Inutilità – 2

(continua dalla Scheggia “Inutilità – 1″)
Ho interrotto la scheggia precedente al punto in cui dico che abbiamo qualche piccolo segno che l’inutilità, se è vissuta con amore, non vale meno di una vita attiva spesa a fare cose buone. Riprendo: tu dici che conosci persone impegnate “a dimostrare con la vita la loro fede ma io no, io sono dentro queste mura…”.

Ma tu sì, invece!
Credere e amare nelle tue condizioni “dimostra” tanto quanto, e probabilmente più che occuparsi dei migranti o dei bambini abbandonati, cosa che (per fortuna) possono fare e fanno anche molti non credenti. E’, in un certo senso, complementare.

Il credente che può lavorare per qualche obiettivo buono, deve dare il segno che l’obiettivo ha qualcosa di più, ha un “oltre” che viene dalla fede. Ma anche senza credere a questo “oltre”, tante cose più o meno si fanno.

Per te la domanda è più diretta, radicale, priva di alibi; e così la risposta. Anche tu hai dubbi e difetti, e ogni fede ne ha, ma il contesto in cui la vivi, quello della tua impotenza che ti dà apparire e sentire di essere inutile, parla una lingua “diversa dal solito”, pone domande che molti non si porrebbero. E’ quello che scopro sempre di più frequentando persone handicappate, specialmente mentali, che non si capisce nemmeno se possano credere o no, eppure silenziosamente ti interrogano con la loro stessa esistenza: perchè? a che servono? roba da buttar via? Inutile, anzi, ingombrante e dannosa? La mia amica Naomi, giapponese, che davvero ha la vocazione a stare con loro, mi dice: parlano un unico linguaggio, quello degli affetti, spesso soltanto balbettati ma sinceri, è il linguaggio dell’amore e null’altro; è il linguaggio di Dio…

Tu chiedi a noi, missionari indaffarati, di essere le tue mani. Fai bene a chiederlo!!! Ricordacelo spesso. Ricordaci che il nostro lavoro non basta e spesso può essere inutile e controproducente addirittura, o ambiguo (“lo fanno per convertirci… qualche interesse ce l’hanno di sicuro, ecco perchè aiutano… li paga il Vaticano o l’America… approfittiamone, visto che sono così fessi…). Il nostro lavoro vale se è intriso di quello stesso amore che anche a te viene donato dallo Spirito, e che vivi nella tua condizione di “reclusa”. La tua coerenza sta nel restare fedele – cioè nella fede – nonostante che la vita sia “ingiusta” con te e tu non possa viverla come vorresti; e la mia coerenza sta nel restare fedele nella donazione del mio servizio attivo, nonostante le fatiche e i fallimenti. Non chiediamoci chi vale di più, crediamo che il dono che ci è fatto, di credere, è appunto un dono che ci rende “servi inutili” ma riconoscenti e gioiosi, e perciò testimoni – tanto in Bangladesh quanto nella tua stanza. E possiamo così anche sostenerci a vicenda, vivere la comunione dello Spirito che ci ha fatto sentire in sintonia già prima ancora di conoscerci.

Maria, a noi missionari ricorda anche che dobbiamo essere umili. NON siamo eroi. Sei più “eroica” tu (anche se per fortuna non ti interessa esserlo) che credi e preghi come sei capace di farlo, ogni giorno, nella tua “clausura” forzata. Una cara amica che ho conosciuto a Roma negli anni ’70 e ritrovato poi a Dhaka quando per alcuni anni è stata qui per lavoro, aveva una famiglia disastrosa, con diversi membri afflitti da malattie mentali gravi. Faceva tutto il possibile per loro, con fatica e sofferenze immense, sempre sotto tensione, e senza apparenti risultati. Ci ricordava qualche volta che i fortunati siamo noi perchè se abbiamo difficoltà e fatiche, tuttavia stiamo facendo qualche cosa che abbiamo scelto, che riteniamo abbia un valore. Ma chi si trova in condizioni simili alle sue, fatica e soffre per cose che non vorrebbe, che non ha scelto, per cui magari viene emarginata, non compresa… costoro hanno una vocazione “più alta”, se cercano di accettare con amore. Non lo diceva per vantarsi, ma in condivisione, e io le davo perfettamente ragione. Non so se conosci gli scritti di don Divo Barsotti, il quale insiste spesso che il momento di vicinanza più intima a Cristo è quello della sofferenza, non quello del bene che si fa (e che – potendo – ovviamente bisogna fare!).

