Giochi

Sullo schienale di una si legge a fatica un nome semicancellato: “Peppino”, sull’altro è ancora ben visibile: “Gianna”. Le mamme chiacchierano sedute nella veranda della chiesa, e per tutta la mattina bambini in divisa scolastica, urlanti e raggianti passano i brevi intervalli di lezione alternandosi e litigando su queste robustissime altalene, piazzate in un minuscolo pezzo di terra polverosa circondato da palazzi incombenti, dentro il recinto della parrocchia di Mirpur. Ma il bello viene il pomeriggio, quando il guardiano apre il cancelletto e i bimbi della baraccopoli si avventano e fanno piazza pulita dei concorrenti, cacciandoli ora dalle altalene ora dallo scivolo. Sono loro – abituati alla lotta per sopravvivere – che vincono sempre, e ogni tanto ci tocca consolare i perdenti in lacrime. Le altalene sono state un indovinatissimo regalo di amici italiani, cui è seguito un altro – più recente – un “calcetto” o – come si diceva ai nostri tempi – “calciobalilla”. Assolutamente sconosciuto, ma imparato in fretta; da subito ha dominato la “hit parade” dei giochi. Purtroppo non abbiamo trovato altro posto dove metterlo che nel minuscolo pianerottolo che dà sulle scale e sul refettorio della comunità. Per godere di qualche intervallo di calma, sequestriamo le palline dalle 13 alle 15,  ma invano: hanno prima tentato di giocare con palline di carta, poi sono passati alle palline da ping pong, e infine hanno scoperto che puo’ andar bene una pallina da golf, anche se un po’ grossa. Ogni tanto, qualche mamma, rigorosamente coperta dal burka, s’avvicina esitante, sbirciando curiosa, e pare avrebbe una gran voglia di giocare. Finora nessuna s’è azzardata a farlo. Ma sull’altalena qualcuna ci va, e ci resta pure a lungo, mentre il figlio è in classe dove impara a leggere e scrivere…

Vendetta

Nonostante la barbetta ben curata e la pulizia, il lunghi e le ciabatte che indossa non fanno pensare che sia un avvocato, e tanto meno che sia il proprietario dell’agenzia viaggi in cui entro. Mi saluta cordialmente, un po’ in inglese e un po’ in bengalese, con la malcelata speranza – mi pare – di poter parlare nella sua lingua madre. Conosce tanti missionari, ricorda in particolare Fratel Mario Fardin, che durante la guerra (1971) lo aiutò più volte a sopravvivere e a salvare qualcosa di ciò che la sua famiglia possedeva, non lontano dalla missione. Parla, parla, salta fuori che mi ero sbagliato: la sua lingua madre non è il bengalese perché – mi spiega – “Sono uno dei cosiddetti “bihari“” Si tratta degli abitanti dello stato indiano del Bihar che, alla fine del dominio coloniale britannico, fra India e Pakistan scelsero quest’ultimo e vi si trasferirono, pensando di potervi meglio praticare la religione islamica. Nella loro nuova patria, si sentirono a casa per poco. Il movimento di indipendenza, e poi la guerra li spiazzarono completamente, trasformandoli da “fratelli di fede” in collaborazionisti traditori. “Fu un periodo durissimo, e un giorno, mio padre, madre, fratelli, cugini, vennero fucilati tutti, proprio là dove si erano rifugiati pensando di trovare protezione. Nessuno di loro era combattente, ma erano bihari! Io mi salvai perché mi trovavo lontano.” L’avvocato parla senza rabbia, e quasi fra sé e sé prosegue a mezza voce: “Hasina pure, qualche anno dopo (1975), ebbe la famiglia sterminata e si salvò perché si trovava a Londra. Ora che è primo ministro organizza i processi per crimini di guerra e atti contro l’umanità, e appoggia le condanne a morte. Ha potuto prendere la sua vendetta perché la sua parte ha vinto, ma io non posso dire a nessuno che la mia famiglia ha subito questi crimini: sono un bihari e non posso avere vendetta. O giustizia?”

