Vangelo

Hanno messo insieme un piccolo rifugio per bimbi poverissimi, in due casette di lamiera con cucina all’aperto e servizi igienici di fantasia, aiutati da volontari, quasi tutti hindu. Quando vado a trovarli non può mancare il teatrino con canti e danze. Il giovane che dirige la baracca preannuncia un canto, una danza con consegna di fiori all’ospite, un misterioso “pezzo forte” della serata, seguito da un altro canto e un’altra danza. Aspetto incuriosito il “pezzo forte”. Il presentatore porta in mezzo a tutti un bimbo di circa 7 anni cresciuto quasi selvaggiamente: abbandonato dalla mamma poco dopo la nascita, è sopravvissuto da solo in una stanza con il cibo passatogli dal papà nonostante la palese ostilità della nuova moglie. Alla fine, il padre lo ha portato lì dicendo: “Non capisce niente e non serve a niente. Ve lo lascio. Se vive, bene, se muore, è un pensiero in meno anche per voi.” Non parla, perde bava dalla bocca, non sa mangiare decentemente, nè pulirsi, cammina storto, ha un viso bellissimo. “Ecco il nostro principe – dichiara il giovane. Ci canterà una canzone e anche se non capiamo le parole sappiamo che sono belle.” Il bimbo sprizza felicità. Canta a squarciagola una melodia sgangherata, senza riuscire a pronunciare una sola parola, solo “ahh, ahh”. Appalusi scroscianti e sinceri di tutti. Il presentatore lo abbraccia e gli dice: “Sei stato bravo, e ora davanti a tutti dici: Bravo”.

Lo dice. E’ la sua prima parola.

Un pezzo di vangelo vissuto nelle campagne sud del Bangladesh.