Bichittra

“Bichittra” significa “varietà”.

TALEBANI. Alcuni amici, preoccupati, mi chiedono se anche qui in Bangladesh ci sono echi degli eventi afgani. Ovviamente ci sono, ma altrettanto ovviamente le reazioni sono diverse. Molti si preoccupano; non è difficile capire che questa clamorosa vittoria ingolosisce “jihadisti” e aspiranti tali di ogni tendenza, ridando speranza ai frustrati. Per ora, autorità politiche e forze di sicurezza ripetono che il pericolo di una crescita dei gruppi clandestini, finora tenuti a bada, è realissimo. Io sono a conoscenza soltanto di pochi eventi recenti in qualche modo legati a questa situazione. Tra l’altro, una giovane donna che in internet insegnava a mettere insieme potenti bombe “fatte in casa”, si è tradita dicendo al suo aspirante marito che l’avrebbe sposato solo dopo verifica se le sue idee sono sufficientemente “jihadiste”, ed è stata arrestata; lettere con minacce di morte sono arrivate a due giudici, impegnati nel settore della difesa dei diritti delle donne: un uomo e una donna in due città del nord: “Andatevene o vi ammazziamo”, firmato “Talebani”. Un balordo che si diverte a metter paura? Un nemico personale? o l’avvio di una strategia?

METROPOLITANA. Da anni si sta lavorando ad una metropolitana sopraelevata per Dhaka. Opera ciclopica, affidata a una ditta italo-tailandese (ma, a quanto sento dire, ora soltanto tailandese) che per anni ha ovviamente provocato molti disturbi al traffico, ma si spera alleggerirà la pressione di una città che sembra stia per scoppiare… Il 29 agosto, si sono svolte le prime prove di circolazione sulla tratta principale. Si calcola che a pieno regime la metropolitana potrà trasportare 60.000 persone all’ora.

COVID 19. Ogni tanto, un’ondata di iniezioni. Poche settimane fa, la campagna per vaccinare in alcune zone rurali, senza tante prenotazioni via internet, parlava di milioni di dosi in 7 giorni. Poi è risultato che i milioni di dosi non c’erano, si è ridotto a due giorni, con relative resse e risse. Comunque, qualche centinaio di migliaia di persone ha ricevuto la prima dose. Per la seconda si vedrà. Le vaccinazioni prenotate in internet, come quelle di cui ho usufruito pure io per entrambe le dosi, sono pure esse gratuite, e organizzate abbastanza bene. Se viene a sapere che stanno usando vaccini cinesi, qualcuno punta i piedi e rifiuta… Intanto, “casi” e decessi sembrano diminuire; si parla di riapertura delle scuole in questi giorni, ma c’è ancora molta incertezza. Purtroppo una simpatica zanzara, diffusa prevalentemente a Dhaka, si sta però facendo avanti: provoca la febbre “dengue”, che oltre a dare non pochi disturbi, può essere ed già è stata mortale in non pochi casi.

ALLUVIONI. Non si sente parlare di inondazioni o tifoni in Bangladesh. Un anno tranquillo per questo Paese, famoso per disastri naturali? Non esattamente. Il fatto è che la “piazza” delle informazioni in questo periodo è stracarica di notizie: il Covid, ovviamente, l’Afghanistan, Il ciclone Ida con fratelli e sorelle che l’hanno preceduto e innumerevoli altre emergenze: non c’è spazio per disastri ordinari. Ma non preoccupatevi: anche quest’anno le inondazioni ci sono , soprattutto al nord, e i grandi fiumi rosicchiano famelicamente le loro stesse sponde, distruggendo villaggi, scuole, campi… Pare che il trenta per cento del territorio nazionale sia, in questo inizio di settembre, sott’acqua.

Passaggio

Pochi mesi fa il vescovo lo aveva trasferito a Khidirpur, una piccola missione “staccata” dalla “parrocchia madre” di Mariampur, dove p. Giulio Berutti aveva lavorato anni fa. Era andato volentieri, raccogliendo l’eredità di P. Almir e poi del diocesano p. Ovidio, ed era molto contento. Il Covid lo ha colpito nel suo punto debole, i polmoni. Venuto a Dhaka e ricoverato in ospedale, dopo qualche giorno era stato dimesso, e accolto alla Casa del PIME. Non sembrava debilitato, e meno ancora demoralizzato o intristito. Parlava volentieri. Essendo positivo, rispettava la quarantena, ma quando andavamo a trovarlo, le distanze fisiche da rispettare non riuscivano a danneggiare una comunicazione vivace, intensa, scherzosa anche. “Mi piacerebbe tanto mangiare un po’ di pane, ma non quello a cassetta, quello tanto buono con il formaggio” disse una volta a p. Brice, che si tuffò su internet alla ricerca della ricetta e poi in cucina… Il primo tentativo non diede risultati entusiasmanti, il pane era quasi immangiabile. Ma il secondo andò meglio, e il terzo era buono…

Qualche cosa però non andava: Giulio ansimava, e mi chiedevo perché lo avessero dimesso in quelle condizioni. Infatti, dopo due giorni ebbe una crisi respiratoria notturna, e per non disturbare ci chiamò soltanto all’alba. Lo accompagnammo all’ospedale “Square”, grande e ben attrezzato, dove lo misero in terapia intensiva, sezione Covid, per trasferirlo poi quasi subito alla sezione comune; il nuovo test risultava negativo: buon segno! Per alcuni giorni Brice e io, a turno, trascorremmo con lui la mezz’ora concessa per vederlo. Visite brevi ma intense, piene di speranza, spesso affiancati da infermiere o altri impiegati dell’ospedale che l’avevano conosciuto come parroco, o direttore del St. Vincent Hospital, o come organizzatore del microcredito… “Come stai?”. “A dire il vero non capisco perché sono qui, mi sento bene, non ho disturbi…”. Con la maschera per l’ossigeno, certo, mentre i “monitor” ne segnalavano ostinatamente la scarsità…

Poi una telefonata fuori orario dal medico: bisogna intervenire. Andammo insieme, sperando di parlargli, ma il tubo era già stato collocato, era sotto anestesia e ci dissero che non intendevano risvegliarlo. “Come ha reagito?” chiesi. “Noi medici abbiamo fatto tutto ciò che sappiamo; ora…”. Il monitor indicava un livello di ossigeno nel sangue ancora più basso. Poi un’altra chiamata, di notte, e un’altra volta ancora arrivammo in ritardo. Il passaggio di Giulio si era completato.

