Benevolenza

In città la mentalità sta cambiando in fretta, ma per lo più è ancora diffuso un senso di rispetto per gli anziani e di pazienza verso di loro. Me ne avvantaggio largamente, ora che il mio parroco p. Quirico è in Italia per cure mediche che si prolungano, e io sono alle prese con una variegata parrocchia formata da cristiani provenienti da tutti gli angoli del Bangladesh, di varie condizioni economiche, sparpagliati, con tradizioni anche religiose e devozioni diverse. Si adattano con pazienza alla mia inesperienza e al fatto che debba pure tener d’occhio impegni precedenti che con la parrocchia non hanno nulla a che fare. Quando proprio le mie dimenticanze (nomi, date, appuntamenti, telefonate, ecc.), confusioni, gaffe, incertezze e inadempienze diventano macroscopiche, evitano critiche e brontolamenti. Chiedono soltanto – con squisita gentilezza: “A proposito, quando tornerà il parroco?”

Autodifesa

Non so se è un termine bengalese; in inglese la parola “char” ha un altro significato, ma qui viene usata per indicare le aree sabbiose che si formano ai margini dei grandi fiumi che attraversano il Bangladesh, Gange, Brahmaputra, e altri. Sono ai margini dei fiumi, o formano vere e proprie isole, sommerse durante la stagione delle piogge, abitabili negli altri periodi dell’anno, dove  migliaia di senza terra cercano spazio per coltivare qualcosa, far pascolare gli animali, pescare, costruirsi una capanna che, se la va bene e le piogge sono scarse, duri magari due stagioni. Una condizione forse paragonabile ai nostri montanari del passato che “facevano la stagione” estiva nelle malghe e nei pascoli alti; ma per loro i pascoli erano stabili mentre qui i “char” appaiono e scompaiono a capriccio dei fiumi: impossibile prendere possesso stabile, esibire diritti di proprietà, pianificare una assegnazione regolare… A rendere più varia e interessante la vita di questi seminomadi fluviali, ci si mettono pure i banditi, che con motoscafi veloci assaltano e depredano le barche, specie se trasportano animali, piombano di notte sui casolari isolati e li saccheggiano. Se uno di loro viene catturato dalla gente, verrà linciato sul posto, ma questo invece di spaventarli li incattivisce. In una zona del nord, lungo il Brahmaputra, i poveracci che vivono sui “char” hanno deciso di difendersi, chiamando un Santal a stare con loro un poco di tempo, per insegnare come si preparano e come si usano archi e frecce; un’arte che fra i Santal ancora è viva, per un poco di caccia, per sport, e per difesa.

Cibo

Il Bangladesh sembra aver raggiunto, e forse superato Cina e India per la rapidità dello sviluppo economico, in ansiosa attesa del momento in cui il Paese verrà classificato non più come “sottosviluppato” o “povero” ma come “a reddito medio/basso” o addirittura “medio”… Il fervore di opere balza all’occhio ovunque, con cambiamenti rapidi di interi quartieri, negozi, strade e così via. Anche il “consumismo” avanza nella vita quotidiana, con la corsa ai cellulari sempre più smart, l’uso crescente di merendine oleose e dolciastre che fanno poi andare dal medico con il mal di fegato e il sovrappeso, le moto che infestano le strade, la gente meglio vestita di quanto fosse pochi anni fa. La miseria si ritira e si nasconde; se prima era normale, ora si vergogna. Le statistiche (non chiedetemi su quali dati si fondino) dicono che le persone gravemente malnutrite sono oltre 26 milioni. Malnutrizione non significa rimanere senza fatica snelli e senza cellulite; significa fragilità, meno resa nel lavoro anche intellettuale (risultati scolastici anzitutto), malattie più frequenti. I medici dopo una serie di esami costosi, concludono che hai bisogno di mangiare meglio e prescrivono ricostituenti, vitaminici e integratori vari. Poi aggiungono “consumare ogni giorno un bicchier di latte, un uovo, verdure abbondanti”. Se sono rimasti quattro soldi, si comprano le medicine e si dimenticano uovo, latte e verdure…

