Competizione

Si chiama “Shopna”, cioè “sogno”: giovane, carina e sfortunata. Attacca bottoni, a mano, in una fabbrica di abiti, guadagnando ogni mese i 52 euro con cui deve mandare avanti la baracca; baracca in senso proprio, visto che non si può dare altro nome al luogo dove abita, e in senso figurato, visto che vive con genitori, suocera, due figli piccoli, e deve mantenere tutti. Il marito, oberato da debiti e spaventato dai creditori, è scappato tre anni fa senza lasciar traccia. Questa volta “Sogno” viene da me afflitta perchè la figlia, che frequenta la prima elementare “ha avuto un brutto risultato”. “Bocciata?” chiedo. “No, però la maestra dice che devo mandarla a lezioni private, e io non posso…” Piange. Insisto per saperne di più e finalmente spiega che nella sua classe è soltanto sedicesima – su trentadue. I miei tentativi di consolarla minimizzando la gravità della faccenda non hanno successo… Si sente sventurata e scoraggiata. La scuola in Bangladesh vive di competizione, i genitori ne sono ossessionati, gli insegnanti ci guadagnano, i figli sono oppressi, nevrotizzati, resi antipatici dallo stupido orgoglio di chi ottiene un punto in più del vicino di banco e dall’invidia di chi è “solo” secondo. Cosa insolita per me, ho persino “tuonato dal pulpito” contro questa mentalità devastante. “Gesù non dice ‘Beati quelli che arrivano primi’. Che i vostri figli facciano il loro dovere, che vengano promossi, e lasciate perdere se sono primi, secondi o decimi” Tutto inutile, naturalmente. L’ansia del primo posto e la sottile inimicizia con chi compete non si placano. Quest’anno, in tutto il Bangladesh, un numero insolitamente alto di studenti sono stati bocciati all’esame di maturità, e il numero dei suicidi o tentati suicidi è impressionante; insieme a questi, anche casi di giovani che erano stati promossi, ma non con il punteggio desiderato. Dai quattro, cinque anni di età i bambini si affannano da una ripetizione all’altra. Costretti negli spazi ridottissimi degli appartamenti di Dhaka, senza giochi e senza spensieratezza, passano dalla sedia dove si studia in casa a quella accanto a chi dà “ripetizioni”, a quella davanti alla TV (breve premio concesso a chi ha studiato assiduamente). A rendere il quadro più desolante, si aggiunga che il tutto è puro esercizio di memoria, e che il vero problema non è imparare, ma prevedere le possibili domande per memorizzare le risposte. Bisogna pagare le ripetizioni, e bisogna sapere che i testi scolastici distribuiti gratuitamente (quasi) dallo stato non bastano: bisogna assolutamente comprare i “bigini” di appoggio, con le sintesi da memorizzare, e istupidirsi su quelli. Le poche scuole che fanno diversamente sono scuole “di prestigio” che certo un povero non può permettersi. – Le scuole cattoliche o di varie denominazioni cristiane? Sono anch’esse afflitte da questa frenesia competitiva; ma di solito si preoccupano che gli insegnanti insegnino, e molte offrono ripetizioni gratuite; per questo vengono apprezzate.

Antonietta e Martin

“Pronto, sono Martin. Ti ricordi di me?” “Sì, certo che ti ricordo. Come stai?” “Ho avuto un po’ di malanni nelle scorse settimane, ma ora sto meglio. D’altra parte, tu sai come sono conciato… Insomma, è così e va bene così. Ascolta: da tanto non ci vediamo, continuo il mio lavoro di contabile al Centro Assistenza Ammalati, e ho avviato una piccola scuola per chi vuole imparare ad usare il computer. Gli amici non mi mancano, con i soldi me la cavo… Ora però devo dirti una cosa importante, la vuoi sentire?” “Sì, certo. Dimmi”. “Antonietta, mi vuoi sposare?” – “Sì”.

Ovviamente non ho stenografato nè registrato esattamente le parole che si sono scambiati Antonietta e Martin, entrambi di etnia Santal, da ragazzi compagni di giochi al villaggio. Però è certo che, subito dopo la conversazione, Antonietta ha parlato con la mamma e con il fratello maggiore (il papà non c’è più), richiamando poi per confermare il suo consenso. E io, il 10 luglio, ho avuto la gioia di benedire il loro matrimonio, celebrato a Rajshahi nella cappella di Snehonir. E’ la “Casa della tenerezza”, dove vive la comunità di disabili in cui Martin e’ stato accolto e che lo ha accompagnato a terminare il college, imparare l’uso del computer, dell’harmonium, della tobla, affrontare momenti difficilissimi, avere fiducia in se stesso, farsi tanti amici. Poi ha “preso il largo” organizzando la sua vita in autonomia, pur continuando a considerare “Snehonir” come la sua famiglia e a partecipare ai momenti importanti della sua vita e alle sue iniziative.

