Occhio

Mi mancano gli “effetti speciali” linguistici per descrivere adeguatamente il traffico di Dhaka, quindi ne taccio. Dico che per mettersi al volante, oltre ad una notevole incoscienza, occorre una decisione spesso sofferta: “Non posso farne a meno”, seguita da un’accurata preparazione spirituale e psicologica: non mi arrabbio, non entro in competizione, respiro profondo, autocontrollo, esame di coscienza e pentimento, mente locale su dove mi trovo. Bisogna anche richiamare alla mente le esperienze passate. L’esperienza infatti insegna che non ci sono regole, ma criteri sì. Si sa, ad esempio, che i più aggressivi sono gli autobus, e fra questi, i bus urbani privati, senza biglietto, che non hanno nulla da perdere. Li vedi da lontano ammaccati, strombazzanti, scrostati, fumanti, con finestrini rotti e pezzi mancanti, ruggenti; incutono terrore, ma non sono veloci, c’è qualche possibilità di mettersi in salvo. I tricicli a motore, piccoli e tozzi, s’infilano ovunque come scarafaggi, quasi ruotano su se stessi, sono imprevedibili; ma se li urti il danno è limitato. Le moto vanno più sui marciapiedi che sulle strade, più contro mano che nella direzione ordinaria. Le auto private, pretenziose e luccicanti, strombazzano molto, orgogliose, ma spesso esitano: un micro-graffio e il cuore del proprietario sanguina. I riksciò sono i più fantasiosi, partono, fermano, si urtano, s’incoraggiano, ingombrano. Per fortuna, a colpo d’occhio vedi se sono stracarichi o no, e sai che sono lenti.
Meglio: erano lenti.
Torno a Dhaka dopo un mese, mi metto al volante, parto guardingo e… zac, un riksciò mi sfreccia davanti come un razzo: allucinazione? No, poco dopo un altro sorpassa deciso scampanellando… al terzo, m’accorgo che il rikscioala non pedala. In tutto uguali agli altri, si stanno diffondendo in città riksciò con aggiunta di motore elettrico, fragili tricicli con le prestazioni di una moto. Bisogna rieducare l’occhio, vincendo il pregiudizio: riksciò sì, ma lento proprio no!