La notizia ha provocato una piccola pioggia di interventi sull’indirizzo Whatsapp del PIME in Bangladesh. Attingo, ora, da queste reazioni dei suoi compagni di missione, e le lascio parlare. Non credo che occorrano commenti.

“Ciao P. Giulio! Così ti salutavo ogni volta che ti andavo a trovare nella tua stanza d’ospedale, da quella mattina del 13 luglio al St. Mary Vianney Hospital a quel pomeriggio del 9 agosto allo Square Hospital, due giorni prima di quei due lunghissimi giorni di sonno, in ventilazione assistita, dal quale non ti sei più svegliato. Non avevo immaginato che sarebbe andato a finire così, quando nel pomeriggio del 3 agosto ti portai lì, allo Square, uno dei migliori ospedali del Paese, per curare il tuo problema ai polmoni, trasferendoti dal St. Mary Vianney Hospital (l’ospedale della diocesi di Dhaka). Dei cinque padri del PIME di Dinajpur, ammalati di Covid, venuti a Dhaka in ambulanza per le cure, e ammessi in due ospedali nella capitale, che abbiamo accolto e assistito, eri l’ultimo di cui aspettavo con impazienza il risultato negativo al test di Covid 19 per fare un brindisi, che avrebbe marcato la conclusione del nostro pellegrinaggio negli ospedali. Ma non è avvenuto così. Il banchetto celeste ha prevalso sul brindisi terrestre.

Io ti ringrazio, carissimo P.Berutti di esserti fidato di me, uno degli ultimi arrivati/atterrati su questo suolo bengalese (4 anni fa) che hai calpestato per ben 50 anni aiutando a costruire il paese in alcuni suoi ambiti sociali. Mezzo secolo di storia di cui mi raccontavi spesso alcune pagine, e qualche volta al personale ospedaliero. Hai dato così anche a me la possibilità di dire qualcosa degli ultimi giorni dei tuoi 77 anni di vita. Che onore! In quel mesetto di frequentazione, che richiedeva anche spesso di dettare al personale dell’ospedale la giusta ortografia del tuo nome e aiutarli a pronunciarlo, sono rimasto colpito dalla tua forza di volontà e d’animo, dalla tua mente forte, dal tuo profondo senso di gratitudine e dal tuo realismo spietato, per cui CE L’HAI FATTA: hai anticipato la fine, la tua morte. Infatti, due giorni prima della fine, verso le cinque di pomeriggio, quando sono entrato nella tua stanza in cura intensiva, appena ti è giunto il mio saluto “ciao p. Giulio” ti sei svegliato dal pisolino, mi hai salutato e mi hai detto: “Se devo vivere vivrò e se devo morire morirò, io sono pronto; sono in pace con tutti” e mi hai fatto una confidenza circa una tua ultima volontà. Poi abbiamo pregato, hai fatto la Comunione e ti ho dato la benedizione. Dopo ti ho dato il tuo telefono, che ti portavamo (p. Franco e io) da casa quando ti venivamo a trovare, l’hai aperto, hai letto e scritto qualche messaggio e me l’hai riconsegnato. Hai mandato i saluti a p. Baio e a P. Franco, mi hai ringraziato di essere venuto, mi hai teso la mano e rivolto un ciao commosso, come se sapessi che poteva essere l’ultimo, e così è stato. Grazie di cuore padre Giulio Berutti. Arrivederci lì. Brice”

“Grazie, caro Brice, per questa bellissima testimonianza di affetto e di cura nei confronti di Giulio, che certamente sorriderà, commosso, dal cielo. Francesco”

“Ieri al PIME di Rancio abbiamo ricordato il nostro carissimo Giulio. Prima di partire gli avevo telefonato e lui mi confidava che era contento e in pace in quel di Khidirpur. Anche il suo saluto era carico di affetto e amicizia. Un gran bel dono. Carissimi Brice e Franco grazie per tutto quello che fate e per come lo fate. Riconoscente vi abbraccio. Ciao. Gian Paolo”

“… sempre schietto fino all’ultimo, una preghiera speciale per te p. Giulio! Pierfrancesco”

“Grazie Brice, per il modo vero come hai scritto degli ultimi giorni di p. Giulio. Il funerale, a Kosba come a Khejurpur è stato molto bello il modo come tanti hanno saputo ricordare la vita missionaria di p. Giulio. Andiamo avanti, ma persone così come Adolfo e Giulio ti mancano davvero tantoooooo. Almir

Adolfo

Gli piaceva scherzare, e sorprendere. Un attrezzo elettronico nuovo, un giocattolo strano, una notizia inedita… Una volta (e non da giovanotto, ma quando aveva ormai circa 70 anni…) si vestì con cappellino bianco, barba e palandrana tipica degli anziani devoti musulmani e girò a lungo nella missione di Suihari – dove tutti lo conoscevano – senza che alcuno lo riconoscesse… Dell’ultima sorpresa che ci ha fatta parlerò con lui appena mi sarà possibile andare alla cappella del “lebbrosario” che si trova nella missione di Dhanjuri (diocesi di Dinajpur). Infatti…

P. Adolfo L’Imperio ci ha lasciati serenamente a 91 anni di età il 3 luglio scorso, nella casa del PIME a Lecco, dove in breve tempo aveva seminato un po’ del suo buon umore vivace, delle sue battute. Tutti noi che lo conoscevamo bene abbiamo commentato con rammarico: desiderava tanto morire ed essere sepolto in Bangladesh, e invece… Invece niente: chissà come gli è venuto in mente, ha organizzato tutto perché – dopo la morte – il corpo venisse cremato, e le ceneri portate a Dhanjuri, dove lui aveva iniziato il suo impegno di giovane missionario, dove era tornato poi per prendersi cura degli ammalati. E ora sono là, nella cappella del lebbrosario. Nessuno l’aveva immaginato, ma lui ce l’ha fatta.

