Festival

Erano più di 280 i ragazzi e ragazze raccolti da varie strade di Dhaka e accompagnati al Centro Buddista di Kamalapur, vicino alla stazione centrale di Dhaka, per il primo “Festival dei bambini di strada”, il 5 dicembre 2008. Organizzato da associazioni cristiane, buddiste, musulmane e indù (attivissimi Fratel Lucio Beninati e P. Francesco Rapacioli) si è svolto senza intoppi iniziando con un bel bagno nel “pukur” o una doccia seguita dal dono di abiti nuovi. Dopo un’allegra colazione, apertura ufficiale della Festa : un momento di presentazione di ciascuno e una preghiera (nello stile di ciascuna religione presente). Seguono giochi all’aperto, gare, musica per ballare, fogli e colori per disegnare. Una banda ha accompagnato i momenti più importanti. Ottimo pranzo colossale preparato dai monaci buddisti con i loro volontari. Fratel Guillaume – non essendo riuscito a trovare elefanti – ha noleggiato quattro carrozze a cavalli per scorrazzare i ragazzi con sommo gusto. Gran finale con il volo di 3 piccole mongolfiere casalinghe a cui erano attaccati gli striscioni con gli slogan della festa.  Iniziativa da ripetere.

Id-ul-Azhar

Arrivano stipati su camion sgangherati, e vengono venduti in mercatini improvvisati dovunque ci sia un poco di spazio. Eleganti signori in fuori strada s’accostano e contrattano, poi si improvvisano bovari e, aiutati da servitori vari, si portano a casa il bue che servirà per la festa Id-ul-azhar. La città è percorsa in lungo e in largo da questi insoliti piccoli cortei che terminano sotto casa – spesso un elegante palazzo – dove vengono parcheggiati i grossi buoi (anche tre o quattro per palazzo) per passare le ultime ore della loro vita fra auto e rikshiò. Intanto, studenti delle madrasse e volontari s’affrettano ad appiccicare in tutti gli angoli cartelli che invitano i devoti a regalare la pelle alle rispettive moschee. Il giorno della festa, armati di lunghi coltellacci correranno dove li hanno prenotati per pronunciare una preghiera e sgozzare il bue, passando subito ad un altro, e un altro ancora. Bisogna fare in fretta, nello spazio di poche ore centinaia di migliaia di animali vengono sacrificati in tutte le strade, scuoiati, spartiti, la carne preparata per la famiglia e distribuita ai poveri. Le pelli s’ammonticchiano davanti alle moschee, per beneficenza.
La mendicante che sbriciola mattoni e abita vicino al cancello del seminario è sconsolata: “Tutti mi regalano carne, ma io non ho denti e mangio meno del solito!”

Natale moderno

Le ragazze (16-18 anni) dell’ostello delle Suore Shanti Rani (Regina della Pace) hanno organizzato la festa pre-natalizia. Gara fra sei gruppi, ognuno dei quali ha brevemente rappresentato come il Natale viene vissuto ai nostri tempi. Strumenti principali delle scenette: cellulari e bottiglie di liquore. Molto vivacemente hanno presentato pennellate di vita quotidiana, vedendo se stesse e loro fratelli in jeans, insofferenti dei genitori, assetati di soldi, con poca voglia di andare in chiesa, portati a vivere “in branco”… La TV fa scuola fra i giovani in Bangladesh.

Costi

Nuovo quartiere a nord di Dhaka, oltre l’aeroporto, Uttora è di fatto una città che penso abbia già ampiamente superato il milione di abitanti. In ogni angolo crescono palazzi di 5/6 piani, vicinissimi l’uno all’altro: abitazioni, scuole, ospedali, banche, università… Le baraccopoli sorgono e vengono smantellate una dopo l’altra per far posto a nuove costruzioni
Negli innumerevoli cantieri, a setacciare la sabbia, scavare, trasportare terra e ghiaia in grosse ceste sulla testa, salire su traballanti pontili in bambù portando l’impasto di cemento per la gettata di un nuovo piano sono le donne. Costano meno. Alcune tengono d’occhio i loro bambini che scorrazzano fra attrezzi, buche, polvere, o dormono all’ombra di una betoniera. La sera, ritrovano i loro rifugi di teli di plastica, rapidamente messi in piedi in uno spazio ancora libero, sulla riva di un canale, in un futuro giardino o piazza. Cuociono il riso su due mattoni, lavano i panni in pochi litri di acqua, si lasciano ingannare dall’ennesimo uomo che promette di amarle.

