Bicittra 3

CALCIO. La nazionale maschile di calcio del Bangladesh, da anni non dà che delusioni, indirettamente compensate dai progressi nel cricket che ogni tanto porta momenti di gloria mondiale, battendo il calcio in popolarità. Anche la nazionale femminile combina poco, ma le ragazze più giovani si stanno facendo onore con ottimi risultati; fra loro, diverse aborigene. L’allenatore spiega che vuol dare la scalata ai grandi trionfi a partire dal basso. I primi, sorprendenti successi, sono arrivati dalle “under 14”; poi, di anno in anno crescevano la giocatrici, e le vittorie internazionali. Siamo arrivati alle “under 19”, e nei prossimi anni brillerà la stella del calcio femminile adulto. No, non giocano indossando il burka.

RIMESSE. Nelle scuole elementari, il mio maestro spiegava che l’economia italiana dipendeva in larga misura dalle “rimesse degli emigranti”. In Bangladesh il tema torna molto spesso sui giornali, perché, nonostante stiamo vivendo un “boom” economico che mi ricorda l’Italia degli anni sessanta, queste “rimesse” sono ancora determinanti. La pandemia sta danneggiando alla grande, ma dal suo inizio, per mesi e mesi, con sorpresa di tutti le rimesse sono notevolmente aumentate. Si dice che i lavoratori all’estero fossero più generosi con le loro famiglie in difficoltà, ma anche che – perdendo o temendo di perdere il posto di lavoro – mandavano a casa tutto il possibile. Per quelli partiti recentemente si trattava anche di non tornare e trovarsi indebitati: si calcola che ogni emigrante “regolare” mediamente impieghi almeno un anno e mezzo per ripagare i debiti fatti per documenti, viaggi, bustarelle varie.

ELEZIONI. Sono in corso, distribuite zona per zona su diverse settimane, elezioni che in Italia chiameremmo comunali. Fino ad oggi (5 gennaio 2022) un buon numero di candidati sono saliti sulla poltrona senza elezioni, perché privi di concorrenti. Una circoscrizione ha visto la vittoria del partito al potere con il 100% dei voti, calcolando fra gli elettori anche coloro che negli ultimi sei mesi sono defunti o si sono trasferiti all’estero. Nella lotta per la vittoria hanno perso la vita 76 persone: pugnalate, nel corso di pestaggi, o durante sparatorie fra gruppi rivali, anche all’interno dello stesso partito, o con le forze dell’ordine. 
Aggiornamento: da ieri ad oggi (6 gennaio) alla lista degli uccisi si sono aggiunte altre dieci vittime, e siamo ad “almeno” 86 morti.

CRESCITA. ll Bangladesh è passato dalla categoria di “Paese sottosviluppato” a “Paese in via di Sviluppo”, acquistando fiducia in sé. Dopo il momento di soddisfazione è venuto quello dei “conti”: il passaggio comporta la perdita di parecchie facilitazioni per esportare e per avere prestiti a tassi di interesse e tempi favorevoli. Ci sono preoccupazioni, e si invocano nuove trattative per non rinunciare ai privilegi, ma indietro non si torna. Al contrario, si preannuncia per il 2040 l’ingresso nella categoria di “Paesi sviluppati”. Per quest’anno, diversi avvenimenti indicano che la direzione sembra giusta: inaugurazione della metropolitana sopraelevata a Dhaka, del ponte sul fiume Padma (oltre 6 chilometri), molte strade rinnovate e allargate, in progettazione la metropolitana a Chattogram e la elettrificazione delle linee ferroviarie, e tanto altro. Come in altri paesi in situazioni analoghe, una forma politica di tipo democratico con forti connotazioni autocratiche sembra dare risultati economici rilevanti. Chi incassa non ha obiezioni, ma non tutti sono d’accordo…

p. Franco Cagnasso
          

Vita nuova

Vita nuova
“Anno nuovo, vita nuova” è una delle banalità che si dicono nei giorni di fine e inizio anno, non fanno male a nessuno, ma certo non mi entusiasmano…Però quest’anno, forse… qualcuno avrà esperienza di un po’ di “vita nuova” reale e non solo augurata. Lo spero, e mi spiego prendendola alla larga.

Mi ha dato varie volte fastidio mons. Thetonius Gomes, vescovo emerito di Dinajpur, nonché ex ausiliare di Dhaka perché – conoscendo la sua passione e le sue iniziative per persone che hanno forme diverse di disabilità – quando ci incontriamo lo aggiorno sulla comunità “Snehonir”. Ascolta con un leggero sorriso, fa un cenno di assenso e inevitabilmente commenta: “Però, non trascurare le disabilità mentali…”. Una pulce nell’orecchio.

Pochi anni fa, vidi entrare nel cortile della parrocchia di Mirpur una donna sui 35 anni, in lacrime, seguita da un bambino che la guardava perplesso. “Ho due figli – mi disse – uno è qui, e l’altro è a casa; non gli funziona la testa. Venivo tutti i giorni con lui, al vostro “Centro di assistenza” pomeridiano nei locali della scuola. Sono musulmana, ma ci stavo benissimo, erano momenti di respiro, di amicizia con altre mamme, di giochi, di sfoghi e confidenze, e preghiere. P. Quirico era un papà… Ora la mia famiglia deve trasferirsi nel quartiere di Uttora, e non potrò più venire. Ho cercato ovunque nella zona… ma iniziative così non ne ho trovate. Venga, venga a vedere dove eravamo chiusi mio figlio e io, prima di conoscervi…” L’ho seguita; nel palazzo vicino, dove due stanze piccole piccole ospitano i genitori, la suocera, i due figli, la cucina e gli attrezzi del papà, elettricista. Spazi per muoversi, zero. Dalla finestra si contempla il muro del palazzo accanto: meno di un metro e mezzo di distanza… Più tardi, quando il PIME ha consegnato alla diocesi la parrocchia, la scuola, e il modestissimo “Centro” che quella donna frequentava, il nuovo parroco lo ha chiuso – non so perché.

Così, alla pulce del monsignore nel mio orecchio s’è aggiunta quella della mamma privata del ristoro che trovava da noi.

