«Schegge»: perché?

Ho trascorso 11 anni in Bangladesh, dal 1978 al 1983, poi dal 2002 a oggi. Ho svolto servizio pastorale in una missione, aperto una presenza in una città dove non c’erano cristiani, ora mi trovo nel seminario maggiore, coinvolto nella formazione spirituale e culturale di tutti i futuri preti, del Paese.

“Incontro” il Bangladesh, a larga maggioranza islamica, soprattutto attraverso i pochi cristiani locali, ma anche cogliendo ogni occasione possibile per comunicare con musulmani, indù, buddisti, soprattutto studenti, ammalati, poveri che non ce la fanno a tirare avanti.

Seguo gli avvenimenti attraverso i giornali, e le chiacchiere della gente.

Ho scritto vari articoli sulla chiesa, la situazione politica e sociale, la missione, la spiritualità, tentando di offrire sintesi complete e chiare, almeno un’idea di un paese tanto diverso dall’Italia, conosciuto solo per la sua povertà, disastri, instabilità politica.

Ma sempre resto deluso di ciò che scrivo. La realtà non si esprime in poche pagine, e i fraintendimenti sono molti. Se parli della povertà, il lettore non percepisce la ricca antica cultura del Bangladesh; della missione, dai troppo spazio a una realtà piccolissima, deformando la prospettiva; del dialogo… non sai come presentare situazioni che vanno dal fondamentalismo violento ad apertura e rispetto, che costituiscono un vero modello di convivenza interreligiosa.

Il disagio è sfociato in un’intuizione: lasciar perdere logica, ordine, completezza. Di solito noi riportiamo ciò che riteniamo importante, mentre il quotidiano, il singolo sfuggono. In ogni istante miliardi di pensieri e azioni, sentimenti e comunicazioni avvengono e scompaiono.

Con queste “schegge” ne raccolgo qualcuno. Non quelli che contano di più, solo quelli che mi passano accanto e si fanno notare. Non riguardano nessun tema particolare, non hanno pretesa di far capire. Scrivo quando mi sento di farlo, magari perché, nevrotizzato dalla difficoltà a districarmi nei molti impegni, pianto lì tutto e butto giù quelle “schegge” che mi porto dentro da qualche giorno.
Nascono dalla mia curiosità, dalle mie commozioni, dalle mie rabbie. Le fonti? Un articolo di giornale, la mendicante che dorme sulla strada del seminario, la gentilezza di uno sconosciuto, un ragazzino impertinente.