Enzo

Quasi in punta di piedi, come aveva sempre desiderato, nella notte del 28 novembre p. Enzo Corba ci ha lasciati dopo 81 anni di vita, 54 di missione, 56 di ordinazione sacerdotale. E’ sepolto nella “sua” Singra, un villaggio santal a nord di Dinajpur. Sulla croce in cemento della tomba ha fatto scrivere in bengalese: “Nelle tue mani, o Signore, ho affidato la mia vita”.
Difficile descrivere l’umanità sanguigna di Enzo, appassionata eppure pacata, e che ispirava confidenza. Ha avuto una vita intensissima, sempre guidata dalla ricerca di quel Gesù che lo aveva chiamato e che voleva seguire come un salvatore incisivo, senza fronzoli e spiritualismi, capace di capire le pene dell’uomo, le sue debolezze, di esigere molto e perdonare tutto, di entrare profondamente nell’esistenza specie dei poveri e degli umili. Vive la prima fase del suo servizio in Bangladesh come missionario “tradizionale”, inserito in una missione, visitando i villaggi, amministrando i sacramenti e organizzando le attività educative e caritative. Ma non gli basta, sente che missione è andare oltre. Segue con grandissima speranza il Concilio, di cui coglie soprattutto la spinta missionaria, l’apertura ecumenica, l’invito ad una chiesa dei poveri, vicina al vangelo, libera da appesantimenti inutili. Durante la sanguinosa guerra che nel 1971 in dieci mesi porta il Pakistan Orientale a diventare Bangladesh, dovrebbe essere a Roma, al “Capitolo di aggiornamento” postconciliare del PIME. Ma rimane a condividere le sofferenze e rischi della guerra. Come superiore in Bangladesh, accoglie poi a cuore aperto i nuovi missionari che vengono mandati numerosi approfittando del momento politico favorevole, e gestisce bene le tensioni inevitabili fra anziani e giovani: si schiera con i giovani, le idee, le esperienze nuove, ma restando cordialmente e lealmente aperto e rispettoso di ogni persona, di ogni idea, e di ogni esperienza.
Nel 1972, invitato dal vescovo di Chittagong, il suo grande amico Joaquim, si coinvolge concretamente in qualcosa di nuovo. Vive per 17 anni in un isolato villaggio nella pianura alluvionale del sud lavorando la terra, pregando, intessendo rapporti con tutti, facendo avvicinare e collaborare le comunità musulmana, indu e cristiana. Sembra che ogni barriera ideologica, religiosa, razziale, culturale che c’era in lui crolli, e allo stesso tempo il vangelo diventi per lui sempre più significativo e incisivo grazie alle molte ore di meditazione, allo studio, e al costante sforzo di metterlo in pratica. Contadino apprezzatissimo per esercizi, ritiri, direzione spirituale a preti e suore, prete cui si rivolgono protestanti, musulmani, indu, si fa amici in tutti gli ambienti e stimola il PIME a non fermarsi né accontentarsi mai. Irritante a volte nella sua chiarezza e insistenza, non diventa mai fanatico né rompe i rapporti. Sa ammettere i suoi sbagli; il mio rapporto con lui divenne intenso poco dopo il mio arrivo in missione proprio dopo uno “scontro” seguito da una leale chiarificazione.
Dirà poi che questi del villaggio sono gli anni migliori della sua vita, rimpiangendo un poco di non esservi tornato. Nal 1991, i superiori lo mandano nelle Filippine a fondare un centro di formazione missionaria per catechisti, laici, preti e suore di paesi asiatici. In collaborazione e dialettica con p. Sebastiano D’Ambra, incoraggiato da p. Salvatore Carzedda che nel 1992 verrà ucciso a causa del suo impegno per il dialogo, avvia una struttura e un programma che riflettono bene il suo stile essenziale, concreto, di condivisione. Ma non ne è soddisfatto del tutto, vorrebbe maggiore radicalità. Al suo ritorno in Bangladesh nel 1997 riparte con un progetto analogo, specificamente orientato alla formazione di laici e contadini, uomini e donne che si formano al vangelo lavorando ogni giorno con le loro mani per guadagnarsi il riso che mangiano anche durante i corsi di formazione. Tutti lo ammirano e lodano, ma chi lo segue? Ha successo fra i laici, ma i preti gli sembrano tiepidi o freddi, più interessati a gestire le strutture che a muovere i cuori.
Fino all’ultimo pensa, propone, critica, incoraggia. Al suo funerale il Vescovo mons. Sebastian pronuncia un’intensa omelia semplicemente spiegando i contenuti dell’ultima lettera che Enzo aveva scritto, pochi giorni prima, sulla diocesi di Dinajpur, le sue priorità, il suo futuro. Un gesuita indiano, che ha concluso un corso personale di esercizi con Enzo a Singra, proprio il giorno precedente la sua morte, mi ha telefonato commosso: “Non lo conoscevo, sono andato da lui perché ne avevo sentito parlare. Ho trovato un uomo magnifico, ho avuto il dono di colloqui profondi, di celebrare con lui la sua ultima Messa, e con lui fare la più bella confessione della mia vita. Era pronto ad incontrare Gesù, di cui aveva un intenso desiderio.’
Era il nostro “guru”, il patriarca, l’amico. Sapeva cucinare magnificamente l’oca.

1 pensiero su “Enzo

  1. Caro padre Franco,
    che bello, dopo la tristissima storia di Bishwajit, leggere questa testimonianza che restituisce fiducia nell’uomo e nel suo Creatore!
    Sulla figura di padre Enzo, che non conoscevo, ho letto anche questo articolo di Gerolamo Fazzini (ti cita più volte), che probabilmente è già stato letto anche da te, ma forse non da tutti quelli che passano da queste parti:
    https://sites.google.com/site/banglanews2013/italiano-italian/556—16-gennaio#maha
    Pace e Bene!
    Mario

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