Svaniscono

“Hanno sgozzato tre giovani di un villaggio vicino al mio” mi dice angosciato un giovane Tripura che studia a Dhaka. Queste voci che arrivano da lontano non sono mai del tutto sicure, ma un fondamento ce l’hanno. Sono ormai oltre 400mila i Rohingya che in pochi giorni hanno passato il confine e sono stati faticosamente sistemati in campi profughi nell’estremo sud. Il Bangladesh dapprima aveva cercato di fermarli, anche a fucilate, poi su giornali e TV ha preso forza l’interpretazione che i Rohingya siano perseguitati perché musulmani, e il governo ha avviato iniziative di accoglienza – accompagnate da regole chiare: li accogliamo ma nessuno esca dai “campi”, si faccia un censimento specifico per loro e nessuno abbia documenti bengalesi, non vengano assunti per lavorare, dovranno andarsene al più presto.
E’ da tempo che Myanmar e Bangladesh si scaricano addosso questo “peso” umano e politico, sostenendo che i Rohingya sono cittadini dell’altro paese.
Si dice che ora, in questi squallidi campi, si trovino in stragrande maggioranza donne e bambini; e gli uomini? “Svaniscono” scrive un quotidiano bengalese; polizia ed esercito hanno rintracciato gruppetti di profughi anche in altre regioni e li hanno prontamente rispediti ai campi di raccolta, ma si tratta proprio di poca gente… Perché cercare lontano? Lungo il confine con il Myanmar c’è il Cittagong Hill Tracts, la fascia collinare che nel sud est del Bangladesh è da secoli terra di vari gruppi aborigeni con culture e religioni diverse, e già prima che si scatenasse la repressione dell’esercito birmano era meta di molti Rohingya. Per molti bengalesi l’Hill Tracts è come il “far west”, da occupare cacciando i pochi “selvaggi” che la abitano; e sono già riusciti a diventare maggioranza, specie nelle città. I Rohingya che negli anni scorsi scappavano da questa parte del confine, rimanendovi clandestinamente, venivano impiegati come mano d’opera a basso costo dalla malavita e dal contrabbando locale, che li aiutava a trovare spazi, a spese degli aborigeni. Ora il processo si accelera. Se altrove in Bangladesh è quasi impossibile farsi largo, qui gli spazi ci sono, e dell’accoglienza si può fare a meno, se si è decisi, armati, e fiancheggiati da bengalesi locali anche loro arrivati da lontano ed entrati a forza. In più, gioca a loro favore uno degli obiettivi dell’estremismo islamista: creare e sfruttare odio contro i “diversi”. Già vittime di assalti razzisti negli anni scorsi, ora i buddisti vengono dipinti come bestie assetate di sangue, persecutori dei musulmani, e se molti aborigeni buddisti non sono, la differenza non è tanto importante.
Attorno ai campi profughi ronza gentaglia di ogni tipo: chi cerca donne per i bordelli bengalesi e all’estero, chi recluta estremisti o spacciatori, chi vuole lavoratori a bassissimo costo, cioè schiavi…
Nei remoti villaggi Tripura, Chakma, Marma, Mrong e di altre etnie in quest’ultimo angolo di foreste in Bangladesh, gli uomini vegliano tutta notte per prevenire assalti; ai buddisti le autorità hanno consigliato di girare “con prudenza”; i monasteri sono presidiati. La paura è tanta, e non è infondata.

