Sogno

Siamo tutti in giardino, a gustare cibi e canti camerunesi (e non solo), in una serata dal clima perfetto. Al seminario internazionale del PIME a Monza, celebriamo la giornata dell’unità del Camerun che – mi dicono – non sottolinea tanto l’indipendenza, quanto il giorno in cui la nazione decise di rimanere unita, e di non separare le zone di lingua francese e di lingua inglese. Decisione ora rimessa in discussione da movimenti anglofoni separatisti che preoccupano…

Siamo cinque missionari del PIME (un indiano, un camerunese, tre italiani) e sessanta seminaristi in cammino per entrarvi. Provengono dai quattro angoli del mondo quanto ad origine e anche per servizi ed esperienze fatte: Camerun, appunto, ma anche Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Zambia, India, Bangladesh, Myanmar, Filippine, Brasile…

Per la prima volta nella nostra storia, quest’anno fra i giovani che intendono entrare al PIME non c’è neppure un italiano.

Non è una bella notizia questa, certamente, ma mi fa ritornare alla memoria un pensiero scritto dal piccolo gruppo di giovani missionari che 170 anni fa, nel 1852, presero parte alla prima “spedizione” organizzata dal nuovissimo “Seminario Lombardo per le Missioni Estere” che più tardi, unendosi al quasi gemello “Seminario Romano”, formò il PIME. Dopo aver espresso la loro volontà precisa di lavorare fra coloro che non conoscono il Vangelo, dove non c’è presenza della chiesa, dove ci sono povertà, sofferenza, disagi e nessuno se la sente di andare, questi giovani – preti e laici missionari – si augurano di offrire ai più lontani la ricchezza dell’incontro con Gesù. E azzardano, timidamente, come fosse una speranza troppo ardita, un quadro ”da sogno”: un giorno questi popoli ora lontani e privi di tutto, ai quali ci rivolgiamo perché sono ultimi e trascurati, saranno a loro volta non solo membri della chiesa, ma missionari, e condivideranno il nostro desiderio di andare sempre più lontano, diventando a loro volta missionari.

Eccola qua, la profezia “da sogno”, la speranza “ardita” e quasi incredibile è davanti ai nostri occhi. Quando, tanto tempo fa (il prossimo 7 ottobre si compiranno esattamente 60 anni), entrai al PIME come seminarista proprio qui a Monza, c’era una bella varietà di giovanotti di liceo: milanesi, bergamaschi, trevigiani, lodigiani, vicentini, e anche qualcuno un po’ più esotico, toscano o piemontese come il sottoscritto… tutti comunque provenienti da paesi “cristiani”. Ora ciò che mi impressiona non è tanto la varietà di provenienze, ma l’entrata in campo di coloro che pensavamo dovessero ricevere – e ora stanno ricambiando.

Questo non ci esime dal chiederci perché non abbiamo vocazioni italiane. Bisogna riflettere e cercare di capire; però ritengo che il cammino della chiesa debba essere orientato da valutazioni attente, revisioni, riforme, ecc. ma soprattutto da una grande apertura e docilità allo Spirito, che non si lascia chiudere nelle nostre valutazioni, statistiche, programmazioni. Un vescovo indiano che ha lavorato moltissimo fra i tribali del Nord India – Thomas Menamparampil – ha fatto notare che la chiesa in vari paesi asiatici (e il Bangladesh è fra questi) non è formata da persone che appartengono alla maggioranza, ma per lo più da minoranze tribali: e questo in un certo senso ci riporta agli inizi, quando il messaggio di Gesù incominciò a circolare per il mondo affidato agli Ebrei, un popolo allora minoritario e oppresso. Tuttavia il vangelo di strada ne ha fatta, anche se era stato affidato a gente che agli occhi del mondo contava poco. Secondo mons. Thomas, saranno proprio queste realtà umane piccole, ignorate e di poca importanza dal punto di vista politico, economico, culturale, ecc. a far conoscere il vangelo in Asia.

Allora, che cosa concludo prima di andare a dormire al termine della festa del Camerun? Niente, nessuna conclusione; tutto è aperto, non ci sono bacchette magiche né ricette sicure. E non ci sono realtà senza problemi, limiti, errori. C’è però, senza negare gli aspetti preoccupanti e di rammarico, il desiderio di accettare con gioia questo panorama inatteso, con la fiducia che sia l’inizio di qualche cosa di nuovo e bello.

