Monodialogo

Cinque giorni di visita del Card. Tauran in Bangladesh, a fine aprile, hanno avuto come tema il dialogo fra gli appartenenti alle diverse religioni, e hanno celebrato il 25esimo anniversario delle poche ore di visita di Giovanni Paolo II in Bangladesh (1986), che la gente ricorda con fierezza e nostalgia.
Erano in programma alcuni incontri fra appartenenti a varie religioni, ma la comunità cattolica vive ancora quasi “blindata” e gli invitati erano per lo più cattolici, per onorare l’ospite e fargli buona impressione. Tanti interventi per dire che il dialogo e la convivenza rispettosa sono importanti per la pace, che la cultura bengalese è tradizionalmente tollerante e aperta, che i cristiani sono una presenza molto piccola, ma “che conta” (Tauran), che il Bangladesh è paese esemplare per l’armonia che regna fra le diverse comunità, per auspicare, elogiare… Insomma, monologhi sul dialogo.
Politici e media hanno dato spazio alla visita, anche pubblicando gli interventi del Cardinale, per augurarsi che questa buona fama del Bangladesh non vada perduta grazie al vento fondamentalista che soffia forte anche qui.

Bufala

Una scheggia pubblicata da www.missionline.org   il 27 aprile scorso chiedeva aiuto per trovare documentazione su una colossale stupidaggine che circola nel mondo islamico, dove si dice e ridice che i cristiani hanno riconosciuto solo recentemente che le donne hanno l’anima. L’aiuto è arrivato da Mario:
“Caro padre Franco,
in effetti, se uno cerca su Google (…), escono fuori decine di siti anticlericali che sostengono la bufala che la Chiesa ci ha messo secoli ad accorgersi che la donna ha un’anima…”
e mi ha indicato, per documentarmi, un sito con un articolo di Vittorio Messori.
Ecco le parti principali dell’articolo:

“Ma, insomma: le donne sono “persone” a pieno titolo, alla pari dell’uomo? oppure, come gli animali, hanno un corpo mortale ma non un’anima immortale?
Prima di decidersi ad ammettere che l’anima ce l’hanno anche le femmine, la Chiesa ha esitato per secoli, ha convocato concili, ha permesso scontri di teologi. Alla fine ha dovuto arrendersi, ma riluttante e magari con qualche dubbio sempre risorgente. Così si legge in libri di scuola o in articoli da terza pagina di giornale o si sente da chi la saprebbe lunga sull’oscurantismo cattolico. Di recente, alla tv di Stato, una “specialista”, all’ennesimo dibattito sulla parità dei sessi, ha fatto correre nelle schiene dei nuovi benpensanti fremiti di indignazione, rivelando: “È solo nel XV secolo che la Chiesa ha ammesso che la donna ha un anima come quella dell’uomo!”(…)
Ascoltando, ho sorriso, ben sapendo il livello medio di conoscenza storica di simili “esperte”. Ma non ho sorriso, (…) consultando (…) le duemila pagine, nell’edizione del 1978, de La civiltà del Medioevo europeo. Opera assai pregiata, e giustamente, a livello internazionale, scritta da quel medievista insigne che è Paolo Brezzi. (…) Ho sobbalzato, dicevo, leggendo a pag. 482 del primo volume: “Il famoso concilio di Mâcon, che discusse se la donna ha l’anima, non è un caso isolato o assurdo, anche se la decisione fu favorevole alle donne, in base alla considerazione che Cristo era il figlio di una donna (ecco, ancora una volta, il segno della maternità che riscatta e nobilita la femmina e le ottiene un riconoscimento nell’ambito della società)”.
(…) A Mâcon, nella Francia centrale, si tenne nell’anno 585 non un “concilio” ma un secondo sinodo provinciale. Ne possediamo gli atti, ma invano vi cercheremmo discussioni sull’anima, tanto meno su quella femminile. Né vi è traccia di simili discussioni mai, nè prima nè dopo, in nessun documento della Chiesa ufficiale.
Questo in realtà avvenne; a quel sinodo partecipò anche il vescovo dì Tours, il futuro san Gregorio, il quale, al libro ottavo della sua Historia Francorum, ci lasciò la descrizione dei lavori. In una pausa, come per distrarsi dalle ardue discussioni teologiche, un vescovo pose ai confratelli una sorta di quiz filologico: il termine latino homo, può essere usato nel senso allargato di “persona umana”, comprendente dunque entrambi i sessi, o è da intendersi nel senso ristretto di vir, di maschio? (…) Per rispondere al quiz del confratello, gli altri vescovi lo rinviarono unanimi alla traduzione latina della Genesi, secondo cui Dio creò l’essere umano (homo) come maschio e femmina; e, inoltre, alla definizione di Gesù come “figlio dell’uomo” (filius hominis), benché egli fosse “figlio della Vergine”, dunque di una donna. Una curiosità linguistica, dunque, per un momento di relax tra quei vescovi, non certo una disputa teologica. (…) Si noti che buona parte delle moltissime martiri dei primi secoli, subito venerate dalla comunità cristiana come sante, appartengono alla categoria delle “vergini”: riesce dunque ancor più incomprensibile il commento del Brezzi, per il quale solo “la maternità (per la Chiesa) riscatta e nobilita la femmina e le ottiene un riconoscimento nell’ambito della società”. Nella cerchia degli enciclopedisti settecenteschì, qualcuno pensò di strumentalizzare in funzione anticristiana (“Schiacciate l’Infame!”) l’aneddoto di Gregorio di Tours, fidando sul fatto che ben pochi avrebbero mai letto i dieci libri della quasi introvabile Historia Francorum. Calcolo esatto perché, da allora sino ad oggi, la menzogna di un apposito concilio per stabilire se le donne avessero un’anima è passata da un autore all’altro, senza verifica né discussione; ed è stata poi rilanciata alla grande nei nostri anni dal pressappochismo pseudofemminista, spesso gestito da maschi. (…)”    (c) Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 501.