Martin, che ha 35 anni, era un ragazzo sano e pieno di energie quando – giocando al pallone – ebbe una brutta caduta seguita da dolori che si aggravavano giorno per giorno. Operato più volte, ha le gambe orribilmente contorte e paralizzate, e a causa della spina dorsale offesa, non può neppure sedersi. Vive sdraiato su una barella che ha le ruote, su cui lo portano al posto di lavoro, alle attività che lui stesso organizza o a cui lo invitano, esercitando la sua “leadership” naturale nonostante la grave invalidità. Non so molto di Antonietta, ma mi ha dato l’impressione di essere una donna semplice, di grande maturità, e di avere acconsentito con una gioia pacata, profonda e solida. Forse l’invito di Martin ha risvegliato un amore rimasto inespresso per tanti anni?

La loro decisione ha suscitato in tutti stupore, in alcuni scandalo, persino rabbia; papà e mamma di Martin, che vivevano con lui, se ne sono andati e nel giorno delle nozze erano assenti. Diverse persone mi hanno invitato a persuadere Martin a non sposarsi, dando per scontato che pure io considerassi assurdo quel matrimonio. Ma dialogando con pazienza, ho visto che molti progressivamente hanno dato spazio ad una riflessione salutare e positiva; hanno incominciato a guardare a questa insolita coppia come ad un uomo e una donna che si sentono creati l’uno per l’altra, più che ad un “handicappato” e una “normale”. Un prete mi ha detto: “Mi hanno aperto gli occhi, e capisco che una persona disabile ha diritto non solo alla carrozzella e alla compassione, ma alla mia attenzione umana e pastorale, e anche il diritto di esprimere in pieno i suoi doni e le sue capacità”.

I ragazzi e le ragazze di Snehonir, nel giorno del loro “sì”, erano raggianti. Anche i piccoli, non ancora in grado di fare una riflessione precisa su ciò che vedevano, percepivano che qualcosa di bello e di importante stava accadendo.

Antonietta, Martin, tanti auguri. Il Signore vi benedica!

Luna

I più fedeli lettori delle “schegge” sanno che la data della festa islamica “Id-ul-fitr”, con cui si conclude il mese di digiuno, è fissata in base alle fasi lunari (come la Pasqua per i cristiani). E sanno anche che in Bangladesh, a differenza di quasi tutti gli altri paesi islamici, si stabilisce la data non in base ai calcoli astronomici, ma in base alla vista. Quest’anno, i calcoli dicevano che la festa sarebbe caduta il 5 giugno. Il 4 giugno era nuvolo, e alle 17 cominciò a circolare la voce che le festa sarebbe stata il giorno 6. La conferma ufficiale venne poco dopo, perché l’apposito comitato per l’avvistamento della luna, presieduto dal Ministro della religione, tra le 18.30 e le 19.00 del 4 giugno non la vide. Festa rinviata. Radio e TV confermarono, con la consueta autorevolezza, e la gente incominciò ad andare a dormire pensando ad un altro giorno di digiuno. Senonchè, alle 23 circa qualcuno (ma non si sa chi) da qualche parte in Bangladesh vide la luna, presumibilmente avvisò il Comitato, che immediatamente diede ordine a radio, TV e altoparlanti su rikscio che giravano per le strade, di avvisare: basta digiuno, la festa è il 5.

Adesso il comitato e il ministro sono in una bufera politica. C’è chi sostiene che alle ore 23 in quel tal posto la luna non è visibile in nessun caso, c’è chi insiste: che ci sta a fare il comitato, se ascolta il primo sconosciuto che gli ha detto di aver visto la luna? E poi, che la si veda o no, la luna c’è ed è a quel punto – nuvole e non nuvole, comitato o non comitato… A proposito: perché non aboliamo il comitato?