Franco Cagnasso
Monza, 21 giugno 2022

Sono io

Sto viaggiando verso Roma su un treno “superveloce”. In stazione mi guardavo attorno fra il sorpreso e il sospettoso: tutto troppo bello, ma verrà il momento… Non è venuto. Niente ressa, sgomitate, spinte, impossibili arrampicate su gradini altissimi, con la borsa che scivola sulle rotaie… Ora una giovane signora seduta accanto a me (ohibò, sarà vero? una donna e un uomo che neppure si conoscono, seduti fianco a fianco per oltre tre ore?) brontola, sostenendo con leggera indignazione che l’altro treno ha i sedili più comodi e lei mai più viaggerà su questo. Sarà, ma a me così va bene: anche se sono migliorate, da qualche tempo non usavo più le ferrovie del Bangladesh, non per colpa dei treni, ma per le sgomitate – anzi, i combattimenti corpo a corpo che sono necessari per salire e scendere: non sono più cose che fanno per me…
Sul biglietto avevo letto che la partenza sarebbe avvenuta alle 10.15, tuttavia il treno è partito proprio alle 10.15; strano, davvero strano.
Ora, sul mio sedile “scomodo”, poggio il computer portatile sul tavolinetto (pulito), e poiché di scosse ce ne sono proprio poche… posso concentrarmi, e ripensare ancora una volta a ciò che da tempo mi chiedo: continuare a scrivere “Schegge di Bengala” anche ora che non sono più in Bengala? Smettere? Scrivere di cose sentite da altri, rifilando ai lettori “schegge” di seconda mano? Oppure mi aggrappo ai ricordi e li rispolvero?
La mia sorpresa perché il treno è partito all’ora giusta, e la mia soddisfazione, che viaggia a fianco dell’insoddisfazione di una giovane signora che trova scomodo il sedile, accendono nel mio cervello un pensiero nuovo: perché mi interrogo su schegge di Bengala? Sono io una scheggia di Bengala!
Quando si parte per un altro Paese, ci si prepara a lasciare tante cose: lingua, abitudini, luoghi, persone, tutto ciò a cui si è abituati fin da bambini, e che per te sono “il mondo”. Si rimane ciò che si è, certamente, ma bisogna fare spazio a tante cose diverse e nuove, che gradualmente trovano posto in te, diventano normali, mentre neppure ti accorgi di averle assorbite. I teologi direbbero che il missionario deve fare una “kenosi”, parola greca che significa “svuotamento” e che s. Paolo usa per spiegare come il Verbo di Dio, pur restando Dio, si è come “svuotato”, assumendo l’umanità e diventando uomo, accettandone tutte le conseguenze. Ma non ha smesso di essere Colui che era da sempre.
Un pochino, questo accade – deve accadere – anche a un missionario. Ma ora che sono ritornato in Italia, devo fare il processo inverso, e svuotarmi di ciò che ho acquisito, ritornando a essere italiano e basta? Fino ad un certo punto, ovviamente, sì: altra lingua, persone, cibi, modi di fare… Ma non del tutto. In venticinque anni di Bengala, lo “svuotamento” non mi ha fatto buttar via chi ero, mi ha aperto un altro mondo, e mi ha “riempito” di tante cose delle quali ora devo fare “kenosi” – ma senza buttarle via. Ciò che ho imparato, vissuto, sentito non è scomparso, e non è surgelato in qualche frigorifero: c’è ancora. Sono – e rimango – un italiano rientrato e un bengalese acquisito. Come cercavo di non infastidire i bengalesi parlando sempre dell’Italia, ora cerco di non infastidire gli italiani parlando ad ogni piè sospinto di Bangladesh. Ma non sono diventato un altro, anche se tante cose (compresi i treni superveloci e i loro sedili) non posso non vederle da un altro punto di vista…
Dunque, siamo d’accordo: la “scheggia di Bengala sono io”, e questo l’ho scoperto oggi.
Ma già qualche giorno fa, mentre preparavo l’omelia della festa dell’Ascensione, cercavo parole e immagini che svegliassero negli ascoltatori la consapevolezza che la fede non si limita a ripetere formule che riguardano realtà passate e lontane, e avevo intuito che questa “doppia appartenenza” (italiano sì, ma bengalesizzato e ora rientrato dal Bengala…) avrebbe forse potuto aiutarmi. Così, alla Messa delle 9.30 nella parrocchia Beata Vergine di Loreto a Bergamo, ho detto che “Il Verbo s’è fatto uomo”, cioè ha come nascosto la sua divinità, imparando ad essere uomo (non scandalizzatevi, questo “imparando a essere uomo” lo dicono la lettera agli Ebrei e pure qualche “Padre della Chiesa”). Poi, dopo la morte, è risorto e salito al Cielo… buttando via la sua umanità ormai diventata inutile? Niente affatto! Se l’è portata dietro, facendola partecipe (tutto, compresi i segni della passione) della condizione inimmaginabile in cui il divino assorbe, ma non cancella, l’umano, anzi lo divinizza. E oso dire che una pallidissima idea di questi passaggi si ritrova nell’esperienza dei missionari.
Poi, sempre nell’omelia, ho tirato in ballo anche le farfalle, che da giorni, passando in un corridoio del seminario teologico del PIME – dove vivo ora – non cessano di affascinarmi: in tante vetrinette pazientemente allestite da p. Carlo, esperto cacciatore e collezionista, gli occhi si stupiscono per una splendida fantasia di ali e di colori che, anche se immobilizzata, con la loro bellezza e varietà mi ricordano che la farfalla può essere simbolo della risurrezione a una vita nuova. È molto diversa, ma non è “altra cosa”; è proprio lui, il bruco scuro e senza ali da cui è emersa dopo la pausa nel bozzolo.
Dunque pure io sarei una farfalla? No, no: questo verrà dopo, quando davvero e in modo completo riaffideremo tutto al Padre, come Gesù. Per ora sono un bruco che spera, e che si fregia del titolo di “scheggia di Bengala” …
Dopo la Messa, due persone mi hanno ringraziato – e come sempre in questi rari casi, ho pensato che se il ringraziamento è sincero – anche questa è una “opera di misericordia spirituale”; poco praticata ma di grande valore…

p. Franco Cagnasso
Cursi (Otranto), 7 giugno 2022

Collaborazione

Nella scheggia “Vita Nuova” del 10 gennaio 2022, ho descritto un progetto – chiamato Joyjoy – che stavo elaborando insieme ad altri missionari del PIME quando è arrivata, come una doccia fredda, una lettera del superiore generale che mi chiedeva di lasciare il Bangladesh entro qualche mese, per un differente incarico altrove, per 2 anni. Scrissi che probabilmente avrei dovuto lasciare il Bangladesh ma omisi dettagli, perché la faccenda non era ufficiale; ora posso spiegare che si trattava di venire in Italia per una sostituzione nel compito della “direzione spirituale” (accompagnamento personale) dei giovani che a Monza studiano teologia per diventare missionari del PIME.

Joyjoy mi stava a cuore, perché intendeva occuparsi di persone sofferenti, per lo più trascurate, isolate, quasi sempre emarginate: famiglie con bambini affetti da disabilità mentali. Nella scheggia esprimevo pure la speranza che, anche senza di me, il progetto potesse essere realizzato da coloro che già avevano dato una mano a formularlo. Ci tenevo anche perché avrebbe coinvolto una persona con straordinaria esperienza e passione per questo genere di impegno: Naomi Iwamoto, una missionaria laica giapponese. In mia assenza – mi chiedevo – qualcuno raccoglierà l’idea per far venire al mondo Joyjoy?

È trascorso un po’ di tempo, e posso rispondere di sì, perché chi era stato coinvolto da me non si è tirato indietro, e anche per un altro motivo provvidenziale.

Nel processo di preparazione, insieme a Naomi ho scoperto l’esistenza di un’associazione spontanea di donne con qualche forma di disabilità fisica, che vivono nell’area di Dinajpur. Sono tante, e da dieci anni si aiutano a vicenda nelle difficoltà grandi e piccole che incontrano a causa della loro condizione fisica. La Presidente e la Segretaria dell’associazione, ascoltandoci mentre parlavamo dei nostri buoni propositi e delle speranze, si erano mostrate interessate e pronte a collaborare, dicendo tra l’altro: “Noi ci aiutiamo ad affrontare le nostre difficoltà, e sappiamo che per chi ha disabilità mentali la situazione è ancora più difficile della nostra, perciò se volete, vi diamo una mano!” Certo che vogliamo!

