Interpretazioni

Mi chiedono spesso: che cosa pensare? Mentre i terroristi si rifanno al Corano e agli Hadith per giustificare la violenza, molti musulmani credenti e praticanti dicono che in realtà il Corano non incita alla violenza ma alla pace e ai buoni rapporti con tutti. Come stanno le cose? Persuaso che per controllare il terrorismo non bastino azioni repressive e servizi segreti, il RAB (Rapid Action Battalion) del Bangladesh, un corpo speciale impegnato su questo fronte, dopo aver trovato molto materiale ideologico nei “covi” dei militanti, ha chiesto aiuto ad un gruppo di esperti, e ha lanciato un libro dal titolo: “Interpretazioni sbagliate di versetti del Corano e degli Hadith, e loro spiegazione corretta”. Il libro – in bengalese – esamina 60 versetti. Un esempio. Nella quinta “Sura” (capitolo) del Corano si legge: “Uccidi gli atei dovunque li trovi, dopo che i mesi proibiti sono terminati”. Il versetto – dicono gli esperti – si riferisce ad un preciso evento nella storia delle origini dell’islam: violando un accordo di pace con il Profeta, alcuni “infedeli” attaccarono la comunità di Banu Khuza che gli era alleata, e che chiese il suo aiuto. Maometto diede quattro mesi di tempo per ristabilire la pace: “i mesi proibiti” (di tregua) citati sopra. Dopo di che, guerra aperta contro chi non avrebbe accettato la pace.- Estrapolato dal contesto, che lo riferisce ad un momento, un evento preciso, e a un gruppo di persone specifico, questo ordine di “uccidere gli infedeli dovunque si trovino” diviene un ordine applicabile ovunque e in ogni momento; così fanno i terroristi dell’ISIS e altri.

Stagioni

Ho 73 anni. Non me ne faccio un vanto, ma non posso nemmeno far finta di essere più giovane, solo per non umiliare quelli che sono nati dopo di me. Se, poveretti, sono arrivati tardi, non do loro alcuna colpa, anzi, li invito ad accettare serenamente gli inconvenienti della giovane età, consolandosi con il pensiero che la giovinezza è un problema che ho avuto anch’io, ma passa con il tempo, e tutto sommato passa abbastanza in fretta. Con questa convinzione in testa, ho deciso di partecipare ad un corso di “Formazione permanente” organizzato dal mio istituto a Hong Kong, dal 20 al 24 marzo, per tutti i missionari del PIME che operano in Asia. Il tema era: “Il cammino verso la stagione adulta della vita”. Un cammino che a buon diritto posso dire di aver compiuto già da un po’, ma poiché in tutti questi anni mi sono convinto di avere non un’ignoranza qualunque, ma un’ignoranza che si può (modestamente) qualificare come “enciclopedica” (cioè che si estende praticamente a tutti i settori dello scibile umano), ho pensato che posso ancora fare un passo avanti nella interessante scoperta di quante cose non conosco.
Queste ragioni sono vere; per onestà devo aggiungere che ce n’era anche un’altra, che mi ha spinto a prendere parte al corso: una gran voglia di vedere un po’ di amici missionari, vecchi e nuovi, che da anni non incontro, e di tirarmi fuori, per qualche giorno, dal caos frenetico di quell’inquinatissimo agglomerato di cemento, fracasso, immondizia, corvi ed esseri umani (e io fra loro), che prende il nome di “città di Dhaka”.
L’arrivo a Hong Kong, che pure conoscevo, è stato sconvolgente: una città dove si seguono le regole del traffico, non si suona il clacson a ritmo continuo, le strade sono pulite, e si trovano tante altre stranezze e assurdità, come fermarsi davanti a un semaforo se diventa rosso, non andare contro mano, preoccuparsi di precedenze…troppo lungo elencarle tutte. E’ pure una città che “toglie il fiato” con i suoi grattacieli vertiginosi, splendidi, ma anche con qualche parco tenuto come un gioiello, primo fra tutti il giardino del monastero femminile buddista, e con magnifici panorami sul mare. D’altra parte, non posso nascondere che è una città senza riscaldamento: nonostante la stagione, ho trovato un freddo inatteso, e ho preso il raffreddore – subito curato con un’orrenda ma efficace tisana. Cinese, com’era giusto.
L’obiettivo fondamentale che avevo è stato raggiunto: eravamo 55 (compreso il prof., un simpatico religioso Marista, arrivato dalla Nuova Zelanda per offrirci le lezioni fondamentali). Cinque venivamo dal Bangladesh, gli altri da India, Thailandia, Cambogia, Hong Kong, Cina, Filippine, Giappone, Papua Nuova Guinea. Rivedersi è stata una festa, ricca di emozioni, e di condivisioni interessanti che hanno fatto bene alla testa e al cuore. I luoghi d’origine? Stati Uniti, Brasile, Colombia, Guinea Bissau, Italia, India, Filippine… Una bella insalata intercontinentale!
Ma insomma, che cosa ho imparato? Ho ricevuto una conferma: ci sono tante cose che non so eppure sono interessanti, anzi molto interessanti, come quelle che ho sentito (psicologia con condimento di Vangelo e teologia) – e che ho prontamente dimenticato per non compromettere l’integrità della mia ignoranza. Ma è rimasto un pensiero, o forse più che un pensiero, un sentimento: invecchiando (dicono gli esperti), si può prendere la strada della di-sperazione: non c’è più gran che da sperare; o della gratitudine. Ed è proprio su questa che, con mia stessa sorpresa, mi ritrovo. Una gratitudine diffusa, per cui posso riandare a tantissime persone e storie della mia vita, oppure posso semplicemente soffermarmi a “sentire” una vita profonda e misteriosa che pulsa silenziosamente nel grande mistero dell’amore, che in mille modi riemerge dalle nostre follie ed è più tenace di loro.
BUONA PASQUA A TUTTI !