Ci eravamo conosciuti nel seminario teologico del PIME a Milano nel 1965. Dopo due anni lui, più anziano di me di 13 anni, fu ordinato e partì per il Pakistan Orientale. Visse l’esperienza dura della guerra che segnò la nascita del Bangladesh, e del dopoguerra di miseria e fame, coinvolgendosi con tutte le energie nel programmare e realizzare progetti di aiuto, sviluppo, rilancio, in collaborazione con missionari di altri istituti, Mani Tese, organismi internazionali, partecipando alla fondazione della Caritas nazionale.

Ci ritrovammo in Bangladesh, nel 1978. Io venivo dall’Italia: studio, animazione, formazione, “teorie”… un altro mondo. Adolfo, da bravo “fratello maggiore”, mi comunicò subito un’esperienza fondamentale, e mi disse: “Tu non hai conosciuto p. Sozzi, il “guru” che mi ha introdotto alla missione in questo paese; ti passo ciò che ho ricevuto da lui. Mi ha insegnato la spiritualità senza fronzoli, da vivere qui. ‘Se non preghi – mi diceva – puoi essere molto indaffarato e anche soddisfatto di te stesso per tutta la vita, ma batti l’aria; e se davvero vuoi pregare, non girare attorno al problema: alzati la mattina presto, prestissimo; altrimenti non troverai mai il tempo. ” Presto… quanto? Quanto occorre, prima di ogni altra cosa. Così aveva fatto p. Sozzi, così fece p. Adolfo,fino all’ultimo.

Per lui il passaggio alla vita di “pensionato” non fu facile. Più volte mi disse che si sentiva inutile, che non voleva mangiare pane a ufo… ma seppe superare la crisi: si diede un orario per distribuire bene riposo, letture, meditazione (al suo posto in cappella non mancò mai “Jesus Caritas”), e anche se avrebbe potuto dire: “ho tanto tempo, me la prendo comoda”, rimase fedele al principio della preghiera prima di tutto (beh, no: prima di tutto il caffè e due biscotti possibilmente al cioccolato, di cui andava matto…). Alcune attività le continuò quasi fino all’ultimo giorno, specialmente con e per i giovani. Aveva sempre avuto un debole per ragazzi e giovani; anche a novant’anni di età gli piaceva renderli contenti: con caramelle e piccoli regali, ma anche e soprattutto leggendo e commentando con loro il Vangelo, la sorgente – credo – della serenità che era in lui e che voleva comunicare con ogni mezzo possibile… caramelle comprese.

Non so quanti edifici in Bangladesh siano stati disegnati o riadattati da lui: chiese, scuole, case di comunità, dispensari medici, ostelli, uffici, anche la nunziatura… No, non era ingegnere né architetto. Aveva frequentato l’Istituto Nautico di Gaeta, la sua città. Poi aveva lavorato come geometra, prima di entrare nel seminario del PIME dopo dieci anni di servizio alla diocesi come presidente di Azione Cattolica, a 33 anni di età.

In seguito, in Bangladesh, aveva sfoderato le sue doti.

Partiva “alla grande”, di solito. Se c’era da affrontare un problema, o preparare un progetto, durante i nostri incontri comunitari sapevamo che prima o poi avrebbe detto la sua: “Bisognerebbe fare un’inchiesta”. Oppure, come variante: “Bisognerebbe fare uno studio”. Lo prendevamo in giro per questo, e lui insisteva: le cose si fanno bene, oppure… oppure si fanno come possiamo, perché poi quando la faccenda si faceva urgente, Adolfo partiva anche senza statistiche, studi e inchieste, e cercava di risolverla. Ovviamente, prendeva pure le sue cantonate, ma non ci faceva troppo caso: il bilancio, alla fine, risultava quasi sempre positivo. Il suo fiore all’occhiello? Direi il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei, costruito in occasione del giubileo del 2000 a Dinajpur. Bello, e diventato ancora più bello con i successivi ritocchi di Fratel Caserini e di P. Baio. È il suo “inno” alla Madonna, verso cui aveva una devozione non ostentata, sobria ma viva.

Per quattro anni fu superiore regionale del PIME in Bangladesh. Negli anni settanta-ottanta tenere insieme la squadra PIME era impresa ciclopica. Fece fatica, ma sopravvisse, ed ebbe pure il coraggio di commentare, in assemblea, dicendosi grato ai numerosi confratelli che lo avevano costretto a “ridimensionarsi”, a praticare una “leadership” umile.

Non era mai stato uomo da “mofussol”, come diciamo qui, cioè da pastorale rurale, con visite ai villaggi, tempo trascorso nelle case della gente… ma apprezzava anche questo aspetto della missione, cui lo aveva introdotto p. Enrico Viganò, parroco a Dhanjuri, luogo a cui Adolfo rimase affezionato specialmente per la presenza là del lebbrosario che dava rifugio a tanti ammalati.

Fu economo generale del PIME, rettore di seminario, direttore della scuola e dell’ostello St. Philip, amministratore della diocesi di Dinajpur dove ebbe la piena fiducia del Vescovo mons. Michael Rozario: si conoscevano bene, anche nei difetti, e si stimavano molto.

Mentre era rettore conobbe Soraya, una pittrice bengalese, musulmana, a cui chiese di dipingere la via crucis del seminario. L’artista meditò profondamente ogni stazione e ne nacque un lavoro bello, toccante. P. Adolfo ne fece pure un libretto dove riprodusse i quadri per illustrare il testo della via crucis. Di idee ne aveva tante, la realizzazione era qualche volta affrettata e perciò imprecisa, ma con queste iniziative tentava di aprire piste nuove, attente alle realtà locali.