Conosco da anni Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese con cui occasionalmente ho collaborato alla Comunità dell’Arche a Mymensingh: tre gruppi, in tutto 24 giovani e adulti con disabilità mentale. Nella nostra prima conversazione mi aveva detto: “Le persone con disabilità mentale sono le più vicine a Dio. Perché capiscono subito, e spesso capiscono soltanto il linguaggio degli affetti, dell’amore. E Dio è amore”. Un bel giorno Naomi mi informa che, dopo 23 anni, sta per lasciare l’Arche, perché – mancando qualcuno che potesse sostituirla – i termini di tempo fissati dalle regole sono già stati da tempo ampiamente superati. Mi confida che non sa che fare: lasciare la vita con persone disabili, per restare in Bangladesh, o restare in Bangladesh lasciando i disabili mentali perché non c’è un’altra comunità?

Ed ecco arrivata la terza pulce: tre sono insopportabili; che si possa fare qualcosa?

Ne parlo con p. Francesco, il quale subito mi dice: certo che si può, va avanti. In seguito, altri missionari esprimono simpatia e disponibilità, e così nasce un progetto insolito perché, contro ogni raccomandazione, norma, metodo, delle ONG (Organizzazioni Non Governative) non è assolutamente preciso e dettagliato: costruzioni, metri quadri, tempi di consegna, previsioni di spesa, fotografie, sostenibilità nel tempo, ecc. ecc. Il progetto ha un obiettivo, che Naomi ha subito descritto inventando il nome: “Joy Joy” (in inglese: “gioia gioia”, e in bengalese “vittoria vittoria”). Il progetto vuol portare gioia in situazioni che tutti considerano infelici, disgraziate, sfortunate, di emarginazione e anche di pregiudizio e disprezzo. Ma come? Prima di tutto cercando, nelle “pieghe” della società di Dinajpur e dintorni, famiglie alle prese con i problemi della disabilità di un loro membro, che spesso cercano di tenere nascosto. Partiamo dai piccoli, meglio dalle piccole, perché sono le bimbe le prime vittime dei numerosissimi abusi sessuali su disabili, perpetrati spesso senza il minimo ritegno o scrupolo; ma inevitabilmente arriviamo subito alle mamme, le persone che oggettivamente soffrono di più, condannate non tanto ad assistere la bimba inabile, quanto al disprezzo e all’isolamento, spesso a partire dai loro stessi mariti.

In sostanza, si vuole mettere a frutto esperienza, preparazione, conoscenze e vocazione di Naomi, che si occuperà anzitutto di cercare queste persone. Informate a proposito di “Joy Joy”, alcune delle 1200 donne dell’area di DInajpur, tutte con disabilità fisiche, che da anni sono unite in una associazione di aiuto reciproco, si sono offerte a fare da apripista, perché ad una giapponese, dunque straniera, e cristiana, dunque di altra religione, si aprano le porte di famiglie bengalesi, musulmane, o aborigene. Speriamo che il progetto prenda forma, plasmato dalla scoperta delle situazioni quotidiane delle famiglie, nonchè dai consigli e dalla collaborazione delle mamme – che dovranno esserne protagoniste. Ipotizziamo un semplicissimo Centro come quello che c’era a Mirpur e di cui ho parlato all’inizio, che potrebbe avere sede nei locali delle scuole o ostelli parrocchiali che il PIME gestisce a Dinajpur. Se, conosciuta la situazione, ci sembrerà che ci siano iniziative migliori da prendere, lo faremo. Per ora immaginiamo già i pasti di venti bambine disabili e rispettive mamme, insieme a centinaia di coetanei che mangiano, giocano, corrono accanto e con loro, e presto impareranno che anche la disabilità è “normale”. Altri venti bimbi e bimbe vorremmo seguirli a casa loro. Con le mamme che si aiutano e che – gradualmente – prenderanno sempre maggiori responsabilità fino a poter continuare senza di noi. Tutto ciò richiede tempo, impegno, persone competenti, e anche soldi. Da dove? Il PIME con i suoi progetti ci darà una mano, e vari amici dal Giappone faranno altrettanto.

Tornando al capodanno, mi auguro che per quelle donne, e per le loro famiglie, sarà davvero “anno nuovo, vita nuova”: non un augurio generico e privo di contenuti, ma una realtà, per quanto modesta. Poi, il modo per andare avanti si troverà. Auguri, Joy Joy!

p. Franco Cagnasso

Sinfonia

“Condividere la mia fede in Gesù, parlare di lui con qualcuno che non lo conosce, accompagnarlo, con l’aiuto dei catechisti, nel catecumenato, fino al Battesimo, è la cosa più bella della mia vita missionaria; un’esperienza sempre emozionante.”

Lo dice p. Almir, missionario del PIME brasiliano, parroco a Mohespur, una missione nel nord del Bangladesh, durante l’Assemblea Regionale cui i missionari del PIME hanno partecipato dal 23 al 25 novembre scorso – la prima (finalmente!) dopo due anni di “digiuno” dovuto alla pandemia. Giornate molto belle, di amicizia e condivisione, che avevano in particolare lo scopo, suggerito dal nostro Superiore Generale, di verificare quanto siamo effettivamente impegnati nelle tre aree che costituiscono gli obiettivi fondamentali del PIME oggi: Primo annuncio, Dialogo interreligioso, Attenzione agli ultimi. Dobbiamo, aveva scritto il superiore p. Ferruccio, essere capaci di cambiare là dove è necessario, quando ci accorgiamo che questi obiettivi non sono perseguiti, o perché i cambiamenti della società e della chiesa chiedono modi nuovi di presentarsi e di agire. Nella preghiera che recitiamo in preparazione alla prossima Assemblea Generale ci esprimiamo così: “In un mondo che è cambiato e cambia rapidamente, il tuo Spirito ci guidi a sfuggire alla tentazione di attaccarci ad un passato che non c’è più, o di affidarci a mode e lusinghe inconsistenti. Aiutaci a non essere succubi della mentalità di questo mondo, ma a lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, per poter discernere e compiere la tua volontà, ciò che è buono, a te gradito e perfetto (cfr. Rom 12, 2).

Ciascuno ha presentato ciò che fa e come vive, tenendo presente questa “pista” di riflessione. Ne è emersa una panoramica molto varia, a conferma la mia convinzione che non si può limitare la definizione della missione e dei suoi obiettivi ad una dimensione sola. Fra chi ci osserva, c’è chi lamenta che i missionari oggi fanno solo opera sociale e non “annunciano”, e c’è chi – da un altro punto di vista – proclama che “al giorno d’oggi non ha senso convertire”. P. Almir, arrivato in Bangladesh abbastanza recentemente, è attivissimo, ha una grande fantasia e varietà di impegni. Fra i giovani, offrendo loro buona istruzione e formazione, negli ostelli e con varie iniziative: gite in bicicletta, tornei di calcio (primo premio, di solito, un bue), corsi di formazione, lavoro insieme… Fra i malati, visitandoli anche in villaggi lontani, aiutando a trovare un buon medico, ricorrendo al nostro ospedale quando occorre; favorisce il microcredito, e molto altro. L’obiettivo è certamente “sociale”, anche se preferirei dire che è quello di tradurre in opere l’attenzione che ha per loro. E in questa attenzione attiva, in tutto questo lavoro, il momento più intenso e bello è quello in cui può “presentare Gesù a qualcuno che non lo conosce”, e accompagnarlo sul suo cammino. E questo avviene!