Malattia

La scheggia “Pasqua”, qualche settimana fa accennava a una giovane mamma che aveva rischiato di morire per appendicite, non avendo risorse per farsi operare. Ecco un commento che ho ricevuto:

Caro padre Franco, tu fai bene ad evidenziare il segno pasquale di una persona guarita dalla sua infermità, proprio come nel Vangelo vediamo tante volte operare Gesù.
Però, a me sembra che sia giusto, se non necessario, evidenziare anche l’iniquità di un sistema in cui i medici sono sostanzialmente pronti ad uccidere (perché lasciar morire una persona che si potrebbe salvare non è diverso da ammazzarla) i pazienti che non possono pagare. Quante altre (…) persone sono morte in questi giorni perché nessuno poteva e voleva pagare? Davvero non c’è nessuna altra spesa meno urgente a cui il Bangladesh potrebbe soprassedere per salvarle? Un abbraccio. Mario

Caro Mario, la malattia in Bangladesh è una tragedia per milioni di persone. Un sistema di assistenza sanitaria nazionale c’è per alcune categorie: i militari, che hanno ottimi ospedali; i “Combattenti per la libertà” (i nostri “partigiani”) nella guerra del 1971, che ricevono cure gratuite; il personale politico di alto livello, alcune categorie di dipendenti statali. C’è anche un’assistenza fornita da strutture: ospedali statali dove, pagando un “ticket” alla portata di tutti, chiunque ha diritto di essere ricoverato, visitato e di avere una diagnosi. Poi? Poi deve procurarsi i pasti, fare i molti esami richiesti, comprare le medicine prescritte (sempre una lista lunghissima), se è il caso anche bende e gesso o altro materiale sanitario. La spesa dunque è alta e prolungata, anche se il paziente puòrestare in ospedale gratis.

Ci sono strutture private, moltiplicatesi ovunque in questi ultimi decenni: grandi e moderni ospedali dove si compiono anche operazioni molto sofisticate, e clinichette raffazzonate in qualche modo. Ovviamente, vengono aperte per guadagnarci, e tutto si paga, a prezzi più o meno alti.

Quasi non esiste un sistema di protezione del lavoro dipendente. I lavoratori a giornata (sono tantissimi) perdono tutto il guadagno se si ammalano, ma anche il lavoratore assunto stabilmente, se una malattia si prolunga oltre i pochi giorni, viene licenziato e rimane da subito senza stipendio.

Questo il sistema. Prima di parlare del suo funzionamento, metto le mani avanti: quando si entra in simili argomenti, arriva ben presto l’osservazione: “Sì sì, certo! Ma non credere che in Italia… Qui siamo peggio, roba da matti, sfacelo, catastrofe, orrore…” Non pongo in dubbio queste valutazioni, ma io non intendo fare paragoni: se dico che in Bangladesh piove, non voglio far capire che in Italia c’èil sole, intendo solo dire che in Bangladesh piove – oggi.

L’ospedale che ricovera gratuitamente è positivo. Il problema è l’affollamento: per avere l’ammissione bisogna fare “code” per settimane, o mesi, andando e tornando ogni giorno. Ammissione spesso significa un posto per terra, nei cameroni, a fianco dei letti, o in veranda. Quando non c’è più neanche quel posto, ti dicono di pagare per avere una “cabin”, una microstanza. Mentre attendi in fila, devi difenderti da chi ti accosta per toglierti dai guai. Alcuni promettono di farti “passare avanti”, di portarti dove c’è un medico migliore, di farti avere la “cabin” gratis… in cambio di mance adeguate; oppure insistono: “Non fare l’esame nel laboratorio dell’ospedale governativo: “Costa meno ma il dottore non vale; vieni dove ti accompagno io, e il dottore ti aiuterà meglio…” Un prezioso consiglio, da ricompensarsi con una adeguata somma… Oppure ancora: “Vieni dove non c’è coda!”, e ti lasciano davanti allo studio dell’odontoiatra invece che quello del cardiologo che serve a te. Se da tre giorni sei coricato per terra e nessuno si ferma da te, qualcuno attirerà l’attenzione di un medico – in cambio di una mancia. Occorre un’operazione? E’ gratuita: basta provvedere aghi e filo di sutura, sangue, prodotti per l’anestesia, persona che ti assista e quant’altro può servire. E naturalmente, visto che la lista di attesa è lunga, bisogna ricordare al chirurgo che ci sei anche tu: una busta con il tuo nome e qualcosa dentro…

Difficile immaginare come possa cavarsela chi non ha familiarità con l’ambiente, non ha conoscenze, sta male, e non capisce i cartelli che indicano i vari reparti, specialità, regole, ecc.

Perchè il paziente deve comprarsi le medicine? Qualcuno dice che il governo non le passa; altri dicono che le passa, ma… Un’infermiera mi ha spiegato che quando arriva un quantitativo di medicine, queste vengono esposte in una sala a cui accedono, in successione gerarchica, il primario, seguito dagli assistenti, poi le infermiere professionali e infine le junior. Ognuno prende quello che crede, le medicine riappariranno – in vendita – nei negozietti che pullulano accanto agli ospedali, e ciò che avanza viene usato per gli ammalati. E’ così ovunque? Non lo so. Da qualche parte lo è.