Amava molto Gaeta, dove tanti lo stimavano e ricambiavano il suo affetto. I suoi legami di amicizia erano numerosi, un altro volto della sua vocazione missionaria. Da essi ebbe origine anche “Banglanews”: opera di suoi amici che volevano informare sulle attività di P. Adolfo e far circolare le sue lettere; gradualmente allargò i suoi orizzonti dando spazio ad altri missionari del PIME in Bangladesh, poi sconfinando dal PIME e dal Bangladesh, fino ad essere, come è oggi (ha raggiunto il numero mille!), una “enciclopedia settimanale” dell’informazione universale fatta con spirito missionario.

Avrò con me tanti ricordi durante la mia sosta accanto alle ceneri di Adolfo, gli farò le mie congratulazioni: “Anche questa volta ce l’hai fatta a sorprenderci, hai trovato la strada per cavartela con una soluzione inedita per il PIME…”. E ringrazierò il Signore con il pensiero espresso da p. Zè (Giuseppe Fumagalli), che lo ha conosciuto vivendo in comunità con lui negli ultimi tempi, a Lecco: “Sapevo poco di P. Adolfo, ma mi sono trovato subito bene con lui. Davvero una persona che ti fa sentire vicino e a tuo agio: credo sia il profumo della carità che, in definitiva, è il ‘bonus odor Christi’ di cui Paolo parla ai cristiani di Corinto. Un bellissimo dono che Dio ci ha fatto gustare in p. Adolfo. Deo Gratias.”

Confusione

Qualche tempo fa ho trasformato in ben nove schegge un viaggio Dhaka-Dinajpur e ritorno – con varie deviazioni e tappe. Più tardi, P. Gian Paolo, mio compagno di viaggio (e autista), ha colto l’occasione di un mio cenno al fatto che gli anziani dimenticano e fanno confusione (parlavo, naturalmente, di altri…) per informarmi con delicatezza che nelle 9 schegge aveva notato una “piccola confusione, ma senza importanza, la sostanza c’era…”

Infatti.

Scheggia “Viaggio- 6”, del tre aprile 2021. Verso la fine, scrivo che arriviamo alla missione di Khalisha, dove incontriamo le suore del PIME che ci offrono il pranzo, poi mi faccio un sonnellino, poi visito una famiglia amica di p. Gian Paolo e faccio cenno alla presenza di tanti gruppi cristiani evangelici nella zona di Khalisha.

Scheda “Viaggio-7”, del tre maggio 2021. Il racconto ricomincia da Khalisha, e prosegue fino a Dinajpur…

Tutto bene. Il problema è che la tappa non era stata a Khalisha, ma a Boldipukur, e quindi persone e avvenimenti vanno geograficamente spostati di qualche chilometro.

Poi, con l’aiuto (sempre molto discreto) di p. Gian Paolo, scopro il motivo della confusione: noi eravamo effettivamente andati insieme a Khalisha, però durante un altro viaggio, avvenuto poche settimane prima. Pian piano, mi sono reso conto che le immagini dei fatti che racconto (es. la visita alla famiglia) effettivamente non entravano nel panorama di Khakisha, e quindi neppure i commenti: tutto vero, anche i dettagli, ma tutto va riferito ad altra località e altro “panorama”.

Insomma, è come se io vi dicessi: sono andato a Firenze e ho visitato il Colosseo, magari aggiungendo che a causa delle nuvole non ero riuscito a vedere il Vesuvio…

Per chi legge, Khalisha o Boldipur fa lo stesso – e magari si sta chiedendo perché mai perdo tempo a spiegare ciò che da lontano si riduce a una questione di nomi. Domanda giusta.

Ed ecco la risposta: voglio prevenire. Se un giorno su una scheggia leggerete per esempio che “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, – come scrive Eugenio Montale ne “I promessi Sposi” – è la famosa frase pronunciata da Garibaldi prima dello sbarco in Normandia, e della successiva battaglia delle Termopili con la vittoria di Pirro…” non fateci caso e non preoccupatevi: solo un poco di confusione dovuta all’età…

Moschee – 2

Il contesto in cui si collocano le affermazioni fatte dalla Primo Ministro il 10 giugno scorso, in occasione dell’inaugurazione di 50 moschee “modello” finanziate dallo stato, è quello di una massiccia maggioranza islamica, di quasi il 90%, cioè circa 150 milioni di persone.

Non si tratta però di un blocco unico e compatto. A parte alcuni gruppi che l’Islam sunnita considera “eretici” (come gli sciiti, l’Ahmadia, vittima di periodici attacchi, e altri), ci sono rumorose e pericolose frange violente orientate al terrorismo, che vogliono imporre varie forme di “Stato Islamico”. Nei loro confronti, dal 2016 il governo ha agito con grande fermezza, mettendo al bando partiti e movimenti estremisti e dando efficacemente la caccia ai loro membri in clandestinità. Fa loro da contrappeso un’altra frangia, piuttosto varia, che – a volte rischiando – critica l’Islam tradizionale mal sopportandone le discordanze con la mentalità moderna; o musulmani di cultura e nome, ma di fatto non praticanti, indifferenti, e agnostici o atei, anche se raramente si definiscono tali.

Frange a parte, la grande maggioranza dei fedeli musulmani può essere distinta, con tante sfumature, fra i fedeli di orientamento spiritualista (influenze sufi), e quelli che aderiscono a un Islam dogmatico e tradizionale che unisce religione e politica, e che in questi anni è stato attivamente proposto e sostenuto dall’Arabia Saudita che finanzia scuole, corsi, visite.

L’area “spirituale” sembra stia perdendo terreno, mentre a sostenere l’area “fondamentalista” s’è fatto avanti in questi ultimi anni il movimento “Salvare l’Islam”: dichiara di non perseguire il potere politico, ma esige che si introducano leggi rigidamente fedeli alla Sharia; si contrappone con efficacia, anche sulle piazze, a movimenti “progressisti” o laici, e sa infiltrarsi negli organismi statali per influenzarli.