P. Almir ha anche aggiunto che fra i suoi impegni non c’è alcuna iniziativa specifica di dialogo interreligioso. Qualcuno di noi, come P. Francesco, opera anche su questa linea, con incontri per conoscersi, scambiare idee, condividere. Non siamo in molti a farlo in modo formale e organizzato; ma la vita quotidiana comporta quasi per tutti noi contatti vivi, sia di lavoro, sia informali, con persone di altra fede, a volte anche aiuti reciproci e confidenze. Sono “dialoghi di vita” che non si fanno notare ma creano un’atmosfera di rispetto di cui c’è grande bisogno.

“Essere lì, fra queste persone di altra fede, è in sé un annuncio, e Dio conosce i frutti che ne verranno”. Questo commento fa da contrappunto e si armonizza benissimo con l’affermazione di p. Almir e con la nostra esperienza quotidiana. È relativo al servizio di p. Carlo Buzzi, che ha aperto un gran numero di piccole scuole in villaggi non cristiani remoti e marginali, per rimediare alla scarsa qualità delle scuole statali. Ma si può applicare a tutti noi: chi opera fra persone afflitte da dipendenze (alcool, droghe varie), fra bambini di strada, fra ammalati, o chi cerca di essere attento alle povertà e alle emarginazioni “spicciole”, poco visibili, o date per scontate: “della vedova e dell’orfano”, “del cieco e dello zoppo”, “dello straniero e dello schiavo”, o del viandante picchiato e derubato dai briganti, come si esprime la Bibbia in tanti e vari contesti.

“Questi tre obiettivi – ha detto p. Dino – li abbiamo tutti nel DNA”: nelle parrocchie o fuori, nelle città e nel mondo rurale, fra bengalesi e fra aborigeni… li per seguiamo in vari modi.”

Ascoltavo gli interventi mormorando il mio “grazie” a Colui che ci ha chiamati, e che ci fa dono di partecipare a questa che non esito a chiamare una “sinfonia dello Spirito”. Forse non siamo alla “Prima della Scala”, siamo alle prove, e qualche stonatura c’è, ma non è il caso di scandalizzarsi.

Domenico

Senza mai esserci incontrati, per due anni abbiamo collaborato. Lui scriveva occasionalmente brevi articoli per Italia Missionaria, rivista per giovani che il PIME pubblicava fino a qualche anno fa, quando sfortunatamente dovette chiudere. Pure io scrivevo qualcosa ogni tanto. Un bel giorno, la redazione propose a lui e a me di pubblicare ogni mese una riflessione sullo stesso tema missionario, ma da due punti di vista: un testo biblico con un suo breve commento – che affidò a lui – seguito da un commento che attingesse alla mia esperienza. Lui sceglieva il testo biblico, ne preparava la spiegazione, me lo mandava, e io rovistavo nella mia memoria per scovare qualcosa che ne mostrasse alcuni aspetti concreti. La rivista pubblicava senza batter ciglio.

Andammo avanti per tre anni, e ne nacquero tre libri che vennero anche tradotti in spagnolo, non ricordo in quale Paese latinoamericano. Nel frattempo, un giorno entrai nella libreria del PIME a Milano per dare un’occhiata alle ultime pubblicazioni, e dopo un po’ mi accorsi che Franco, l’incaricato, parlottava con un tizio che non conoscevo. Poi mi fece cenno: “Non vi conoscete?”. “Beh, non ho il piacere…”. Mi mostrò la copertina di uno dei libri: “Eppure lavorate insieme!” Era lui, Domenico Pezzini, prete della diocesi di Lodi, che conosceva bene il PIME, insegnava inglese medievale all’università di Verona, pubblicava libri di studio su temi di notevole impegno culturale: traduzioni dal latino o dall’inglese antico, commenti spirituali specialmente ad autori medievali e… ultima ma non infima, Italia Missionaria.

In seguito, venne più di una volta in Bangadesh, spesso aiutando situazioni di particolare bisogno, fra cui la fondazione della parrocchia di Khewachala, nella diocesi di Dhaka, chiesa e ostello compresi. Venne pure a predicare un nostro ritiro spirituale annuale, durante il quale ci fece conoscere la mistica inglese Giuliana di Norwich – di cui non avevo mai sentito parlare: una figura interessante e simpatica, che non ho dimenticato. Ci ritrovammo anche almeno due volte a Taunggyi, per alcuni corsi che lui e io demmo ai seminaristi del periodo di spiritualità del seminario nazionale del Myanmar.

Poi venne un dolorosissimo colpo di scena. Una denuncia e un arresto con l’accusa di aver molestato sessualmente un minorenne bengalese emigrato a Milano. Seguì il processo, in cui don Domenico non ebbe difficoltà a dichiarare che aveva tendenze omosessuali, ma negò decisamente l’accusa. Fu condannato, e ci rivedemmo poi due volte mentre era in carcere. Soffrì molto – me ne parlò brevemente, quasi per caso e senza darvi troppo peso. Aver conservato i suoi interessi culturali e spirituali fu – credo – la risorsa che lo tenne interiormente “vivo” durante il periodo di detenzione e anche dopo. Nel nostro ultimo, breve incontro a Milano qualche anno fa, mi disse che il giovane che lo aveva accusato era sparito, non si era fatto avanti neppure per riscuotere la somma che il tribunale aveva sequestrato per consegnarla a lui come risarcimento.

Qualche volta – per Natale, o qualche occasione speciale – mandava agli amici riflessioni su ciò che viveva nella sua solitudine, per lo più con toni positivi, a volte manifestando qualche amarezza; mandava pure commenti a poesie, canti, preghiere che trovava ispiratrici per il suo cammino. Commenti di stile per me parzialmente insolito, molto attenti agli aspetti estetici: le parole scelte da un poeta, di cui apprezzava e sottolineava il suono, le sfumature di significato, la bellezza di un’immagine. Per un certo periodo, alcuni editori non vollero rischiare pubblicando opere sue, ma poi riprese anche a pubblicare e questo gli dava una grandissima soddisfazione.