Antiterrorismo

Dopo l’attentato terroristico di Dhaka, avvenuto in un ristorante il primo luglio dell’anno scorso, la paura era diffusa – e le vendite di telecamere a circuito chiuso per controllare entrate, cortili, sale e quant’altro andarono alle stelle. I parrocchiani di Mirpur cercarono di persuadere il parroco p. Quirico, e il sottoscritto, che un impianto del genere era assolutamente necessario; non ci riuscirono, ma non si scoraggiarono: raccolta la somma necessaria, strapparono il permesso di sistemare l’impianto con tre telecamere nei punti strategici. Poi si rilassarono contenti: ora siamo sicuri…
Infatti, non successero incidenti di sorta, se non che – dopo circa un anno – una signora, tornando al suo posto dopo aver ricevuto la Comunione durante la Messa, vide che la sua borsetta era sparita. Stupore, indignazione, commenti… poi, per qualche settimana ogni tanto spariva un paio di scarpe in buono stato (qui da noi si entra in chiesa a piedi scalzi) e rimanevano desolate in veranda una signora a piedi scalzi, e un un paio di vecchie ciabatte non sue. Poiché l’atmosfera rischiava di avvelenarsi, si decise di tenere chiusi i cancelli al momento dell’uscita, finché tutti avessero recuperato le loro calzature, scarpe o ciabatte che fossero: un provvedimento astuto, unanimamente approvato, e mai messo in pratica. Finchè un’altra borsa scomparve durante la distribuzione della Comunione…
Fu allora che qualcuno si ricordò dell’impianto antiterroristico, e alcuni volontari si diedero a controllare i filmati, alla ricerca non di bombe o cinture esplosive, ma di una borsetta – che venne trovata! Una donna sconosciuta appariva mentre s’affrettava verso il cancello con la refurtiva, prima della fine della Messa. “Non si farà più vedere” sentenziò qualcuno. Ma dopo oltre un mese la signora riapparve, e venne riconosciuta. Allora sì, i cancelli vennero chiusi, e la signora, fermamente invitata ad andare in sacristia, dovette fronteggiare una decina di membri del consiglio parrocchiale, insieme al facente funzioni del parroco. L’accusa era ampia: scarpe in numero imprecisato, e due borsette, ma la signora negava. Dopo qualche tira e molla, il segretario parrocchiale, che conduceva l’interrogatorio, tirò fuori l’asso che teneva nella manica: la ripresa delle telecamere: “Lasciamo perdere tutto il resto, ma abbiamo le prove che una borsetta l’hai rubata. Se lo ammetti, bene, altrimenti… polizia”. Mentre parlano, finalmente ricordo di averla già vista: viene da lontano; l’ho aiutata almeno due volte, pur con qualche dubbio, perché evidentemente ammalata, e – secondo il suo racconto – completamente sola. Indù, aveva sposato un cristiano che poi l’aveva piantata in asso e ora era rifiutata dagli indù e sconosciuta ai cristiani che aveva frequentato per poco tempo. Mi guarda a lungo. Le sussurro: “Ti hanno indicato la via per uscirne, coraggio…”. Ammette, negando – non creduta – di aver preso anche le scarpe e l’altra borsetta. Seguono vari predicozzi, dal sapore inevitabilmente ipocrita, di alcuni dei presenti, che esprimono in vari modi il concetto fondamentale che: “I cristiani non fanno queste cose”. Già…
Finalmente lo spettacolo finisce: “Vai, non ti facciamo nulla, ma non farti più vedere”. E i “giudici” se ne vanno. Rimaniamo di fronte, lei e io, a lungo. S’incidono nella memoria e nel cuore il suo volto magro e terreo, le sue parole disperate. Le do quel poco che ho in tasca al momento, poi mi dice: “Come faccio a uscire con questa vergogna?” L’accompagno per mano fino al cancello, per un addio tristissimo, e senza speranza di rivederci. Come faccio a ricordarla senza angoscia?