Naomi si è incontrata con loro ancora qualche altra volta, poi è andata in Giappone per cure, vacanza, contatti vari. Dopo tre mesi, ritornando ha avuto la sorpresa di vedere che nel frattempo queste nuove amiche si erano messe in movimento, e avevano già quasi completato una parte fondamentale per avviare Joyjoy. Consapevoli che – essendo tutte bengalesi e musulmane – avrebbero potuto farlo molto meglio di qualsiasi straniero, avevano effettuato una accurata ricerca per identificare famiglie con bambini affetti da forme di disabilità mentale. Non solo avevano preparato una lista con molti nomi, indirizzi, e relative descrizioni della situazione, ma impegnandosi in questa ricerca si erano confermate nella decisione di collaborare alla realizzazione del progetto. Un inizio incoraggiante.

p. Franco Cagnasso

Riconoscenza

Dal 3 aprile al 3 maggio scorso sono stato a Roma, nella casa del PIME. Ho ritrovato amici e ravvivato conoscenze, alcune delle quali risalgono a tanti anni fa, ed è stato bello – anche se mi sembrava (e tuttora mi sembra) di “galleggiare” fra Italia e Bangladesh, presente, passato, trapassato, e futuro…

Un bel giorno mi sono messo a cercare come riscuotere un regalo, che una bengalese di cui non avevo notizie da tempo mi aveva spedito dagli Stati Uniti.

Cerca e chiedi, mi indirizzano ad un negozio dove si trovano i generi più disparati di prodotti, e fra l’altro fanno il servizio di ricevere o spedire denaro dal o all’estero.

Entro, mi guardo in giro e penso: “Guarda un po’, proprio stile bengalese”. Infatti… a gestire il negozio ci sono quattro bengalesi.

Parlano un buon italiano, e in italiano comunichiamo. Ma mentre armeggiano fra computer e carte per verificare il mio diritto a ritirare i soldi che mi hanno spedito, mi arriva una telefonata da Dhaka, e ovviamente rispondo in bengalese. Colgo qualche cenno di sorpresa fra loro, poi – finito il mio colloquio –incominciano le inevitabili domande. “Ma lei conosce il bengalese?” Come il solito in questi casi, rispondo in bengalese: “Il bengalese? No, io sono italiano, non lo capisco e non lo parlo!” … così lo sconcerto aumenta, ma si apre la strada ad un po’ di battute, dando spazio ai commenti e a tante domande: “Dove ha imparato, quanti anni è stato, e la famiglia dov’era, e quanto guadagnava, e ora che cosa fa…”. “Sono un missionario e facevo il missionario…” Pausa. Poi si riprende e arriva qualche dettaglio proprio su ciò che facevo, dove, con chi… e arriva anche la conferma che non osano sperare: sì, certo, in Bangladesh stavo proprio volentieri…

Le operazioni sono finite, tutto è in regola, mi danno i 432,98 euro che mi spettano, e arrivano i sorridenti saluti. Poi, quello che sembra il “capo”, in bengalese e pronunciando le parole con chiarezza, mi dice: “Ti ringrazio, perché hai servito la gente del mio paese per tanti anni”.

p. Franco Cagnasso

Confidenza

Finalmente ho riaperto l’indirizzo delle “schegge”, che non tocco da settimane. Con molto disagio, le ho lasciate da parte anche se mi ritornavano in mente spesso. Motivo?

Beh, certo, un grande affanno per far tutto il necessario prima di partire. Come avevo accennato nella mia lettera natalizia, lascio il Bangladesh. Per sempre? Per due tre anni, mi è stato chiesto; ovviamente nessuno può prevedere ciò che avverrà nei due o tre anni che penso di avere davanti a me. Nel frattempo, rinnovo il mio visto di permanenza in Bangladesh, perché se lo lascio scadere diventa praticamente impossibile ottenerlo di nuovo in tempi ragionevoli. Ciò significa che prima della scadenza dovrò ritornare per seguire le pratiche, che non non si possono fare dall’estero.

L’affanno sta nel selezionare materiale accumulato in 20 anni di lavoro, e congedarmi da persone conosciute e amate (magari con qualche smorfia…) negli stessi 20 anni (più cinque in precedenza).

Ma c`è anche un’altra ragione che mi ha tenuto lontano dalle schegge: s’è rotto il manico della scure con cui spaccavo la realtà in cui vivo, ricavandone pezzetti che offrivo agli amici. Iniziai a scriverle perché ritenevo impossibile offrire sintesi “globali” equilibrate, comprensibili e illuminanti della realtà di questo Paese. Il mio angolo di lettura sarebbe comunque diventato per parecchi lettori “LA” situazione del Bangladesh, con poche o senza sfumature: Paese tollerante, dove si dialoga… paese chiuso, intollerante, fanatico… paese povero, afflitto da miseria “disumana”… paese corrotto dove corrono fiumi di denaro… paese del dialogo… paese che discrimina le minoranze… paese cordiale, accogliente… paese violento… Insomma: che razza di paese è il Bangladesh?

Non pretendo di capirlo e di dirlo, perciò ne ho descritto qualche pezzetto, colto occasionalmente di qua e di là, nella speranza di offrire ai lettori frammenti di realtà, lasciando a loro la valutazione – se vogliono farla, e le conclusioni – se vogliono raggiungerle.

Le scrivevo spontaneamente, mi piaceva. Ma quando ho iniziato i preparativi per lasciarlo, ho capito quanto le schegge nascevano proprio dall’essere dentro questo Paese con naturalezza. La prospettiva di partire mi ha reso come estraneo. Scrivere di Bangladesh non è più un partecipare ciò in cui sono immerso, ma un valutare realtà da cui mi sto allontanando.

Qualcuno mi ha detto: “Segno che vuoi molto bene al Bangladesh”. Sì, tuttavia penso che questo mio modo di sentire non dipenda dal Bangladesh in quanto tale, ma da come la missione ci manda – ovunque. Se fossi andato in Papua Nuova Guinea, o in Brasile, o in Costa d’Avorio, ovviamente avrei scritto schegge diverse, ma con lo stesso spirito. Non ho scelto io di venire qui, anzi avevo un certo timore legato al fatto che mi sarei immerso in un contesto poverissimo, e a grande maggioranza islamico. Ma ci sono venuto con il desiderio di immergermi, incontrare, cercando la presenza di Dio qui (è arrivato molto prima di me…!) e lasciando che la mia fede in Cristo fosse sfidata da queste realtà. Anche quelle negative e inaccettabili.

