica) del quartiere vicino e vorrebbero vedere la chiesa. Appartengono ad una corrente di spiritualità conosciuta come “tablig”, quella che organizza ogni anno un gigantesco pellegrinaggio con un milione di partecipanti, proprio vicino a Dhaka. Sono “fondamentalisti” cioé seguono e vogliono praticare l’interpretazione assolutamente letterale del Corano, e hanno per scopo l’islamizzazione di tutti, ma con mezzi pacifici, attraverso la predicazione e il buon esempio. Inizio a spiegare che cosa è una chiesa, come preghiamo la domenica nell’Eucaristia. Ogni accenno a qualche cosa o qualcuno di cui si parla anche nel Corano suscita cenni soddisfatti del capo o esclamazioni di consenso, seguiti spesso da sguardi perplessi perché, se i nomi quasi sono uguali, in molti casi i contenuti non lo sono, e allora scatta in loro la risposta che avrei dovuto dare e non ho dato. Me la dicono – a volte in arabo – delusi di non potermi persuadere: “Ma come, è scritto nel Corano!” Poi viene la domanda che li preoccupa: “Che sarà di voi? Chi non segue il Corano va all’inferno, e voi che cosa dite?” Il mio tentativo di spiegare si disperde in vari rivoli, rincorrendo altre domande che si accavallano; capisco che più che spiegare, sto complicando loro la vita. Interviene l’anziano: “Andiamo a vedere la chiesa, si può?”. Chiedo se sono veramente interessati e un ragazzo mi dice: “Vogliamo vedere se rispettate il Corano o no”. Qualcuno lo ascolta con disappunto, e io mi avventuro in una lezioncina storica per far capire che – essendo la Bibbia stata scritta prima del Corano, non poteva né parlar male né parlar bene di ciò che è venuto dopo. Il concetto è chiaro, ma difficile da accogliere. “Ma insomma, ci sarà o no per voi un giudizio? E come sarete giudicati? E cosa troverete all’inferno, o caso mai in paradiso?”. Racconto la parabola del giudizio finale, “avevo fame e mi avete dato da mangiare”; sembrano interessati, ma non convinti: “Ma il Corano dice…”, e soprattutto vogliono sapere come descriviamo il paradiso. Su questo li deludo proprio, sorvolando sulle pittoresche descrizioni coraniche e cercando (invano) di spiegare che non possiamo semplicemente proiettare sull’aldilà le cose che conosciamo qui.
Alla fine apro la chiesa e accendo le luci, mi chiedono se devono togliere le scarpe: “Sì, e per favore, rispetto!”. Non c’è male, si comportano decentemente anche quando dico di no alla loro richiesta di avere in regalo una Bibbia: prima vi spiego che cosa è, mi ascoltate bene, poi se volete ve la do da leggere.”
Ci avviamo all’uscita, e m’accorgo, che mentre ero immerso in questa sarabanda di domande e risposte, nel cortile era arrivata altra gente: alcune donne, la cuoca, gli studenti di college che abitano con noi, qualche giovanotto che vive nelle case vicine, due membri del Consiglio pastorale con il cellulare in mano… Mi guardano quasi stravolti mentre esco circondato dalla piccola nuvola di hujur, e finalmente capisco che sono accorsi, pronti a intervenire per salvarmi. “Stavo rientrando in casa dall’ufficio e mi hanno avvisato che un gruppo di studenti del corano era entrato da noi…” Tento di tranquillizzarli, ma restano persuasi che io sia un incosciente. Li ringrazio di cuore di essersi preoccupati per me. Mi raccomandano di non farlo più, perché – dicono – l’atmosfera da un anno e mezzo a questa parte è cambiata.
Sì, hanno ragione: ora, ben nascosto nel profondo, non c’è più soltanto sospetto, c’è paura.