In questi ultimi mesi non ricevetti più nulla, e cominciai ad impensierirmi. Ieri (20 novembre 2021) mi è giunta la notizia della sua morte – senza altri particolari. Ha amato il Bangladesh, apprezzato e aiutato le nostre attività qui, forse anche noi gli siamo stati in qualche modo di aiuto, un aiuto che ora continua nella preghiera.

Scuole

L’impegno dei missionari del PIME per la scolarizzazione dei poveri in Bangladesh risale ai primissimi, arrivati nel 1855. Operavano a partire da Krishnanagar, nel sud del Bengala centrale (oggi parte dell’India), e quando il PIME gradualmente si spostò a nord, per evangelizzare gli aborigeni, il metodo non cambiò, e si moltiplicarono anche gli ostelli, che permettevano a bambini e bambine di andare alla scuola della missione anche se abitavano in villaggi lontani. Non era facile persuadere i genitori a mandare i figli a scuola, anzichè a pascolare gli animali o raccogliere legna. P. Viganò mi raccontava che, da giovane, subito dopo l’apertura mattutina della scuola girava in bicicletta a “caccia” di bambini che volontariamente, o per decisione dei genitori, andavano nei campi, o a pescare negli stagni.

Nel corso degli anni si avviarono molte scuole, almeno fino alla quinta elementare, ma parecchie fino alla classe decima, quando c’era l’esame statale (il nostro “esame di maturità”), una meta allora raggiunta da pochi. Alla fine degli anni ’70, il direttore della scuola parrocchiale di Mathurapur era “metric failed”, cioè era arrivato all’esame di maturità ma non era riuscito a superarlo… tuttavia era autorevole, e se la cavava bene.

Si identificò così l’impegno per le scuole – che assorbiva energie e risorse – con l’impegno per i poveri. Grazie agli aiuti che ricevevano dai cristiani dei paesi benestanti (Italia anzitutto, poi anche USA) le scuole e gli ostelli dei missionari erano economiche e per molti del tutto gratuite, e davano ai poveri la possibilità di frequentarle.

Quando visitai brevemente la Tailandia, nel 1983, rimasi sorpreso nel sentire che le scuole in quel Paese costituivano una fonte di guadagno, almeno nelle zone di popolazione tailandese. A Phrae, mi disse p. Bordignon, la piccola parrocchia sembrava un’appendice delle ampie scuole, una gestita da Suore e l’altra da Fratelli, che erano ben conosciute in città nonostante il numero di cristiani fosse molto basso.

Oggi forse ci stiamo avvicinando ad una situazione analoga, anche in Bangladesh. Motivi? Grazie alla scolarizzazione a livello elementare e medio, il numero di giovani che può accedere a studi superiori è cresciuto, e così il desiderio di farlo. A queste esigenze, diocesi e istituti religiosi rispondono con la costruzione di “College”, cioè scuole di livello universitario. Presenti già in aree dove i cristiani sono in maggioranza bengalesi, i cristiani aborigeni chiedono che anche nelle loro zone si investa in College “cristiani”. Alle poche prestigiose scuole cattoliche di Dhaka e Chattogram, fondate ormai tanti anni fa dai Missionari della Santa Croce con i loro tre rami indipendenti (Suore, Fratelli, Padri) se ne stanno aggiungendo altre in altri luoghi, tutte di buon livello, e stimate.

Ma ovviamente occorrono insegnanti qualificati, e le spese sono alte. Non solo, ma diminuendo i missionari esteri e passandole responsabilità a suore, fratelli e preti locali, il flusso di offerte dall’estero diminuisce. Di conseguenza, anche le scuole elementari e medie diventano costose da gestire, e la loro fama di scuole per i poveri, va scomparendo. “Caso” tipico è la St. Philip’s School” di Dinajpur con l’omonimo ostello. Erano ottime, e molti benestanti vi mandavano i loro figli, ma i poveri non paganti, o che davano piccoli contributi erano la maggioranza. Poi la scuola è stata affidata alla Diocesi, che a sua volta l’ha affidata ai Fratelli della Santa Croce, i quali l’hanno ampliata e migliorata notevolmente, ma ovviamente aumentando le tariffe a livelli inaccessibili per molti. Inoltre, i Fratelli stanno avviando scuole dello stesso tipo in diversi posti. Noi del PIME in genere ci troviamo a disagio con questi cambiamenti, e magari brontoliamo e critichiamo. Però il problema esiste: senza donazioni sufficienti, specie per scuole di livello superiore, e senza aiuti dal governo, dove prendere le risorse?

Suore, Fratelli e Padri della Santa Croce, e di altri istituti, tengono tariffe alte, ma spesso offrono lezioni gratuite, in altro orario, per studenti che non ce la fanno ad accedere ai corsi regolari. Prima e seconda categoria? Loro sostengono di no: gli insegnanti sono gli stessi e sono competenti.

La nostra risposta è diversa, anche perché come istituto non siamo specializzati nelle scuole e nell’insegnamento: ci siamo tuffati in quel settore come risposta ai bisogni dei poveri, che vedevamo immediati e importanti, ma non sentiamo il bisogno di avere le “nostre” scuole, e ci sono per noi anche altre vie per esprimere la nostra testimonianza missionaria. Tuttavia non ci disinteressiamo. Recentemente abbiamo introdotto il sistema delle “Borse di studio”, mentre proseguiamo con le così dette “adozioni”, o “sostegni” a distanza, finanziate da donatori in Italia e negli Stati Uniti. Integrano i contributi chiesti agli studenti, e permettono di tenere basse le tariffe. Venivano gestite da noi a livello parrocchiale, ora per il clero locale ci sono uffici diocesani a Rajshahi e a Dinajpur dove ci si prende cura di tutte le adozioni della diocesi, sollevando i parroci da un compito impegnativo, che a volte viene trascurato. Abbiamo un sistema analogo a Dhaka, solo per le missioni che abbiamo avviato e poi passato all’arcidiocesi. Funziona, ma in certi casi sembra non bastare per scuole parrocchiali gestite da preti diocesani o da suore locali. E quando giunge notizia che in una missione alcuni bimbi di famiglie povere non ce la fanno ad andare a scuola, o non sono accolti nell’ostello, si sta davvero male.