Dicevo che alcuni ospedali fanno operazioni anche molto sofisticate. Conosco persino i prezzi degli “stent”, i famosi “anellini” che sbloccano le arterie del cuore: economici quelli indiani, medi quelli europei, costosissimi quelli americani; ma la durata è proporzionata al costo. Operazione bene, per l’assistenza post operatoria, e – più in generale – per l’igiene… Vi risparmio descrizioni poco piacevoli…

Anche il medico di buona volontà e onesto non sa come muoversi, e ovviamente non può curare gratis tutti quelli che non possono pagarsi il trattamento – o che dicono di non poterlo fare. Ovvio che i disonesti ci sono, fra i medici e fra i malati o sedicenti tali, e ci sguazzano (sì, lo so… anche in Italia…).

I poveri (sono tanti!), anche se hanno uno stipendio, non riescono ad andare oltre il paracetamolo. Ma anche chi ha risorse, se si trova davanti ad un problema “normale” come il diabete (qui diffusissimo), un calcolo renale, e cose di questo livello, deve affrontarle facendo debiti. Spesso la famiglia allargata interviene, ma ovviamente non può continuare a lungo. Le Suore di Madre Teresa, “esperte” in ammalati poveri, non s’avventurano a prendersi responsabilita’ per malati cardiaci, renali, e affetti da tumori. Neppure loro ce la fanno ad imbarcarsi in dialisi, chemioterapie, radioterapie, o cure diabetiche pesanti.

E allora? E allora niente: questa è la situazione. E noi abbiamo ogni giorno a che fare con persone che devono affrontarla, spesso senza averci mai pensato prima, e senza rendersi conto che non possiamo aiutarli. E’ una sofferenza grande per loro, e anche non poco per noi.

Galera

Iftar, letteralmente “break-fast”, “rompi-digiuno”, è lo spuntino che i musulmani mangiano ogni giorno al tramonto, durante il mese di Ramadan, appena scatta il momento in cui termina l’obbligo del digiuno. E’ un momento di gioia e socializzazione, ci si offre a vicenda riso soffiato, frittelle saporite, acqua fresca, noccioline, pasticcini… Di solito il tutto avviene spontaneamente, fra vicini di casa, di ufficio, di negozio… ma ci sono anche gli “Iftar” organizzati, ufficiali, su invito, consumati in eleganti ristoranti e con cibi deliziosi. Ci sono Iftar su invito del datore di lavoro, del politico di zona, del boss mafioso, del partito che vuol farsi benvolere, del benefattore che invita i mendicanti… Il 28 aprile scorso il BNP (Bangladesh National Party), all’opposizione ormai da molti anni, ha organizzato un Iftar con illustri invitati, fra cui parlamentari del partito al potere, l’Awami League. Un gesto di pace in un mese che invita tutti alla conversione e alla spiritualità. Al momento giusto, i convenuti però si trovarono davanti non profumati vassoi da cui servirsi in abbondanza, ma un gran numero di sacchettini di carta con la razione individuale, “ognuno prenda il suo”.

Un iftar magro magro, di cui si fece pure conoscere il prezzo: 30 taka (0.33 euro) per ogni porzione. Per chiedere un contributo? No, per far provare ai presenti che cosa sia un “iftar da galera”, di cui devono accontentarsi i carcerati, e a cui è sottoposta la Presidente del BNP, la signora Khaleda Zia, in prigione ormai da oltre un anno, condannata per corruzione e in attesa di numerosi altri processi. Il BNP sostiene che si tratta di una condanna politica, data ad un’innocente che ora si intende eliminare facendole mancare le cure di cui ha bisogno, e anche rifilandole iftar da 30 taka l’uno – provate che cosa vuol dire!

Il vero problema però è che i sacchetti sono andati solo a quelli del suo partito, perchè gli invitati parlamentari dell’Awami League avevano fiutato il trucco, e nessuno di loro aveva accettato l’invito.

Nessun miglioramento dunque per la povera Khaleda? Il direttore della prigione ha fatto sapere che, se fa domanda, si prenderà in esame la sua lamentela.