Volti e nomi

Da qualche tempo, chi apre il mio blog si trova davanti agli occhi una foto di gruppo. Mi sembre giusto non lasciare nell’anonimato i giovani che vedete, e che mi sono cari. Di chi si tratta? Fanno parte della comunità Snehanir – Casa della Tenerezza – che 25 anni fa muoveva i primi passi grazie a un marmocchietto minuto, minuto che, in un villaggio della missione di Rohanpur, nessuno sapeva dove mettere: la mamma era morta e il papà non poteva tenerlo. Lo prese suor Gertrude, delle Suore locali “Regina della Pace”, appoggiata da p. Mariano Ponzinibbi del PIME, che aveva un cuore speciale per ammalati e handicappati. Poi il marmocchietto, battezzato Roby, venne colpito da poliomielite; sopravvisse, con le gambe irrimediabilmente compromesse, e ora lo vedete nella foto, il primo in basso a destra, sulla carrozzella, ormai alla vigilia della laurea e alla ricerca di un impiego. In maggio andrà a Singapore, convocato dalla squadra nazionale del Bangladesh per un torneo internazionale di cricket. Vi dirò chi vincerà.
Pian piano, al piccolo Roby si aggiunsero altri, la superiora delle suore chiuse un occhio, poi li aprì bene tutti e due e l’iniziativa divenne ufficiale, in collaborazione fra il suo Istituto e il PIME. Fra trasferimenti vari per trovare posti adatti e non troppo costosi, il numero cresceva, e alla fine la Provvidenza si fece onore, procurando benefattori che fecero costruire una bella casa per loro a Rajshahi. La comunità si delineò gradualnente come “mista” in vari sensi: piccoli e grandi (che aiutano i piccoli), maschi e femmine, con e senza handicap. Denominatore comune: tutti poveri in canna. Obiettivo, aiutarli a esprimere il meglio di sé e rendersi autosufficienti, o per lo meno capaci di gestire se stessi. Con una eccezione: Lilima (seconda da destra, in prima fila), che si esprime solo con improvvise grida di gioia e, per fortuna raramente, con il pianto; ha bisogno di essere assistita in tutto, e lo fa meravigliosamente Merina (alle sue spalle), che ha seri problemi di apprendimento, ma un affetto grande per Lilima, alla quale rende con gioia tutti i servizi necessari.
Al momento in comunità ci sono 42 bambini e giovani. In alto e in piedi, a sinistra, la curiosissima e originalissima Susmita, con la sindrome di Down. Subito sotto di lei, suor Dipika, che 12 anni fa ha rimpiazzato suor Gertrude, ha la responsabilità di tutto, e tira le fila con grande pazienza e passione. Al suo fianco Pauline, che nel gennaio scorso s’è sposata e ci ha lasciato; poi il sottoscritto, davanti a lui Merina e Lilima: di loro ho già detto. Davanti a me, e a fianco di Merina, c’è la mamma di Anup – 10 anni, che non può fare a meno di lei a causa di una grave distrofia muscolare; poi, ancora a sinistra ecco suor Shewly (Sciuli, il nome di un profumatissimo, piccolo fiore bianco), che aiuta suor Dipika e si diverte un mondo con i più piccoli – che nella foto non ci sono perché stavano giocando. Ne rimangono due: la prima a sinistra è Camilla, che dopo aver arrancato fino alla classe ottava, ha deciso che gli studi non sono il suo forte, e sta seguendo il secondo corso di sartoria e cucito, dove riesce bene. Ultima (nella foto), Niva, che ha quasi finito il College, ha imparato il linguaggio dei segni e ora insegna ai piccoli che hanno problemi di udito. Niva canta e suona molto bene, e sa pure organizzare danze cui partecipano anche ragazze in carrozzella.
A nome di tutti loro, e anche di chi non è rimasto inquadrato, auguro a chi ci legge una buona Pasqua e un cuore grande.