Dopo i primi violentissimi scontri di piazza, con cui il movimento aveva reagito a movimenti studenteschi giudicati atei e anti islamici, il governo aveva scelto il compromesso, concedendo a“ Salviamo l’Islam” completa autonomia nella gestione delle migliaia di scuole coraniche che possiede, dando ai loro diplomi equipollenza con quelli governativi, accettando consistenti ritocchi ai testi scolastici ufficiali (dove ogni riferimento a scrittori, pensatori, personaggi positivi ma non islamici è stato eliminato), ritoccando leggi secondo le indicazioni del movimento o bloccandone altre non gradite. Ne è seguito un periodo di “luna di miele”, nonostante che questa scelta avesse irritato da un lato membri di “Salviamo l’Islam” dall’altro membri del partito di governo, che non gradivano questa alleanza molto improbabile. Alla morte dell’anziano fondatore (2020), è seguito un periodo di lotte interne, e vari elementi di partiti radicali fuori legge sono entrati nello “stato maggiore” del movimento.

Il cambiamento è diventato evidente nel marzo scorso, quando il Primo Ministro indiano Modi è venuto in visita per celebrare l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan islamico, ottenuta 50 anni fa anche grazie ad un decisivo intervento indiano. Contro Modi e contro la sua politica considerata anti islamica, sono scoppiate proteste violentissime animate da “Salviamo l’Islam”, con distruzioni e vittime. Dopo una prima reazione sconcertata, che sembrava voler ignorare chi fosse all’origine di queste ribellioni, il governo ha scelto la linea dura. In poche settimane ha incarcerato i più radicali, sia per i fatti recenti, sia rispolverando accuse e denunce pendenti da anni, e ha sfasciato la struttura direttiva del movimento per ricomporla con uomini di proprio gradimento.

Il discorso di inaugurazione delle moschee – che mi pare una sintesi dell’apologetica islamica moderata – permette di intuire la linea politica che ora si persegue: contenere l’estremismo violento e terrorista senza riproporre la “laicità”, sempre sospetta di essere nemica dell’Islam, e d’altra parte senza patteggiare con le forze fondamentaliste; piuttosto, affermare che l’Islam, in quanto maggioranza, ha diritto a una posizione di privilegio, ma deve trattarsi del “vero Islam”, che sta lontano da un fondamentalismo privo di aperture verso concezioni moderne della società. Hasina non promuove reinterpretazioni del testo sacro, né invita ad abbandonare le tradizioni islamiche. Semplicemente dà per scontato e afferma che l’Islam “autentico” già contiene in sé gli elementi che occorrono per accettare, anzi favorire e proporre alcune riforme.

Per questo auspica che le nuove moschee contribuiranno a ridurre, ad esempio, il matrimonio dei minori, il costume che la donna paghi la dote, la droga, la violenza sulle donne, e aiuteranno a tenere le nuove generazioni lontane dalla “militanza” che “deturpa l’immagine dell’Islam”. L’Islam è la religione migliore del mondo – afferma Sheikh Hasina – ed è riprovevole che “un gruppetto di persone, creando la militanza, ne abbia diffuso un’immagine negativa che contrasta con la santità della nostra religione.”

La primo Ministro ha aggiunto che l’Islam “è la religione più tollerante al mondo, perché permette a tutti di godere dei propri diritti e insegna a trattare tutti come esseri umani.” Non è mancato un riferimento alla “gloriosa storia dei Musulmani nel campo della conoscenza e della scienza: in passato la comunità musulmana era progressista, in ogni campo della conoscenza. Allora perché i Musulmani oggi sono arretrati?”

Grazie a queste moschee modello non solo si propagherà l’essenza dell’Islam e delle sue pratiche, ma “il Bangladesh potrà contribuire in modo sostanziale alla predicazione e alla diffusione della nostra santa religione.”

Dunque, se ho ben capito, non si ripropone un compromesso con l’Islam radicale, né una “laicità” che volesse essere “neutrale”; si cerca appoggio ad alcune scelte “progressiste” perseguendo una via che non separa stato e religione, ma li integra – alle proprie condizioni.

Moschee – 1

Il 10 giugno scorso, con una “cerimonia virtuale”, la Primo Ministro del Bangladesh ha inaugurato 50 “moschee modello”, le prime di 560 progettate per celebrare i 50 anni di indipendenza del Bangladesh, nonché dei 100 anni dalla nascita di Sheikh Mujibur Rahman, “Padre della Patria” (e padre della Primo Ministro). Le moschee sono interamente finanziate dal governo, che ha ricevuto rilevanti contributi di vari paesi islamici, e hanno tutte una struttura architettonica e decorativa uguale. Sono belle, eleganti, danno un’impressione di luminosità. La pandemia ha costretto a contenere l’entusiasmo della celebrazione, ma progetti come questo, o come la donazione di una casetta di due stanze a un milione di famiglie povere, vengono mantenuti, nonostante gli “immancabili” episodi di corruzione.

Di solito, una moschea consiste in un’aula di preghiera, vuota e senza decorazioni, con una nicchia interna orientata verso La Mecca, nella cui direzione bisogna pregare. Su questo non si fanno eccezioni. Ci sono inoltre spazi per le abluzioni da compiere prima della preghiera, qualche aula per la scuola coranica ai bambini, servizi igienici. Spesso, nello stesso edificio si vedono anche negozi di vario tipo che, presumo, con gli affitti contribuiscono al mantenimento della struttura e di chi vi opera.

In Bangladesh, salvo rare eccezioni, le moschee sono per gli uomini; le donne non vi entrano neppure per le preghiere del venerdì o in occasione delle feste: pregano a casa. Le nuove moschee si propongono come “modello” anche perché progettate con un’aula di preghiera per le donne e una per gli uomini, con i rispettivi spazi per le abluzioni. Inoltre, saranno provviste di biblioteca, vendita libri, aule per insegnamento (specie per la memorizzazione del Corano in arabo) conferenze e riunioni, prenotazioni per i pellegrinaggi alla Mecca, alloggio per l’Imam e per il Muezzin, spazi per autistici, sale d’aspetto per turisti (anche stranieri – si precisa), servizi igienici per “diversamente abili”. Ognuna avrà pure un ufficio della “Islamic Foundation”, distribuendo così su tutto il territorio una struttura para-governativa che si propone come autorevole punto di riferimento per la vita religiosa del Paese. Fu la Islamic Foundation che nel 2016, dopo il tragico attentato dell’Holey Artisan Bakery a Dhaka, nel corso del quale furono uccisi anche nove italiani, distribuì a tutti gli Iman il testo dell’omelia da tenere al venerdì, stigmatizzando il terrorismo.