Evangelizzare

Appena letto il discorsetto familiare che il 20 maggio scorso il Papa ha rivolto ai missionari del PIME che hanno partecipato, a Roma, alla recente “Assemblea Generale”, sono sceso per salutare alcune ammalate e ammalati ospiti per qualche giorno del nostro “Sick Shelter”, il “Rifugio dei malati” che sta al piano terra della casa del PIME a Dhaka: tre stanzette con otto lettini in tutto…

Ora rileggo e riprendo alcuni pensieri che Francesco fa emergere, specialmente citando la lettera di Paolo VI “Evangelii Nuntiandi”, “il documento pastorale più grande del dopo-Concilio”.

Il punto chiave è Gesù: «non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati» (Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, 22). Ma non siamo noi che, per iniziativa nostra, e nemmeno soltanto in obbedienza ad un comando, facciamo l’evangelizzazione: “La prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera, viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi diventare – con Lui e in Lui – evangelizzatori» (Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 112).

“Inserirsi nell’iniziativa divina” significa non soltanto parlare, insegnare, ma “trasformazione missionaria della vita e della pastorale». Non si tratta di “cercare nuovi soci per questa “società cattolica”, no, è far vedere Gesù: che Lui si faccia vedere nella mia persona, nel mio comportamento; e aprire con la mia vita spazi a Gesù.”

Infine, ci invita a rileggere la lettera di Paolo VI: “Negli ultimi numeri, quando descrive come dev’essere un evangelizzatore, parla della gioia di evangelizzare. Quando San Paolo VI parla dei peccati dell’evangelizzatore: i quattro o cinque ultimi numeri. Leggetelo bene, pensando alla gioia che lui ci raccomanda”.

La gioia? L’ho letta nei volti dei malati con cui ho appena chiacchierato, donnette timide che si guardano intorno ad occhi sbarrati, ancora stupite di aver trovato qualcuno che le ha accolte, organizzate, accompagnate qui e che domani le accompagnerà a fare i controlli medici di cui hanno bisogno e che da sole non potrebbero mai permettersi. Sono musulmane, come l’unico uomo che fa parte del gruppetto: mantiene moglie e due figli mendicando, perchè ha una gamba amputata. Il loro incontro con Gesù è questo. Mi parlano del medico che anni fa ha avviato questa iniziativa nella loro zona, remota e arretrata: un neozelandese che ha vissuto per e con i poveri, e che – lo sanno bene – era cristiano. Ogni anno trascorreva un mese di riposo, preghiera, meditazione in una missione, e undici mesi fra loro, a servirli. Sanno che anche noi siamo cristiani. Ci guardano cercando di capire, di decifrare l’enigma del nostro comportamento, magari anche soltanto dei nostri sorrisi, della nostra preghiera, del nostro ascoltarli e parlare con rispetto. Si chiacchiera, si scambia qualche battuta scherzosa. Poi una di loro mi prende da parte e mi sussurra: “Sa, noi qui siamo contente, ci volete bene, come ci voleva bene il dottore. E se lei non si offende, glielo dico: noi preghiamo molto per voi”. “Preghiamo”: usa il termine “doa kora”, che è quello della preghiera spontanea, non della preghiera obbligatoria.

Mentre mi allontano con la gioia di questo incontro, mi viene in mente una nota degli Atti degli Apostoli (5, 12-13) a cui non avevo mai prestato attenzione: ““Molti segni e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava”. Perchè “nessuno degli altri osava associarsi?” I commentatori non hanno risposte precise. Era paura? Forse, o forse no. Potrebbe essere, come in queste donnette e in questo mendicante, il pensiero che si tratti di qualcosa che è troppo grande per loro, abituati a essere ultimi, trascurati, rassegnati a rimanere quello che sono – ma capaci di guardare con occhi di riconoscenza e di ammirazione. Non è anche questa evangelizzazione, cioè buona notizia? Qualcuno pensa a te, con affetto, e questo qualcuno è un discepolo di Gesù.

Limbo

“Che fine hanno fatto i Rohingya?” Me lo chiede un’amica, e la risposta è presto data: tutto fermo.

L’ondata di immigrati in fuga del Myanmar risale agli ultimi mesi del 2017. Si dice che fossero 750mila, da aggiungere ai due o trecentomila fuggiti negli anni precedenti. Questa volta, a scatenare l’esercito contro di loro fu un attacco di ribelli Rohingya, che uccisero oltre venti militari di un presidio. Seguirono incendi di villaggi, letteralmente rasi al suolo, uccisioni, arresti, stupri, con l’evidente obiettivo che i Rohingya se ne andassero togliendosi dalla testa l’idea di ritornare.