Grazie a Mario, e grazie a Vittorio Messori. La “bufala” dunque circola indisturbata fin dal 1700. Ho letto che un’idea stupida si ferma solo quando trova un cervello intelligente. Materia di cui siamo scarsi sia nel mondo occidentale sia nel mondo islamico…

Minori

Trisha, otto anni, muore in un ospedale di Dhaka dove, presentandosi come sua madre e suo padre, la coppia che l’aveva presa a servizio l’ha portata d’urgenza per poi lasciarla sola. I medici hanno dichiarato che le botte che da mesi riceveva sono la causa della morte, e li hanno fatti arrestare.
Hasina, dodici anni. La mamma morta, il papà fuggito con una donna, il fratello maggiore – lavoratore a giornata – cerca di sopravvivere con lei e altri fratelli e sorelle. La porta a Dhaka, e l’affida a una famiglia che cerca una domestica. La signora deve insegnarle molte cose, dato che viene dal villaggio. Lo fa usando il bastone, e perché sia efficace picchia sempre sulle stesse parti del corpo. Ogni tanto una variante: polvere di peperoncino negli occhi. Poi si formano piaghe purulente, e l’odore diventa insopportabile; la signora carica la bimba in auto e l’abbandona davanti alla casa dove una sua sorella ha pure lei trovato lavoro. La gente s’affolla attorno alla bimba che sembra morente e fa ribrezzo. Anche la sorella scende a vedere, e la riconosce. E’ in ospedale, sopravviverà, ma fratello maggiore e sorelle sono costantemente minacciati perché non presentino denuncia alla polizia.
Sono casi quasi quotidiani. Alcune organizzazioni per la difesa dei bambini chiedono che il servizio domestico venga esplicitamente menzionato nella legge sul lavoro minorile. A parere di qualcuno, vista l’incapacità della società attuale a provvedere per loro, per ragioni di sopravvivenza dei bambini l’età minima per assumere una bimba a lavorare in casa dovrebbe essere non di 14 ma di 12 anni. Purché si controlli, superando omertà dei vicini, l’indifferenza delle autorità, la paura – quando sono le “persone bene” che sfogano le loro frustrazioni su bimbe “di nessuno”.

Adorazione

“Chiedo di far parte di questa comunità monastica, e di consacrare la mia vita all’adorazione”. Le voci che il 29 aprile 2011 pronunciano queste parole in risposta alla domanda del Vescovo sono giovani, ma forti e senza esitazioni. Due ragazze bengalesi, Mary Rosaline e Mary Theresa hanno terminato il noviziato e ora fanno parte delle Clarisse Adoratrici del Monastero di Mymensingh, insieme ad una ventina di altre donne.
Sono pochissimi i non cristiani, e anche i cristiani, che capiscono il senso di una vita di clausura consacrata alla preghiera; tuttavia la piccola chiesa del Bangladesh “alimenta” due monasteri. Le prime contemplative sono arrivate a Dhaka da altre regioni dell’India, allora colonia britannica, nel 1933. Negli anni ’60 la comunità si è trasferita a Mymensingh, bengalesizzandosi pian piano, fino a far nascere – nel 2008 – un altro monastero a Dinajpur. “Voi siete una prova che il Signore è davvero risorto” ha detto nella sua omelia, semplice semplice, il vescovo Ponen Kubi, per ora unico vescovo aborigeno del Bangladesh.

