V.I.P.

La pronuncia italiana è come un soffio: “vip”. In inglese “vi ai pi” va già meglio, ma certo non esprime la solennità del significato del tronfio acronimo V.I.P.: Very Important Person! Espressione che cede il passo soltanto davanti al superlativo del superlativo, che incute sacro timore: V.V.I.P.: Very, Very Important Person. Persona molto, molto importante!
L’autobus di super lusso con aria condizionata, tre soli sedili per ogni fila, WiFi (se si dice così, e chi non sa che cosa sia, peggio per lui/lei), bottiglia di acqua e biscotti omaggio, copertina, sedile pulito… deve partire per Rajshahi alle 14.00. Essendo di lusso, l’autista alle 14.01 è già presente sul posto, e i passeggeri incominciano ad arrivare. Verso le 14.15 sembra che tutto sia pronto, salvo due posti sono ancora vuoti. Con qualche esitazione, sapendo che l’autobus di lusso dev’essere puntuale, alle 14.20 si parte.
Alle 16.04 l’aiutante che assiste i passeggeri riceve una telefonata imperiosa: “Avete lasciato a terra due V.I.P! Fermatevi immediatamente e aspettateli”. Nessuno fiata, mentre l’autista parcheggia vicino a un negozietto dove ci si può consolare con un tè. Il tempo passa… Qualcuno incomincia a chiedersi come faranno i due V.I.P. a raggiungerli così lontani, le signore sussurrano che è tardi, sta a vedere che arriviamo con il buio. Una di loro prende coraggio, e telefona ad un amico poliziotto informandolo di ciò che accade. Il poliziotto interessa i superiori, e poco dopo l’autista in persona riceve per telefono un ordine perentorio, ripartire subito e arrivare al più presto. Romba il motore, stridono gli pneumatici… Ma i V.I.P., su auto a noleggio, arrivano poco dopo là dove l’autobus avrebbe dovuto aspettarli. Stupore, indignazione, ira, interessamento di massime autorità, che minacciosamente intimano all’autista: “Fermarsi subito e attendere finché non arrivano”. L’aiutante, imbarazzato, informa i passeggeri, che sospirano e tacciono. Di nuovo fermi. La signora di cui sopra, dopo un attimo di riflessione, ha un colpo di genio. Chiama l’aiutante, gli dice di chiamare anche l’autista, sussurra loro qualche cosa, poi si alza e proclama a voce alta, chiara e sicura: “Voi non sapete chi sono io! IO sono una V.I.P., e non vi dico che cosa succederà se mi fate arrivare quand’è già buio”.
Una V.I.P. contro due V.I.P. – direte voi. Sarà, però l’autista non fiata, si mette al volante e parte, per fermarsi soltanto all’arrivo, anzi – dieci metri oltre. Vale dunque il principio che una V.I.P. presente conta più di due V.I.P. assenti…

Picnic?