La Primo Ministro ha commentato l’evento dicendo che “attraverso queste moschee la cultura e i messaggi dell’Islam attireranno l’attenzione di tutti; nel nostro Paese tutti, di qualunque religione o casta, comprenderanno l’essenza dell’Islam”.

Grandi applausi sono arrivati da più parti, ma anche qualche reazione critica, fra cui quella di un organismo che si propone di rappresentare in modo unitario le minoranze religiose in Bangladesh: Hindu, Buddisti, Cristiani e, se non erro, anche le religioni tradizionali. Hanno chiesto che il governo – se vuole dimostrare di essere come dice, cioé tollerante e aperto a ogni religione, e proporsi al mondo come esempio di armonia – faccia altrettanto per le minoranze: templi, pagode e chiese anche per loro.

Il discorso però non è così semplice.

Il testo costituzionale del Bangladesh, al suo nascere nel 1971 affermava la natura laica della repubblica, ma pochi anni dopo, nel 1978, veniva modificato, attribuendo all’Islam – praticato dalla stragrande maggioranza dei bengalesi -una posizione qualificabile come “religione di stato”. È quanto la Primo Ministro Sheikh Hasina ha affermato – pur senza citare la Costituzione: il Bangladesh è un paese a maggioranza islamica, “per questo è essenziale che i riti e i valori dell’Islam siano praticati qui in modo appropriato, promuovendo anche la cultura islamica” ha detto.
(Continua)

Fantasia

Il suo nome bengalese significa “Fantasia”; piccola, minuta, denti malandati, sempre sorridente e mai stanca di parlare anche se io capivo ben poco il suo dialetto. Frequentava – quando poteva – il piccolo centro di preghiera che avevo aperto a Uttara. Faceva coppia fissa con “Pacifico”, anche lui piccolo e sgangherato, che si mostrava ben contento di lasciar parlare lei a nome di entrambi, e anche del figlio (il tesoro di famiglia!), ma seguiva con attenzione quello che diceva, sorridendo e annuendo – a tratti scoppiando a ridere. Lui falegname, lei casalinga pronta a ogni tipo di servizio che capitasse a tiro, per un piatto di riso. Pure lui andava a lavorare dove lo chiamavano, ogni volta prendendo a prestito martello e sega, perché non possedeva oggetti così preziosi. Lo invitai a mettere insieme uno scaffale per i libri del centro di preghiera, e fu felice. Quando vidi lo scaffale capii perché faticava a trovare lavoro: lo scaffale era… un disastro! E ci si metteva pure la sfortuna: sbadato, una volta si dava una martellata su un dito, un giorno scivolava dalla scala a pioli, un’altra volta ancora si prendeva un acquazzone e la bronchite… In più, si lasciava imbrogliare. Tre giorni di lavoro, e poi il committente spariva con l’oggetto che aveva ordinato, dicendo: “Ti pago dopo”. Trasferta con promessa di buona paga, ma era quasi nulla. “Come mai?” “Tu vuoi anche mangiare e dormire, il tuo stipendio va a finire lì…”

Non erano in tre, padre, madre e figlio: a ruota c’era sempre anche “Bambola”, la sorella di Fantasia, pure lei chiacchierona ma in seconda fila, perché più giovane.

Un giorno, non ricordo perché, chiesi a Fantasia e a Pacifico come si erano sposati. Esitarono, si fecero l’un l’altro vari cenni, scoppiarono a ridere, poi Fantasia mi disse che le era andata male: “Io volevo sposarmi, ma lui diceva che non c’erano soldi: la festa costa cara! Io insistevo, e allora un giorno abbiamo fatto una scommessa: giochiamo una partita di “ludu” (il gioco dell’oca); se vinci tu io non insisto, ma se vinco io devi trovare il modo di sposarmi.” Vinse lui, e mantennero il patto, di aspettare tempi migliori. E Bambola? Bambola si era sposata (non ricordava più in quale comunità evangelica), ma poco dopo lui la piantò e lei si trovò nei guai. Allora Pacifico e Fantasia le dissero: vieni con noi, sul pavimento c’è posto per tutti e tre e pure per il bambino. Così si trovarono in quattro in una micro stanza di lamiera e bambù alla periferia di Uttara, con cucina all’aperto e servizi igienici da qualche parte fra una baracca e l’altra.

Dopo la scuola media accettarono di mandare il figlio alla scuola tecnica del PIME per imparare un mestiere. Tutta la piccola tribù volle accompagnarlo, per vedere se era un posto adatto a lui. Che bello! Giardino, campi, ogni studente un letto, cibo buono, officine grandi, …lontano da casa!!! Come facciamo senza di lui? Il ragazzo scappò, Fantasia e Pacifico piansero, poi mi dissero che non potevano stare senza di lui, e tornarono tutti a casa.

Non li ho mai visti litigare, ma li ho visti deperire. Ogni tanto davo qualche cosa perché si ammalavano e dovevano andare dal dottore. Diagnosi diverse, ma conclusioni sempre uguali: prendi queste medicine, ma soprattutto devi mangiare bene, roba nutriente, questo è il punto!

La prima ad arrendersi fu Bambola: sempre più debole, malaticcia, diventata quasi afona, un pomeriggio “decise” che non ce la faceva più, e “tolse il disturbo”. Fu un funerale semplice proprio da poveri, ma ecumenico: da ognuna delle varie denominazioni che Bambola aveva frequentato venne qualcuno a pregare per lei e a leggere un passaggio di vangelo.

Pochi giorni fa anche Fantasia si è “arresa” come aveva fatto la sorella; il Covid, purtroppo, mi ha impedito di andare al funerale.