Polli

Facevano parte del panorama e della tradizione, e non c’era neppur bisogno di nutrirli, s’arrangiavano razzolando energicamente nei dintorni della casa, facile preda di sciacalli e ladruncoli, speranza delle massaie che nelle grandi occasioni servivano la loro carne, magra magra e dura come il ferro, ma saporitissima. Erano pure il piatto fisso per ospitare i missionari, in occasione delle rare visite ai villaggi più lontani. Pure oggi le galline rallegrano l’atmosfera dei villaggi, ma per le città sono diventate un gigantesco giro di lavoro, soldi e trasporti: 150.000 fattorie di produzione, innumerevoli camion che ogni notte viaggiano verso Dhaka con gli animali “stivati come polli” (appunto!) per rifornire e “profumare” i mercati. La carne dell’umile pollo oggi è molto tenera, ma quasi insapore, e tuttavia batte le altre carni, impigliate in regole religiose e credenze popolari più o meno verosimili. Guai a offrire carne di mucca a un indù, e d’altra parte, anche musulmani, buddisti e cristiani pensano che sia una carne che “fa male”: alla gola (quindi chi canta non la tocca), alla pressione, agli occhi e via via quasi a tutto, secondo le tradizionali convinzioni di ogni regione. Per il maiale manco parlarne con i musulmani; è il preferito degli aborigeni, e i cristiani lo mangiano con gusto – ma sono pochi. La capra – con il pesce – è considerata la più prelibata, ma costa tanto. Così, se c’è un banchetto cui partecipano diverse categorie di persone, e si tratta di ricchi, sono le capre a farne le spese, ma quasi sempre a farne le spese è l’umile pollo d’allevamento, spennacchiato e traballante, che neppure sa che cosa voglia dire razzolare e scegliersi un insetto o un semino in mezzo all’erba di un prato, o un verme che striscia fuori dalla terra appena arata.
E le uova? Dicono che, con la crescita economica, i bengalesi siano arrivati mangiarsene in media 51 all’anno, e gli addetti al settore puntano a farne mangiare 85 all’anno entro il 2021. In barba agli occidentali terrorizzati dal colesterolo.

Dopo la strage

Dopo la terribile strage del primo luglio scorso nel ristorante Holey Artisan a Dhaka, in cui un assalto di giovani terroristi provocò la morte di 27 persone, fra cui 10 italiani, si sono moltiplicate notizie “rassicuranti” di terroristi catturati o uccisi, altre azioni sventate, covi scoperti, armi sequestrate. Recentemente sono stati condannati a morte tre uomini che pochi mesi prima avevano partecipato all’assassinio di un cooperante giapponese. Ma ai margini del vortice di informazioni che ogni giorno si fanno circolare, si trova anche altro. Il diciottenne Faraaz Ayaaz Hossein, musulmano, cui i terroristi avevano detto di andarsene prima della strage, ma scelse di restare accanto alle sue amiche “condannate” e fu ucciso, è ricordato in molte circostanze. Qualcuno, a mezza bocca, dice che è stato un citrullo e che avrebbe fatto meglio a salvar la pelle, ma per molti è diventato un motivo di fierezza, di ispirazione, e di coraggio. Il fratello di uno degli italiani massacrati verrà presto in Bangladesh per lavorare come volontario in una organizzazione non governativa che opera fra i poveri; la famiglia di un’altra vittima italiana, uccisa insieme al bimbo di cui era incinta, ha costruito in sua memoria una cappella in un villaggio a sud di Khulna; la mamma di Aminta, giovane amica di Faraaz, ha aperto una fondazione per aiutare bambini poveri, e così realizzare il sogno della figlia, che studiava in America con l’intenzione di dedicarsi al bene del suo Paese. Mi scuso di non ricordare i nomi di tutti, e sono sicuro che quel gesto atroce è stato seguito non solo da queste, ma da altre cose buone, che mettono in pratica – anche da parte di chi non lo conosce – l’insegnamento di Paolo, che ci invita a vincere il male con il bene.