Lasciare

Quando Gesù dice al giovane ricco: “Vai, vendi tutto, dallo ai poveri; poi vieni e seguimi”, quello s’intristisce e se ne va, in silenzio. Forse gli è mancato il coraggio, che certamente occorre per una scelta del genere; o forse gli è mancato quell’appoggio che sarebbe bastato a fargli compiere il salto? Lo pensavo mentre, dal 3 al 6 agosto, partecipavo alle liturgie, celebrazioni, festeggiamenti, spettacoli che hanno animato la parrocchia di Tumilia (Dhaka), e molti di noi missionari del PIME con rispettivi amici e collaboratori, per l’ordinazione presbiterale di Regan John Gomes.
Era lui, infatti, che veniva ordinato e che era deciso a lasciare tutto, partendo per la Guinea Bissau; ma chi “lasciava” di più non era certo lui.
Lo conosco da quando era all’inizio degli studi di college. Dinamico, impulsivo, pieno di energie e interessi, in ricerca, anche critico e “zuccone”… Lo interpellava la nostra vita qui, lontano dal nostro paese e perciò “per forza” dedicati interamente alla gente a cui eravamo stati mandati. Cercava la sua strada, e si è orientato sempre più chiaramente e decisamente al presbiterato missionario nel PIME. Ma non era una scelta facile: primo di 6 fratelli e sorelle, il papà era morto improvvisamente pochi anni prima, e l’unico fratello – molto giovane – era annegato in uno stagno vicino a casa. Ogni volta che andavo a trovarlo, la mamma mi mostrava piangendo le loro fotografie. Quattro sorelle: una suora nel monastero di clausura delle Clarisse adoratrici a Mymensingh; una gravemente handicappata e bisognosa di assistenza, due che studiano ora nel liceo. Regan non doveva lasciare molti campi, o case, o conti in banca, ma questi “beni” ben più preziosi. Se lo ha potuto fare, certamente è perché ha avuto coraggio; ma ancora di più perché questi suoi cari non solo non hanno posto ostacoli, ma lo hanno sostenuto in tutti i modi nella scelta. Durante le celebrazioni osservo la mamma: sempre silenziosa, sembra quasi che voglia scomparire in mezzo agli altri, senza farsi notare. Ricordo quante volte mi ha chiesto: “Come va Regan? E’ buono? Mi raccomando, lo aiuti a realizzare la sua vocazione; non deve pensare a me!” E osservo la zia, avvocato, sorella del papà, che gli ha confermato tante volte: “Problemi in casa ce ne sono, anche economici; ma tu non preoccuparti, ci penso io, la mia famiglia siete voi. Vai avanti.” Mentre siamo affiancati durante la processione di entrata, le chiedo: “E’ contenta ora?” “Sì, tanto” mi risponde.
Abbracciando Regan subito dopo l’ordinazione, gli sussurro: “Sai che la tua mamma non mi ha mai detto: perché Regan non rimane con me? Mi ha sempre detto: preghi perché io lo affido al Signore, e voglio che sia tutto per Lui.” E in un brevissimo incontro durante queste feste, mi ha mormorato: “Sto dando proprio tutto…”