Domande papali

Il 30 novembre prossimo, a Dio piacendo, Papa Francesco metterà piede sul suolo del Bangladesh per la prima volta in vita sua, per effettuare la seconda visita papale della storia; la prima e finora unica fu di Papa Giovanni Paolo II nel 1986. Francesco arriverà dal Myanmar, dopo una visita di tre giorni programmata “in tandem” con la visita di tre giorni in Bangladesh; presumo che i politici e i diplomatici (laici ed ecclesiastici, cristiani, buddisti e musulmani) nel decidere le date non prevedessero che nel frattempo i i rapporti fra i due paesi (che hanno un tratto relativamente breve di confine in comune) si sarebbero complicati enormemente a causa del problema dei Rohingya…
Chissà che ci abbia pensato invece la Provvidenza, mettendo il Papa nei pasticci per guidarlo a fare qualcosa che aiuti a districare la matassa?
Nel frattempo, i cristiani si preparano. Dall’Italia, alcuni mi chiedono se c’è attesa per la sua visita anche da parte di fedeli di altre religioni. Posso dire di sì, ma è necessario capirsi bene. Ecco perché ho collezionato alcune domande chfe mi hanno rivolto, per offrie un’idea delle “attese” che circolano fra la gente comune.
–   Ma il Papa, è capo dei cattolici o dei battisti?
–   E’ vero che il Vaticano confina con l’Italia? E’ più grande o più piccolo?
–   Come vi trovate con un papa africano? Ho sentito dire che viene dall’Argentina…
–   Vorrei parlargli direttamente, mi prenota un incontro?
–   E’ lui che ha fatto costruire una moschea in Vaticano?
–   In Italia, c’è un presidente come da noi, o fa tutto il Papa?
–   Ci sono più abitanti in Bangladesh o in Vaticano?
–   E’ lui che vi dà i soldi per convertirci?

Quattro dita

Piccola e magra, cammina spedita indossando un burka nero che la copre da capo a piedi; attraverso la fessura per gli occhi, di pochi millimetri, s’intravvedono due lenti scure. Nero, ovviamente , anche il velo, e nere le calze (rare a vedersi in Bangladesh, rarissime in questa stagione). Dalle maniche lunghe escono mani guantate di nero, ma la destra lascia scoperta la punta delle dita, intrecciate con quelle di un bimbo che le cammina al fianco. Lo accompagna alla scuola non lontana, e ritorna subito, di buon passo. Ora, anche le quattro dita sono guantate. Nero integrale.

Benevolenza

In città la mentalità sta cambiando in fretta, ma per lo più è ancora diffuso un senso di rispetto per gli anziani e di pazienza verso di loro. Me ne avvantaggio largamente, ora che il mio parroco p. Quirico è in Italia per cure mediche che si prolungano, e io sono alle prese con una variegata parrocchia formata da cristiani provenienti da tutti gli angoli del Bangladesh, di varie condizioni economiche, sparpagliati, con tradizioni anche religiose e devozioni diverse. Si adattano con pazienza alla mia inesperienza e al fatto che debba pure tener d’occhio impegni precedenti che con la parrocchia non hanno nulla a che fare. Quando proprio le mie dimenticanze (nomi, date, appuntamenti, telefonate, ecc.), confusioni, gaffe, incertezze e inadempienze diventano macroscopiche, evitano critiche e brontolamenti. Chiedono soltanto – con squisita gentilezza: “A proposito, quando tornerà il parroco?”