Ci ho guadagnato tantissimo! Per questo, ora, andarmene mi costa molto.

Ma non chiedo di essere compatito; ringrazio, ma non è il caso. Lo dico, perché anche questa può essere una “scheggia”. Porto con me ciò che ho ricevuto, pian piano forse troverà una sua collocazione ordinata dentro di me; e allo stesso tempo spero di immergermi là dove andrò: anche là Dio è arrivato ben prima di me! E vado anche con molta curiosità, perché ogni realtà umana è un mondo nuovo da esplorare e da amare.

Dunque, “avanti con le schegge”? Non lo so: la risposta al prossimo capitolo…

p. Franco Cagnasso

Bicittra 4

ARCHITETTO. È bengalese l’architetto Kashef Chowdhury, che in competizione con un tedesco e un danese ha ricevuto il premio internazionale per il migliore edificio del mondo, istituito dal Royal Institute degli Architetti Britannici (RIBA). Si tratta del progetto per il “Friendship Hospital”, un ospedale costruito a Satkhira, nel sud ovest del Bangladesh. Il nome è stato dato dalla organizzazione non governativa (ONG) “Friendship” (Amicizia), che in questi anni ha allestito e gestito come centri di cura galleggianti vari battelli, con cui raggiunge le zone più remote del grande delta del Bengala. Il “Friendship Hospital”, è il primo ospedale su terraferma di questa ONG, che ha scelto una zona colpita da un fortissimo ciclone nel 2007, e spesso a rischio. Segue criteri “economicamente sostenibili”, ecologici, e di attenzione alla situazione socio-economica circostante. Tra l’altro, raccoglie il 100% dell’acqua piovana, permettendo coltivazioni anche nei mesi asciutti. Ovviamente, è pure bello.

FATTERELLI. Pochi giorni fa due ufficiali di polizia sono stati condannati a morte, due altri membri del corpo all’ergastolo, qualcuno è stato assolto. Un ex ufficiale che viaggiava in auto lungo una strada del remoto sud, era stato fermato da una pattuglia di ex colleghi, che lo hanno investito con una raffica mentre usciva dall’auto a mani alzate dicendo: “calma, calma”. Ferito gravemente, l’hanno portato in ospedale con calma, a “missione compiuta”. L’omicidio sarebbe dovuto passare come uno dei tanti “scontri a fuoco”, che qualcuno qualifica come “esecuzioni extragiudiziarie”. Ma la sorella del defunto ha denunciato, e sono saltati fuori i testimoni che le hanno dato ragione: non si trattava di risposta ad un attacco, ma di omicidio premeditato. La faccenda è complessa, riguarda il controllo dello spaccio di droga, oltre a vari abusi di potere. Poco tempo dopo, il governo degli Stati Uniti ha deciso di applicare “sanzioni personali” a sette alti funzionari del “Battaglione di Azione Rapida”, spesso accusato di questi episodi, oltre che di “sparizioni” di persone. Il governo bengalese ha negato con sdegno che queste esecuzioni avvengano, e dichiarando che i diritti civili sono scrupolosamente rispettati. Ora, il ministro degli esteri vuol costituire un ufficio per i diritti civili. Alle dipendenze del ministero degli esteri? Sì, per difendere i bengalesi all’estero, e per proteggere l’immagine del Paese, “deturpata” da queste accuse… Allo scopo, si pensa all’eventuale assunzione di qualche “lobbying group” occidentale che – ovviamente a pagamento – orienti i mezzi di comunicazione “nella giusta direzione”.

RI-EDUCARE. Il contenimento del terrorismo di origine religiosa ha dato buoni risultati in questi anni, in Bangladesh. Ma l’esperienza dimostra che tenere in carcere i terroristi significa offrire loro un’ottima occasione per fare propaganda e formare proseliti. Inoltre, pezzi grossi delle svariate sigle terroristiche comunicano con l’esterno, danno ordini e organizzano senza troppi problemi, corrompendo guardie carcerarie, oppure “arruolando” anche loro come proseliti che collaborano. Tempo fa si disse che bisognava affidare i terroristi alle cure di psicologi e psichiatri – e molti applaudirono. Ma dopo lungo silenzio, ora si sente dire che non se ne trova uno solo disposto ad accettare questo compito.

CONTAINER. Non è una notizia di prima pagina, ma per qualche giorno i giornali sono ritornati sul tema: Bangladesh e Italia hanno inaugurato un collegamento commerciale navale diretto. È la risposta ad un incredibile aumento dei costi di trasporto merci avvenuto recentemente. Finora, le merci per l`Europa venivano trasferite da una nave all`altra in vari porti, spesso con itinerari lunghi tipo Bangladesh-Cina-Africa-Europa… impiegando mediamente 40 giorni. Ora una ditta italiana ha affittato due navi container che faranno la spola con un viaggio diretto di 16 giorni fra Chattogram (il porto più grande, nel Bangladesh meridionale) e Ravenna, da dove le merci procederanno per varie destinazioni europee, con una significativa riduzione dei costi. Che cosa trasportano? Dal Bangladesh, soprattutto abiti e maglieria. Dall`Italia, non so…

p. Franco Cagnasso

Sette per sette

Le “PIME Sisters” (Missionarie dell’Immacolata) che operano in Bangladesh, hanno iniziato presto ad accogliere vocazioni locali, per lavorare con loro qui, e ormai le “straniere” sono quasi scomparse; poi hanno “fatto il salto” e ora 16 suore di nazionalità bangladeshi sono in missione in altri paesi. Il PIME ha incominciato molto più tardi, ma subito ha chiarito che entrare nel PIME significa anche essere inviati come missionari in altri paesi. Con gli ultimi due recenti “acquisti”, sono sette i suoi missionari di nazionalità bangladeshi, assegnati a sette diverse nazioni di quattro continenti: 7×7!

