Ande

I più anziani di noi lo avevano conosciuto negli anni sessanta e settanta, quando veniva a Milano per studi e frequentava il PIME. Allora era don Giovanni Gualdi. Poi, circa quattro anni fa, ci avevano detto che un certo don Giovanni Gnaldi sarebbe venuto in Bangladesh come associato. E’ arrivato qualche mese dopo preceduto da un interrogativo: Gua o Gna? è lui o è un altro? Era lui. Con capelli e barba bianca, e 25 anni di servizio missionario in Perù, come “Fidei donum” della sua diocesi, Città di Castello. Nelle gelide parrocchie dove ha lavorato, per lo più ad altissima quota sulle Ande, ha frequentato genti e usato lingue a noi sconosciute – ed è pure diventato esperto in patate, il cibo quasi esclusivo di quei posti. Dalle Ande al Gange, che cosa cerca in Bangladesh, piatto come un tavolo da biliardo? Ce la farà a imparare la lingua? Cercava, ci ha spiegato, uno spazio diverso, quasi un filtro fra quel mondo e il mondo dell’Italia di oggi dove era richiamato a continuare il suo ministero di prete. Triplo salto mortale senza rete: Italia, Perù, Bangladesh, Italia. La lingua l’ha imparata poco poco, quel che basta a celebrare la Messa e tenere una piccola omelia preparata per tutta la settimana con cura e tenacia. Ma c’era. In parrocchia, con i bambini, i ragazzi, i malati, in cappella e in chiesa a pregare, negli incontri… silenzioso, sorridente, sereno, un poco misterioso. E’ rimasto poco più dei tre anni stabiliti, ripartendo nel maggio scorso per Città di Castello. Senza parole, ci ha detto che la missione non è solo correre e fare, ma anche guardare, accompagnare, ascoltare, pregare – essere inutili, ma esserci, con la fede in Gesù e nell’uomo che Dio ci ha regalato.