La prima reazione del Bangladesh fu di tenere i profughi al di là del confine, anche con la forza. Ma presto si scelse la via dell’accoglienza umanitaria. I Rohingya sono musulmani, e la maggioranza dei bengalesi non avrebbe accettato una posizione dura verso di loro. Inoltre, il rifiuto dei profughi avrebbe posto il Bangladesh sul banco degli accusati, insieme ai Birmani, mentre l’accoglienza avrebbe suscitato benevolenza, appoggio politico e aiuti internazionali. Intanto, i due paesi continuavano con il loro ritornello: i Rohinghya non hanno la cittadinanza perchè in passato l’hanno rifiutata, e perchè sono bengalesi, tornino a casa loro – ripete il Myanmar; i Rohingya sono birmani, che tornino a casa loro – ripete il Bangladesh.

L’accoglienza fu sempre accompagnata da disposizioni – tuttora in vigore – perchè i profughi non lascino i campi, non abbiano un impiego, non frequentino scuole e non ricevano documenti bengalesi; anche l’uso dei telefoni cellulari è proibito. Accorsero numerose organizzazioni internazionali, governative, e non governative che si spartirono gli impegni: sistemazione logistica, cibo, igiene, salute, problemi ecologico-ambientali, istruzione, ecc. Fiumi di denaro invasero la zona del Cox Bazar, dove i campi sono collocati, facendo schizzare in alto i prezzi di hotel, ristoranti, case in affitto, beni di consumo… mentre una bella fetta di ciò che era destinato ai profughi finiva sui mercati fuori dei campi. Le disposizioni severissime ovviamente non riuscirono a “sigillare” quasi un milione di persone nel ristretto spazio collinare in cui sono ospitati. I Rohingya, la cui fama fra i bengalesi locali era già tutt’altro che buona, divennero temuti per la loro disponibilità a spacciare droga, e a servire per vari tipi di “lavori sporchi”, fra cui la tratta di persone (donne e ragazzi). All’interno dei campi la sicurezza divenne un problema sempre più grave; dicono che dal tramonto fino al giorno seguente le forze dell’ordine bengalesi non si fanno vedere: tutto è in mano ai boss Rohingya. Non mancarono la propaganda e l’addestramento di terroristi, inquadrati in gruppi e gruppuscoli di varie denominazioni, tanto che il governo espulse quattro organizzazioni non governative islamiche, accusate di propagandare il terrorismo. Sull’altro versante, gruppi conservatori si opposero in maniera sempre più forte a organizzazioni non governative che – come il BRAC, la Caritas, World Vision, si occupano di educazione anche delle donne, di diritti, di contraccettivi, ecc.

Sul piano politico, il Bangladesh cercava appoggi a destra e a sinistra, ottenendo tantissimi elogi e incoraggiamenti, ma non riuscì a scalfire due macigni posti sulla sua strada: la Cina e l’India, che trovano conveniente appoggiare il Myanmar. Il quale, a sua volta, ha sempre risposto in modo evasivo, tirando per le lunghe senza mai dire “no” a chi parlava di rimpatri. Disse che potevano rimpatriare quelli che avevano documenti e titoli per avere la cittadinanza (pochissimi); poi che doveva preparare villaggi e strutture per accoglierli; poi che avrebbe effettuato rientri sperimentali. Nell’autunno scorso sembrava che fosse pronto il posto per qualche migliaio di profughi. Ma i prescelti declinarono l’invito: “Non ci fidiamo, e vogliamo la cittadinanza”.

D’altra parte, se il Bangladesh scegliesse di cambiare politica e di integrare i Rohingya, si scontrerebbe con la dura opposizione dei bengalesi della regione, irritati da questa ingombrante presenza.

Nei mesi scorsi si parlò di sistemare circa centomila profughi su un’isola quasi disabitata sul delta del Gange/Bramaputra. Un’isola affiorata recentemente, a pelo d’acqua, dove per garantire la sicurezza sarebbero necessarie non poche opere costose. Non si parlava di integrazione, però chi volontariamente avesse accettato di andare lì in attesa di una soluzione definitiva, avrebbe potuto lavorare e gestire la propria vita con una relativa autonomia – sempre dentro i confini dell’isola. Ma nessuno ha accettato la proposta, e del progetto non si sente più parlare.

