Svaniscono

“Hanno sgozzato tre giovani di un villaggio vicino al mio” mi dice angosciato un giovane Tripura che studia a Dhaka. Queste voci che arrivano da lontano non sono mai del tutto sicure, ma un fondamento ce l’hanno. Sono ormai oltre 400mila i Rohingya che in pochi giorni hanno passato il confine e sono stati faticosamente sistemati in campi profughi nell’estremo sud. Il Bangladesh dapprima aveva cercato di fermarli, anche a fucilate, poi su giornali e TV ha preso forza l’interpretazione che i Rohingya siano perseguitati perché musulmani, e il governo ha avviato iniziative di accoglienza – accompagnate da regole chiare: li accogliamo ma nessuno esca dai “campi”, si faccia un censimento specifico per loro e nessuno abbia documenti bengalesi, non vengano assunti per lavorare, dovranno andarsene al più presto.
E’ da tempo che Myanmar e Bangladesh si scaricano addosso questo “peso” umano e politico, sostenendo che i Rohingya sono cittadini dell’altro paese.
Si dice che ora, in questi squallidi campi, si trovino in stragrande maggioranza donne e bambini; e gli uomini? “Svaniscono” scrive un quotidiano bengalese; polizia ed esercito hanno rintracciato gruppetti di profughi anche in altre regioni e li hanno prontamente rispediti ai campi di raccolta, ma si tratta proprio di poca gente… Perché cercare lontano? Lungo il confine con il Myanmar c’è il Cittagong Hill Tracts, la fascia collinare che nel sud est del Bangladesh è da secoli terra di vari gruppi aborigeni con culture e religioni diverse, e già prima che si scatenasse la repressione dell’esercito birmano era meta di molti Rohingya. Per molti bengalesi l’Hill Tracts è come il “far west”, da occupare cacciando i pochi “selvaggi” che la abitano; e sono già riusciti a diventare maggioranza, specie nelle città. I Rohingya che negli anni scorsi scappavano da questa parte del confine, rimanendovi clandestinamente, venivano impiegati come mano d’opera a basso costo dalla malavita e dal contrabbando locale, che li aiutava a trovare spazi, a spese degli aborigeni. Ora il processo si accelera. Se altrove in Bangladesh è quasi impossibile farsi largo, qui gli spazi ci sono, e dell’accoglienza si può fare a meno, se si è decisi, armati, e fiancheggiati da bengalesi locali anche loro arrivati da lontano ed entrati a forza. In più, gioca a loro favore uno degli obiettivi dell’estremismo islamista: creare e sfruttare odio contro i “diversi”. Già vittime di assalti razzisti negli anni scorsi, ora i buddisti vengono dipinti come bestie assetate di sangue, persecutori dei musulmani, e se molti aborigeni buddisti non sono, la differenza non è tanto importante.
Attorno ai campi profughi ronza gentaglia di ogni tipo: chi cerca donne per i bordelli bengalesi e all’estero, chi recluta estremisti o spacciatori, chi vuole lavoratori a bassissimo costo, cioè schiavi…
Nei remoti villaggi Tripura, Chakma, Marma, Mrong e di altre etnie in quest’ultimo angolo di foreste in Bangladesh, gli uomini vegliano tutta notte per prevenire assalti; ai buddisti le autorità hanno consigliato di girare “con prudenza”; i monasteri sono presidiati. La paura è tanta, e non è infondata.