Jibon

Circa 4 anni fa, carica di due gemelle ancora lattanti e un borsone, sformata e ansimante arriva da me Lovely; con una lettera di presentazione del parroco di una missione presso Savar, a una ventina di km da Dhaka. E’ musulmana, ma vive vicina alla parrocchia, è conosciuta. Dice che ha 5 figli, tre grandi e queste due. Quando sono nate, il padre non ha gradito e se n’è andato.

S’arrangia rivendendo porta a porta coperte e abiti vari, e poiché allora ne ricevevo alcuni da fabbriche di abiti, glieli passo e l’aiuto un po’.

Dopo un annetto vengo a sapere che il marito è morto poco dopo essersi risposato.

Vado a trovarli. Il primo dei 5 figli, Alamin, e’ un giovanottone pacifico, silenzioso, di poco cervello: fa quello che gli dicono. La seconda e’ Jibon (Vita) di circa 17 anni, anche lei silenziosa ma intelligente, con molto senso pratico e amore per i libri. Frequentava la classe VIII; quando il padre li ha lasciati, ha smesso di studiare per badare alle sorelline e alla casa. Da allora tutti i giorni si rilegge qualche pagina dei libri che le sono rimasti, però non ci sono soldi per comprarne altri. La terza invece da tempo aveva smesso di andare a scuola, perché proprio non le va; è come suo fratello. Infine le gemelline, scatenatissime, che invece assomigliano alla mamma, parlatrice infaticabile.

 

Li aiuto a mettere in piedi una baracca per viverci senza pagare affitto, e m’impegno a far studiare Jibon. Elaboriamo un bel programma perché si rimetta presto in esercizio e da gennaio riprenda la classe VIII. Le lascio pure i soldi per iscrizione, divisa, ecc.

 

A gennaio nessuno si fa vivo, a febbraio Jibon mi telefona. “Vai a scuola?”. “No”. “Perché non mantieni la parola? Che hai fatto dei soldi?”. “Fratello Maggiore (così mi chiama, non conoscendo i segreti delle nostre terminologie ecclesiastiche) devo dirti una cosa: la mamma è scappata un mese fa, e finora non è tornata”. Sorpresa, domande, sospetti… m’imbroglia?.

Tiro in lungo per un altro mese, poi le dico di venire a trovarmi. Arrivano le quattro sorelle, due grandi e due piccole. Mi faccio raccontare tutto, Jibon sostiene che ancora non sa esattamente dove sia la mamma, anche se nel frattempo e’ venuta a trovarli una volta portando un po’ d’olio e di riso. Le gemelline sembrano meno agitate, anche se vivacissime, coccolate da lei e dalla sorella.

 

Che fare?

Ashis (Benedizione), è un universitario che aiuto negli studi e nella sua ricerca vocazionale, e mi ripaga tenendosi disponibile per imprese varie, di fiducia. Gli chiedo di rintracciarli, verificare, cercare di capire come vivono… Va, e si convince che tutto è vero. La povera Jibon manda avanti la famiglia con una decina di galline e due capre, il poco riso che le regalano, e erbe acquatiche che raccoglie nello stagno retrostante. Il bello è che neppure si lamenta, quando parla della mamma dice: “Poverina, è malata ed era molto stanca!” Ashis prima di lasciarli fa un giro al mercato e compra qualcosa per loro, di tasca sua. “Ti sei innamorato di Jibon?” chiedo. “No, ma proprio mi hanno fatto pena!”.

Consiglio di guerra. Decidiamo che l’unica via per tirare avanti la baracca è… costruire un’altra baracca, dove aprire un negozietto di prodotti essenziali e guadagnarsi da vivere. In quella zona abitano molti operai e operaie che lavorano nelle fabbriche di abiti poco lontane, dieci-dodici ore al giorno. Farà loro comodo trovare vicino a casa un posto dove comprare riso, lenticchie, sale, olio, sapone e via dicendo.

 

Inizia il via-vai di Ashis da Dhaka a Savar. Deve informarsi sui prezzi, fare da imprenditore, trattare con falegnami e muratori, portare i soldi. Tutto bene, contento.