Pienamente d’accordo che scuole ben qualificate, anche se costose, offrono un rilevante contributo ad avviare e mantenere rapporti con la società nel suo insieme, includendo musulmani e hindu, classi medie, benestanti e ricche. L’influsso positivo della presenza a Dhaka di due prestigiosi “College”, “Notre Dame” per i giovani, e ”Holy Cross” per le ragazze, emerge spesso incontrando persone che hanno nella società bengalese posizioni di responsabilità: sono riconoscenti per quanto hanno ricevuto, non solo sul piano scolastico, ma per l’educazione in genere, in senso ampio, che include senso del dovere, serietà professionale, apertura mentale e a persone di religione diversa, generosità e affidabilità, attenzione ai problemi sociali, ecc. Ma non vorrei che fra qualche anno si identificasse la scuola cattolica come scuola solo dei ricchi.

Franco Cagnasso

Riciclaggi

Il riciclaggio occupa uno spazio rilevante nell’economia del Bangladesh, e riguarda una varietà di prodotti. Chattogram (Chittagong), la seconda città e il primo porto del Bangladesh, a livello mondiale è forse il maggior approdo di navi da smantellare. Vengono arenate, poi varie categorie di commercianti si susseguono per recuperare ciò che a ciascuno interessa: mobilio (letti, tavoli, cucine…), attrezzature di navigazione (sestanti, bussole, eliche e altro…), motori di vario genere, frigoriferi, materiale elettrico. Infine si staccano le enormi piastre di ferro che formano lo scafo, i serbatoi di carburante, le attrezzature adeguate al tipo di trasporto che la nave effettuava, ecc. Tutto viene rivenduto su diversi mercati a Chattogram e dintorni, ma anche lontano, a Dhaka e altrove. Diverse missioni – ad esempio – usano campane recuperate dai ponti delle navi. L’inquinamento purtroppo è altissimo, la spiaggia è intrisa di residui di gasolio e avanzi di prodotti – anche tossici – che le navi trasportava; il livello di sicurezza per i lavoratori è basso e gli incidenti frequenti. Ma si dice che i bilanci delle ditte che operano in questo campo siano floridi…

Diffuso ovunque il riciclaggio di materiale dalle discariche “generali”, che si formano, spesso senza alcuna programmazione, lungo le strade o in zone periferiche. Si trova di tutto, e i raccoglitori – molte donne e bambini – cercano ciò che a ciascuno interessa: vari tipi di plastica, metalli, cartacei, oggetti di ogni tipo che vendono a centri di ulteriore selezione e rivendita. Grossi branchi di maiali neri sono condotti a pascolare sulle discariche; a giudicare dalla loro mole e dall’entusiasmo con cui mangiano, sembra che vi trovino abbondanza di ottimo cibo. Maiali in un paese islamico? Sì, mi dicono che gli allevatori sono spesso hindu “fuori casta”.

Ci sono le “discariche specializzate”: computer, televisori, materiale elettronico; automobili e camion, e altre. Altre sono collocate accanto a fabbriche e ne ricevono direttamente gli scarti di produzione: con ritagli e scarti di tessuti si mettono insieme copriletti, stendardi, coperte di ottima qualità e largamente esportate; si raccolgono abiti con difetti di fabbricazione, nonché batterie e materiale chimico o medico. In alcuni villaggi recuperano in modo artigianale, su fuocherelli a cielo aperto, tutto il recuperabile dalle normali batterie di cellulari, torce elettriche, ecc.

Ultimamente stanno entrando in campo investitori che lavorano con criteri industriali, e rendono fonte di notevole profitto i milioni di bottiglie di plastica che si gettano via, sacchetti e oggetti vari in politene e molto altro.

Si ricicla pure il cibo cotto. A Dhaka ci sono commercianti che comprano gli avanzi dei ristoranti, o di feste per matrimoni, lutti o altro, e li mettono sul mercato. Non si nasconde l’origine del cibo in vendita, che ovviamente costa meno di quello fresco. I clienti, per lo più di persone che pedalano sui riksciò o manovali nei cantieri, sanno di che si tratta. “Solo così possiamo mangiare un po’ di carne – dice un conduttore di riksciò – ma noi sappiamo distinguere il cibo ancora fresco da quello guasto, che farebbe male”. Alcuni rivenditori sostengono di non aver mai ricevuto lamentele da qualcuno intossicato.

Finora ribelli a ogni capacità di riciclaggio sono gli scarti delle concerie: il Bangladesh è un grande esportatore di pellame grezzo, che ha subìto una prima conciatura. Si parla di 50-60 tonnellate di scarti al giorno, che 155 concerie accumulavano in un’area periferica di Dhaka, accanto ad un fiume. Dopo infinite proteste, 132 concerie sono state trasferite a Savar, che dista una trentina di chilometri. Ma il problema esiste anche là. Il giornale di oggi sorprende i lettori con una inaspettata buona notizia: una ditta italiana è in trattative per costruire uno stabilimento di riciclaggio, che da tutti questi scarti trarrà biogas e fertilizzanti, per lo più da esportare.

Franco Cagnasso

Bicittra 2

PREMESSA. Nello scorso settembre intitolai “Bichittra” (che significa “varietà”) una scheggia formata da “scheggette”: notizie o commenti brevi, messi insieme nella stessa scheggia. Ma devo scrivere Bichittra o Bicittra? Il problema di trascrizione del bengalese in lettere latine è sempre aperto, e dipende dalla pronuncia di chi legge. Per noi italiani Bicittra va abbastanza bene, e quindi scelgo ufficialmente questa trascrizione.”

“EROI INFORMATICI”. Così un quotidiano definisce cinque ingegneri bengalesi, impiegati in diversi luoghi e uffici in Bangladesh. Quando s’è incominciato a parlare di vaccinazioni in massa, e il governo incominciava a pensare come organizzarle, i cinque – che evidentemente si conoscevano e s’intendevano bene fra loro – hanno deciso di preparare insieme un programma informatico che risolvesse il non facile problema. Lavorando alla disperata, in pochissimo tempo sono riusciti a organizzare un sito di nome “Surokkha” a cui tutti i cittadini potessero far capo per essere vaccinati. Poi lo hanno presentato al governo che (miracolo?) ha avuto il via libera dei suoi esperti e lo ha accettato. Il programma ha funzionato molto bene, nonostante il gran numero di utenti, bengalesi e stranieri residenti, e i molti dati che chiede per ogni utente, per evitare errori o abusi. Il record di Surokkha – dicono – è stato di 6 milioni di entrate in un solo giorno.

