Costituzione

La Costituzione della Repubblica del Bangladesh approvata subito dopo l’indipendenza (1971) affermava i principi del nazionalismo, socialismo, democrazia e secolarismo, interpretati nel contesto della cultura bengalese. Ma nel 1975 il Presidente Mujibur Rahman veniva massacrato insieme a 15 membri della famiglia, e dopo di lui vari politici che avevano avuto parte nell’indipendenza del Paese. E’ seguita una serie di emendamenti, modifiche, sostituzioni, omissioni che gradualmente hanno cambiato lo spirito della Costituzione. I partiti di ispirazione religiosa hanno di nuovo avuto spazio, e i collaborazionisti del tempo della guerra sono ritornati in Bangladesh mettendosi in politica con partiti e partitelli. Il principio del secolarismo venne cancellato, e sostituito con: “assoluta fede e fiducia in Allah onnipotente”; al termine “socialismo” venne aggiunta la precisazione: “cioè giustizia economica e sociale”; il nazionalismo non venne più interpretato nel contesto dell’essere bengalesi, ma bangladeshi. Un cambiamento, questo, che potrebbe essere positivo per le minoranze aborigene, non bengalesi, che pur avendo partecipato alla lotta per la liberazione non avevano trovato uno spazio proprio nella Costituzione. Ma non è stato introdotto per loro, bensì per i Musulmani tradizionalisti, che vedono la cultura bengalese come un pericolo per la purezza dell’Islam. Infine, venne introdotto un preambolo, il “Bismillah” in lingua araba: “Nel nome di Allah, clemente e misericordioso.” Sotto il generale Zia-ul-Rahman il Parlamento approvò il “Quinto emendamento”, che ratificava tutte le decisioni prese dai precedenti governi dittatoriali e militari.

Ma nel 2005 l’Alta Corte dichiarò illegale l’emendamento, e di conseguenza tutte le decisioni prese negli anni in forza di queste modifiche costituzionali. Un verdetto potenzialmente capace di provocare un vero caos politico-istituzionale!

Dopo 5 anni, in cui nessuno sembrava badarci, in luglio quest’anno è stato costituito uno speciale comitato interparlamentare che deve studiare come tornare alla Costituzione del 1971. La coalizione al potere ha la maggioranza assoluta e intende procedere, anche se l’opposizione non ha accettato per ora di far parte del comitato. Si sono messi al lavoro.

Sussurri

Venerdì, giorno di riposo settimanale. Nel grande parco del Monumento Nazionale all’Indipendenza, a Savar, famiglie con bambini, scolaresche, gruppi di giovani, qualche coppia godono il verde e il sole. Arrivo anch’io, con una settantina di ragazzi e ragazze e alcune suore, che si disperdono a gruppetti. Sr. Sriti, giovane e carina nel suo vestito candido bordato d’azzurro, calamita gli occhi di tutti i maschi; ma anche gli altri, per lo più aborigeni, vengono notati. Io mi tengo ai margini, e catturo qua e là sussurri e commenti. “Di dove sono, Cinesi? Birmani?” “No, credo che siano tribali del Bangladesh, ma non sono sicuro…”. Un bimbo: “Parlano la nostra lingua?” “Penso di sì…” Il bimbo vuole verificare, e corre incontro a tre ragazze garo: “Parlate il bengalese?” “Certo!” Torna soddisfatto. “Ma quelli sono scuri, chissà che razza di gente…”. Cristiani… Cristiani… Cristiani si mormora qua e là notando le suore o la crocetta al collo di molti ragazzi. “Ma ci sono Cristiani in Bangladesh?”. “Sì, io ne conosco uno.” Un anziano circondato da alcuni ragazzi pensa che io non capisca, e spiega loro: “Purtroppo. Per avidità di denaro, tradiscono la loro religione e si vendono agli stranieri…”

Pace

Nonostante i molti anni trascorsi in Bangladesh, non avevo mai visitato il Monumento Nazionale all’indipendenza, a Savar, circa 30 chilometri da Dhaka. Ci sono andato, finalmente, insieme a una ottantina di studenti.

L’indipendenza dal Pakistan è stata raggiunta nel 1971, dopo mesi di guerra sanguinosa e l’intervento dell’esercito indiano. Ma il monumento sembra un inno alla pace. Nel grande parco dove la gente passeggia, si siede sui prati, chiacchiera, mangia il gelato, c’è un’area dove ciascun capo di stato in visita al Bangladedsh pianta un albero. Il monumento è un’enorme struttura in cemento che punta verso il cielo, come una freccia o come gli alberi di una nave. Nessun cenno alla sconfitta del nemico, neppure guardie in divisa o picchetti d’onore. Come l’inno nazionale, un canto di Tagore che esprime la bellezza del Bengala dorato, così questo monumento è stata una scelta consona alla parte migliore del cuore dei Bengalesi: grande amore per la loro terra e la loro cultura, senza bisogno di manifestazioni di forza.