Zanzare

Una vignetta mostra una grossa zanzara sollevata sulle zampe posteriori, che ascolta con aria compunta e contrita le parole di un severo “maestro” che – guarda caso – ha le fattezze di un ministro del governo. Il quale, impensierito dal diffondersi delle critiche, ha organizzato un programma di sensibilizzazione e coscientizzazione nelle scuole, e con i mezzi di comunicazione, per risolvere il problema.
Quale? Questa zanzara dall’aria ipocritamente pentita, si chiama Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) ed è portatrice della temuta febbre “dengue”, in circolazione per Dhaka e per tutto il Bangladesh da vari anni. Ma quest’anno la signora s’è sbizzarrita, organizzandosi per un menu a scelta: quando punge può lasciare come ricordo la dengue, o la finora sconosciuta “cikungunia”. La quale non è mortale, e questo è consolante, ma provoca febbre altissima per alcuni giorni, seguita da spossatezza e da forti dolori articolari che spesso durano mesi, e sono ricorrenti. Poiché da tre mesi si diffonde ovunque in Dhaka, e non ci sono sono rimedi specifici (paracetamolo in quantità!), ad un certo punto ha preso il via la protesta contro i due municipi in cui è divisa la città e, per buona misura, anche contro il governo. Il ministro di cui sopra ha sguinzagliato ovunque esperti, a spiegare che non bisogna farsi mordere dalla zanzara: nulla da dire contro le altre, ma dalle Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) assolutamente no. Dunque, evitare luoghi infestati, specialmente dalle 7 alle 8 del mattino e dalle 6 alle 7 di sera –orario dei pasti per la bestiola in questione. Poi pulire i posti dove essa depone uova, come il secchio della spazzatura di famiglia o i vasi da fiori…
Non diminuendo però il diffondersi del malanno, le autorità hanno dichiarato che sì, provvederanno a disinfestare strade e giardini, ma bisogna sapere che a mordere i cittadini non sono le zanzare di strada, ma quelle casalinghe – e che nemmeno un ministro può verificare che tutti, in casa loro, stiano sotto una zanzariera. Persuasi da questa ragionevole spiegazione, i cittadini continuano a prendere la cikungunia e a scambiarsi consigli: mangiare limoni e cibi amari, non bere latte, spalmarsi con oli puzzolenti, non avvicinarsi ad ammalati… Ogni tanto un individuo mascherato appare nel quartiere con un enorme e rumorosissimo nebulizzatore. Seguito da un codazzo di bambini urlanti, entra ed esce da vicoli e giardini chiedendo mance e generando nuvole di qualcosa che dice essere insetticida. Intanto, gli esperti discutono anche se la cikungunia sia da considerarsi endemica, pandemica o epidemica. E io purtroppo devo lasciarvi con questo interrogativo senza risposta certa…. Come? No, finora io l’ho scampata.

