Viaggio – 1

1 – S’incomincia ritornando. Armato di regolare biglietto con posto prenotato e prepagato, e accompagnato da due dei volonterosi giovanotti che vivono con me (Durjoy e Martin, per la cronaca) alle 22.30 del 28 febbraio mi presento alla biglietteria dell’autobus di super lusso con aria condizionata, sedili reclinabili, acqua minerale in omaggio, in partenza alle 23.30. Mostro il documento di viaggio aspettandomi un ossequioso: “Tutto bene, s’accomodi”. “Invece mi dicono: “No, il bus a Meherpur non va” “Come non va? E’ in ritardo? Ha un guasto?”. “La corsa è cancellata. Se vuole le diamo un posto su un autobus normale che va a Kustia. Le possiamo anche restituire la differenza.” “Ma io non devo andare a Kustia: arrivo alle 3 di notte in un posto sconosciuto per andare in un altro posto sconosciuto distante 80 chilometri?” Il problema sembra non turbare l’impiegato, che senza sprecare altre parole mi mette in mano il prezzo del biglietto inutilizzato. Dopo un’ora e mezza di frenetici tentativi dei miei accompagnatori, alla ricerca di un posto su qualche altro autobus che vada dove voglio io, torniamo a casa allo scoccare della mezzanotte.
2 – Giro al contrario. Ritento due sere dopo, e dopo aver riorganizzato il viaggio partendo dalla fine: prima tappa non sarà Meherpur, ma Satkhira, anche questo un posto nuovo per me, a sud di Khulna. Voglio visitare le famiglie di alcuni missionari, seminaristi e studenti del PIME. Questa volga parto, alle 22.15, e m’addormento per risvegliarmi parecchio tempo dopo a causa del troppo silenzio. C’è una fila lunghissima di autobus e camion che attendono il proprio turno per salire sul traghetto e attraversare il fiume Padma, poco a sud della confluenza di Gange e Brahmaputra. Passano cinque ore, mi riaddormento, e quando mi sveglio mi trovo dall’altra parte del fiume, in attesa che si liberi il pontile. Poi, finalmente, si sbarca e si riparte mentre il sole si dà da fare per scaldarci dopo il fresco della notte. Sfilano i campi di riso, la juta appena tagliata, canali, mercati e moschee, stagni grandi e piccoli tutti popolati di anatre e anatroccole, animali che mi mettono allegria. La strada è parecchio malconcia; alle 11 del mattino siamo ancora lontani dalla meta, e una telefonata m’avverte di non andare fino a Satkhira per poi tornare indietro: fermati a Kolaroa e qualcuno ti dirà cosa fare. Caccia al tesoro? Scendo in mezzo ad un bazar e mi guardo attorno perplesso per qualche minuto, quando un ometto in bicicletta si accosta e chiama: “Padre!”. E’ lo zio di un nostro seminarista, che contratta per me e per il mio borsone un posto su un motocicletta. Le motociclette/taxi da queste parti sono molto numerose; per fortuna il mio autista è fiero di dirmi: “Niente paura, sei vecchio, e la strada è akabaka (tortuosa), ma io vado adagio”. E’ vero, e si meriterà pure la mancia. A mezzogiorno sono alla meta: papà e mamma mi attendono ansiosi e l’accoglienza ricompensa ampiamente le fatiche del viaggio.
3 – Villaggi cristiani. A quanto capisco, in queste zone evangelizzate dai Saveriani a partire dagli anni ‘50, alcuni gruppi piuttosto poveri ed emarginati hanno formato le prime comunità cristiane: battiste, cattoliche e di altre denominazioni. Il villaggio che visito ha una minuscola chiesetta, ben tenuta, accanto a un gruppetto di case in terra, paglia e lamiere, con qualche parte in muratura; le cucine sono esterne, in terra. Gli anziani continuano il lavoro tradizionale, fabbricano cestini con strisce di bambù, mentre i bambini vanno a scuola e i giovani sono quasi tutti fuori, per studiare o per lavorare in città. Una realtà apparentemente immutata, ma in realtà in profonda e rapida evoluzione. Gente semplice, che spesso mi parla di quanto abbiano fatto per e con loro i vari missionari che hanno operato in queste zone. Una signora mi dice: “Siamo poveri e anche acciaccati, mio marito soffre di asma e io faccio finta di non averli, ma ho dolori un po’ dappertutto. Ma tantissime volte mi domando: come mai il Signore ci ha dato tante grazie e tanti favori? non riesco a trovare le parole per ringraziare, e continuo a stupirmi”. “In questi villaggi piccoli – chiedo – come vi trovate fra i musulmani?” “Da queste parti è molto forte il Jamaat-ul-islam, il partito islamista” “Dunque avete problemi? Vi sentite in pericolo?” “Beh, problemi ne abbiamo ma non con i musulmani, li abbiamo fra noi che bisticciamo facilmente…”
A pranzo mi offrono, con il riso, un pesce tilapia, il più grosso che mai sia approdato sul mio piatto… “Deve mangiarlo tutto – raccomanda il papà – perché ho girato tutto il mercato per trovarlo…” Riposo e poi la mamma mi organizza un’altra tappa in motocicletta. Sale anche lei a far da guida, e a pochi chilometri visitiamo la famiglia di una suora del PIME. Avanti ancora, e arriviamo da una terza famiglia, di un ex seminarista, che ha parenti all’estero: lo si vede dalla casa in muratura e da qualche comodità in più. Poi lei ritorna a casa, e io proseguo sempre in moto fino a Satkhira, che subito mi appare più grande e animata di come immaginavo. Alle 17 approdiamo alla missione, dove accanto alla chiesa ci sono casa dei padri, casa delle suore, ostelli per bambini e bambine, chiesa, locale per incontri e catechesi, campo di calcio… manca solo il parroco, che è andato a celebrare in un villaggio. Lo aspetto, chiacchierando con qualche marmocchio incuriosito… (continua)