Tutti gli anni si ridiscute: “Dove fare il picnic che fa parte del programma Samuel?” Il programma ha a disposizione 9 giornate, distribuite su un anno intero, per aiutare una settantina di giovani a riflettere sulla loro vita, sul loro futuro, sulla vocazione. Fra le 9 giornate, una ingolosisce, perché ha la faccia di un picnic – anche se nasconde una motivazione segreta: far incontrare i giovani con qualche esempio di impegno un po’ differente da quelli che già conoscono. Quattro suore di quattro congregazioni diverse, due pimini, un prete diocesano e qualche “osservatore” di provenienza variabile, riconsideriamo i pro e i contro delle varie possibilità: destinazioni, distanze, condizioni delle strade, costi, emergenze in caso di pioggia, e compagnia. E poi si decide: andiamo a Mymensingh: come l’anno scorso, come due anni fa, come tre anni fa… Tanto tutti i giovani ogni anno cambiano, e d’altra parte solo Mymensingh – una cittadina a 150 chilometri a nord di Dhaka – ha un menu così vario e insolito per la Chiesa del Bangladesh, piuttosto monotona in fatto di iniziative: parrocchie, scuole, dispensari medici, cooperative di risparmio – punto.
Che cosa c’è di diverso a Mymensingh? C’è la Comunità di Taizé, con Fratelli di appartenenze ecclesiali e nazionali diverse che vivono e lavorano insieme, specialmente fra i poveri e i giovani: una vocazione ecumenica che è ancora una perla rarissima. Si ascolta la loro esperienza, presentata con grande semplicità e convinzione, si prega con uno stile un po’ insolito e gradevole, si passa un po’ di tempo lungo un fiume con una brezza deliziosa.
E poi varie “gemmazioni” delle attività dei Fratelli. A poca distanza, la Comunità dell’Arche, che raccoglie persone con disabilità mentale, organizzate in tre gruppetti tipo famiglia, con l’aiuto di volontari. Qui le religioni si incontrano e convivono, rispettate e incoraggiate, senza miscugli e senza barriere. Basta poco per intuire che i disabili mentali non sono “oggetto di assistenza”, ma persone a cui si chiede di esprimere tutto ciò che possono, che ricevono e danno affetto. Ci si può incontrare anche con “Amici della Pace”, un’associazione nata fra gli studenti di varie religioni, che hanno un programma di sensibilizzazione e formazione alla pace anche in condizioni di tensioni nei villaggi, nelle scuole, ovunque si può. Seguono 10 “decisioni” fra le quali – mi dice una ragazza musulmana – quella che preferisce è la volontà di vivere una vita sobria, perché è profondamente liberante. E c’è pure un’associazione insolita, chiamata “Svegliamoci!”, che raccoglie solo persone del gruppo etnico Mandi, e solo cristiani (lo sono quasi tutti i Mandi…). Lo scopo? Intercettare Mandi che vivono isolati, bevono o si drogano, sono trascurati in ospedale, non possono studiare… e dire loro: “Non sai che noi siamo i migliori? Dai che ci tiriamo su!” Un messaggio sorprendente per popoli di minoranza spesso angustiati dal complesso di inferiorità, o da una rabbia troppo a lungo inghiottita.
E poi, prima di ripartire, una visita e una chiacchierata con le Suore del Monastero di Clausura, le “Clarisse adoratrici”, che suscitano un’infinita curiosità e non poche domande, a cui arrivano risposte di semplicità sconcertante. “Suora, perché ha deciso di chiudersi qui dentro?” chiede una ragazza. “Perché é bello stare con Gesù”. “Non so se posso chiederlo – balbetta un ragazzo – ma vorrei sapere… quali programmi potete vedere alla televisione?” “Beh, la televisione qui non c’è”. Il ragazzo quasi sviene e poi balbetta “Ma come fanno?”
Il tutto in una giornata: partenza alle 5.30, una banana e una specie di pagnottella dolce lungo il viaggio, arrivo alle 10, programma con Taizé, L’Arche, Amici della Pace, Associazione Svegliamoci, preghiera con i Fratelli, un piattone di risotto, una passeggiata al fiume, trasbordo dall’altro capo della città, Messa in cattedrale, colloqui al monastero, partenza, e in viaggio un pacchettino di biscotti. Tutti contenti, e noi gongoliamo perché nessuno dice: ma che razza di picnic è questo? Faremo poi una valutazione, discuteremo i pro e i contro, e… decideremo che anche il prossimo anno si tornerà a Mymensingh.