Mistero

Chiedo scusa a Mario, perché soltanto pochi giorni fa ho trovato due suoi “commenti” interessanti del 9 e 20 giugno, in cui riprende le riflessioni di alcune “schegge” sul mondo islamico in Bangladesh, e altrove. Mario scrive: “Credo che per noi cristiani sia un mistero, tra i tanti, il nascere ed il prosperare di una religione come l’islam fondata da un profeta che era un capo religioso, politico e militare (definito da alcuni “un signore della guerra che non si faceva scrupolo di sterminare i propri nemici, con un harem di cui faceva parte, tra le altre, una sposa bambina”) e che si è diffusa (…) soprattutto grazie alla forza delle armi, ed attraverso conversioni forzate. Ma che, al tempo stesso, è professata oggi, tra gli altri, da uomini e donne che sono persone di pace, e persino santi e sante, secondo i criteri che ci dà il Vangelo per definire i santi”.
Mario continua toccando vari temi interessanti, che forse riprenderò, ma per ora mi fermo qui. Sì, credo proprio che la presenza dell’Islam sia un mistero. Se non sbaglio persona, il priore del monastero di Toumliline, decapitato dai terroristi insieme agli altri monaci durante la guerra civile in Algeria, scriveva che il pensiero della sua morte era accompagnato da un desiderio profondo, di riuscire – appena passata quella soglia – a vedere l’islam con gli occhi di Dio, di capirci qualche cosa. I tentativi di offrire una risposta teologica a questo “mistero”, sono stati molti, e veramente disparati. Da chi ha considerato Maometto come l’Anticristo, a chi vorrebbe che fosse considerato come i grandi profeti dell’Antico Testamento. A proposito, se è vero che Maometto ha fatto ricorso alla guerra, ha condannato a morte alcuni avversari, ha dato norme per la guerra (e qui la distanza da Gesù, dalla sua vita e dal suo insegnamento è davvero abissale), non credo però che sia giusto dire che “non si faceva scrupolo di sterminare i propri nemici”. Anche in questo, come in altri campi, si può ritenere che la sua opera abbia contribuito a “umanizzare” la disumanità della guerra – come in seguito contribuiranno le norme internazionali contro l’uso dei gas asfissianti, o quelle sul trattamento dei prigionieri di guerra, ecc. E lasciatemi anche aggiungere che in fatto di “sterminio” abbiamo la storia di Elia a ricordarci che l’uso della violenza non era considerato in contrasto con il dono e la missione di un profeta…
Qualcuno ha voluto considerare l’islam come una “eresia cristiana”, o come una specie di rimedio, che ha introdotto il monoteismo in un mondo pieno di idoli, colmando la lacuna lasciata dai cristiani che – divisi tra loro – non hanno saputo evangelizzare il mondo arabo. Molti “orientalisti” occidentali, fra cui alcuni profondamente cristiani, hanno ammirato molto l’islam dei sufi, a volte leggendo tutta la realtà dell’islam in questo ottica mistica e non politica, che in realtà era osteggiata dalla maggioranza dei musulmani e dei suoi leaders.
Non vado oltre, perché parlerei a vanvera. Aggiungo però che una “valutazione” di questo mistero preferisco farla proprio a partire dall’ultima osservazione che fa Mario, cioè dalle persone che lo vivono. Certo, ci sono i terroristi, o gli opportunisti, ma non pochi trovano nell’islam gli elementi che permettono una vita morale e spirituale degna di tutto rispetto, e anche di ammirazione. E’ questo anche l’approccio del Vaticano II, che non ha parlato – come spesso si dice – di “dialogo fra le religioni”, ma del rapporto con i seguaci di altre religioni, esprimendo rispetto per queste religioni perché in esse, e attraverso di esse, tante persone cercano risposte ai misteri, problemi, desideri più profondi, al senso della vita e del destino di ciascuno, ecc. In esse – aggiungo – alcuni vivono una santità (come Mario segnala) che ritengo frutto dello Spirito, il quale opera liberamente, oltre e spesso nonostante le strutture, le ideologie, le gabbie dogmatiche in cui un molti ci troviamo. L’islam, pensa qualcuno, è anche una sollecitazione, uno stimolo a noi cristiani a non banalizzare il rapporto con Dio, mantenendo forte il senso del mistero, dell’adorazione e dell’obbedienza, ricordando che l’incarnazione di Cristo ci permette una familiarità (Cristo nostro fratello, Dio nostro Padre) che è puro dono, stupefacente, da contemplare con adorante meraviglia, accompagnata dalla riconoscenza perché ci è dato di crederlo e viverlo; a differenza di altri, che pure sono a volte più rispettosi, e devoti di noi.

Amloki

E’ un piccolo frutto, la buccia verde chiaro, e la consistenza, fanno pensare a un chicco d’uva perfettamente rotondo. Sui mercati quasi non si trova, perché non può certo fare concorrenza con il mango o con i lichi, però i bimbi ne vanno alla ricerca. Lo infilano in bocca, mordono, strizzano gli occhi e storcono le labbra perché il succo è aspro e amaro; ma se non lo sputi subito – dicono – dopo un po’ ti lascia il dolce in bocca…
Il “calciobalilla” – come si chiamava una volta – o il “calcetto” classico degli oratori di un tempo continua ad avere un successo strepitoso nella parrocchia di Mirpur, dove ogni tanto compaiono facce nuove, ragazzi e ragazze di altre scuole incuriositi dai racconti fantastici di quanto ci si diverta con questo gioco mai visto altrove. Purtroppo, i grandi ogni tanto decidono che hanno bisogno di un po’ di silenzio (ma che cosa mai se ne faranno del silenzio lo sanno solo loro…) e sequestrano le palline, a volte anche per due o tre ore di seguito! Che fare?
L’altro giorno trovo un gruppetto di piccolissimi urlanti che giocano in punta di piedi per riuscire a vedere almeno una parte del campo. Sono accaniti, ma devono spesso interrompersi perché la pallina è molto piccola e i piedi dei calciatori non la raggiungono. Sembra una biglia di vetro un po’ malconcia, e io ora dovrei passare alla meritata punizione sequestrandola, ma mi viene un dubbio, e me ne vado lentamente, seguito da un inatteso silenzio. Poi una vocetta mi chiama: “Padre!”; mi volto indietro e vedo un bimbo che viene verso di me a mano tesa e mi offre il corpo del reato: “Lo puoi mangiare”. Ringrazio e mi allontano mentre il gruppetto riprende a parlottare. Poi, il più grande mi raggiunge e mi raccomanda: “Però prima lavalo…”

