Ricominciare

E’ dal 1855 che il PIME opera in Bengala, in una vasta area che nel 1947 – con l’indipendenza dalla Gran Bretagna – è stata divisa dal confine fra India e Pakistan Orientale, poi Bangladesh. Prima prevalentemente al sud e poi passati al nord, oltre il Gange, a partire dal 1900 i nostri missionari – a differenza di quelli appartenenti ad altre denominazioni cristiane – hanno operato quasi esclusivamente nei villaggi dell’attuale Bangladesh. L’attenzione alle città è emersa negli anni ’70, quando – subito dopo l’indipendenza – parecchi missionari giovani poterono entrare: pur senza esperienza, avevano il forte desiderio di trovare “vie nuove” per la missione… Qualcuno ebbe il permesso di stabilirsi a Dhaka, poi a Bogra, e vedere che cosa si poteva fare. Dapprima gli anziani videro la città come una scelta di comodo, un rifiuto delle faticose visite ai villaggi su carri da buoi lungo interminabili strade fangose o piene di polvere. Ma, negli anni ’80, l’abbondanza di manodopera a basso costo rese conveniente collocare in Bangladesh migliaia di fabbriche, e milioni di persone affluirono a Dhaka in cerca di lavoro. Fra loro anche molti tribali, e relativamente molti cristiani. “La nostra gente viene inghiottita dalla città” ci si disse, e così una scelta che prima lasciava dubbiosi venne accolta fra le “priorità” della nostra missione in Bangladesh.
Più si lavorava e più si trovava lavoro. L’arcivescovo mise a disposizione un terreno su cui costruimmo le strutture parrocchiali a piano terra, e la chiesa di S. Cristina al primo piano, e a fianco la casa del PIME. Di là, lo sguardo si spinse lontano, dovunque si venisse a sapere della presenza di famiglie o singoli cristiani isolati, senza assistenza pastorale. P. Baio mise gli occhi sul nascente quartiere periferico di Mirpur, P. Speziale su gruppetti sparsi di pescatori, fabbricatori di cestini, o impiegati negli uffici di Manikgonj. Ne nacquero il sottocentro urbano di Mirpur, che diventava un enorme quartiere ancora oggi in espansione, dove lavorarono p. Gualzetti e p. Ballan, poi p. Martinelli, con la bella chiesa “Regina degli Apostoli”, e il sottocentro rurale di Utholi, non lontano dal Brahmaputra, entrambi formati da comunità eterogenee che richiedevano un’attenzione pastorale inedita per la chiesa del Bangladesh.
Nel frattempo, a Rajshahi – città storica sulle rive del Gange – p. Cescato aveva aperto un ufficio regionale Caritas, suor Silvia un piccolo centro per ammalati, e p. Ciceri iniziava a raccogliere tribali urbanizzati, per lo più sfruttatissimi, senza casa, senza impieghi decenti, senza scuola per i figli. In vent’anni di lavoro intensissimo, creava la parrocchia di Rajshahi, che comprende tutta la città e i dintorni, con nove centri su terreni scelti e acquistati da lui, dotati di cappella, scuola, servizi vari. Era un popolo, eterogeneo e non facile da amalgamare, che nasceva dal riscatto dei più poveri. Rajshahi divenne poi diocesi, ebbe la sua grande cattedrale, e ora in città ci sono due parrocchie, entrambe affidate al clero locale.
Niente parrocchia e niente strutture invece per i “pothoshisu”, i “bambini di strada” di Dhaka, cui Fratel Beninati si dedica da oltre dieci anni: ha creato una rete di volontari di ogni religione che, solo con le proprie risorse, dedicando tempo, affetto, cure a bambini e ragazzi che vivono in strada, imparano la gioia di donare.
Anche per Dhaka venne presto il momento di passare la mano: lasciammo all’arcidiocesi la parrocchia di s. Cristina e successivamente Utholi, puntando su Mirpur e su Kewachala, di cui p. Baio, ritornato da un servizio in Italia, accettava l’incarico, trasformandolo in pochi anni in una missione completa di strutture, scuole, ostelli, sottocentri; ora è affidata a due preti diocesani.
Anch’io diedi una piccola spinta per scuotere la Chiesa locale, che sembrava non accorgersi delle nuove necessità e opportunità missionarie. Presi in affitto un appartamento a Uttora, a pochi chilometri dal seminario nazionale dove allora risiedevo, e avviai una piccola comunità cui – con l’aiuto dei seminaristi – offrivo catechismo, Messa, e momenti di incontro due volte al mese. Ora sono subentrati i Salesiani che possono fare molto di più e stanno organizzando una parrocchia, novità assoluta per Uttora!
A Mirpur intanto maturava un’altra idea: un centro che si dedicasse specialmente ai lavoratori, che orari di lavoro e turni tengono lontani dalle parrocchie. Si pensava anche agli ex alunni della scuola tecnica di Dinajpur, per dare loro un punto di appoggio quando vengono in città per trovare lavoro. Cerca, cerca, P. Gualzetti e Fratel Cattaneo trovarono un terreno a Zirani, 35 chilometri dalla parrocchia, nel cuore di un’area industriale in continua crescita. Lì crearono il “Centro Gesù Lavoratore”, che raccoglie un gran numero di operai e operaie di svariatissime provenienze, e da dove i missionari si recano in vari posti per assistere gruppetti di cristiani lontani. Vescovi e clero locale lasciavano fare, con un po’ di scetticismo. Poi incominciarono ad andare a vedere, e si convinsero che l’iniziativa era indovinata. Ora ci chiedono di realizzarla anche in altre città…
Ultima tappa, per ora, la consegna alla diocesi della parrocchia Regina degli Apostoli di Mirpur. L’abbiamo ufficialmente lasciata l’11 novembre scorso, con soddisfazione, riconoscenza e un poco di nostalgia.
E adesso? Ci guardiamo attorno: nella diocesi di Dhaka ci rimane soltanto Zirani? L’arcivescovo ci ha suggerito tre zone in cui potremmo ricominciare. Se ne avremo le forze, lo faremo presto. Anche Fratel Beninati ha affidato la direzione del “suo” gruppo e sta tentando di ripartire, forse a Chittagong. Speriamo…