Autodifesa

Non so se è un termine bengalese; in inglese la parola “char” ha un altro significato, ma qui viene usata per indicare le aree sabbiose che si formano ai margini dei grandi fiumi che attraversano il Bangladesh, Gange, Brahmaputra, e altri. Sono ai margini dei fiumi, o formano vere e proprie isole, sommerse durante la stagione delle piogge, abitabili negli altri periodi dell’anno, dove  migliaia di senza terra cercano spazio per coltivare qualcosa, far pascolare gli animali, pescare, costruirsi una capanna che, se la va bene e le piogge sono scarse, duri magari due stagioni. Una condizione forse paragonabile ai nostri montanari del passato che “facevano la stagione” estiva nelle malghe e nei pascoli alti; ma per loro i pascoli erano stabili mentre qui i “char” appaiono e scompaiono a capriccio dei fiumi: impossibile prendere possesso stabile, esibire diritti di proprietà, pianificare una assegnazione regolare… A rendere più varia e interessante la vita di questi seminomadi fluviali, ci si mettono pure i banditi, che con motoscafi veloci assaltano e depredano le barche, specie se trasportano animali, piombano di notte sui casolari isolati e li saccheggiano. Se uno di loro viene catturato dalla gente, verrà linciato sul posto, ma questo invece di spaventarli li incattivisce. In una zona del nord, lungo il Brahmaputra, i poveracci che vivono sui “char” hanno deciso di difendersi, chiamando un Santal a stare con loro un poco di tempo, per insegnare come si preparano e come si usano archi e frecce; un’arte che fra i Santal ancora è viva, per un poco di caccia, per sport, e per difesa.

Cibo

Il Bangladesh sembra aver raggiunto, e forse superato Cina e India per la rapidità dello sviluppo economico, in ansiosa attesa del momento in cui il Paese verrà classificato non più come “sottosviluppato” o “povero” ma come “a reddito medio/basso” o addirittura “medio”… Il fervore di opere balza all’occhio ovunque, con cambiamenti rapidi di interi quartieri, negozi, strade e così via. Anche il “consumismo” avanza nella vita quotidiana, con la corsa ai cellulari sempre più smart, l’uso crescente di merendine oleose e dolciastre che fanno poi andare dal medico con il mal di fegato e il sovrappeso, le moto che infestano le strade, la gente meglio vestita di quanto fosse pochi anni fa. La miseria si ritira e si nasconde; se prima era normale, ora si vergogna. Le statistiche (non chiedetemi su quali dati si fondino) dicono che le persone gravemente malnutrite sono oltre 26 milioni. Malnutrizione non significa rimanere senza fatica snelli e senza cellulite; significa fragilità, meno resa nel lavoro anche intellettuale (risultati scolastici anzitutto), malattie più frequenti. I medici dopo una serie di esami costosi, concludono che hai bisogno di mangiare meglio e prescrivono ricostituenti, vitaminici e integratori vari. Poi aggiungono “consumare ogni giorno un bicchier di latte, un uovo, verdure abbondanti”. Se sono rimasti quattro soldi, si comprano le medicine e si dimenticano uovo, latte e verdure…