Golapi

Di studiare non le va molto, a fatica arriverà alla fine del liceo, e solo perché costretta. Da che cosa? A Golapi (Rosa), una giovane Orao, piccoletta e di poche parole, ma simpatica e arguta, piace girare nei villaggi, mescolarsi con le donne, i bambini, visitare i malati, parlare loro di Gesù. E lo fa. Un bel giorno una suora le dice: puoi farti suora, così ti dedichi completamente a predicare Gesù. L’idea le va, ma è nuova, le Suore del PIME sono arrivate da poco, tutte italiane; inoltre… “Io sono ignorante”. Con il papà d’accordo e la mamma titubante, riprende a studiare stando all’ostello, e a pezzi e bocconi supera l’esame di liceo. Quando due suore da poco arrivate chiedono all’ostello se c’è una ragazza disposta ad accompagnarle, dopo qualche esitazione si fa avanti. Lavorano insieme per un bel po’. Qualcuno le aveva detto: “le suore devono obbedire alle regole, ma tu non hai salute, non ce la faresti”. Ora ci ripensa: ma come, non sono suora, ma vivo con loro e come loro e sto bene! Anzi: essendo giovane, quando le suore viaggiano sul carro da buoi, lei e il catechista accompagnano a piedi – e di chilometri ne fanno tanti! Poi, finalmente, il salto: la accolgono, e la mandano in India perché in Bangladesh (allora Pakistan) l’Istituto non ha ancora programmi formativi. L’esperienza internazionale la entusiasma e le dà coraggio, aiutandola a superare il disagio di appartenere ad un gruppo aborigeno minoritario. Nel 1964 pronuncia i primi voti, nel ’70, quando ha 39 anni, i voti definitivi: la prima suora del PIME dal Pakistan, che sta per diventare Bangladesh.
Da allora, Golapi continua a fare proprio quello che aveva sognato: gira i villaggi parlando di Gesù, e non si stanca. Compila diligentemente vari quadernetti, dove annota con precisione luoghi e persone visitati, argomenti trattati, confessioni, lezioni, compagni di visita. Dice: “Quando morirò, come farà s. Pietro a riconoscermi in mezzo a tanta gente sulla porta del paradiso? Gli mostrerò i quadernetti, e saranno la mia carta di identità” Prega molto, senza ostentazione, rimane normalmente piuttosto silenziosa, ma spiega che le hanno detto che nel silenzio si ascolta Dio, e quindi tace – però “dentro sono contentissima.”
Dopo tanti anni nei villaggi, formando una coppia “famosa” con l’italiana suor Maria Assunta, tutte e due vengono trasferite a Dhaka, in un’area che si sta rapidamente popolando. L’ambiente cambia, ma lo stile rimane: girare di casa in casa, scovare i più lontani, i più poveri, i malati, e parlare di Gesù, fare catechesi, preparare a battesimo, cresima, matrimonio… Finchè le gambe smettono di obbedirle e deve rimanere in casa, a pregare e fare quello che può. La sera del 29 giugno, festa di s. Pietro e Paolo, partecipa, in carrozzella, all’adorazione eucaristica. Alla fine le dicono: “Saluta Gesù, è ora di andare.” Congiunge le mani nel saluto bengalese e improvvisamente il respiro diventa affannoso. La portano subito in stanza, la sdraiano – e spira in silenzio. Aveva 85 anni. Credo che ora s. Pietro stia sfogliando il diario di suor Golapi, e magari lo commentano insieme…