Ripartire

La partenza sembrava proprio in salita per il Missionario Laico Fratel Lucio quando, anni fa, tornò in Bangladesh con la precisa intenzione di dedicarsi ai bambini “di strada”. Era già stato nel Paese, poi aveva lavorato in Italia, e poi ancora in Brasile, dove si era bene inserito in una organizzazione che assiste appunto i bambini senza dimora, specie visitandoli di notte lungo le strade. Inserito bene sì, ma lui voleva il Bangladesh, la presenza nel mondo non cristiano, e alla fine, dopo una sosta di alcuni mesi in India dove si coinvolse in un’altra organizzazione per bambini di strada e ne studiò il metodo, ecco il sospirato rientro. Ma da dove cominciare? E con chi? La comunità non mostrava entusiasmo per un progetto che appariva vago, e Lucio sembrava procedere a tentoni, a volte sbagliando la mira. Ma pian piano qualcosa prese forma, e l’impegno per questi ragazzi, che a Dhaka sono tantissimi e che molti disprezzano, divenne concreto. Lucio non ha voluto strutture dove accoglierli, ha preferito incontrarli, conoscerli e aiutarli lungo le strade, con il desiderio di far compiere a ciascuno quel cammino che poteva compiere. Per qualcuno si trattava solo di qualche incontro, di qualche medicina o un momento di gioco; per altri di qualcosa in più fino – in qualche caso – al ritrovare la propria famiglia e la propria casa. Per fare tutto questo, Lucio ha messo insieme una organizzazione di volontari, per lo più studenti ma non soltanto, tenendoli accuratamente lontani dall’idea di servire i ragazzi attraverso l’uso di grosse risorse economiche. Niente aiuti dall’estero; al contrario, la gioia di donare tempo e anche risorse economiche, e di stimolare altri a farlo: medici, avvocati, poliziotti… Un volontariato così autentico era forse un caso unico in Bangladesh, e molti lo ritenevano impossibile. Ma ha funzionato, coinvolgendo decine e decine di giovani e adulti, che a loro volta hanno collaborato nel sensibilizzare la società al problema e al valore dei ragazzi che vivono in strada. I media sono stati spesso coinvolti, e anche le autorità. Un altro aspetto non unico, ma certo raro e interessante, è la collaborazione interreligiosa creata da questa iniziativa. Lucio è noto a tutti come un missionario cattolico, ma ha lavorato circondato da volontari di tutte le religioni presenti in Bangladesh, e non credenti: una esperienza di tutto rispetto.
E poi? E poi un bel giorno Lucio ha pensato che ora i tempi erano maturi: altri potevano prendere la responsabilità di continuare a Dhaka, e lui – con qualche volontario – poteva staccarsi, per tentare di ripartire altrove. Si è congedato dalla sua abitazione nella baraccopoli e ha preso una vacanza, dopo di che ricomincerà daccapo, forse a Chittagong, forse a Sylhet. Auguri!

Un mondo a sé

Da tempo ci si preoccupa perché nessuno sa quali siano i programmi e quale tipo di islam sunnita insegnino le 14.000 “Qwami madrasse” (scuole coraniche) spuntate in tutto il Bangladesh in questi ultimi decenni, con finanziamenti esteri. Alcuni tentativi del governo di vederci chiaro sono falliti di fronte alla reazione furiosa e minacciosa dei responsabili, che non accettano controlli di sorta. Ultimamente, la Primo Ministro ha promesso di equiparare i titoli di studio della Qwami madrasse a quelli statali, una concessione data “al buio”, che non si sa quale effetto pratico possa avere, se non quello di compiacere gli elettori religiosi.
Una recente inchiesta giornalistica (The Daily Star, 19 maggio 2017) ha alzato un poco il velo su ciò che accade in queste scuole, che contano un milione e quattrocentomila studenti. Il corso di studi completi, residenziali, dura 20 anni; tutto sembra organizzato “a porte chiuse” per creare un mondo a sé, che preservi e inculchi la santità dell’islam, senza contaminazioni esterne. Nei primi 5 anni, corrispondenti alle elementari, i bambini studiano 4 lingue: bengalese, inglese, arabo e urdu, specialmente queste ultime due. In quinta, iniziano anche con il persiano; si insegnano pure matematica, storia e scienze sociali. Dopo la quinta, il 90% degli studenti non passa alla sesta, ma affronta un corso intensivo, della durata di 4 o 5 anni, per memorizzare il Corano, naturalmente in canto. Un esercizio, dicono, che accrescerebbe molto la capacità intellettuale dei giovani, la loro attenzione, pazienza e perseveranza. Finito questo, quindi dopo 9 anni di studi, si riprende il curriculum dalla sesta, dedicandosi a persiano, arabo e urdu – le principali lingue in cui la cultura islamica si esprime. Si danno pure esami sulla legislazione islamica, logica e filosofia; il bengalese si accontenta di un esame. La storia è “cucinata” in casa, e – ad esempio – si parla molto della scissione dall’India che diede origine al Pakistan (1947), ma si tace completamente sulla guerra che portò alla creazione di un Bangladesh indipendente e secolare, distaccandosi dal Pakistan (1971). Dalla classe nona alla dodicesima (cioè dal tredicesimo al sedicesimo anno di studio) ci si concentra sulla sharia e sulla filosofia islamica, finché, negli ultimi anni, ogni altra materia viene messa da parte.
Durante tutti gli studi, è proibita ogni lettura che non sia dei libri di testo, e colloqui con persone esterne richiedono il permesso. Si crea una “classe” di giovani che fa storia a sé, molto solidale, orgogliosa e unita, da cui è facile trarre elementi per impegni politici in partiti islamici.
Aggiungo che una mia visita – anni fa – ad una scuola coranica del sud, allora abbastanza aperta da permettere a me, uno straniero non musulmano, di entrare, ascoltare e fare domande, mi ha impressionato per la durezza della vita che questi ragazzi affrontavano. Ambiente poverissimo, orari per il sonno assolutamente insoliti, studiati in modo da facilitare la memorizzazione; ricreazione (gioco a calcio) ridottissima, spazi molto ristretti, nessuna “privacy”.
Con questa preparazione, i giovani possono poi dedicarsi a studi islamici, “offrendo soluzioni a problemi religiosi”, insegnare in altre madrasse, guidare comunità nelle moschee – ma non hanno altri sbocchi, nonostante la formale equiparazione concessa dalla Primo Ministro.
“Con questo sistema educativo isolato – commenta un professore universitario – le prospettive per una possibile radicalizzazione sono allarmanti”.