Uno dei due è Tipu Panna, prete della diocesi di Dinajpur, associato a noi per qualche anno che trascorrerà in Guinea Bissau. L’altro, Dominic Dafader, terminata la preparazione in seminario, non è venuto in Bangladesh a causa della pandemia, ed è stato ordinato prete a Monza. Quando finalmente è arrivato, ha celebrato la sua Messa di ringraziamento e ha ricevuto dal Vescovo di Khulna il Crocifisso della partenza il 14 gennaio, nella parrocchia di Bhoborpara – una delle prime aree del Bengala evangelizzate dal PIME nella seconda metà del 1800. Circa 800 i presenti, fra cui oltre cento musulmani. P. Dominic aveva invitato me a tenere l`omelia, che ora riciclo come “scheggia”, con qualche tentativo di risposta a domande espresse e inespresse che circolavano fra gli ascoltatori.

Parrocchia di Bhoborpara, 14 gennaio 2022 – Omelia

Ho celebrato la mia prima Messa dopo l’ordinazione il 29 giugno 1969, quasi 53 anni fa; erano presenti tanti amici, ma P. Dominic – chissà perché – non c’era… Io invece sono venuto molto volentieri alla “sua” Messa… Ci siamo conosciuti quando lui studiava al College, e stava nella comunità vocazionale del PIME a Dhaka. Mi sembrava un giovane sereno, allegro, di cui ci si poteva fidare. Quando fu chiaro che voleva diventare prete missionario nel PIME, pensai: “Completerà la formazione fra nove o dieci anni: sarò ancora vivo? probabilmente no, però… però mi piacerebbe”.

Ed eccomi qui. Molto contento di celebrare con lui questa Messa, di sapere che andrà in Giappone, e riconoscente perché mi ha invitato a tenere questa omelia.

L’omelia comunque non è per lui: ciò che dirò lo sa già molto bene. È per voi che siete venuti a festeggiarlo, e forse vi chiedete: perché si è fatto missionario? Perché in Giappone?

Cerco di rispondere condividendo la mia esperienza, ormai molto lunga.

Punto di partenza: essere contenti. Di che cosa? di avere ricevuto la fede, di essere amici di Gesù.

Fede: credere che Gesù ci fa conoscere e incontrare Dio – che nessuno vede o tocca o sente. Attraverso Gesù, noi conosciamo Dio come nostro Padre, che ci vuol bene, ci perdona, ci dà luce per vivere in modo giusto, ci offre motivazioni e prospettive, ci dà forza per superare le sofferenze e le tentazioni, ci perdona quando sbagliamo… E ciò non basta: Gesù offre ai suoi discepoli anche una confidenza molto personale: “voi siete miei amici. Non vi chiamo servi perché un servo non sa ciò che fa il padrone, vi chiamo amici perché vi ho comunicato tutto ciò che ho ricevuto dal Padre.” E promette che vivremo sempre con lui nella gioia.

Questa fede è un regalo che il Signore ci ha fatto e ci fa ogni giorno. L’abbiamo ricevuta attraverso i genitori, chi ci ha istruiti, la Chiesa… ma viene da Dio stesso per mezzo di Gesù.

Solo chi è contento di questo regalo può capire la partenza di un missionario. Infatti, se abbiamo ricevuto tanti doni, sarebbe sufficiente dire: “grazie mille”, e non pensarci più? No di certo, e questo è il mio secondo punto: se siamo contenti di quanto riceviamo, diventa spontaneo essere riconoscenti: alle persone che ci hanno aiutato a camminare su questa strada, ma in ultima analisi a Dio, e a Gesù che ce lo rivela e ci accompagna a Lui.

Deve essere una riconoscenza profonda. Gesù ci chiama “amici” – come vi dicevo – e la vera amicizia non è da prendere alla leggera: si ricambia con l’amicizia. Lui ci ha scelto, e noi rispondiamo scegliendolo, o se preferite, accogliendolo; vogliamo anche noi poter dire: siamo tuoi amici. Gli amici si conoscono, stanno volentieri insieme, si aiutano, se necessario si correggono. Noi, amici di Gesù, cerchiamo di capire che cosa gli piace, che cosa desidera. Lui per noi ha dato la vita, e noi vogliamo fare qualche cosa che lui ama e desidera.

Fra i cristiani ci sono vocazioni diverse. Molti sono chiamati a sposarsi, quindi a ringraziare Gesù formando una buona famiglia. Ci sono anche altri cammini, e qualcuno è chiamato ad una speciale vocazione missionaria: Gesù lo sceglie e gli dà un compito speciale – come ha fatto con i profeti.

Vedi la prima lettura, chiamata del Profeta: Geremia 1, 5-10

L’amicizia “conosce per nome”, forma un rapporto profondo e fiducioso, si esprime nella condivisione. Nel vangelo si legge che Gesù, vedendo le folle che vanno a cercarlo, vogliono ascoltarlo, essere perdonati, guariti… “si commuove”. E subito condivide con i suoi amici questa commozione dicendo: “Guardate quanti! Sono come pecore senza pastore. Come comprenderanno che il Regno di Dio è vicino? Come accoglieranno l’amore del Padre?”

Gesù ha questa ansia. Quando la gente di un villaggio lo accoglie bene, è contento. Ma se gli dice “non andar via, stai qui ad aiutare noi…” e vuole tenerlo con sé, allora risponde: “no, devo andare, voglio raggiungere altri villaggi” e fa tanta strada, sempre cercando quelli che ancora non lo hanno conosciuto. Dice pure: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e non sono tranquillo finché questo fuoco non è acceso!”

Ma non può fare tutto da solo, occorre aiuto. E allora li invita a pregare, e poi ne sceglie alcuni e li manda a precederlo nei villaggi: andate, anche voi insegnate la mia parola, fate conoscere il Regno di Dio, date perdono, libertà, coraggio. Andando, anche i suoi amici devono guardare sempre più lontano, a chi non conosce Gesù e il suo messaggio. Devono parlare del Regno di Dio, non solo, ma offrire i segni di questo Regno, che è in mezzo a loro ma può sfuggire, se non lo cercano con attenzione.

Il primo segno è la fede, con la gioia di credere, e con l’amore per gli altri, e il servizio. Amore, servizio… a chi? Il missionario – proprio perché amico suo – cerca coloro che Gesù stesso mette al primo posto: chi non lo conosce, e quelli che sono sempre trascurati, i più piccoli, i peccatori… non va dove è più facile, e tutto è comodo, dove lo applaudono, ma dove altri non vanno, dove ci sono situazioni che rendono difficile la comunicazione. Sa di fare una cosa che Gesù ama, se dà importanza a coloro a cui nessuno dà importanza.