È davvero un problema spinoso, e per ora il Bangladesh deve accontentarsi degli elogi (e dei soldi) per la sua scelta di accoglienza, nonchè del fatto che probabilmente l’ONU dichiarerà che il Myanmar ha commesso un vero e proprio genocidio: una piccola consolazione…

Dunque? Dunque siamo in stallo. Non si dice apertamente, ma si sa che… non si sa che pesci prendere. Chi ha paura sono gli aborigeni che vivono nell’area a nord di Cox Bazar, una quindicina di gruppi etnici, animisti, buddisti e anche cristiani. Già hanno sul collo il fiato di bengalesi che occupano le loro terre abusivamente con il consenso e l’appoggio delle autorità; ora vedono aggiungersi questi profughi venuti da lontano, che non hanno nulla da perdere e che – pur essendo mal visti – sono comunque più vicini ai bengalesi di quanto siano loro, per ragioni di lingua (simile al dialetto parlato a Chittagong), religione, tradizioni. Per quel che può valere la mia opinione, anche io penso che succederà proprio così: si sistemeranno gradualmente nel Chittagong Hill Tracts, a spese delle minoranze che vi abitano da secoli.

Integratore

Bastano pochi giorni di osservazione per capire che si tratta di un topo decisamente audace, che ha trovato la strada per entrare in cucina e mangiarsi quello che vuole… Trappole? Veleni? I nostri giovani conoscono altri metodi. Analizzano le abitudini del roditore, si appostano, lo colgono in flagrante e con un unico colpo bene assestato lo neutralizzano. Poi ci vogliono due patate, un po’ di spezie, la divertita complicità della cuoca, e a mezzogiorno il topo comparirà in tavola sotto forma di spezzatino. Buono, anche se un po’ troppo piccante per i miei gusti.

Quest’arte l’hanno imparata da piccoli, quando – dopo il taglio del riso – scorrazzavano per i campi alla ricerca delle tane dove i topi avevano accumulato le scorte di riso per i tempi di magra. Scoprirne una voleva dire mangiarsi il riso, e anche il topo arrostito.

Che orrore! Fino a questo punto tirano cinghia i vostri studenti?

Su molte scatole di pillole e polveri varie vendute in farmacie italiane, si trova una scritta che dice più o meno così: questo prodotto non sostituisce una dieta sana ed equilibrata, ma può aiutare a… Seguono parole vaghe, intese a suggerire che poi si sta meglio ma – per carità – noi non garantiamo nulla. E c’è pure la raccomandazione: Non superare le dosi giornaliere indicate. Mi pare si chiamino “integratori alimentari” e che vadano abbastanza di moda.

Ecco, la nostra dieta è sana ed equilibrata, ma perchè non fare uso di questi “integratori alimentari” che tolgono dalla circolazione roditori importuni? Quanto alla dose… il topo era grosso e ben pasciuto, ma anche se qualcuno non ha partecipato al banchetto, un topo per sette commensali certamente non supera la dose giornaliera indicata: piccola, ma insaporita dal ricordo di epiche giornate di caccia con gli amici ai tempi dell’infanzia…

Parlare

Takbir Huda, un commentatore del quotidiano Daily Star, sul numero del 20 aprile racconta di essere andato, venerdì 12 aprile, alla settimanale riunione di preghiera (jumu’ah) nella moschea del suo quartiere, una delle più grandi di Dhaka. L’Iman predicatore – scrive Takbir – ha toccato vari temi, spiegando le regole del digiuno del prossimo Ramadan; ha anche affermato che sedersi sulla riva del lago per fare il picnic è contro le regole del Corano.- In quei giorni erano in fermento, e lo sono ancora oggi, molti ambienti giovanili, e i media hanno un argomento che non lasciano cadere, mentre la polizia e i politici si sono svegliati da un torpore non involontario, e si danno da fare per portare alla luce (o forse per coprire meglio) ciò che è accaduto in una grossa madrassa (scuola coranica) di Feni, cittadina dell’est Bangladesh. Là, una diciottenne studentessa della madrassa, Nusrat, che proprio in quel giorno avrebbe sostenuto l’esame di più alto livello “Alim”, è stata attirata sul tetto di un edificio amministrativo della scuola, legata, cosparsa di cherosene e data alle fiamme. E’ morta quattro giorni dopo, facendo in tempo a dire molte cose.