CUSTODE. Qualche lettore forse ricorda che una o due “schegge” già hanno parlato della Chiesa Armena di Dhaka. Fu costruita 240 anni fa, nel cuore della città vecchia non lontano dal porto fluviale, quando la comunità armena aveva centinaia di membri, per lo più commercianti e avvocati, tutti benestanti. È armoniosa e ben conservata, e costituisce anche un richiamo turistico e culturale, una inattesa oasi di bellezza e pace nel caos di traffico, rumore e sporcizia del popolatissimo quartiere, chiamato “Armenitola”. In occasione del Natale e della Pasqua degli Armeni, e poche altre volte all’anno, viene usata per incontri di preghiera o concerti cui prendono parte cristiani di varie denominazioni. La comunità ora è scomparsa. L’ultimo Armeno residente a Dhaka ha lasciato la città parecchi anni fa, e la responsabilità della conservazione è passata ad un gruppo volontario di Armeni all’estero, il cui presidente risiede a Los Angeles, aiutati da volontari di varie denominazioni a Dhaka. Il lavoro di custodia e accoglienza è affidato a Shankar Ghosh, un hindu, che ha ereditato questo compito anni fa e lo compie con fedeltà e devozione ammirevoli. Abita, con moglie e due figli, in un piccolo edificio sul terreno della chiesa. Ogni mattina va alla chiesa, fa il segno della croce, apre la porta e poi entra, accende due candele sull’altare e pulisce; dopo di che, compie lentamente il giro dell’edificio, nel cortile dove sono sepolte decine di persone, le cui lapidi sono appoggiate sul terreno. Passando su di esse, dice una preghiera per i defunti, che termina sulla tomba della moglie dell’ultimo Armeno che ha lasciato il Bangladesh, con la speranza però di poter ritornare ed essere sepolto accanto a lei.

È un tipo tranquillo e accogliente, che spiega: “Questo lavoro mi piace, per me è sacro. Chiesa, tempio o moschea… credo che Dio sia uno per tutti. Spero che qualcuno darà onore a me come io onoro questi defunti.”
Franco Cagnasso

Groviglio avvelenato

Le feste chiamate “Durga Puja”, le più importanti per gli Hindu del Bengala, si svolgono verso metà ottobre; secondo la tradizione devono essere bagnate dalle ultime piogge monsoniche; durano 5 giorni, e sono tempo di vacanza per tutti. I templi e i “Puja Mondop” (in breve, tempietti più piccoli e in genere aperti su un lato) vengono puliti, rinnovati, arricchiti di statue di Durga e varie divinità hindu, a colori vivacissimi. Per tutto il tempo si susseguono preghiere, danze, riti particolari, visite. Gli ospiti non hindu sono bene accolti, e spesso ricevono un boccone dolce… Tutto si conclude con una processione, che accompagna le statue ad un fiume nel quale vengono fatte scivolare.

Quest’anno, il 13 ottobre, alcuni giovani hanno fatto circolare su internet immagini di una copia del Libro Sacro della religione che in Bangladesh è maggioritaria, ai piedi di una statua di una dea, in un “Puja Mondop”di Comilla, città a sud est di Dhaka, ed è successo il finimondo. Manifestazioni, assalti, furia in almeno 8 province del Bangladesh. Ottanta templi profanati, distrutti, incendiati, abitazioni e negozi di hindu saccheggiati. Almeno 6 morti, centinaia di feriti fra cui parecchi appartenenti a “forze dell’ordine”. In diverse località numerosi “Imam” hanno cercato invano di calmare i dimostranti, tutti giovani; ma in altre sono stati gli altoparlanti delle moschee a chiamare e incitare… Una famiglia hindu di Lama (estremo sud) ha dichiarato esterrefatta: erano nostri vicini di casa, amici… in un istante sono diventati belve impazzite e noi non sapevamo il perché…

Per ora, ci sono stati 350 arresti. Nei giorni seguenti, sono state organizzate “contro-manifestazioni” pacifiche da parte di hindu, e di associazioni laiche e interreligiose. Ma sono stati effettuati anche nuovi saccheggi. Domenica 17 ottobre alcuni templi, “puja mondop” e case di hindu sono stati assaliti e distrutti in poverissimi villaggi di pescatori nelle vicinanze di Rangpur, nel nord ovest.

Per dare queste notizie si potrebbero usare moduli prestampati: basterebbe aggiungere i nomi delle località, le date degli avvenimenti, e il pretesto inventato, perché il metodo è sempre lo stesso.

In me, hanno reso più pressanti gli interrogativi che mi sono posto leggendo – due settimane fa – un libro di Domenico Quirico: “Il Grande Califfato”, Neri Pozza, 2015. È un libro “datato”, perché si riferisce all’attualità di 6 anni fa; ma ciò che racconta non è faccenda passata. Quirico, un giornalista de “La Stampa”, non analizza tendenze, non fa esami sociologici o politici, né previsioni. Si va a cacciare nei posti più pericolosi e sconosciuti del mondo islamico estremista. Parla la loro lingua, conosce la loro storia; sequestrato per mesi e minacciato di morte più volte mentre era in balia dei rapitori, racconta ciò che ha vissuto e visto, presenta senza sconti gli orrori che accadono sotto i suoi occhi, le domande angosciose che gli sorgono dentro. Leggendo, diventa evidente il senso delle sue parole, riprese sulla quarta pagina di copertina,: “Ho superato, nel momento in cui sono stato catturato, una frontiera fatale, sono entrato, me ne accorgo vivendo con loro, nel cuore di tenebra di una nuova fase storica, di un nuovo groviglio avvelenato dell’uomo e del secolo che nasce: il totalitarismo islamista globale”.

Il “cuore di tenebra” e il “groviglio avvelenato” sono dentro ciascuna persona che, ingoiata da questa follia, conosce soltanto se stessa, non si confronta con nessuno, non ha dubbi, non ha pietà, non ha una sua storia personale – completamente separata dal suo passato e indifferente al suo futuro – intenta solo a combattere per liberare il mondo dai peccatori, cioè da tutti coloro che non sono come lei. Una realtà che ha conquistato tanti giovani non solo del mondo arabo ma dell’Africa, dell’Europa, dell’America, dell’Asia; non solo sbandati o senza lavoro, ma anche professionisti qualificati e benestanti. Il terrorista si è come essiccato interiormente, eliminando tutto ciò che non entra nello schema grossolano, elementare, rigidissimo con cui interpreta il mondo e il suo dovere di renderlo come vuole la sua “fede”. Indifferente alla sofferenza (anche alla propria) può sgozzare senza esitazioni e senza emozioni esseri umani con cui ha vissuto a lungo, quando non sono “noi”, ma sono “altri” rispetto a sé.