Svaniscono

“Hanno sgozzato tre giovani di un villaggio vicino al mio” mi dice angosciato un giovane Tripura che studia a Dhaka. Queste voci che arrivano da lontano non sono mai del tutto sicure, ma un fondamento ce l’hanno. Sono ormai oltre 400mila i Rohingya che in pochi giorni hanno passato il confine e sono stati faticosamente sistemati in campi profughi nell’estremo sud. Il Bangladesh dapprima aveva cercato di fermarli, anche a fucilate, poi su giornali e TV ha preso forza l’interpretazione che i Rohingya siano perseguitati perché musulmani, e il governo ha avviato iniziative di accoglienza – accompagnate da regole chiare: li accogliamo ma nessuno esca dai “campi”, si faccia un censimento specifico per loro e nessuno abbia documenti bengalesi, non vengano assunti per lavorare, dovranno andarsene al più presto.
E’ da tempo che Myanmar e Bangladesh si scaricano addosso questo “peso” umano e politico, sostenendo che i Rohingya sono cittadini dell’altro paese.
Si dice che ora, in questi squallidi campi, si trovino in stragrande maggioranza donne e bambini; e gli uomini? “Svaniscono” scrive un quotidiano bengalese; polizia ed esercito hanno rintracciato gruppetti di profughi anche in altre regioni e li hanno prontamente rispediti ai campi di raccolta, ma si tratta proprio di poca gente… Perché cercare lontano? Lungo il confine con il Myanmar c’è il Cittagong Hill Tracts, la fascia collinare che nel sud est del Bangladesh è da secoli terra di vari gruppi aborigeni con culture e religioni diverse, e già prima che si scatenasse la repressione dell’esercito birmano era meta di molti Rohingya. Per molti bengalesi l’Hill Tracts è come il “far west”, da occupare cacciando i pochi “selvaggi” che la abitano; e sono già riusciti a diventare maggioranza, specie nelle città. I Rohingya che negli anni scorsi scappavano da questa parte del confine, rimanendovi clandestinamente, venivano impiegati come mano d’opera a basso costo dalla malavita e dal contrabbando locale, che li aiutava a trovare spazi, a spese degli aborigeni. Ora il processo si accelera. Se altrove in Bangladesh è quasi impossibile farsi largo, qui gli spazi ci sono, e dell’accoglienza si può fare a meno, se si è decisi, armati, e fiancheggiati da bengalesi locali anche loro arrivati da lontano ed entrati a forza. In più, gioca a loro favore uno degli obiettivi dell’estremismo islamista: creare e sfruttare odio contro i “diversi”. Già vittime di assalti razzisti negli anni scorsi, ora i buddisti vengono dipinti come bestie assetate di sangue, persecutori dei musulmani, e se molti aborigeni buddisti non sono, la differenza non è tanto importante.
Attorno ai campi profughi ronza gentaglia di ogni tipo: chi cerca donne per i bordelli bengalesi e all’estero, chi recluta estremisti o spacciatori, chi vuole lavoratori a bassissimo costo, cioè schiavi…
Nei remoti villaggi Tripura, Chakma, Marma, Mrong e di altre etnie in quest’ultimo angolo di foreste in Bangladesh, gli uomini vegliano tutta notte per prevenire assalti; ai buddisti le autorità hanno consigliato di girare “con prudenza”; i monasteri sono presidiati. La paura è tanta, e non è infondata.

Antiterrorismo

Dopo l’attentato terroristico di Dhaka, avvenuto in un ristorante il primo luglio dell’anno scorso, la paura era diffusa – e le vendite di telecamere a circuito chiuso per controllare entrate, cortili, sale e quant’altro andarono alle stelle. I parrocchiani di Mirpur cercarono di persuadere il parroco p. Quirico, e il sottoscritto, che un impianto del genere era assolutamente necessario; non ci riuscirono, ma non si scoraggiarono: raccolta la somma necessaria, strapparono il permesso di sistemare l’impianto con tre telecamere nei punti strategici. Poi si rilassarono contenti: ora siamo sicuri…
Infatti, non successero incidenti di sorta, se non che – dopo circa un anno – una signora, tornando al suo posto dopo aver ricevuto la Comunione durante la Messa, vide che la sua borsetta era sparita. Stupore, indignazione, commenti… poi, per qualche settimana ogni tanto spariva un paio di scarpe in buono stato (qui da noi si entra in chiesa a piedi scalzi) e rimanevano desolate in veranda una signora a piedi scalzi, e un un paio di vecchie ciabatte non sue. Poiché l’atmosfera rischiava di avvelenarsi, si decise di tenere chiusi i cancelli al momento dell’uscita, finché tutti avessero recuperato le loro calzature, scarpe o ciabatte che fossero: un provvedimento astuto, unanimamente approvato, e mai messo in pratica. Finchè un’altra borsa scomparve durante la distribuzione della Comunione…
Fu allora che qualcuno si ricordò dell’impianto antiterroristico, e alcuni volontari si diedero a controllare i filmati, alla ricerca non di bombe o cinture esplosive, ma di una borsetta – che venne trovata! Una donna sconosciuta appariva mentre s’affrettava verso il cancello con la refurtiva, prima della fine della Messa. “Non si farà più vedere” sentenziò qualcuno. Ma dopo oltre un mese la signora riapparve, e venne riconosciuta. Allora sì, i cancelli vennero chiusi, e la signora, fermamente invitata ad andare in sacristia, dovette fronteggiare una decina di membri del consiglio parrocchiale, insieme al facente funzioni del parroco. L’accusa era ampia: scarpe in numero imprecisato, e due borsette, ma la signora negava. Dopo qualche tira e molla, il segretario parrocchiale, che conduceva l’interrogatorio, tirò fuori l’asso che teneva nella manica: la ripresa delle telecamere: “Lasciamo perdere tutto il resto, ma abbiamo le prove che una borsetta l’hai rubata. Se lo ammetti, bene, altrimenti… polizia”. Mentre parlano, finalmente ricordo di averla già vista: viene da lontano; l’ho aiutata almeno due volte, pur con qualche dubbio, perché evidentemente ammalata, e – secondo il suo racconto – completamente sola. Indù, aveva sposato un cristiano che poi l’aveva piantata in asso e ora era rifiutata dagli indù e sconosciuta ai cristiani che aveva frequentato per poco tempo. Mi guarda a lungo. Le sussurro: “Ti hanno indicato la via per uscirne, coraggio…”. Ammette, negando – non creduta – di aver preso anche le scarpe e l’altra borsetta. Seguono vari predicozzi, dal sapore inevitabilmente ipocrita, di alcuni dei presenti, che esprimono in vari modi il concetto fondamentale che: “I cristiani non fanno queste cose”. Già…
Finalmente lo spettacolo finisce: “Vai, non ti facciamo nulla, ma non farti più vedere”. E i “giudici” se ne vanno. Rimaniamo di fronte, lei e io, a lungo. S’incidono nella memoria e nel cuore il suo volto magro e terreo, le sue parole disperate. Le do quel poco che ho in tasca al momento, poi mi dice: “Come faccio a uscire con questa vergogna?” L’accompagno per mano fino al cancello, per un addio tristissimo, e senza speranza di rivederci. Come faccio a ricordarla senza angoscia?

