Perdonateci

C’è tanta polizia, e ci sono capannelli di persone dall’aria mesta nel tratto di strada che conduce al luogo,ormai tristemente famoso, dove il terrorismo di radice islamica ha massacrato nel nome di Allah 22 persone, fra cui 9 italiani e 7 giapponesi. Il locale è
devastato, danneggiata è anche la clinica che lo fronteggia nello stesso giardino. Qualcuno ha portato fiori, e fra essi campeggia una corona anonima, con due parole sul nastro: “Forgive us” – Perdonateci. Credo che esprima il sentimento dominante, o comunque molto intenso, che pervade tanti bengalesi dopo la strage. Stupore, incredulità, paura, preoccupazione per sé e per il Paese, e anche la sensazione che quei giovani di buona famiglia, ubriachi di potere e di una fede impazzita, uccidendo stranieri che abitavano e lavoravano qui, discriminando fra musulmani e non, abbiano anche violentato il Bangladesh e l’immagine che ha di sè. La percezione della realtà ora è diversa, e piena di disagio: siamo capaci di questo? Si vorrebbe pensare che non è vero, si vorrebbe trovare una causa precisa, ma non la si trova. Ci si vergogna di se stessi, mentre non si sa rispondere alla domanda che è in tutti: e poi?
Le stesse sensazioni e domande si trovano fra gli espatriati che si trovano qui; s’è dissolto un clima che, nonostante i recenti attentati mortali a singole persone di svariate minoranze, rimaneva ancora fiducioso, convinto che qui in Bangladesh le cose sono
diverse, e vanno meglio che altrove.
Passa e ripassa nella mente l’immagine del giovane Faraaz Ayaaz Hossain. Intrappolato dai terroristi insieme agli altri, poi liberato perché aveva saputo recitare parti del Corano. Poteva andarsene, ma è rimasto a condividere la sorte di due amiche, trattenute
perché vestite all’occidentale, ed è stato ucciso insieme a loro. La sua mamma ha commentato: “Conosco mio figlio: se non lo avesse fatto, non avrebbe potuto perdonarsi, per tutta la vita”. Anche lui un giovane “di buona famiglia”; anche lui bengalese, anche
lui musulmano. E ora, quasi un balsamo che attenua l’angoscia per le atrocità di cui siamo testimoni.