Di Nusrat ho visto pubblicata una sola fotografia, sempre la stessa, probabilmente scattata “in posa” in un negozio fotografico: capo velato, evidentemente non per coprire i capelli, ma per mettere in risalto un viso con labbra pesantemente truccate, e sguardo obliquo da donna fatale… Dava fastidio questo atteggiamento “poco islamico”? Forse sì, ma c’era altro. Nusrat era da tempo vittima delle pesanti molestie sessuali del direttore della scuola, uomo di prestigio, prima membro del partito Jamaat-ul-Islam e poi dell’Awami League, che è al potere. Stanca di resistergli, Nusrat si era messa d’accordo con la famiglia ed era andata a denunciarlo. La polizia ha registrato di nascosto il suo colloquio con l’ufficiale; in realtà un interrogatorio pieno di allusioni pesanti e di sottintesi molto chiari; poi lo ha messo “in rete”, dove è subito diventato “virale” mentre lei e la famiglia hanno iniziato a ricevere minacce. Tuttavia, forse Nusrat è riuscita a trovare qualcuno che si è messo dalla sua parte, e il Direttore della Scuola è stato arrestato. Immediatamente, centinaia di studenti della madrassa hanno organizzato manifestazioni di protesta per il suo arresto, sfilando per chiedere il suo rilascio “immediato e senza condizioni”, e la punizione della ragazza. La quale, invece di ritirare, ha confermato la denuncia. Due gruppi di studenti hanno avuto il permesso di parlare al Direttore in carcere, e pochi giorni dopo oltre 15 di loro, maschi e femmine, si sono organizzati per liberare la madrassa da una simile peste. Sul tetto, le hanno ingiunto di ritirare la denuncia, e anche di “concedersi” al leader del gruppo. Non ha ceduto, l’hanno bruciata viva.

Come mai nessuno ha sentito le sue urla? Si chiede il giornalista. Come mai la polizia – anzichè indagare e agire – ha cercato di ridicolizzare e svergognare la ragazza? Come mai il direttore della madrassa si sentiva così ben “coperto” da decidere di farla ammazzare in quel modo? Come mai un sostegno così massiccio, un’omertà così disgustosa da parte di centinaia di studenti? E si chiede pure: un fatto del genere, di cui tutta la città parla, non merita una parola nel sermone settimanale, dove si criticano coloro che vanno a fare il picnic al lago piuttosto che coloro che insidiano, ammazzano, collaborano, tacciono?

Forse sta avvenendo una svolta, nella mentalità del Bangladesh. Le notizie di stupri, anche di gruppo, pestaggi, uccisioni, suicidi di donne, anche di bambine sono sempre più frequenti. Non credo che ci sia nulla di nuovo, se non il fatto che se ne parli, e che si facciano più intense le iniziative perchè questi comportamenti non passino sotto silenzio, come “mali inevitabili”, o forse neppure tanto come mali, visto che “così sono fatti gli uomini”, e tocca alle ragazze o alle famiglie stare attenti…

Per me questi eventi angoscianti sono anche un invito a pensare a ciò che avviene “a casa nostra”. Ci hanno costretto, non importa se a volte con molta ipocrisia e con evidenti fini di lucro, a scovare fra noi la pedofilia, le sue coperture e anche complicità. Ci siamo scoperti affetti da una miopia ingenua, ma assai dannosa.

Se Takbir Huda mi chiedesse: voi cattolici, nelle omelie domenicali, ne avete parlato? Dovrei rispondergli che ci sono state iniziative di coscientizzazione, piani di intervento educativi, disposizioni precise di vescovi e superiori; ma nel rapporto diretto, nella pastorale ordinaria con le comunità dei fedeli, mi sembra di no – salvo eccezioni che non saprei indicare.

Dissociazione

Samuel, fino a pochi mesi fa, faceva parte del gruppo di studenti di College che vivevano con il PIME in parrocchia. Poi ha lasciato, e sta cercando una strada per realizzare altrove la sua voglia di aiutare il prossimo in necessità. Si è accollato la responsabilità di sistemare una scuola in condizioni precarie, a rischio di chiusura, caparbiamente tenuta aperta da vari insegnanti volontari, per assistere ogni mattina oltre cento giovani “diversamente abili”, in una zona rurale molto povera del sud. Ha partecipato qui a Dhaka ad una settimana di formazione per giovani coinvolti in opere sociali, organizzato e finanziato dal governo, iniziato proprio la vigilia di Pasqua. “Un buon corso – mi dice – bene impostato e interessante.” Unico cristiano fra i 72 altri partecipanti, da loro – musulmani – è venuto a sapere delle stragi di cristiani in varie chiese, e in vari hotel dello Sri Lanka. Unanime il dolore e la partecipazione che tutti hanno espresso, senza ombre di giustificazione: è una vergogna che dicano di agire in nome dell’islam. Certo quello non è il nostro islam… Ma questo atteggiamento, che ritengo ampiamente maggioritario, non è ancora riuscito ad esprimersi in azioni comuni, di massa. Troppa paura di essere considerati musulmani tiepidi, filo occidentali? Imbarazzo davanti a chi li accuserebbe di ignorare i morti innocenti dei bombardamenti americani?