Effetto Cardinale

Ogni anno, leaders e rappresentanti di tutte le denominazioni cristiane, grandi e piccole, presenti in Bangladesh, si radunano per una mezza giornata di riflessione e preghiera insieme, intesa a esprimere in qualche modo quell’unità di cui si sente il bisogno ma non si sa come e dove cercare. Quest’anno l’incontro è avvenuto nella sede della conferenza episcopale cattolica, il 27 maggio, sul tema “Unità centrata su Cristo”. C’era una grossa novità rispetto alla volta precedente: pochi mesi fa il Papa ha nominato Cardinale l’arcivescovo di Dhaka mons. Patrick D’Rozario – il primo Cardinale in tutta la relativamente breve storia della Chiesa cattolica in Bangladesh. Mons. Patrick è sempre stato attento all’ecumenismo – come pure ai rapporti con membri di altre religioni – e già aveva una certa leadership morale nella piccola e variegata galassia di denominazioni cristiane. Questa nomina ha colto tutti di sorpresa, ed è stata una sorpresa piacevole, che ha dato il via non solo a congratulazioni formali, ma all’affermazione che mons. Patrick è Cardinale non solo dei Cattolici, ma “di e per tutti noi”, ed è quindi un punto di unione da tenere prezioso.

Solidarietà

Una donna poveramente vestita, silenziosamente li precede. Seguono cinque anziani, con barba bianca e zucchetto per la preghiera. Sono ciechi. Il primo appoggia la mano su una spalla della donna, e gli altri a seguire, ciascuno appoggiato alla spalla di chi lo precede, formando una piccola catena di solidarietà. La donna si ferma di negozio in negozio lungo la stradetta affollata. Ad ogni tappa i cinque cantano, con energia ma bene intonati, una lunga filastrocca religiosa; poi accolgono l’elemosina e ripartono, in silenzio.