Precoci

La legge risale al  1929 ed è chiara: niente matrimoni prima dei 18 anni di età. Ma è altrettanto chiaro che, nonostante ripetuti sforzi di sensibilizzazione da parte di autorità scolastiche, organizzazioni in difesa della donna, partiti politici, la legge viene poco rispettata. Il governo, in certi casi, offre aiuti economici a chi manda le figlie a scuola, e così fanno organizzazioni non governative e chiese, ma secondo un rapporto dell’UNICEF, nel 2011 il 66% (2% in più rispetto al 2009) delle ragazze che si sposerà non avrà compiuto i 18 anni.
Le cause? Una ragazza che si sposa è una bocca in meno da sfamare per la famiglia d’origine, e questo fra i molto poveri conta non poco. Inoltre, una ragazza molto giovane è più gradita al futuro marito, e anche ai futuri suoceri di cui si porrà a servizio; per questi motivi esigono una dote più modesta, mentre sposare una donna oltre i vent’anni diventa sempre più costoso. Infine, una giovane – anche se frequenta una scuola o lavora nelle manifatture – è una costante preoccupazione per i genitori a causa dell’arroganza maschile, o dei suoi “colpi di testa”. Non sono poche le operaie che fanno un matrimonio di convenienza, pagando una quota mensile al marito perché le protegga, anche se non convivono.

Insetticidi alati

Dicono che fosse un metodo tradizionale in alcune zone del Bangladesh, abbandonato anni fa in favore degli insetticidi chimici, e ora in via di ripristino. Si tratta di piantare nei campi di riso in crescita canne di bambù ad una determinata distanza l’una dall’altra. Gli insetti dannosi si sentono attratti dai bambù e si radunano sui loro rametti, seguiti da vari tipi di uccelli che si trovano così pronto un pasto succulento, e liberano i campi dagli effetti dannosi della loro presenza. Senza inquinare e con un risparmio considerevole.

Passo avanti

Erano tre le suore del giovane Istituto delle “Missionarie dell’Immacolata” (PIME) che per prime sbarcarono nell’allora Pakistan Orientale. Insieme a tante altre che le hanno raggiunte anno dopo anno, hanno operato soprattutto nel nord ovest dedicandosi al “mofussol” , visite ai villaggi che spesso duravano settimane viaggiando su carri da buoi, ai malati di lebbra, alle scuole specialmente fra gli aborigeni, ai servizi nelle parrocchie, agli ostelli per ragazze.  Suor Golapi, della popolazione Orau, è stata la prima locale ad unirsi a loro. Ora sono una settantina, di cui oltre cinquanta originarie del Bangladesh. Distribuite in 11 comunità, si trovano in quattro diocesi, dove continuano i servizi tradizionali e vi hanno aggiunto la pastorale giovanile e la pastorale urbana, mentre qualcuna è pure in missione all’estero. Il 25 marzo scorso è entrata in carica la loro prima Superiora provinciale bangladeshi, suor Konica Costa di 43 anni. Auguri!

Storia

Il 26 marzo di quarant’anni fa (1971), il generale Ziaur Rahman proclamò via radio l’indipendenza del Bangladesh. Parlava a nome del “Bongobondhu” (l’Amico del Bengala) Mujibur Rahman, messo in carcere dai Pakistani. L’indipendenza effettiva arrivò con la firma di resa dell’esercito pakistano, travolto dalle truppe dell’India. In seguito, Mujibur Rahman divenne presidente e venne ucciso (1975), Ziaur Rahman prese il potere con la forza, fondò un partito, e si fece legittimare da elezioni – finendo poi anche lui ammazzato in un complotto di militari. Le celebrazioni del quarantesimo anniversario sono state tutto sommato modeste, amareggiate dalla polemica che divide le analisi storiche dell’evento. La coalizione che fa capo al partito di Mujibur minimizza il ruolo di Ziaur, e cerca di distruggerne la figura con l’accusa di essere stato l’ispiratore dell’assassinio di Mujibur. La coalizione che fa capo al BNP, fondato da Ziaur, dimentica di dire che la proclamazione dell’indipendenza fu fatta a nome di Mujibur, e sottolinea che costui in pochi anni fece non pareccbhi disastri, incluse una “legge nera” contro la libertà di stampa, e l’impostazione di una milizia probabilmente intesa a sostenere la formazione di un partito unico.