Gesù durante la sua vita terrena manda ai villaggi di Galilea, Giudea… poi, dopo la sua morte e la sua risurrezione per noi, Gesù chiama e manda non solo verso i villaggi di Israele, ma verso i villaggi di tutto il mondo!

Cfr. Vangelo, andate in tutto il mondo: Mc 16, 14-20

Gesù vuole che tanti, tantissimi possano conoscere e ricevere i doni di Dio. Ma se non c’è chi annuncia, come possono conoscere? Questa è la domanda che si fa un missionario appassionato e instancabile, l’apostolo Paolo, nella seconda lettura che abbiamo ascoltato

Cfr. Seconda lettura: Romani 10, 14-17;

Tutto il mondo! Ma come mai proprio in Giappone? Il Giappone non è povero, è ricco, che cosa farà Dominic in Giappone?

Cercherà di far conoscere Gesù, perché è lui la luce, la vita eterna, il perdono… vi sembra che questo non sia abbastanza? chi non riceve queste cose, è povero anche se ha tanti soldi e se vive in un paese moderno. Vi ricordate di Zaccheo? Molti pensavano: Zaccheo è ricco, non ha bisogno di niente, ed è un peccatore, quindi anche se ha bisogno, non merita aiuto! E invece Gesù con sorpresa di tutti gli dice: Scendi dall’albero, voglio andare a casa tua. E lui scende, incontra Gesù e cambia vita: distribuisce i suoi beni per fare giustizia, riparare alla sua disonestà, aiutare chi ha bisogno…

Il missionario vuole anche annunciare che Gesù è venuto a portare unità, pace fra i popoli. I missionari del PIME lasciano il loro Paese e vanno a vivere in un altro, per annunciare questo con la loro presenza ed esperienza, prima che con le parole: dobbiamo formare tutti una grande famiglia. Ci sono tante diocesi, tante comunità cristiane nel mondo, ma la chiesa è una sola. Tanti popoli, lingue, culture, religioni, che spesso si fanno guerra. Ma Gesù vuol portare la pace, vuole che diventiamo tutti figli di Dio, fratelli suoi: italiani con africani, americani con indiani, giapponesi con bengalesi. Dobbiamo imparare gli uni dagli altri, non guardare solo ciò che occorre a noi, ma essere amici di tutti, perché Gesù è amico e fratello di tutti.

Ecco, questo è il messaggio che p. Dominic porta non sé. Non dentro la valigia, ma dentro il cuore e dentro la mente. Pregherà per i giapponesi come prega per voi della sua parrocchia. Imparerà tante cose e potrà condividerle con voi. Ne insegnerà tante condividendole con i giapponesi. Dovrà fare dei sacrifici, certo, e cercherà di farli con pazienza e gioia, sapendo che tutti nella vita dobbiamo affrontare sacrifici, e sperando che anche voi pregherete per lui. Li farà con l’aiuto del Signore, non da solo. E il bene che farà sarà anche per voi, perché il bene non ha confini.

Ecco perché gli facciamo tanti auguri, preghiamo per lui, e lo ringraziamo, perché ci dà un segno piccolo, ma molto significativo che Gesù è presente e attivo anche oggi, la sua missione continua, il Regno di Dio è già in mezzo a noi.

Grazie, Dominic. Dio ti benedice, ti benediciamo anche noi, e chiediamo la tua benedizione – con gioia e con riconoscenza

p. Franco Cagnasso

Bicittra 3

CALCIO. La nazionale maschile di calcio del Bangladesh, da anni non dà che delusioni, indirettamente compensate dai progressi nel cricket che ogni tanto porta momenti di gloria mondiale, battendo il calcio in popolarità. Anche la nazionale femminile combina poco, ma le ragazze più giovani si stanno facendo onore con ottimi risultati; fra loro, diverse aborigene. L’allenatore spiega che vuol dare la scalata ai grandi trionfi a partire dal basso. I primi, sorprendenti successi, sono arrivati dalle “under 14”; poi, di anno in anno crescevano la giocatrici, e le vittorie internazionali. Siamo arrivati alle “under 19”, e nei prossimi anni brillerà la stella del calcio femminile adulto. No, non giocano indossando il burka.

RIMESSE. Nelle scuole elementari, il mio maestro spiegava che l’economia italiana dipendeva in larga misura dalle “rimesse degli emigranti”. In Bangladesh il tema torna molto spesso sui giornali, perché, nonostante stiamo vivendo un “boom” economico che mi ricorda l’Italia degli anni sessanta, queste “rimesse” sono ancora determinanti. La pandemia sta danneggiando alla grande, ma dal suo inizio, per mesi e mesi, con sorpresa di tutti le rimesse sono notevolmente aumentate. Si dice che i lavoratori all’estero fossero più generosi con le loro famiglie in difficoltà, ma anche che – perdendo o temendo di perdere il posto di lavoro – mandavano a casa tutto il possibile. Per quelli partiti recentemente si trattava anche di non tornare e trovarsi indebitati: si calcola che ogni emigrante “regolare” mediamente impieghi almeno un anno e mezzo per ripagare i debiti fatti per documenti, viaggi, bustarelle varie.

ELEZIONI. Sono in corso, distribuite zona per zona su diverse settimane, elezioni che in Italia chiameremmo comunali. Fino ad oggi (5 gennaio 2022) un buon numero di candidati sono saliti sulla poltrona senza elezioni, perché privi di concorrenti. Una circoscrizione ha visto la vittoria del partito al potere con il 100% dei voti, calcolando fra gli elettori anche coloro che negli ultimi sei mesi sono defunti o si sono trasferiti all’estero. Nella lotta per la vittoria hanno perso la vita 76 persone: pugnalate, nel corso di pestaggi, o durante sparatorie fra gruppi rivali, anche all’interno dello stesso partito, o con le forze dell’ordine. 
Aggiornamento: da ieri ad oggi (6 gennaio) alla lista degli uccisi si sono aggiunte altre dieci vittime, e siamo ad “almeno” 86 morti.