Si rifà viva la mamma. Mi spiega che lavora per uno cui deve ripagare un debito, e ha lasciato tutti dopo un litigio con Alamin e Jibon: “Non ne hanno mai abbastanza, vogliono mangiare, mangiare; ma io non posso dare di più, e non sopporto di vederli affamati.” Sarà proprio così? Dice che non torna, ma assicurerà un poco di rifornimenti ogni settimana.

 

Un giorno, mentre va a prendere l’autobus per tornare a Dhaka, tre giovanotti seduti ad un negozietto di té fermano Ashis, prima gentilmente poi minacciandolo. “Che fai qui? Di dove sei? Chi ti manda?” Se la cava benino, c’è gente in giro e spera che, se diventano cattivi, qualcuno intervenga. Inoltre, ha in tasca solo quattro spiccioli. Glieli prendono e lo lasciano andare.

“Te la senti di continuare?” “Sì” “Allora sei proprio innamorato di Jibon?”

Innamorato o no, torna altre due o tre volte finché viene di nuovo fermato, caricato su un rikscia e portato in una casa isolata, dove cinque persone lo interrogano e lo picchiano di santa ragione per farsi dire da dove prende i soldi, dove abita, e infine per chiedergli una tangente. “Se non torni, distruggiamo il negozio che stai costruendo.” Gli portano via il cellulare – e riesce a scherzarci su: “Era un cellulare costoso, che mi avevano regalato perché ormai quasi non funzionava. Si sono presi una bella fregatura!!!”- Fra gli argomenti con cui si difende, c’e’ pure questo: “Se dico al mio boss che devo pagare una tangente, non mi crede e non me la dà”. Tirano fuori un falcetto: “O lo persuadi, o ti tagliamo i tendini, così ti crede”.

Una “tecnica” che a volte viene praticata…

Riesce a non dire il suo indirizzo né il mio nome. Lo rilasciano dopo quasi un’ora con l’ordine di portare i soldi. Torna a Dhaka, e per prima cosa va… a farsi tagliare i capelli: “Continuavano a tirarmeli, volevo cancellare l’impressione…”

Per un giorno o due rimane scosso, poi torna a Savar a trovare un ex compagno di liceo che gli è tornato in mente. Colpo di fortuna. L’amico è iscritto al ramo studentesco del partito Awami League, al potere da un anno e mezzo. La sezione giovanile del partito consiste in una banda di mascalzoni scatenati, diffusa come un cancro in tutto il Bangladesh, che picchia e taglieggia. Spesso si scontrano e ammazzano anche fra loro per avere appalti, controlli su dormitori universitari, e dovunque ci sia da metter le mani sui soldi. La polizia tace perché sono protetti dall’alto – e perché anche la polizia… ma di questo dirò un’altra volta.

L’amico rassicura: “No, non è la grossa mafia che ti ha preso, sono dei balordi del nostro partito. I grossi non badano a un negozietto in lamiera, vanno sui palazzi che costano milioni. Il tuo problema è che te andavi tranquillo, fischiettando con le mani in tasca e con la faccia da buono. Li hai ingolositi: “Con questo angioletto ci paghiamo almeno le sigarette e la benzina delle moto…” Niente paura. Tu però devi farti furbo se vuoi campare!”.

Vanno insieme sul posto, gironzolano. L’amico e’ conosciuto, e ha un’autorità nel partito. I mascalzoni li vedono insieme e mangiano la foglia… Li incontrano, offrono il té.

 

Ad Ashis la mandibola indolenzita dagli schiaffi ha fatto male per una decina di giorni, ma il negozietto è finito, i rifornimenti comprati, l’apertura avvenuta. Per l’occasione Jibon ha regalato un uovo ciascuno, a me e a lui. L’altro ieri ha telefonato contenta: “La gente viene, compra, e Alamin ha imparato ad andare dal grossista anche da solo…”

Ci hanno invitato a pranzo per il prossimo 16 giugno. Ci andremo insieme: “Cosi’ – ho detto ad Ashis – vi tengo d’occhio e capisco se ti sei innamorato…”