Pacifico aveva faticato moltissimo a ritrovare il sorriso dopo la morte di Bambola; ora non riesco ad immaginarlo senza Fantasia: strapelati, pasticcioni, affamati, malandati ma sempre pronti a scherzare e a scoppiare a ridere. Non so se verrà ancora a cercarmi, forse è troppo timido per farlo di propria iniziativa, senza la spinta di lei che gli dice: “Vai da p. Franco, lascialo brontolare e sgridare, ma qualche cosa ci darà… E prega per lui, perché è vecchio e se ci lascia, chi ci aiuta?”

Vaglio

Una mia “antica” scheggia raccontava che il progresso nell’agricoltura ha portato molti cambiamenti in Bangladesh, fra cui uno piuttosto curioso: si è passati dal traino animale al traino umano… Infatti sono scomparsi i pesanti carri su cui si accatastavano “montagne” di spighe di riso appena mietuto. Buoi o robustissimi bufali li trascinavano fino alle aie, dove il riso veniva trebbiato con sistemi diversi (non meccanici) e poi “vagliato”, separandolo dalla pula e da sabbia, polvere, altri semi.

Con il miglioramento e l’asfaltatura delle strade di campagna, i contadini hanno trovato più conveniente congedare buoi e bufali, e ricorrere ai “van”, risciò a pedali con pianale anziché sedili per passeggeri. Indubbiamente la portata di questi attrezzi che fondamentalmente sono biciclette a tre ruote, non compete con quella dei carri da buoi, ma – pedala e pedala – il risciò è più veloce, e facendo varie corse porta a casa tutto prima che sia notte fonda. Con il vantaggio che quando non viene utilizzato, non mangia, a differenza di buoi e bufali che pretendono la razione di paglia anche durante le ferie…

Ora ho scoperto un’altra novità: il vaglio – un compito abitualmente affidato alle donne – si è modernizzato. Ancora si usa un cestino a bordi bassi, aperto su un lago, in cui si mette il riso da vagliare. Si solleva il cestino oltre la testa e si inclina leggermente in avanti, poco a poco (qui sta l’abilità!) lasciando scivolare gradualmente a terra il riso. In passato, mentre cade, il vento faceva volar via le parti più leggere: frammenti di paglia, polvere, pula, mentre il riso – più pesante – si accumulava ai piedi della lavoratrice. Quando non c’era vento? Si aspettava. Quando c’era troppo vento? Si aspettava. Ma oggi non si aspetta. Infatti, a soffiare l’aria in modo costante e regolabile ci sono i ventilatori, quelli con supporto verticale alto. Fanno il loro servizio nelle case – magari con roventi tetti in lamiera – ma quando occorre si piazzano nelle aie e garantiscono un soffio regolare per mandare lontano pagliuzze e polvere, e lasciar cadere i chicchi di riso al posto giusto.

Meno romantico e meno ecologico, ma più efficace – mi dicono.

Promesse

Entrambi hanno uno stile sobrio, di poche parole, non chiuso, solo con un po’ di timidezza; ora hanno in comune anche una promessa pronunciata insieme. Ma le loro storie sono diverse.

Tijes Mri appartiene alla popolazione Mandi. È diffusa specialmente nel nord est del Bangladesh e al di là del confine, in India; ha un alto numero di immigrati in città; è quasi completamente di religione cristiana: specialmente cattolici e battisti… Ha una cultura e un’organizzazione sociale “matrilineare”: i figli prendono il cognome della mamma, è il marito, non la moglie che dopo il matrimonio si trasferisce nella casa dei suoceri, l’eredità è in gran parte destinata alle figlie…

I Mandi del Bangladesh sono stati evangelizzati soprattutto dai missionari americani della Santa Croce. Il PIME non ha mai operato nelle loro zone, e Tijes non ci conosceva. Ci ha incontrati grazie ad un amico, pure lui Mandi, che era venuto a studiare e lavorare a Dhaka e gli parlò con soddisfazione del “Samuel Program”. È una serie di incontri che – coinvolgendo suore e preti di diversi istituti – il PIME da anni organizza per ragazze e ragazzi che, dopo il liceo, vogliono riflettere e pregare sulla loro vocazione, in vista di una scelta matura. Tijes abitava lontano, presso uno zio che lo ospitava per permettergli di studiare al College della cittadina dove risiedeva, e da lui aveva imparato un metodo di preghiera contemplativa che gli piaceva e praticava fedelmente. Ora il “Samuel Program” lo attraeva, e si impegnò a partecipare, incoraggiato dallo zio che vedeva di buon occhio la sua ricerca vocazionale. Risparmiava al centesimo per poter partecipare agli incontri, dove interveniva sempre con poche parole, ma molto a proposito. Trascorse anche qualche mese nella nostra comunità formativa, mentre preparava l’esame finale del College, e questo tempo aiutò ad aumentare la confidenza reciproca fra lui e i missionari, che lo presentarono al seminario filosofico nazionale come “candidato del PIME”, verso la strada della missione a vita.

Shaon Caesar, come dice il cognome – che è “Rosario” – appartiene ad una famiglia discendente di bengalesi diventati cristiani alcuni secoli fa, per influsso di commercianti e missionari portoghesi. Un gruppo di loro, all’inizio del secolo scorso, lasciò l’area di Dhaka spostandosi al di là del Brahmaputra, dove trovarono terre coltivabili a prezzi accessibili, e formarono alcuni villaggi con popolazione cristiana cattolica. Fra questi, anche Borni, dove il PIME fondò la missione di Mariabad, e dove Shaon nacque. Ha respirato dunque aria di PIME fin da piccolo; la sua famiglia fu in buoni rapporti con parecchi nostri missionari, fra cui p. Luigi Pinos, e ne ha un ottimo ricordo. In realtà, lui – giovane – non li può ricordare, ma fin da piccolo si è sentito attratto da ciò che vedeva e che sentiva di loro. Lo attirava molto il loro “andare verso” la gente, e l’idea che fossero venuti da lontano per parlare di Gesù. Voleva essere “come loro”, ma fu consigliato di entrare nel seminario diocesano, dove completò bene il College, e dove con molta prudenza e qualche timore continuò a chiedersi se e come passare al PIME. Mentre studiava filosofia – compagno di classe di Tijes – la decisione maturò, e alla fine del biennio il “salto” avvenne, con permesso e benedizione del Vescovo.

