Piero daktar

Così lo chiama la gente, ma anche “Father Piero”, perché per tutti è prete ed è medico, con i medesimi tratti di disponibilità, attenzione personale, bontà e generosità “proverbiale”, spesso oggetto di scherzi dei confratelli. Da bravo ex dilettante di ciclismo, va sempre in giro in bicicletta, e di gran lena. Come ogni giorno, il 18 novembre era diretto in bici all’ospedale, quando alle 8,10 una moto l’ha affiancato e uno dei passeggeri gli ha sparato un colpo che l’ha fatto crollare a terra. Pensando di averlo ucciso sono scappati subito, ma la pallottola aveva trapassato il collo, sotto la nuca, senza toccare organi vitali. Mentre perdeva molto sangue, passanti lo hanno soccorso portandolo al “Medical College” di Dinajpur, un grande ospedale di recente apertura, incredibilmente sporco, assolutamente disorganizzato e caotico, con pazienti che giacciono a terra in ogni angolo. In poco tempo i corridoi del terzo piano si riempiono con centinaia di giornalisti,
cineoperatorei, curiosi, infermiere e medici sfaccendati, fotografi aggressivi, polizia, tutti a sgomitare per andare vicino, vedere, fotografare, commentare. Dopo sommarie medicazioni, una TAC mostra che la pallottola è uscita, e ci sono fratture alla mandibola, ma non è necessario operare con urgenza. Ore di paura, confusione e smarrimento, durante le quali p. Piero riprende a parlare e lamenta dolori al torace cui nessuno fa caso. Poi, i medici decidono di trasferirlo a Dhaka e l’aviazione militare mette a disposizione un elicottero che arriva alle 15.15 e mezz’ora dopo decolla con lui e due accompagnatori. Oltre alla mandibola, p.Piero ha tre costole rotte e parecchie altre ammaccature e ferite dovute alla caduta. La ferita dell’arma da fuoco non è grave. I medici del “Military Hospital” dicono che è fuori pericolo.
Ora riceviamo tanti attestati di simpatia, dolore, rabbia da parte di poveri e gente comune, colleghi, gente che lo conosce e lo stima, molti, di ogni religione, aiutati da lui.