CRESCITA. ll Bangladesh è passato dalla categoria di “Paese sottosviluppato” a “Paese in via di Sviluppo”, acquistando fiducia in sé. Dopo il momento di soddisfazione è venuto quello dei “conti”: il passaggio comporta la perdita di parecchie facilitazioni per esportare e per avere prestiti a tassi di interesse e tempi favorevoli. Ci sono preoccupazioni, e si invocano nuove trattative per non rinunciare ai privilegi, ma indietro non si torna. Al contrario, si preannuncia per il 2040 l’ingresso nella categoria di “Paesi sviluppati”. Per quest’anno, diversi avvenimenti indicano che la direzione sembra giusta: inaugurazione della metropolitana sopraelevata a Dhaka, del ponte sul fiume Padma (oltre 6 chilometri), molte strade rinnovate e allargate, in progettazione la metropolitana a Chattogram e la elettrificazione delle linee ferroviarie, e tanto altro. Come in altri paesi in situazioni analoghe, una forma politica di tipo democratico con forti connotazioni autocratiche sembra dare risultati economici rilevanti. Chi incassa non ha obiezioni, ma non tutti sono d’accordo…

p. Franco Cagnasso
          

Vita nuova

Vita nuova
“Anno nuovo, vita nuova” è una delle banalità che si dicono nei giorni di fine e inizio anno, non fanno male a nessuno, ma certo non mi entusiasmano…Però quest’anno, forse… qualcuno avrà esperienza di un po’ di “vita nuova” reale e non solo augurata. Lo spero, e mi spiego prendendola alla larga.

Mi ha dato varie volte fastidio mons. Thetonius Gomes, vescovo emerito di Dinajpur, nonché ex ausiliare di Dhaka perché – conoscendo la sua passione e le sue iniziative per persone che hanno forme diverse di disabilità – quando ci incontriamo lo aggiorno sulla comunità “Snehonir”. Ascolta con un leggero sorriso, fa un cenno di assenso e inevitabilmente commenta: “Però, non trascurare le disabilità mentali…”. Una pulce nell’orecchio.

Pochi anni fa, vidi entrare nel cortile della parrocchia di Mirpur una donna sui 35 anni, in lacrime, seguita da un bambino che la guardava perplesso. “Ho due figli – mi disse – uno è qui, e l’altro è a casa; non gli funziona la testa. Venivo tutti i giorni con lui, al vostro “Centro di assistenza” pomeridiano nei locali della scuola. Sono musulmana, ma ci stavo benissimo, erano momenti di respiro, di amicizia con altre mamme, di giochi, di sfoghi e confidenze, e preghiere. P. Quirico era un papà… Ora la mia famiglia deve trasferirsi nel quartiere di Uttora, e non potrò più venire. Ho cercato ovunque nella zona… ma iniziative così non ne ho trovate. Venga, venga a vedere dove eravamo chiusi mio figlio e io, prima di conoscervi…” L’ho seguita; nel palazzo vicino, dove due stanze piccole piccole ospitano i genitori, la suocera, i due figli, la cucina e gli attrezzi del papà, elettricista. Spazi per muoversi, zero. Dalla finestra si contempla il muro del palazzo accanto: meno di un metro e mezzo di distanza… Più tardi, quando il PIME ha consegnato alla diocesi la parrocchia, la scuola, e il modestissimo “Centro” che quella donna frequentava, il nuovo parroco lo ha chiuso – non so perché.

Così, alla pulce del monsignore nel mio orecchio s’è aggiunta quella della mamma privata del ristoro che trovava da noi.

Conosco da anni Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese con cui occasionalmente ho collaborato alla Comunità dell’Arche a Mymensingh: tre gruppi, in tutto 24 giovani e adulti con disabilità mentale. Nella nostra prima conversazione mi aveva detto: “Le persone con disabilità mentale sono le più vicine a Dio. Perché capiscono subito, e spesso capiscono soltanto il linguaggio degli affetti, dell’amore. E Dio è amore”. Un bel giorno Naomi mi informa che, dopo 23 anni, sta per lasciare l’Arche, perché – mancando qualcuno che potesse sostituirla – i termini di tempo fissati dalle regole sono già stati da tempo ampiamente superati. Mi confida che non sa che fare: lasciare la vita con persone disabili, per restare in Bangladesh, o restare in Bangladesh lasciando i disabili mentali perché non c’è un’altra comunità?

Ed ecco arrivata la terza pulce: tre sono insopportabili; che si possa fare qualcosa?

Ne parlo con p. Francesco, il quale subito mi dice: certo che si può, va avanti. In seguito, altri missionari esprimono simpatia e disponibilità, e così nasce un progetto insolito perché, contro ogni raccomandazione, norma, metodo, delle ONG (Organizzazioni Non Governative) non è assolutamente preciso e dettagliato: costruzioni, metri quadri, tempi di consegna, previsioni di spesa, fotografie, sostenibilità nel tempo, ecc. ecc. Il progetto ha un obiettivo, che Naomi ha subito descritto inventando il nome: “Joy Joy” (in inglese: “gioia gioia”, e in bengalese “vittoria vittoria”). Il progetto vuol portare gioia in situazioni che tutti considerano infelici, disgraziate, sfortunate, di emarginazione e anche di pregiudizio e disprezzo. Ma come? Prima di tutto cercando, nelle “pieghe” della società di Dinajpur e dintorni, famiglie alle prese con i problemi della disabilità di un loro membro, che spesso cercano di tenere nascosto. Partiamo dai piccoli, meglio dalle piccole, perché sono le bimbe le prime vittime dei numerosissimi abusi sessuali su disabili, perpetrati spesso senza il minimo ritegno o scrupolo; ma inevitabilmente arriviamo subito alle mamme, le persone che oggettivamente soffrono di più, condannate non tanto ad assistere la bimba inabile, quanto al disprezzo e all’isolamento, spesso a partire dai loro stessi mariti.