Gira, gira, abbiamo trovato l’albero piantato da Giovanni Paolo II nel 1985. E’ in buona salute, ma piccolo e magro. A pochi passi l’albero (un’altra specie) piantato da Yasser Arafat nello stesso anno è robusto e fronzuto. 

Arresti

I tanto annunciati processi per crimini di guerra o contro l’umanità commessi durante la guerra di indipendenza del 1971 non riescono a decollare. Le denunce non mancano, ma non manca pure chi frena in tutti i modi, o denuncia a casaccio per creare confusione. C’è chi pensa che il fulmineo ammutinamento delle guardie di frontiera, che a Dhaka uccisero una settantina di ufficiali nel febbraio dell’anno scorso, fosse un complotto che intendeva mettere in difficoltà il governo. I “pezzi grossi” del partito islamico Jamaat-islam sono sotto tiro: tutti, durante la guerra, appartenevano alle famigerate brigate filo-pakistane che combattevano contro i partigiani indipendentisti, sostenendo che lo staccarsi dal Pakistan era un pericolosissimo atto contro l’Islam. Pochi giorni fa tre di loro, fra cui il Segretario Generale, sono stati arrestati, e ora vengono interrogati in riferimento ad un enorme numero di casi che hanno disturbato o insanguinato la vita di questi ultimi anni: il ritrovamento di 10 camion di armi nascoste in un capannone di fertilizzanti e destinate non si sa a chi, l’attentato ad Hasina, allora capo dell’opposizione e oggi al governo, l’ammutinamento ricordato sopra, omicidi politici… Decine di militanti vengono arrestati in varie parti del paese, e il Partito nazionalista BNP, alleato del Jamaat, reagisce debolmente. Il tema dei crimini di guerra è scottante: la maggioranza della gente vuole i processi, ma processi seri significherebbero rovina per non pochi eminenti politici, professionisti, e imprenditori.

Nomi

Pronunciare il nome della persona a cui, o di cui, si parla è sconveniente. Si ricorre al ruolo (maestro, falegname…) o ad appellativi forgiati per l’occasione, come zia, sorella maggiore, cognato, nonno…; il termine inglese “uncle” (zio) diventa sempre più popolare per indirizzarsi a un anziano. Oppure alla “identificazione indiretta”: “La mamma dei miei figli”, dice un uomo per parlare della moglie; il fratello di Parimal, la figlia di Ashis, il padre di Anthony… In bengalese ci sono oltre cento parole per indicare le parentele, con notevoli differenze di uso fra musulmani, hindu e cristiani. Quando riesco a sapere che la persona con cui ho parlato ieri si chiama Rita, il giorno dopo mi telefona presentandosi come “la madre di Kusum”. Una giungla disperante per chi, come me, fatica a ricordare i nomi.

Lutto

“La coppa del mondo in Bangladesh è finita”. Così titola un giornale il giorno dopo la sconfitta dell’Argentina, che ha fatto uscire fiumi di parole e versare fiumi di lacrime. Considerando il numero di abitanti del Bangladesh, e quelli dell’Argentina, credo proprio che la loro nazionale abbia più sostenitori qui che in patria. Brucia un po’ sapere che un giornalista, comunicando ad un gruppo di Argentini la curiosità di un tifo appassionato in un paese lontano, abbia chiesto loro: “Sapete dove si trova il Bangladesh?”. Nessuno lo sapeva.- D’altra parte, anche fra i Bengalesi nessuno sa dove sia l’Argentina.- Un caso interessante per una ricerca sulla psicologia di massa…

Elettricità

Traballanti, brutti, lenti, si stanno rapidamente diffondendo in alcune zone rurali i taxi-triciclo elettrici, fabbricati in Cina o in India. Sono silenziosi e non fumano…

Infermiere

Come ogni anno in luglio, le infermiere cattoliche del Bangladesh si sono riunite per tre giorni nel seminario – vuoto a causa delle vacanze – per la loro assemblea. Quest’anno erano più di sessanta, in rappresentanza di un numero molto più alto di donne di ogni età che si dedicano a questa professione. In una società che ancora offre poche prospettive a quelle che non si sposano giovanissime o non si fanno religiose, fra le ragazze cristiane la professione di infermiera è popolare. Sono percentualmente molto più numerose delle musulmane e sono molto stimate. Nelle cliniche private le cercano, nelle pubbliche trovano posto, ma in queste ultime la loro condizione di minoranza si fa sentire: salvo pochissime eccezioni, niente posti di prestigio o di responsabilità.