Vale la pena?

Una trentina d’anni fa, progresso e sicurezza nei trasporti hanno fatto arrivare in Bangladesh una piccola “ondata” di visitatori dall’Italia. Parenti e amici, ma anche sconosciuti con aspettative più o meno chiare: dal fare un’esperienza “forte”, al portare di persona qualche aiuto “per essere sicuri che vadano a buon fine” (un tale arrivò con una valigia di scatolette di tonno per distribuirle personalmente ai poveri…); dalla visita turistica a poco prezzo alla curiosità di scoprire che cosa diavolo facciano i missionari “al giorno d’oggi, quando si sa che tanto tutte le religioni sono uguali”…
Qualcuno ritornava scandalizzato dai “lussi” dei missionari, o dalla loro insensibilità; qualcuno edificato ed entusiasta; qualcuno si ammalò per aver preso troppe medicine preventive; qualcuno troncò il viaggio non potendo sopportare la povertà e i mendicanti, oppure la paura dei serpenti, o il traffico…
A ciascuno bisognava dare tempo, attenzione, risposte, conforto, vitto, trasporti e alloggio (quasi sempre gratis), bisognava vigilare che non ci fossero spezie nel cibo, ragni sui muri, zanzare sotto la zanzariera.
Ne vale la pena? E’ giusto sottrarre energie al nostro lavoro per dare tempo a questo tipo di accoglienza? Ce lo chiedemmo più volte, e alla fine – in collaborazione con i nostri animatori missionari in Italia – nacque il programma “Giovani e Missione”. Visite sì, ma preparate, motivate, orientate, e con una buona selezione.
Anche quest’anno, come da tempo accade, l’estate ha visto una dozzina di giovani (ragazzi e ragazze) a gruppetti di due o tre, arrivare e trascorrere un mese fra noi. Hanno seguito, con una comunità PIME in Italia, un anno di preparazione e si sono impegnati a seguire, dopo la visita, un secondo anno di programma per valutare e approfondire l’esperienza, vedendo anche come metterla a frutto nelle loro parrocchie, scuole, associazioni. Nessuna illusione, in un mese, di aiutare chissà chi: si sta un mese con i missionari non per sentirsi benefattori, ma per vedere, imparare, condividere. Poi, ritornati in Italia, si metterà a frutto l’esperienza.
Il sistema ha funzionato, pochissimi i casi di insuccesso. Quasi tutti conservano un ricordo positivo, molti mantengono i contatti, si sono coinvolti nell’animazione missionaria. Qualcuno ha preso il contagio, e s’è imbarcato non nel “fare esperienza” con i missionari, ma nel diventare missionario, e ora è qui, o in altre missioni, e anche lui o lei accoglie le nuove generazioni di “Giovani e Missione”.
Ci pare che valga la pena.