Il ritorno dei cammelli

Per la festa dell’Id-ul-azhar, un numero enorme di animali viene sgozzato in memoria del sacrificio di Abramo. L’anno scorso si sono vendute solo muccarelle striminzite e caprette. Infatti, chi era abituato a mostrare la propria ricchezza comprando buoi grossi e grassi, o gli ammiratissimi cammelli importati dai Paesi Arabi, s’è guardato bene dal farlo. “Dove mai quell’impiegato dell’azienda del gas, o quel fattorino, hanno trovato tanti soldi?” si sarebbe potuto chiedere qualche zelante funzionario della campagna anticorruzione.
Quest’anno si sono rivisti i cammelli.

L’annuncio

Che fine ha fatto?
Era il sogno, il fuoco interiore, la motivazione fondamentale che ha spinto i primi missionari del Pime, oltre 150 anni fa, a cercare i posti più lontani e difficili. Erano pronti a morire per realizzarlo, anche brevemente. E’ entrato nelle Costituzioni del Pime come “impegno prioritario” dell’istituto, eppure se si legge la nostra stampa o si ascoltano le conferenze dei missionari, sembra che si sia sciolto come neve al sole. Scomparso!
L’annuncio è passato di moda? I missionari fanno dialogo e s’impegnano per lo sviluppo, la giustizia e hanno paura di annunciare Cristo?
E’ vero, si parla poco di annuncio e dei suoi aspetti concreti, perché si è alla ricerca del nuovo, e chi legge o ascolta vuol conoscere quali nuove risposte si danno ai nuovi problemi, ad esempio quello dei rapporti con altre religioni, del dialogo. Inoltre, c’è un numero non piccolo di lettori e ascoltatori che è sensibile a ciò che riguarda la lotta contro la povertà, l’impegno per la pace, ma ritiene irrilevante, o addirittura fuori tempo l’annuncio diretto del Vangelo.
Ci sono altre ragioni, più valide. L’annuncio, ad esempio, non è tanto frutto di iniziative specifiche; lo stile dei cattolici è quasi sempre ben diverso da quello di altri, che vanno porta a porta a proclamare, o che investono enormi capitali in reti televisive che poi riempiono di prediche. C’è anche un certo pudore a parlare di conversioni e di grazia, una resistenza a ridurre l’opera dello Spirito entro numeri e statistiche.
Eppure, di fatto, insieme alla promozione umana o forse ancora di più, l’annuncio del Regno a cristiani e non cristiani è l’attività principale del Pime.
Lo è addirittura in modo quasi esclusivo in alcuni casi, come in Giappone, ma anche altrove conquista i suoi spazi, spesso discreti e, giustamente, indiretti, cioè attraverso le comunità e i cristiani locali. Ogni anno i nostri missionari hanno la gioia di battezzare o di riaccogliere nella vita della comunità cristiana tante sorelle e fratelli di vari paesi, dal Bangladesh al Brasile, dal Camerun alla Cina, ovunque. In alcuni posti sono gruppi numericamente consistenti, in altri si tratta di poche unità.
Ma quanti? Certamente parecchie migliaia, però – come ho detto – esprimere cifre ci sembra quasi un “tentare Dio”, per il Quale ogni singola persona vale quanto l’umanità intera.
Per non dire di quelli che incontrano Cristo e in qualche modo si convertono a Lui cambiando il cuore, anche se questo non si traduce nel passaggio pieno alla Chiesa. Sono i Nicodemo, le Cananee del Vangelo, al quale Gesù ha prestato attenzione, dei quali ha persino fatto l’elogio anche se non sono entrati nel numero dei suoi discepoli.
No, l’annuncio non è scomparso. E’ intessuto nella trama quotidiana della nostra vita, nutrito di preghiera, espresso e vissuto con umile pazienza, con gioiosa riconoscenza.