Lasciare

Quando Gesù dice al giovane ricco: “Vai, vendi tutto, dallo ai poveri; poi vieni e seguimi”, quello s’intristisce e se ne va, in silenzio. Forse gli è mancato il coraggio, che certamente occorre per una scelta del genere; o forse gli è mancato quell’appoggio che sarebbe bastato a fargli compiere il salto? Lo pensavo mentre, dal 3 al 6 agosto, partecipavo alle liturgie, celebrazioni, festeggiamenti, spettacoli che hanno animato la parrocchia di Tumilia (Dhaka), e molti di noi missionari del PIME con rispettivi amici e collaboratori, per l’ordinazione presbiterale di Regan John Gomes.
Era lui, infatti, che veniva ordinato e che era deciso a lasciare tutto, partendo per la Guinea Bissau; ma chi “lasciava” di più non era certo lui.
Lo conosco da quando era all’inizio degli studi di college. Dinamico, impulsivo, pieno di energie e interessi, in ricerca, anche critico e “zuccone”… Lo interpellava la nostra vita qui, lontano dal nostro paese e perciò “per forza” dedicati interamente alla gente a cui eravamo stati mandati. Cercava la sua strada, e si è orientato sempre più chiaramente e decisamente al presbiterato missionario nel PIME. Ma non era una scelta facile: primo di 6 fratelli e sorelle, il papà era morto improvvisamente pochi anni prima, e l’unico fratello – molto giovane – era annegato in uno stagno vicino a casa. Ogni volta che andavo a trovarlo, la mamma mi mostrava piangendo le loro fotografie. Quattro sorelle: una suora nel monastero di clausura delle Clarisse adoratrici a Mymensingh; una gravemente handicappata e bisognosa di assistenza, due che studiano ora nel liceo. Regan non doveva lasciare molti campi, o case, o conti in banca, ma questi “beni” ben più preziosi. Se lo ha potuto fare, certamente è perché ha avuto coraggio; ma ancora di più perché questi suoi cari non solo non hanno posto ostacoli, ma lo hanno sostenuto in tutti i modi nella scelta. Durante le celebrazioni osservo la mamma: sempre silenziosa, sembra quasi che voglia scomparire in mezzo agli altri, senza farsi notare. Ricordo quante volte mi ha chiesto: “Come va Regan? E’ buono? Mi raccomando, lo aiuti a realizzare la sua vocazione; non deve pensare a me!” E osservo la zia, avvocato, sorella del papà, che gli ha confermato tante volte: “Problemi in casa ce ne sono, anche economici; ma tu non preoccuparti, ci penso io, la mia famiglia siete voi. Vai avanti.” Mentre siamo affiancati durante la processione di entrata, le chiedo: “E’ contenta ora?” “Sì, tanto” mi risponde.
Abbracciando Regan subito dopo l’ordinazione, gli sussurro: “Sai che la tua mamma non mi ha mai detto: perché Regan non rimane con me? Mi ha sempre detto: preghi perché io lo affido al Signore, e voglio che sia tutto per Lui.” E in un brevissimo incontro durante queste feste, mi ha mormorato: “Sto dando proprio tutto…”