Mi guardo intorno: le urla rabbiose di chi – uscito dalla preghiera – va a distruggere le proprietà e a picchiare hindu sconosciuti (o addirittura “amici”) perché si dice che il Libro è stato visto ai piedi di una statua, annunciano passaggi più radicali e definitivi?

Quirico sostiene che una svolta importante in questa storia decennale di estremismo crescente è stata la proclamazione della rinascita del Califfato (ottobre 2006, se non sbaglio) che era stato ufficialmente eliminato poco dopo la fine della prima guerra mondiale. Nella baraonda di gruppi, sigle, tendenze diverse della galassia dell’estremismo violento, questa proclamazione – che a noi appariva ridicola – è stata invece un richiamo fortissimo, ha galvanizzato e raccolto attorno a sé un gran numero di sostenitori. L’ISIL, identificandosi con un territorio, e con una storia – quella del Califfato – che pochi conoscono ma di cui molti hanno sentito parlare come di un’epoca d’oro, ha dato sostanza a speranze che rimanevano sospese nel vuoto, o erano divise in mille rivoli senza una meta comune.

In Bangladesh, la faccenda del Califfato può “far presa”? Ho sentito parlare qualche volta con rammarico della Spagna o della Sicilia che “erano nostre ma da cui ci hanno cacciato”, però del Califfato non ho sentito nulla. Brandelli di memoria sgangherata, senza un filo conduttore e senza un riferimento geografico decente. Eppure… l’idea di un Califfato moderno, con o senza storia, forse può affascinare anche qui. C’è qualcuno che lavora per andare in quella direzione.

Niente di nuovo nel fiume di commenti che ora riempiono i “media”: le solite indignazioni, con interpretazioni prevedibilissime, il cui primo obiettivo è danneggiare l’avversario politico. Nessuna che possa offrire uno straccio di evidenza. Solo oggi ho trovato espressa, timidamente, la domanda più semplice: è credibile un diciottenne non hindu che dice di essere entrato alle sette del mattino – quando nessuno era presente – in un “puja mondop” deserto, e avervi trovato questa “profanazione”?

Nessuno dei commentatori che ho letto conosce da vicino questi ambienti radicali, fondamentalisti, violenti. È una realtà che abbiamo in casa, ma nessuno riesce a metterci il naso dentro in modo credibile: si guarda ciò che accade, in base alle proprie convinzioni politiche si dice perché accade, si sentenzia che così e cosà si dovrebbe fare, ma non si sa dove mettere le mani… Sono molto attivi i servizi segreti, che si sono dimostrati efficienti. Ovviamente lavorano nell’ombra; sanno che mettere in prigione i fondamentalisti significa fare il loro gioco, offrendo l’occasione facile di far proseliti, e quindi preferiscono ricorrere a “metodi spicci”… Ma affidare ai “servizi” il compito di liberarci da questo incubo è un’illusione; loro stessi sono i primi a saperlo e a dirlo.

Trasloco

“Fonti solitamente bene informate” mi avevano dato la “piccante” informazione che la “Church of Bangladesh” (Anglicani) aveva sfrattato i Fratelli della Comunità di Taizè, che da 35 anni usano un terreno messo a loro disposizione per la loro comunità e per il loro servizio ecumenico. Si trova a “Circuit House”, la zona più bella di Mymensingh, dove nei tempi coloniali i britannici avevano sistemato i funzionari della città. Una cappella, casette, tanto verde, accanto a un magnifico lungo-fiume… La Comunità di Taizé era venuta in Bangladesh all’inizio degli anni ’70, per non rimanere chiusa solo nell’Europa benestante. Li aveva accolti mons. Joaquim, Vescovo di Chattogram, il più “ecumenico” fra i 4 vescovi cattolici di allora. Poi si spostarono a Dhaka, però l’arcivescovo li guardava un po’ di traverso, non capendo bene “che cosa” fossero, e si sentì sollevato quando gli anglicani si fecero avanti, offrendo loro il posto alla “Circuit House”. Di là partivano per contatti con tutte le denominazioni e i gruppi cristiani presenti in Bangladesh, per organizzare incontri di preghiera e formazione ecumenici e interreligiosi, e – in Mymensingh stessa – per occuparsi di bambini che vivono in strada, o alla stazione ferroviaria, e di persone di ogni età in difficoltà per disabilità varie.

Uno dei Fratelli, Frank, raccolse disabili mentali abbandonati, affidandoli a Naomi Iwamoto, una volontaria giapponese. La comunità venne poi associata a “L’Arche Internationale”, e continua ancora, anche dopo la sua morte. I Fratelli avviarono laboratori di artigianato per disabili, piccoli movimenti di studenti per la pace e per l’assistenza ai malati negli ospedali e altro. Poi… lo sfratto, come mai? “Sembra che gli anglicani vogliano mettere a Circuit House un loro ostello.” Mi dissero. In cambio, proponevano un posto per nulla attraente, in area rurale, e con strutture insufficienti.
Che cosa era successo?

Era successo che le informazioni erano sbagliate. In realtà, da tempo i Fratelli volevano lasciare quella sede ormai rumorosa, dove nei giorni festivi migliaia di persone passeggiano (con gelato e giro in barca) lungo il fiume, e nei giorni feriali giocano a cricket, spacciano e usano droga, la fanno da padroni. La “Church of Bangladesh” di nuovo è venuta loro incontro, offrendo un altro posto che risponde a ciò che cercavano: più tranquillo e fuori dalla città.