Autobus

In Bangladesh circolano 2.900.000 autobus registrati, e più di 800.000 autobus illegali. Ci sono 1.900.000 autisti con patente di guida, di cui 1.000.000 con patente professionistica per autobus. Ovviamente, per utilizzare un autobus in modo economicamente conveniente, non basta un solo autista per ogni autobus. Provate a fare i conti…

Un cammino insolito

A Mirpur, il quartiere di Dhaka in cui vivo, oltre alla parrocchia cattolica ci sono almeno 10 comunità cristiane di diverse denominazioni, alcune relativamente numerose, altre molto ridotte di numero, tanto da non riempire una piccola stanza. Quasi tutte hanno un’opera educativo-sociale, alcune sono molto attive nell’annuncio. Le differenze teologiche sono poco chiare e approssimativamente conosciute dagli appartenenti a queste comunità, e i passaggi dall’una all’altra avvengono spesso senza traumi.
Si trovano per lo più attitudini amichevoli, anche molto aperte e cordiali; ma non manca qualche “scivolata” critica del tipo “i cattolici adorano la Madonna”, oppure “i protestanti convertono con i regali”. La Chiesa cattolica, come mi disse una volta con un sorriso un simpatico vescovo anglicano, è considerata da molti come la vecchia mamma, purtroppo un po’ matrigna, che guarda dall’alto in basso. Tutte, a quanto ne so, provengono da forme di “gemmazione” o di frattura di precedenti comunità; tipica la galassia delle chiese battiste, o le più recenti pentecostali di origine americana, o coreana, o autoctone. Un conflitto fra leaders, o una disputa sulla gestione dei soldi è a volte la causa per cui nasce una nuova denominazione.
Ma ho conosciuto un’eccezione. Trentasei anni fa un giovane non cristiano (lo chiamerò Ypsilon) fa uno strano sogno: il Bangladesh diventerà cristiano. S’incuriosisce, legge la Bibbia, ne rimane affascinato, si convince che Gesù lo chiama a seguirlo, e si fa battezzare. Con non pochi rischi e disavventure, inizia a testimoniare il suo percorso di fede, e trova altri che lo seguono. Decide di non uscire dall’ambito culturale della propria religione di origine, conservando nome, linguaggio, costumi, ma vivendo e testimoniando la propria fede in Cristo. Aderisce al Movimento della Riforma, e così, in pratica, nasce una nuova “chiesa riformata” tutta di convertiti. Anche quando il numero degli aderenti cresce, e così suoi impegni, segue l’esempio di s. Paolo continuando il suo lavoro di commerciante, per non essere di peso a nessuno. Sono circa 8mila i membri di questa comunità, sparsi sul territorio e suddivisi in comunità di numero molto ridotto, che di solito pregano nelle case, ma hanno anche una ventina di luoghi di culto. Ypsilon, un uomo simpatico e socievole, non dà l’impressione di un fanatico, né si atteggia a profeta o santone ispirato; non assume atteggiamenti polemici o critici verso altre denominazioni o verso i cattolici; si chiede perché non basti la fede in Cristo per sentirci uniti, nonostante le molte differenze storiche. Fra le varie riflessioni che ho sentito durante la settimana per l’unità dei cristiani, la sua mi è parsa la migliore.

Sant’Antonio

Laringe? Lingua? Braccio? Cuore? Qualcuno domandava quali fossero in realtà le reliquie di S. Antonio da Lisbona che, all’inizio di febbraio, due frati francescani hanno portato da Padova per qualche giorno in Bangladesh, facendo loro compiere un giro di varie località in varie diocesi. Le risposte variavano, ma in fondo era senza importanza per l’entusiasmo di migliaia e migliaia di devoti – non soltanto cristiani – e la gioia di chi riusciva a baciare una reliquia o a sostenere una delle portantine con cui i due reliquiari venivano trasportati. Qualcuno, venendolo a sapere che io non sono andato, non ha nascosto la sua sorpresa: possibile? Davvero Antonio è primo, anzi primissimo nella classifica dei santi amati dai bengalesi, e non andare ad onorare le sue reliquie è quasi uno scandalo.