In sostanza, si vuole mettere a frutto esperienza, preparazione, conoscenze e vocazione di Naomi, che si occuperà anzitutto di cercare queste persone. Informate a proposito di “Joy Joy”, alcune delle 1200 donne dell’area di DInajpur, tutte con disabilità fisiche, che da anni sono unite in una associazione di aiuto reciproco, si sono offerte a fare da apripista, perché ad una giapponese, dunque straniera, e cristiana, dunque di altra religione, si aprano le porte di famiglie bengalesi, musulmane, o aborigene. Speriamo che il progetto prenda forma, plasmato dalla scoperta delle situazioni quotidiane delle famiglie, nonchè dai consigli e dalla collaborazione delle mamme – che dovranno esserne protagoniste. Ipotizziamo un semplicissimo Centro come quello che c’era a Mirpur e di cui ho parlato all’inizio, che potrebbe avere sede nei locali delle scuole o ostelli parrocchiali che il PIME gestisce a Dinajpur. Se, conosciuta la situazione, ci sembrerà che ci siano iniziative migliori da prendere, lo faremo. Per ora immaginiamo già i pasti di venti bambine disabili e rispettive mamme, insieme a centinaia di coetanei che mangiano, giocano, corrono accanto e con loro, e presto impareranno che anche la disabilità è “normale”. Altri venti bimbi e bimbe vorremmo seguirli a casa loro. Con le mamme che si aiutano e che – gradualmente – prenderanno sempre maggiori responsabilità fino a poter continuare senza di noi. Tutto ciò richiede tempo, impegno, persone competenti, e anche soldi. Da dove? Il PIME con i suoi progetti ci darà una mano, e vari amici dal Giappone faranno altrettanto.

Tornando al capodanno, mi auguro che per quelle donne, e per le loro famiglie, sarà davvero “anno nuovo, vita nuova”: non un augurio generico e privo di contenuti, ma una realtà, per quanto modesta. Poi, il modo per andare avanti si troverà. Auguri, Joy Joy!

p. Franco Cagnasso

Sinfonia

“Condividere la mia fede in Gesù, parlare di lui con qualcuno che non lo conosce, accompagnarlo, con l’aiuto dei catechisti, nel catecumenato, fino al Battesimo, è la cosa più bella della mia vita missionaria; un’esperienza sempre emozionante.”

Lo dice p. Almir, missionario del PIME brasiliano, parroco a Mohespur, una missione nel nord del Bangladesh, durante l’Assemblea Regionale cui i missionari del PIME hanno partecipato dal 23 al 25 novembre scorso – la prima (finalmente!) dopo due anni di “digiuno” dovuto alla pandemia. Giornate molto belle, di amicizia e condivisione, che avevano in particolare lo scopo, suggerito dal nostro Superiore Generale, di verificare quanto siamo effettivamente impegnati nelle tre aree che costituiscono gli obiettivi fondamentali del PIME oggi: Primo annuncio, Dialogo interreligioso, Attenzione agli ultimi. Dobbiamo, aveva scritto il superiore p. Ferruccio, essere capaci di cambiare là dove è necessario, quando ci accorgiamo che questi obiettivi non sono perseguiti, o perché i cambiamenti della società e della chiesa chiedono modi nuovi di presentarsi e di agire. Nella preghiera che recitiamo in preparazione alla prossima Assemblea Generale ci esprimiamo così: “In un mondo che è cambiato e cambia rapidamente, il tuo Spirito ci guidi a sfuggire alla tentazione di attaccarci ad un passato che non c’è più, o di affidarci a mode e lusinghe inconsistenti. Aiutaci a non essere succubi della mentalità di questo mondo, ma a lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, per poter discernere e compiere la tua volontà, ciò che è buono, a te gradito e perfetto (cfr. Rom 12, 2).

Ciascuno ha presentato ciò che fa e come vive, tenendo presente questa “pista” di riflessione. Ne è emersa una panoramica molto varia, a conferma la mia convinzione che non si può limitare la definizione della missione e dei suoi obiettivi ad una dimensione sola. Fra chi ci osserva, c’è chi lamenta che i missionari oggi fanno solo opera sociale e non “annunciano”, e c’è chi – da un altro punto di vista – proclama che “al giorno d’oggi non ha senso convertire”. P. Almir, arrivato in Bangladesh abbastanza recentemente, è attivissimo, ha una grande fantasia e varietà di impegni. Fra i giovani, offrendo loro buona istruzione e formazione, negli ostelli e con varie iniziative: gite in bicicletta, tornei di calcio (primo premio, di solito, un bue), corsi di formazione, lavoro insieme… Fra i malati, visitandoli anche in villaggi lontani, aiutando a trovare un buon medico, ricorrendo al nostro ospedale quando occorre; favorisce il microcredito, e molto altro. L’obiettivo è certamente “sociale”, anche se preferirei dire che è quello di tradurre in opere l’attenzione che ha per loro. E in questa attenzione attiva, in tutto questo lavoro, il momento più intenso e bello è quello in cui può “presentare Gesù a qualcuno che non lo conosce”, e accompagnarlo sul suo cammino. E questo avviene!

P. Almir ha anche aggiunto che fra i suoi impegni non c’è alcuna iniziativa specifica di dialogo interreligioso. Qualcuno di noi, come P. Francesco, opera anche su questa linea, con incontri per conoscersi, scambiare idee, condividere. Non siamo in molti a farlo in modo formale e organizzato; ma la vita quotidiana comporta quasi per tutti noi contatti vivi, sia di lavoro, sia informali, con persone di altra fede, a volte anche aiuti reciproci e confidenze. Sono “dialoghi di vita” che non si fanno notare ma creano un’atmosfera di rispetto di cui c’è grande bisogno.

“Essere lì, fra queste persone di altra fede, è in sé un annuncio, e Dio conosce i frutti che ne verranno”. Questo commento fa da contrappunto e si armonizza benissimo con l’affermazione di p. Almir e con la nostra esperienza quotidiana. È relativo al servizio di p. Carlo Buzzi, che ha aperto un gran numero di piccole scuole in villaggi non cristiani remoti e marginali, per rimediare alla scarsa qualità delle scuole statali. Ma si può applicare a tutti noi: chi opera fra persone afflitte da dipendenze (alcool, droghe varie), fra bambini di strada, fra ammalati, o chi cerca di essere attento alle povertà e alle emarginazioni “spicciole”, poco visibili, o date per scontate: “della vedova e dell’orfano”, “del cieco e dello zoppo”, “dello straniero e dello schiavo”, o del viandante picchiato e derubato dai briganti, come si esprime la Bibbia in tanti e vari contesti.

“Questi tre obiettivi – ha detto p. Dino – li abbiamo tutti nel DNA”: nelle parrocchie o fuori, nelle città e nel mondo rurale, fra bengalesi e fra aborigeni… li per seguiamo in vari modi.”

Ascoltavo gli interventi mormorando il mio “grazie” a Colui che ci ha chiamati, e che ci fa dono di partecipare a questa che non esito a chiamare una “sinfonia dello Spirito”. Forse non siamo alla “Prima della Scala”, siamo alle prove, e qualche stonatura c’è, ma non è il caso di scandalizzarsi.