Zanzare

Una vignetta mostra una grossa zanzara sollevata sulle zampe posteriori, che ascolta con aria compunta e contrita le parole di un severo “maestro” che – guarda caso – ha le fattezze di un ministro del governo. Il quale, impensierito dal diffondersi delle critiche, ha organizzato un programma di sensibilizzazione e coscientizzazione nelle scuole, e con i mezzi di comunicazione, per risolvere il problema.
Quale? Questa zanzara dall’aria ipocritamente pentita, si chiama Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) ed è portatrice della temuta febbre “dengue”, in circolazione per Dhaka e per tutto il Bangladesh da vari anni. Ma quest’anno la signora s’è sbizzarrita, organizzandosi per un menu a scelta: quando punge può lasciare come ricordo la dengue, o la finora sconosciuta “cikungunia”. La quale non è mortale, e questo è consolante, ma provoca febbre altissima per alcuni giorni, seguita da spossatezza e da forti dolori articolari che spesso durano mesi, e sono ricorrenti. Poiché da tre mesi si diffonde ovunque in Dhaka, e non ci sono sono rimedi specifici (paracetamolo in quantità!), ad un certo punto ha preso il via la protesta contro i due municipi in cui è divisa la città e, per buona misura, anche contro il governo. Il ministro di cui sopra ha sguinzagliato ovunque esperti, a spiegare che non bisogna farsi mordere dalla zanzara: nulla da dire contro le altre, ma dalle Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) assolutamente no. Dunque, evitare luoghi infestati, specialmente dalle 7 alle 8 del mattino e dalle 6 alle 7 di sera –orario dei pasti per la bestiola in questione. Poi pulire i posti dove essa depone uova, come il secchio della spazzatura di famiglia o i vasi da fiori…
Non diminuendo però il diffondersi del malanno, le autorità hanno dichiarato che sì, provvederanno a disinfestare strade e giardini, ma bisogna sapere che a mordere i cittadini non sono le zanzare di strada, ma quelle casalinghe – e che nemmeno un ministro può verificare che tutti, in casa loro, stiano sotto una zanzariera. Persuasi da questa ragionevole spiegazione, i cittadini continuano a prendere la cikungunia e a scambiarsi consigli: mangiare limoni e cibi amari, non bere latte, spalmarsi con oli puzzolenti, non avvicinarsi ad ammalati… Ogni tanto un individuo mascherato appare nel quartiere con un enorme e rumorosissimo nebulizzatore. Seguito da un codazzo di bambini urlanti, entra ed esce da vicoli e giardini chiedendo mance e generando nuvole di qualcosa che dice essere insetticida. Intanto, gli esperti discutono anche se la cikungunia sia da considerarsi endemica, pandemica o epidemica. E io purtroppo devo lasciarvi con questo interrogativo senza risposta certa…. Come? No, finora io l’ho scampata.