Libri di Testo

3.600.000 libri non sono pochi. Dovevano arrivare entro gennaio in tutte le scuole  elementari del Bangladesh, per la distribuzione gratuita. Tutti s’aspettavano che – come negli anni scorsi – sarebbero arrivati in ritardo, a singhiozzo, a destinazioni sbagliate; e che i distributori avrebbero imposto di dar loro una bella somma; altrimenti, che andassero a comprarsi altrove i libri gratuiti… Invece, sorpresa! I libri partono per tempo, e arrivano entro il mese di gennaio, anche nelle destinazioni più remote. Lasciamo perdere la faccenda di pagare per avere “gratuitamente”; per il resto c’era da rallegrarsi – e i giornali lo fecero, per una volta elogiando l’efficienza di un organismo statale. Purtroppo però, bastò sfogliare i volumi freschi di stampa, per scoprire che erano zeppi di errori: di stampa, d’impaginazione, di grammatica, sintassi, didascalie… “Spiacevole sorpresa, forse il prezzo da pagare per arrivare puntuali” – disse benevolmente qualcuno. Ma poi, guardando meglio, si scoprì che c’era altro: erano scomparsi tutti i testi, citazioni, brani di autori non musulmani, o musulmani ma non abbastanza “ortodossi”, o ambientati in paesi e storie di altre religioni. Scomparso anche Robindronath Tagore, l’amatissimo poeta, premio Nobel per la letteratura, cesellatore di poesie e canti in uno splendido bengalese: aveva il peccato originale di essere indù. Una silenziosa “purga” – di cui nessuno riconosceva la responsabilità – per proteggere gli scolari da idee strane, per esempio che qualche cosa di bello e di buono può venire anche da “altri”, e che il Bangladesh ha anche minoranze che hanno i loro diritti. Proteste, commenti preoccupati, richieste di ritirare i libri e ripristinare la presenza degli autori censurati hanno dato come frutto una commissione di inchiesta, e qualche funzionario “sospeso”. Nel frattempo, alcuni movimenti fondamentalisti si sono congratulati con il governo, perché i cambiamenti corrispondono esattamente alle richieste che da tempo loro facevano.- In una scheggia precedente, mi chiedevo: quale detersivo si usa per il “lavaggio del cervello” che prepara i terroristi? Forse il processo può iniziare così, gradualmente, facendo intendere ai bambini che gli altri non esistono o, se esistono, non sono degni di attenzione…

Ringiovanire

Le “Missionarie dell’Immacolata”, meglio note come “PIME Sisters” (Suore del PIME) hanno celebrato gli 80 anni di fondazione l’8 dicembre scorso. Si trovano in Bangladesh dal 1953, sono una settantina, in maggioranza locali (ormai le “espatriate” sono poche: indiane, italiane, brasiliane, una cinese), alcune di loro sono in missione in altri paesi: Papua N.Guinea, Cameroun, Guinea Bissau, Italia. Operano attualmente in 4 diocesi; ma il luogo storico della loro presenza è Bonpara (diocesi di Rajshahi), un insediamento cristiano che risale a prima degli anni cinquanta, ora diventato una cittadina. Si tratta di una missione ricca di opere, dove le Suore sono coinvolte “da sempre”: dispensario medico con ottima fama in tutta la zona, scuole fino al College compreso, ostelli, attività pastorali al centro e nei villaggi, un rinomato centro di cucito con prodotti di ottima qualità. La loro casa è un poco malandata, ma può ospitare incontri, ritiri e altre attività dell’Istituto. Qualcuno le conosce come “le Suore di Bonpara”. Eppure… sorpresa! –  stanno per lasciare Bonpara. Una decisione che sconcerta molti: perché andarsene dal luogo dove sono più conosciute e apprezzate, dove hanno una presenza “storica”, e numerose vocazioni? Forse che non c’è lavoro da fare? Lasciano, ma… dove vanno? Vogliono rimettersi in cammino verso presenze e attività più direttamente di evangelizzazione con gruppi poveri, isolati, in difficoltà. Penso che sia stata una decisione non facile da prendere, ma che riveli grande sensibilità missionaria, o forse proprio specificamente “pimina”. Immagino fatiche non piccole per riadattarsi, ma sono fatiche che ringiovaniscono.