Riforma

Mario, fedele visitatore delle “Schegge”, dopo aver letto “Interpretazioni” del 22 aprile scorso, mi segnala gentilmente un articolo pubblicato tre giorni dopo da Asianews con il titolo: “Le radici dell’islamismo violento sono nell’islam, parola di un musulmano”, a firma di Kamel Abderrahman. Tratta del rapporto fra islam e islamismo – inteso come la parte fondamentalista, radicale, intollerante e violenta che sta emergendo in tante aree del mondo musulmano e si chiede: è vero, come sostiene la maggioranza dei musulmani, che l’islamismo non è l’islam autentico? Asianews ha toccato l’argomento varie volte, con interventi di studiosi fra i quali mi pare ci sia una certa convergenza. L’A. sostiene con grande passione la tesi, che senza una riforma profonda e radicale, l’islam si stia condannando ad essere ostaggio in balia dell’islamismo radicale violento.
Secondo lui, le radici dell’islamismo si trovano nella tradizione islamica “riscoperta” e rimessa in circolazione in modo acritico. L’islam, nei secoli, ha prodotto una massa enorme di interpretazioni giuridiche del Corano e della Sharia, spesso rigide, legaliste, che danno ampio spazio all’uso della coercizione e della violenza per “difendere”, diffondere, far rispettare l’islam e opporsi agli “infedeli”. Esse vengono tuttora insegnate in migliaia di scuole coraniche, inclusa la prestigiosa università Al Azhar del Cairo. Non è possibile tenere per buoni questi insegnamenti e allo stesso tempo opporsi efficacemente al fondamentalismo violento. L’islamismo non inventa e non vuole inventare nulla di nuovo, vuole soltanto mettere in pratica tutto ciò che è stato insegnato ma non praticato, perché crede che il “ritorno” a quegli insegnamenti sia la via per vivere un islam autentico e risolvere i problemi del mondo. Se l’islam di oggi – sostiene l’Autore – non prende coraggio per analizzare queste radici, sottoporle a verifica critica e razionale, distinguere e tenere ciò che è buono e liberarsi di ciò che non lo è, sarà sempre più chiuso, intollerante, violento.
Caro Mario, tu vuoi sapere che cosa penso di questa valutazione, ma devo deluderti: non sono in grado di vagliarla con competenza. Non ho mai studiato gli autori antichi di cui l’articolo parla, e non so quali sono i riferimenti fondamentali degli insegnamenti di Al Azhar…
Posso solo condividere ciò che percepisco e “fiuto”, vivendo in una metropoli di un Paese a larga maggioranza musulmano, e di tradizione tollerante. Ne ho parlato altre volte nelle “Schegge”: sta crescendo, gradualmente, una mentalità più attenta alle regole e alle espressioni anche esterne, sociali, della religione (ad esempio, abiti delle donne, ma anche degli uomini, desiderio di leggi che indirizzino i fedeli e “proteggano” l’islam…). Si ha la sensazione che l’insegnamento nelle scuole coraniche sia, rispetto al passato, più ripiegato su se stesso, intransigente, e che trovi un’eco sorprendentemente ampia.
Ci sono resistenze e reazioni a questa mentalità? Sì, molte e ben articolate; ma quanto incidono? Tempo fa, mi avvicinò per strada un distinto signore presentandosi come Preside di una università, la cui sede era lì accanto. Mi invitò per un tè e quattro chiacchiere e, quando queste furono interrotte dal lacerante “urlo” di richiamo alla preghiera diffuso dagli altoparlanti della vicina moschea, sorrise sospirando: “Li sente? Tutto il mondo cambia, ma loro no. Com’è possibile che leggi emanate oltre mille anni fa per un popolo tribale che viveva nel deserto, siano da applicare pari pari nel mondo moderno di un popolo completamente diverso? A lei queste cose le posso dire; ma chi le dice a “questi signori” – aggiunse guardando verso la vicina moschea – che non le vogliono sentire?”
E’ di questi giorni l’approvazione di una legge, in Pakistan, che commina carcere e multa a chi viene visto mangiare o bere durante il mese di digiuno del Ramadan. E’ di questi giorni la condanna a due anni di carcere dell’ex governatore di Jakarta per aver offeso l’islam: aveva criticato certe interpretazioni che alcuni ne danno. In Bangladesh il movimento islamista continua ad alzare le sue pretese e il governo (ufficialmente secolare) cerca di accontentarli. La legge che proibiva il matrimonio prima dei 18 anni è stata rivista per ammettere casi in cui, “per il bene dei giovani”, il matrimonio può essere contratto anche a quindici anni. Il bene dei giovani consiste nel fatto che, se hanno avuto rapporti sessuali, si devono assolutamente sposare, anche se in realtà s’è trattato di uno stupro. Così, chi violenta una ragazzina ha diritto di sposarla “per il suo bene”… Questo movimento minaccia gli impresari perché non assumano donne, vuole che si proibisca ogni conversione, che ogni negozio e ufficio gestito da non musulmani, metta a disposizione il Corano e il tempo per la preghiera…

