Promozione

La faccenda non sembra interessare molto il bengalese medio o, se preferite, l’uomo della strada, e nemmeno la donna, a dire il vero… Ma da mesi se ne parla su giornali, riviste specializzate, convegni, tavole rotonde, dibattiti, comizi: il Bangladesh sta per passare (forse il passaggio sarà completato nel 2024) dalla categoria di “paese sottosviluppato” alla categoria di “paese in via di sviluppo”, o da paese povero a paese a reddito medio-basso. In barba a qualcuno – ha detto la Primo Ministro – che al momento dell’indipendenza (1971) sentenziò: “Il Bangladesh sarà sempre come un cesto sfondato: continui a buttarci dentro aiuti, ma non rimane niente”. Si trattava di Henry Kissinger.
Buona notizia dunque, ma con un risvolto. La promozione non è un complimento gratuito di cui compiacersi, o la decisione di usare un linguaggio “politicamente corretto”, incoraggiante. Nel complicato mondo delle relazioni internazionali di commercio, banche, esportazioni e importazioni, tariffe, tasse, esenzioni, privilegi, sanzioni… che possono essere frutto di accordi vari… a volte c’è anche una sezione dedicata ai “poveri”, cioè a paesi che entrano nella categoria da cui il Bangladesh sta per uscire. La qualifica infatti non è decisa a occhio ma (almeno così ci fanno intendere) in base a precisi parametri che riguardano il reddito complessivo e il reddito medio, la produttività, la soglia di povertà, il tasso di scolarizzazione, l’età e la durata media della vita, le risorse naturali e umane, la densità di popolazione, le infrastrutture, le riserve auree e di divisa estera, la bilancia commerciale… le alleanze politiche, e via calcolando. Fatti i conti, si colloca il paese in questione nella categoria che gli spetta e, nel caso sia la categoria più bassa, scattano alcune regole che dovrebbero favorirne la crescita. Per esempio, le magliette fabbricate in Bangladesh sono esenti da tariffe di importazione nei paesi dell’UE, così, dico a caso, i maltesi le preferiscono e ne comprano di più, lasciando sugli scaffali le più costose magliette cinesi. Anche i tassi di interesse sui prestiti variano in base a queste classificazioni.
Tutto bene. Ma quando si fa un passo avanti, i parametri migliorano, e si sale alla categoria “superiore”, insieme a chi si rallegra ci sono – appunto – i fabbricanti di magliette (e molti altri), che invece si preoccupano. Si ricorre allora agli esperti, i quali sentenziano che ci sarà un crollo di produzione e tutti compreranno magliette vietnamite o birmane, oppure che bisognerà passare dalla manodopera non qualificata alla meccanizzazione provocando disoccupazione, o che occorre migliorare la qualità delle magliette così che facciano gola anche ai francesi nonostante il costo più alto. Ma altri insistono che tutto questo è acqua fresca, le infrastrutture, i trasporti, il sistema di credito sono la vera risposta al problema!. No, bisogna mettere l’IVA, o passare alla produzione di biciclette (richiestissime negli USA e a S. Marino) lasciando le magliette al Vietnam… Insomma, ce n’è abbastanza per rallegrarsi e per preoccuparsi insieme. Dicono.