I Fratelli in questi decenni hanno sviluppato iniziative originali per e con i poveri, ora sentono che sono i giovani a essere trascurati, anche perché sono una realtà nuova. In passato, si incominciava a lavorare da bambini, ci si sposava poco dopo i 15 anni, rimanendo sotto tutela degli adulti dentro la struttura della “famiglia allargata”: la “fascia giovane” non esisteva con una propria identità. Con il diffondersi delle scuole superiori e dei college, i giovani oggi non lavorano e non si sposano, spesso vivono fuori casa per ragioni di studio; formano un gruppo sociale chiaramente identificabile, con le sue esigenze e i suoi problemi. Fra questi, una secolarizzazione che attraversa tutte le religioni, lasciandoli spesso senza orientamenti morali e sociali, e afflitti dalla diffusione della droga. I Fratelli vogliono essere più chiaramente identificati come “sannyasi”, persone dedite alla preghiera e all’ascesi, ma aperte all’incontro, al dialogo attento con tutte le denominazioni e le religioni, e con i giovani, proponendo momenti formativi e di servizio ecumenici, preghiere, silenzio… Come, negli anni ’70, il PIME dopo tanti anni di evangelizzazione nei villaggi più remoti, decise di aprirsi alle città perché la gente si spostava là in cerca di lavoro – così ora i Fratelli di Taizè passano alle zone rurali, per offrire ai giovani momenti di “distrazione” dalla loro vita urbana, che rischia di ubriacarli con il consumismo, di sfociare in movimenti politici corrotti, o deviare nel fondamentalismo radicale e violento…

Globalizzazione

Tutti sanno che c’è la fiera a Fukonda, un piccolo villaggio con una ventina di famiglie hindu e due cristiane nel nord ovest del Bangladesh, a circa 12 chilometri dalla missione di Chandpukur. Ci vanno tanti, anche dai paesi vicini, in allegria. Mitu Mondol, 4 anni, ci va con papà e mamma, e fra i mille odori del mercato percepisce un delizioso profumino… da dove viene? S’intrufola fra la gente aprendosi un piccolo varco nella calca, e arriva davanti ad un pentolone di olio che frigge tante invitanti frittelle.

Da dietro spintonano e spingono, Mitu barcolla, resiste, e poi cade nel padellone rovente.

Una devastazione: gambe, braccia, tutto il corpo martoriato in profondità; solo il viso e la testa sono miracolosamente indenni. La portano di corsa ad un ospedale che fa una medicazione superficiale e la manda a casa. Dopo due giorni di dolore insopportabile, i genitori si rivolgono ad un “kubiraj”, medico tradizionale di villaggio, che mette impiastri vari, e avvolge in bende ordinando di non rimuoverle. Così fanno, ma dopo due settimane è evidente che la bimba sta per morire. I genitori la portano a un ospedale di Dhaka. I medici scoprono guardinghi quel groviglio di carne bruciata e marcescente, in alcuni parti già abitata da vermi. “Inutile curarla, portate a casa la bimba perché non ce la farà a vivere”. La mamma non la porta via. L’adagia su un lettino in corridoio e le rimane accanto, piangendo,fino a sera quando – forse impietositi, forse stanchi di vederla – i medici la portano all’unità di terapia intensiva, la medicano e in qualche modo provvedono a evitare l’aggravarsi dell’infezione. Ma i genitori non hanno soldi per altre cure, e quindi la lasciano cosî: l’importante è che Mitu sia sopravissuta.

Ma un anno dopo, risparmiato qualche soldo, tentano “la via della speranza” che – per i bengalesi – è Kolkata (Calcutta) o comunque un ospedale in India. A Kolkata non combinano un granchè, anche se effettuano un autotrapianto di carne dalle cosce ai polpacci, e Mitu ritorna a casa con le piaghe aperte. Quando sembra che non ci sia proprio nulla da fare, un giovane compaesano consiglia di rivolgersi al Padre della missione cattolica. Lui stesso era stato vittima di un grave incidente stradale, e il Padre della missione lo aveva mandato al “Centro Assistenza ammalati” che le suore di Maria Bambina gestiscono a Rajshahi, vi era rimasto a lungo, anche dopo le varie operazioni, ma si era trovato bene ed era ritornato guarito.

Il Padre della missione è p. Ciro Montoya Belisario de Jesus, per farla breve: Belisario. È un prete colombiano che da qualche anno opera in Bangladesh come associato al PIME. Commosso dalla situazione della bambina e della sua famiglia, li manda subito a Rajshahi e poi in capitale, al piccolissimo centro assistenza ammalati nella nostra casa di Dhaka, e Mitu viene accompagnata in un ospedale dove finalmente qualcuno si dice disposto a curarla. Ma… c’è il Covid 19, e non ci sono posti disponibili. Torni dopo 5 mesi e forse ci sarà un posto: trecento taka al giorno, precisano, solo per il letto.

P. Belisario però non si arrende. Per quanto lo conosco, non è tipo che aspetti per cinque mesi senza far nulla, solo sperando in un posto che forse non si libererà. Neppure è tipo da fermarsi per una porta chiusa: basta sfondarla! O magari cercare un’altro passaggio… Si mette alla ricerca e manda emails qui e là a diversi enti e fondazioni andando dagli Stati Uniti, Spagna fino all’Italia. Finalmente ha una risposta dall’Ospedale Bambino Gesù a Roma, proprietà del Vaticano, che spesso cura bambini poveri in situazioni particolarmente difficili. L’ospedale risponde in poco tempo, con una simpatica lettera: “Padre, una bellissima notizia: il Comitato ha deciso di accogliere Mitu!”. Sono previsti almeno due anni di cure, che saranno gratuite. Occorre però che uno dei genitori stia con la bimba, e che qualcuno si faccia carico delle spese di viaggio e trovi dove i due – Mitu con mamma o papà – possano stare quando l’ospedale li dimette. Belisario ne parla con degli amici, i quali stupiti dalla generosità dell’ospedale vaticano decidono di collaborare per pagare i viaggi.

I visti per ragioni umanitarie arrivano presto perche l’ambasciatore italiano si interessa personalmente del caso. Rimane il problema dell’alloggio, ma Belisario con internet lo risolve: a Roma c’è un gruppo volontario, una ONG di nome KIM, che fa proprio questo servizio: ospitalità ai bimbi dimessi o in attesa di ammissione al “Bambino Gesù”. E anche loro rispondono di sì.

A due anni dall’incidente, la piccola, simpaticissima, Mitu è arrivata l’8 settembre a Roma insieme alla mamma. La parte posteriore delle gambette ha ancora ferite aperte, e tutta la parte muscolare del corpo, braccia comprese, dita, arti, è contorta e deformata. Ma le condizioni generali sembrano buone: la bimba cammina, parla, ride, comunica facilmente. Ad aspettarle, erano pronti non soltanto il KIM e il “Gesù Bambino”, ma anche una piccola schiera di bengalesi emigrati, di missionari in Bangladesh temporaneamente a Roma, e anche l’associazione dei bengalesi cristiani, animata da suor Marisa, una Missionaria dell’Immacolata brasiliana. Sarà dura, anche per la mamma – ma c’è tanta speranza. Per ora Mitu ha fatto sapere che tutto è bello e sta bene, però… sono già due giorni che non mangia riso, e la faccenda la preoccupa…

Ecco, questo tipo di globalizzazione piace molto anche a me.