Chi dice che l’islamismo “non è il vero islam” è sincero, perché nella sua esperienza queste chiusure e violenze non ci sono; ma – sostiene l’A. – in realtà chiusure e violenze sono fondate su norme ampiamente diffuse, e che portano a queste conclusioni, se non vengono sottoposte a una radicale revisione critica. Revisione temutissima e osteggiata perché, secondo alcuni, sarebbe di per sé offesa alla sacralità del Corano; ma anche perché il fondamentalismo ha il terrore della modernità e della critica, convinto che essi vogliano “svuotare dall’interno” l’islam e la sua cultura, come l’occidente ha fatto – secondo loro – con il cristianesimo..
Anche nella vasta galassia del mondo cristiano ci sono interpretazioni molto diverse, e ci sono state guerre fratricide; ci sono stati movimenti radicalizzatisi attorno a uno o più aspetti della Bibbia, che – interpretati alla lettera, fuori contesto, e senza spirito critico – hanno alimentato fanatismi, eresie, conflitti. Oggi il fenomeno nel mondo islamico ha dimensioni gigantesche, diffuse dalle Filippine alla Nigeria, dal Kossovo alla Somalia. La Primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha sentito il bisogno, recentemente, di sottolineare che i musulmani devono smettere di massacrarsi fra loro, imparare a rispettarsi e a risolvere le difficoltà attraverso il dialogo. Non sono solo i musulmani ad avere bisogno di questo, ma certo anche loro!
Ho scritto, qualche tempo fa, che è in atto un “braccio di ferro” interno al mondo islamico, fra modernità da una parte, e ritorno al passato dall’altra. L’A. sa bene che molti musulmani vogliono reagire. Il punto debole della reazione è – sostiene – che non si prendono le distanze dalle fonti che sono all’origine di interpretazioni letteraliste. Mi permetto di aggiungere che nel mondo islamico un lavoro del genere è già stato avviato da studiosi che rischiano in proprio, e sono – a dir poco – emarginati; altri senza dubbio si aggiungeranno per un’opera “ciclopica”, certamente molto lunga e dolorosa, che ripercorrerà forse, a grandi linee, i travagli del mondo cristiano a partire dall’epoca così detta “dei lumi”. Cammini come questi non sono mai conclusi: sono i cammini spesso convulsi e confusi della storia.

Indagini

Giugno 2016: nel quartiere di Mirpur – Dhaka – un grosso gruppo di esagitati assalta un’abitazione, sfonda porte, saccheggia, pesta e scappa. Segue denuncia alla polizia con indicazione dei nomi di chi ha, o si pensa abbia partecipato partecipato al misfatto.
27 febbraio 2017: dopo otto mesi di accurate indagini, la polizia riformula la lista e la inoltra alla magistratura, indicando 22 nomi di imputati, fra cui un certo Rubel (saccheggio con furto di 25.000 taka, due catene d’oro, un cellulare), suo padre Abdul Kashem, e tale Arifur Rahman. Per Rubel e Arifur, che risultano latitanti, chiede il mandato di cattura.
La giustizia fa il suo corso, e il 9 marzo Rubel risponde alla convocazione. Si presenta al magistrato, si guarda intorno smarrito, e scoppia in un pianto dirotto con singhiozzi irrefrenabili. Non è il pianto che turba il giudice: sa bene che spesso si tratta di una commedia per impietosire, o di una reazione nervosa, o dell’espressione di un doveroso pentimento per le iniquità compiute. Ciò che lo lascia perplesso è il fatto assolutamente improprio che l’imputato sia entrato in aula in braccio ad una giovane donna la quale, interpellata, dichiara di essere sua madre, la madre di Rubel, il quale Rubel è proprio il marmocchio che – nonostante le sue coccole – continua a strillare disperatamente. Ha 11 mesi e 6 giorni di età, perciò “all’epoca dei fatti” (come si dice in gergo) di cui si sta per discutere, aveva circa tre mesi di età. Il magistrato ritiene il caso insolito, da chiarire, e invita altri accusati a farsi avanti per poi decidere. Vengono, e fra essi un anziano che si dichiara padre di Arifur e afferma di poter chiamare numerosi testimoni per provare che suo figlio è morto tragicamente, per attacco cardiaco, all’età 27 anni, tre anni fa; di conseguenza, “all’epoca dei fatti” era già da tempo defunto e incapace di delinquere.
Il magistrato rinvia l’udienza, e convoca l’ispettore di polizia responsabile dell’indagine, il quale risulta essere gravemente infermo e impossibilitato a presentarsi. Il suo superiore, interpellato dai giornalisti, dichiara senza esitare: “Deve esserci stato un errore”.

