Annibale

Veniva spesso in Bangladesh, prima per lavoro (prodotti chimici farmaceutici) poi, dopo aver conosciuto il PIME, per amicizia e per il suo interesse alla nostra missione. Non ricordo come ci siamo incontrati; per quale motivo fui io ad accompagnarlo a visitare alcune nostre missioni, e così avemmo occasione di conoscerci meglio. Fu allora che mi confidò un suo desiderio: far nascere, o dare un sostegno consistente ad un’opera a favore di ammalati poveri. Quasi per giustificarsi, spiegò: “La vita mi ha dato tanto, tantissimo, in tutti i sensi; anche economicamente ho avuto più di quello che avrei mai pensato. E poiché questo è avvenuto con il mio lavoro nella chimica farmaceutica, vorrei ora “restituire” aiutando qualcuno che è ammalato, e ha bisogno di medicine.” Aggiunse che un suo amico e collega molto caro sarebbe stato contento di unirsi all’iniziativa. Parlammo a lungo, più volte, esaminando varie possibilità. Visitammo insieme il “Centro Assistenza Ammalati” (CAM) di Rajshahi, gli raccontai la sua storia e descrissi il tipo di servizio che svolge, gli presentai le suore, e – poiché mi ispirava piena fiducia ed era competente – gli mostrai come teniamo l’amministrazione, parlammo di entrate e spese, di dipendenti e loro formazione… Imparai molte cose ed ebbi un bel po’ di ottimi consigli. Annibale ne parlò con il suo amico e insieme decisero: aiutiamo il CAM; subito acquistarono il furgone-ambulanza di cui avevamo bisogno. Mi disse che apprezzavano obiettivi e metodi del CAM: assistere ammalati poveri e smarriti nella giungla delle strutture sanitarie del Bangladesh, perché possano farne uso senza essere troppo sfruttati, sostenere i malati di tubercolosi con medicine, riposo, buon cibo, in un ambiente di fraternità e servizio. Gli piaceva pure che l’opera fosse nata e continuasse in collaborazione fra suore di Maria Bambina, PIME, e diocesi.
Per qualche anno fu “l’angelo custode” che scrutava i conti faticosamente messi insieme da suor Berchmans e da me, e ci dava sicurezza. Tornò più volte a visitarci: una volta gli scioperi ci bloccarono per una settimana intera al CAM, e non ci mancò il tempo per chiacchierare; era coinvolto in sostegno a missionari del PIME anche in Italia, Myanmar, Guinea Bissau… Gli chiesi altri consigli, a proposito dell’ostello per i Marma buddisti che da anni aiutavo, e andammo insieme a visitarlo. Ne fu entusiasta, toccato dalla loro accoglienza, e si persuase che il responsabile, Mong Yeo Marma, era una persona seria, di cui ci si poteva fidare. Aiutò anche loro e mi chiedeva spesso loro notizie.
Il terzo passo fu Snehonir, la comunità per “portatori di handicap” insieme a normodotati molto poveri e/o senza famiglia. Anche lì, “inchiesta accurata” su conti e amministrazione, seguita da una sentenza che mi consolò: sì, stai facendo proprio come un buon padre di famiglia, che guarda all’oggi e al domani con prudenza e buon senso… Fra questi giovani trascorremmo le nostre ultime giornate insieme, nel febbraio scorso, in occasione del “giubileo”: 25 anni erano passati da quando il primo bimbo, pochi mesi di età e paralizzato dalla poliomielite, era stato accolto dalle suore e dal parroco senza soldi, senza progetti, senza posto… proprio soltanto perché nessuno sapeva rispondere alla domanda: “Che ne facciamo del piccolo Robi?”. Annibale era presente quando ragazzi e ragazze, piccoli e grandi (qualcuno in carrozzella, con le stampelle, o non udente, o cieco…) si scatenarono in una danza che espresse fino a tarda sera la loro gioia di vivere, di essere insieme, di sentirsi liberi… Ci volle poco perché vincesse la naturale esitazione: anche lui salì sul palco, a danzare insieme a loro, in un girotondo che sembrava non dovesse finire mai.
Annibale voleva sapere, calcolava, prevedeva, metteva i puntini sulle i… ma non solo. Una sera parlammo del progresso della medicina in Bangladesh, e della chirurgia che compie “miracoli”, ma tutto a prezzi inaccessibili per la maggioranza… La mattina seguente, dopo la Messa chiacchieravamo in attesa della colazione, quando una donna dall’aria triste – una Santal – venne a salutarmi: “Padre, ritorno a casa. Benedicimi e prega per me” mi disse. Era venuta al CAM per un controllo e aveva saputo che occorreva un’operazione al cuore. Ma con quali mezzi? Mentre se ne andava, Annibale mi chiese chi fosse e glielo spiegai. Rimase a lungo in silenzio, poi mi disse: “Possiamo farcela, accompagnatela dal chirurgo”. Per Michael… Gli avevo parlato di questo giovane Tripura che era arrivato all’università nonostante una povertà estrema, il papà alcolizzato, le invidie del villaggio… gli avevo trovato una borsa di studio, ma ora annaspava perché s’era messo in testa di far venire a Dhaka anche le sorelle e il fratello minore, di farli studiare, ma non ce la faceva. Gli dissi anche che non riuscivo a sbloccarlo dalla sua chiusura, da silenzi insopportabili, da decisioni avventate che lo mettevano nei guai: “A volte sono proprio stanco, ne ho abbastanza…” Annibale non disse nulla, poi mi scrisse da Milano: “Come sta Michael? Non lasciarlo, che cosa farebbe nella bolgia di Dhaka se non si appoggiasse a te? Abbi pazienza…” E la mia pazienza fu poi sostenuta dal suo aiuto perché anche le sorelle e il fratello potessero studiare.
Ci ha lasciati all’improvviso il 27 agosto scorso. Pochi giorni prima mi aveva scritto che – nonostante le restrizioni poste dal governo – sperava ancora di poter tornare con me a trovare i Marma, vedere i loro progressi…
Il mio primo pensiero fu per la famiglia, e per la moglie, di cui non mi aveva mai parlato a lungo, ma a cui tante volte si riferiva lasciando trasparire grande affetto e grande stima. “Le donne hanno spesso una marcia in più – mi disse una volta – come mia moglie…” Fu lei, Isabella, a darmi subito la notizia, perché Annibale parlava volentieri del Bangladesh. Ne fui commosso e ora penso che anche l’incontro con Annibale sia fra le tante cose belle che la vita ha dato pure a me.