Storico incontro

Il paese è in attesa delle elezioni, che – previste nell’autunno del 2006 – sono state rinviate fino ad ora. Dovrebbero tenersi il 28 dicembre prossimo, poi il governo di transizione passerà il potere ad uno eletto. La preparazione tutto sommato non è difficile: i partiti sono esattamente quelli di prima, con le stesse idee, gli stessi metodi e le stesse persone salvo pochi che – avendo cercato di rinnovarli – sono stati buttati fuori. Qualcuno ha ottenuto la candidatura mentre è ancora in carcere, ma ha fondate speranze di uscire e diventare rappresentante del popolo nel parlamento che per due anni è rimasto vuoto. Dopo molte ipotesi, inviti, commenti, annunci, le due leader Hasina e Khaleda, che non si salutavano da 25 anni, si sono incontrate: circondate da guardie del corpo e giornalisti, in piedi, si sono sorrise reciprocamente, chieste come stavano, scambiate informazioni su come hanno passato le giornate in carcere (hanno scoperto che a cucinare per tutte e due era lo stesso cuoco!), augurate buona salute, e in tre minuti la storico incontro si è concluso.

Buona notizia

Sposata, due figli piccoli, viene ogni tanto a raccontarmi i suoi guai, e a chiedere qualche aiuto. Ultimamente ha avuto un’occasione d’oro: accompagnare una signora straniera che andava in Thailandia per partorire. Quando ricompare è raggiante. “Bello il periodo in Thailandia?” “Orrendo! Nostalgia da morire e cibo immangiabile!” “Hai trovato bene i tuoi tornando?” “Il più piccolo è in ospedale.” “Ti hanno pagata bene?” “Poco, e quasi tutto se n’è andato in telefonate… ma non farmi più domande, ho una notizia splendida da darti, sono venuta proprio per questo!” “Sentiamo”. “Mentre ero via, la polizia ha catturato mio marito mentre compiva una rapina. E’ già stato condannato a sette anni di carcere. Non si farà più vedere per sette anni, capisci? E sono sicura che si comporterà male tanto da farsi prolungare la pena. Che grazia di Dio!”

Conversione

Leggo la breve condivisione di un missionario: “L’esperienza di lavoro e vita con indù, musulmani e buddisti mi ha fatto capire che non sono loro, ad avere bisogno di conversione, ma io…”
E’ un concetto ormai abbastanza comune fra i missionari, e in vari modi l’ho espresso anche io per quanto riguarda me. Ma è proprio esatto? A me pare che giochi sul filo dell’ambiguità del termine “conversione”. Da un lato dice che indù, musulmani e cristiani non hanno bisogno di lasciare la loro religione, dall’altro intende dire non che io devo lasciare la mia religione, ma che ho bisogno di convertirmi più profondamente e autenticamente al vangelo. Non credo che si intenda ritenere gli “altri” come “giusti che non hanno bisogno di conversione”. Forse sarebbe più preciso dire che tutti, ciascuno a partire dalla propria condizione, abbiamo bisogno di convertirci, e che la missione non è per convertire gli altri restando come si è, ma per convertirci tutti, per quanto possibile insieme.

Vocazioni

Erano 35 i giovani che hanno partecipato il 7 novembre all’ultima delle 10 giornate vocazionali organizzate dal PIME con un diocesano e tre suore di istituti diversi. Ragazzi e ragazze – dai 16 ai 22 anni circa – hanno lavorato con interesse e serietà. Non li abbiamo chiamati per “selezionarli” e vedere se sono adatti a entrare in un istituto, ma perché cerchino in sé la presenza di Dio e la sua chiamata a vivere il vangelo lungo strade differenti. Non abbiamo detto: o con noi, oppure vai, non hai vocazione, ma cercato di far capire che ognuno è chiamato. Un metodo che era stato accolto con scetticismo, o non capito, ma ai giovani è piaciuto. Vedendolo in pratica, pian piano alcuni preti che prima erano distratti stanno mostrando interesse. Presto decideremo se e come ripetere l’esperienza il prossimo anno.