Guillaume

Il “Pir” (leader spirituale di un movimento islamico) s’infiamma, all’incontro fra musulmani e cristiani: “Oggi non è qui fra noi, e posso dirlo con chiarezza, specialmente ai miei fratelli di fede. C’è un uomo che ha cambiato la mia vita e la ispira. E’ uno straniero, venuto da un paese ricco che vive fra i nostri poveri, non si stanca di creare amicizia, riconciliazione, di proporre comprensione e pace, di educare i giovani, di pregare. E’ un cristiano, Fratel Guillaume. Per lui ringrazio Allah e dico che dovrebbe essere il modello di tutti noi!”
Nove studenti dell’ultimo anno di teologia e io stiamo condividendo le nostre meditazioni. Ben quattro, con parole ed esempi diversi, confidano che quando pensano alla povertà nella vita dell’apostolo, subito viene loro in mente Fratel Guillaume. Il suo nome ritorna con vari altri gruppi, quando parliamo di spirito missionario, di dedizione, di semplicità, di tenacia, di rapporti fra le chiese, di capacità di rapporti…
Suo padre, pastore della Chiesa Riformata Olandese, rimase deluso quando, invece di seguire le sue orme, entrò nella comunità di Taizé. Ma poi si appassionò anche lui alla sua vocazione. Instancabile nonostante i 63 anni, se occorre viaggia sul tetto dell’autobus, ma arriva dove lo aspettano. Un ottimismo incrollabile: quando c’è tempesta, si rallegra per quanto sono belle le nuvole. Per celebrare i 25 anni della sua consacrazione religiosa ha chiesto alla sua comunità di lasciargli fare la cosa che più sognava. Affittato un battello, lo ha caricato di bambini di strada, mendicanti, zoppi e storpi e ha fatto loro trascorrere una memorabile giornata sul fiume, con pranzo abbondante e canti fino a sfiatarsi. S’intrufola nelle prigioni a trovare i più dimenticati, scova gruppi di profughi birmani che si nascondono, conosce tutte le chiese e comunità ecclesiali, tutti i gruppi tribali, le loro iniziative, le loro sofferenze. E’ capace di criticare sempre in modo costruttivo, con un cuore pacificato. Abbiamo trascorso vari periodi insieme, quando predicava gli esercizi spirituali ai futuri diaconi nell’ashram di Diang. Lo sentivo cantare spesso, la sera parlavamo a lungo. Se mancava la corrente elettrica, il discorso continuava alla luce delle stelle. Bastava anche quella per accorgersi che, quando parla di Gesù, gli si inumidiscono gli occhi…