Indagini

Giugno 2016: nel quartiere di Mirpur – Dhaka – un grosso gruppo di esagitati assalta un’abitazione, sfonda porte, saccheggia, pesta e scappa. Segue denuncia alla polizia con indicazione dei nomi di chi ha, o si pensa abbia partecipato partecipato al misfatto.
27 febbraio 2017: dopo otto mesi di accurate indagini, la polizia riformula la lista e la inoltra alla magistratura, indicando 22 nomi di imputati, fra cui un certo Rubel (saccheggio con furto di 25.000 taka, due catene d’oro, un cellulare), suo padre Abdul Kashem, e tale Arifur Rahman. Per Rubel e Arifur, che risultano latitanti, chiede il mandato di cattura.
La giustizia fa il suo corso, e il 9 marzo Rubel risponde alla convocazione. Si presenta al magistrato, si guarda intorno smarrito, e scoppia in un pianto dirotto con singhiozzi irrefrenabili. Non è il pianto che turba il giudice: sa bene che spesso si tratta di una commedia per impietosire, o di una reazione nervosa, o dell’espressione di un doveroso pentimento per le iniquità compiute. Ciò che lo lascia perplesso è il fatto assolutamente improprio che l’imputato sia entrato in aula in braccio ad una giovane donna la quale, interpellata, dichiara di essere sua madre, la madre di Rubel, il quale Rubel è proprio il marmocchio che – nonostante le sue coccole – continua a strillare disperatamente. Ha 11 mesi e 6 giorni di età, perciò “all’epoca dei fatti” (come si dice in gergo) di cui si sta per discutere, aveva circa tre mesi di età. Il magistrato ritiene il caso insolito, da chiarire, e invita altri accusati a farsi avanti per poi decidere. Vengono, e fra essi un anziano che si dichiara padre di Arifur e afferma di poter chiamare numerosi testimoni per provare che suo figlio è morto tragicamente, per attacco cardiaco, all’età 27 anni, tre anni fa; di conseguenza, “all’epoca dei fatti” era già da tempo defunto e incapace di delinquere.
Il magistrato rinvia l’udienza, e convoca l’ispettore di polizia responsabile dell’indagine, il quale risulta essere gravemente infermo e impossibilitato a presentarsi. Il suo superiore, interpellato dai giornalisti, dichiara senza esitare: “Deve esserci stato un errore”.