Così per Tijes e per Shaon arrivò il momento di continuare la formazione in Italia, con l’anno di studio della lingua e poi il periodo di spiritualità. I superiori accolsero la loro richiesta, ma eravamo nel 2020, in piena pandemia, e non fu possibile partire. “Pazienza – si sentirono dire – se non potete venire, ci organizziamo lì da voi!”. Rimasero nella nostra comunità di Dhaka, con un programma affidato a p. Rapacioli, con la collaborazione di p. Brice, p. Parolari e del sottoscritto: quattro “professori” per due alunni… non c’è male!

Infatti, andò bene. Ecco perché lo scorso 11 giugno, dopo vari rinvii dovuti alle restrizioni di movimento che il governo continuava a rinnovare, si organizzò la celebrazione della “promessa”. Si fece nella chiesa di santa Cristina, la prima parrocchia fondata dal PIME nell’area di Dhaka, e passata da tempo sotto la responsabilità del clero locale. Per seguire la regola anti-virus, gli invitati erano pochi, ma i genitori di entrambi, Tijes e Shaon, con qualche fatica in più riuscirono a venire, insieme ad alcuni altri famigliari, – contenti. I due hanno ricevuto la “veste talare” bianca, segno del loro cammino formativo verso il presbiterato, e hanno pronunciato la “promessa”. Di che cosa?

Prima di tutto hanno espresso la volontà precisa di diventare missionari del PIME a vita, e poi hanno promesso di impegnarsi a fondo per seguire bene la preparazione, nell’istituto e con la guida dell’Istituto. La formazione li accompagnerà alla “promessa definitiva” di essere missionari di Cristo, nel e con il PIME, per sempre.

Come delegato del Superiore generale, la promessa è stata accolta e tutta la celebrazione è stata presieduta da p. Brice Tambo, missionario camerunese in Bangladesh, che indossava la bella casula ricevuta in dono anni fa per la sua prima Messa, ricca di simboli africani: il PIME del futuro sta arrivando…

Ora i due, diventati amici, andranno in Italia per continuare a Monza il loro cammino; con loro dovrebbero andare altri quattro, che nel frattempo hanno finito il biennio filosofico nel seminario nazionale. E se di nuovo il Covid 19 metterà il bastone fra le ruote? Una via per andare avanti – e andare avanti bene – si troverà!

Oggi

Molti chiedono come va la faccenda Covid 19 in Bangladesh. A tutti rispondo che non si capisce, ma oggi – 27 giugno 2021 – credo di poter dire che stiamo peggiorando.

Prendo alcuni titoli dal quotidiano ”The Daily Star” uscito questa mattina.

In prima pagina:

ICU Occupancy Gallopping. Aumenta rapidamente il numero di letti (d’ospedale) occupati. Dal 1mo al 27 giugno 103, 78% in più per tutti i tipi di letti; 111,56% in più per i letti di Terapia Intensiva.

Work on own vaccine plant to start soon. Inizierà presto il lavoro per produrre il nostro vaccino. Il progetto, dice il ministro della salute, nasce dall’esperienza fatta: le promesse di vari paesi di fornire vaccini non sono state mantenute. Se tutto andrà bene potremo iniziare a produrre localmente tra due anni.

Madness, again. Di nuovo follia. Fiumi di cittadini di Dhaka si accalcano su traghetti e mezzi di fortuna (treni e autobus a lunga percorrenza sono bloccati) per andare ai villaggi prima della proclamazione del “lockdown” totale.

Cruelties rising in chaotic time. Aumentano le crudeltà nel tempo del caos. Legami famigliari fragili e disorganizzazione sociale sono un fattore determinante di questo. In aumento anche i suicidi.

Government taking steps for cash, food aid for the poor. Il governo sta prendendo misure per aiutare i poveri con denaro e cibo. Con giugno, in Bangladesh si chiude l’anno finanziario, e viene pubblicato il piano di spese del governo per l’anno seguente (1mo luglio 2021-30 giugno 2022). L’anno scorso il piano per i poveri si era rivelato un colabrodo con corruzione che rosicchiava le risorse da tutte le parti. Quest’anno il piano non prevede provvedimenti di assistenza per le povertà causate dal virus. A chi criticava questa lacuna, il ministro delle finanze aveva risposto che si tratta di una situazione provvisoria e non era il caso di metterla nel piano. Ora ci ripensa?

Lockdown now from Thursday. Ora la chiusura totale inizia giovedì. Era stato annunciato un lockdown totale e severissimo a partire dal 28 giugno, ora l’inizio è rinviato al primo luglio, per almeno una settimana. Molte categorie si sono mobilitate per chiedere eccezioni e dispense varie.

In altre pagine:

Covid death toll passes 14k mark. Il numero dei morti salito oltre i 14mila, di cui mille negli ultimi tre giorni.

Just give us the vaccines. Dateci almeno il vaccino: è l’invocazione dell’OMS in favore dei paesi rimasti senza.

2.4m Moderna shots to arrive soon. Presto in arrivo due milioni e quattrocentomila vaccini Moderna: contributo degli USA al progetto Covax.

A life lost for a vacant ICU. Una vita persa alla ricerca di un posto libero all’Unità Terapia Intensiva (descrizione di un caso particolare, fra diversi).

Hunger, lockdown don’t go together. La fame e il lockdown non stanno insieme: il capo dell’opposizione afferma che non puoi tenere la gente chiusa in casa se non ha da mangiare e nessuno provvede per loro.

Keep labour migration out of lockdown purview. Tenere i lavoratori migranti fuori dalle restrizioni del lockdown.

Factors determining the 3rd wave of Covid 19 in Bangladesh. Fattori che determinano la terza ondata di Covid 19 in Bangladesh.

Ce ne sono parecchi altri ancora. Ma ve li risparmio…