Stillicidio

Due anni fa successe a Ruma, nel sud. Sull’account Facebook di un giovane buddista si dice male dell’islam. La voce si sparge in un baleno: “offesa ai sentimenti religiosi! L’islam è in pericolo!” Migliaia di fanatici seminano il terrore bruciando case, profanando pagode e monasteri, picchiando e saccheggiando a man salva. Il colpevole scappa, poi – a giochi ormai fermi da tempo – si chiarisce che qualcuno era entrato nel suo account per mettere il testo incriminato e creare il caos. La scorsa settimana è toccata al nord, a Brahmanbaria. Stessa storia: sull’account di un giovane si trova la foto di una divinità hindu sovrapposta a quella della Kaaba, luogo sacro alla Mecca. Conseguenze: oltre 100 abitazioni e negozi di hindu bruciati, 17 templi profanati, gente picchiata, compresi alcuni musulmani intervenuti per difenderli. Nei giorni seguenti, altri episodi del genere, più ridotti. Ancora ieri (6 novembre), 10 templi hindu profanati in posti diversi. Il “colpevole”, un pescatore, dopo aver dichiarato che non c’entra per nulla, e che è dispiaciuto, rispettosamente facendo notare che non è così temerario da fare una cosa tanto rischiosa, è finito in carcere, forse il posto più sicuro per lui in questo momento. Fra gli assalitori sono stati notati attivisti e responsabili di vari partiti politici di solito acerrimi nemici, compresa l’Awami League (al potere), insieme a perdigiorno di villaggio, picchiatori di professione, e agli abitanti di un villaggio noto con il nome di “villaggio dei ladri”. Molti, forse la maggioranza, quelli provenienti da lontano, per azioni simultanee, quindi ben coordinate. Perché? Pare che i bersagli più numerosi siano stati poverissimi pescatori che gettano le reti in vaste aree alluvionali di proprietà governativa, su cui alcuni prepotenti, locali e non, hanno messo gli occhi e vogliono mettere le mani. Ma forse non è tutto così semplice, e c’è chi sta alacremente lavorando per sollevare polvere e creare confusione. L’importante è mettere paura, incertezza, e gli hindu – goccia a goccia – lasciano il posto, e anche il Paese.

Pellegrini?

L’anno della misericordia ha visto numerose iniziative nella piccola chiesa bengalese, compresa l’organizzaziomne di tre pellegrinaggi a Roma, con 40 partecipanti per ogni gruppo. Ancora scottati dall’esperienza del giubileo del 2000, quando un buon numero di “pellegrini” se la squagliò appena arrivati a Roma, questa volta vescovi, parroci, nunziatura, personale dell’ambasciata d’Italia tengono gli occhi bene aperti, e si fa un’accurata selezione a controlli plurimi per evitare imbrogli. Primo requisito, pagarsi in anticipo viaggio e spese di permanenza; secondo requisito, la chiara volontà di tornare presso la propria famiglia, o ai propri affari, o lavoro. Chi può permettersi di pagare il viaggio, certo non lavora a giornata né pedala su un riksciò… La preparazione è accurata, con tanto di ritiro spirituale, solenne promessa che si intende ritornare, e chiamata personale con esortazione del Vecovo al minimo sospetto. Conclusione: del primo gruppo rimangono a Roma in 5, del secondo gruppo 5, del terzo gruppo 7. La tecnica, rispetto al duemila, è cambiata: si fa il pellegrinaggio completo, con la dovuta devozione. Il giorno della partenza si va all’aeroporto con i bagagli, si fa il check-in di gruppo e si prende la carta d’imbarco. Poi, mentre si aspetta la chiamata per salire sull’aereo, si “svanisce”. All’ultimissimo momento, ricerche, chiamate, imprecazioni, recupero bagagli… ma che altro possono fare il gruppo dei pellegrini veri e le loro guide? Quelli sono già su un treno per Parigi, o per la Germania, o magari in casa di un amico a Roma.