In cammino

Per ora siamo ancora alle dita di una mano, però siamo arrivati al mignolo, e la prossima volta le dita non basteranno più: sono 5 i bangladeshi che fanno parte del PIME, un missionario laico (Fratello), tre padri, e un diacono che il 4 agosto verrà ordinato prete. C’è speranza che la piccola chiesa del Bangladesh continui sulla strada iniziata, magari con il contagocce, ma senza fermarsi. Partendo dalla fine, oltre al diacono, tre seminaristi stanno studiando nel seminario di Monza, quattro – terminata la filosofia a Dhaka – stanno armeggiando con i documenti per il gran salto verso l’Italia; altri tre li rimpiazzano, passando dalla comunità formativa, dove mi trovo pure io, alla filosofia nel seminario nazionale. Il cammino è lungo…
C’è chi mi chiede se questi giovani vengono a noi per uscire dalla povertà. Fermo restando che alcuni di loro vengono da famiglie benestanti, mentre altri si sono pagati gli studi lavorando sodo, e che Gesù ha scelto i suoi discepoli in mezzo a tutte le categorie sociali ed economiche, la domanda è legittima. Anche per questo il PIME, a livello pre-filosofico, non ha seminari veri e propri, ma due piccole comunità formative in cui spieghiamo che il nostro obiettivo non è direttamente il formare preti e missionari, ma formare uomini e cristiani capaci di rispondere al Signore – là dove li chiama. La vita e le attività che svolgono con noi in parrocchia li aiutano a responsabilizzarsi, capire senza bisogno di tante lezioni, misurarsi con la realtà e confrontarsi non solo con noi “formatori”, ma con i fedeli della parrocchia, che li vedono, li stimano, li rimproverano quando occorre. Poi fanno la loro scelta. Per qualcuno, il motivo che li spinge ad unirsi al PIME è la gratitudine: abbiamo ricevuto tanto, voglio “ricambiare” impegnandomi come missionario. Uno di loro, già con il “Master” (laurea) in economia, non ci conosceva, ma quando ha saputo che la sua parrocchia è stata la prima fondata dai nostri missionari, nella seconda metà del 1800, e che fra i primi battezzati c’erano i suoi tris-nonni, ha scelto il PIME. E chissà che non tocchi proprio a lui di fondare una comunità cristiana in qualche altra parte del mondo, mettendo il seme per un suo “successore” come missionario, nel 2150 – o giù di lì?

Pitor

Nella scheggia “Volti e nomi”, di qualche settimana fa, c’è un’omissione di cui mi rammarico. Ho scritto tenendo sotto gli occhi la fotografia che appare nel “blog”, ma in una sua edizione “tagliata”: mancava la parte destra. Per questo non vi ho detto che l’ultima persona a destra si chiama Pitor, ed è un giovane speciale. Sorride sempre, a denti stretti. Non perché sorrida forzatamente, al contrario, ha un sorriso molto spontaneo, dolce, direi “luminoso”. Ma da anni lo tormenta una malattia che gli contrae i muscoli rendendoli duri come legno, deformandogli le ossa e impedendogli i movimenti. Peggiora giorno dopo giorno. Fino a poco fa riusciva ancora a preparare corone del rosario, ora non più; la bocca si è serrata, per cui mangia solo cibi semiliquidi e – come dicevo – sorride e parla “a denti stretti”. Non riesce a sedersi, la carrozzella con le ruote gli serve per appoggiarsi e per fare qualche passo faticoso con una lenta, strana andatura da burattino. Quando arrivo a Snehanir, è il primo che saluto, perché ha una stanza a fianco del cancello di entrata, il posto del portinaio – suo incarico ufficiale. Con lui c’è sempre qualcuno dei ragazzi della comunità, e anche qualcuno di fuori; non c’è bisogno di fare turni, non lo lasciano solo, e se qualcuno bussa al cancello uno di loro scatta (correndo, o manovrando la carrozzella) e apre – così rimane lui, Pitor, il titolare dell’incarico, e nessuno dice che bisogna incaricare qualcun altro perché lui non ce la fa più. “Pitor ciao, come va?” gli chiedo. “Bene bene, grazie!” Sembra uno scherzo, e invece lui lo dice convinto. “I tuoi dolori?”. “Ci sono” mormora, e aggiunge: “Se oggi celebri la Messa, ricordati di portare la Comunione anche a me”.