Quindi sono io a chiederti: aiutaci. Con la tua pazienza e le tue impazienze, con i tuoi desideri inappagati, con il tuo rammarico di non poter fare, con la vivacità per cui ti interessi di tante cose e persone, ti appassioni, interroghi, tessi rapporti…

Non solo sulla croce, anche in altri momenti Gesù ha fatto capire di sentire la sproporzione fra ciò che poteva fare e ciò che lo circondava: “ebbe compassione delle folle” e chiese aiuto, l’aiuto della preghiera al “padrone della messe”, e l’aiuto degli amici che ha chiamato e che ha mandato. Ma ha, o hanno, messo a posto tutto? No. La storia continua uguale: si sente compassione della folla, ci si muove per quanto si può, e poi si intuisce che ti aspetta la croce e che proprio quella in qualche modo, purificherà l’amore e renderà autentico il servizio.

Mons Van Tuang, arcivescovo di Saigon, imprigionato per il tradimento di un suo prete, e tenuto 16 anni in carcere senza processo, ha salvato la sua salute fisica e mentale dicendo a sè stesso: non perderò tempo ed energie a pensare se e quando potrò uscire; mi impegnerò ad amare coloro che ho vicino. Cioè chi? I carcerieri, visto che non c’è altro… E cercando di farlo, ha amato il mondo intero. E’ morto qualche anno fa, ma anche ora, con le riflessioni che ha lasciato, particolarmente efficaci proprio perchè zampillano da un’esperienza così ingiusta, dolorosa e inutile, aiuta il mondo intero

Un abbraccio grande
p. Franco

3 febbraio 2019
Carissimo Franco,
ricordi il film ALIEN (è dei tuoi tempi, ambientato nello spazio) quando ad un certo punto, ad un malato disteso sul letto, schizzava fuori dalla pancia un mostro tipo polipo? Ecco, così mi sembra sia successo a quanto ti voglio dire: è schizzato fuori.

Spesso ti ho parlato di un mio carissimo amico salesiano che ora è a Chisnau, in Moldavia, come missionario. Prevengo la tua risposta e affermo che siamo tutti missionari e tutto il modo è terra di missione. Ogni luogo ha le sue difficoltà, ma lì è come essere nel deserto: finché eroghi servizi -doposcuola, pomeriggi estivi, merenda…- hai l’oratorio pieno, ma poi, il nulla. Conosco don Tiziano dal 1986 quando arrivò prete novello al nostro oratorio. Pensa che è anche focolarino, ma di quelli doc che non danno sui nervi per il loro ostentato sorriso (d’altra parte, io ho una cognata focus doc!). E’ davvero una persona esplosiva e piena di positività. Condividiamo la passione per Mafalda e quindi io spesso gli racconto vignette di Quino. L’ultima presentava Felipe (amico di Mafalda, quello coi dentoni) che andando a scuola passava per il parco dove c’era la statua di un personaggio famoso. Sul piedistallo c’era scritto: “all’indomito eroe, per le sue preclare imprese”. Felipe lo guarda e pensa: “Così sono capaci tutti”. La bravura sta NELL’ESSERE STANCHI E CONTINUARE A COMBATTERE.

So che è frustrante darti tutto – senza risparmio – e non avere niente. Però mi chiedo quale sia il successo che ci aspettiamo. Sono la prima ad ammettere che mi piacerebbe che tanti venissero ad omaggiarmi (non a elogiarmi), mi sembrerebbe così di avere la garanzia di vivere una solitudine meno anonima. Ma anonima a chi? Quando ero in clan ci domandavamo spesso che differenza ci fosse fra noi e il CAI (club alpino italiano). Entrambi camminiamo in montagna con lo zaino, dormiamo in tenda, mangiamo sul fuoco o buste knorr… e anche tu in fondo cosa fai di diverso da un ragioniere o da un infermiere o da uno psicologo? Sono convinta che la spinta propulsiva sia la differenza. Nel salmo si dice che invano si costruisce la città se non lo fa il Signore. Allora credo non sia tanto spaventoso essere una trottola impazzita, ma impazzire e basta. So che non è facile tararsi continuamente per far rimanere al centro Gesù. Riconosco che io sono molto più fortunata di te, perchè i miei limiti mi mettono sempre al tappeto. Non sono così virtuosa da rinunciare a priori alle scelte più facili, sono loro che decidono per me. Lo so che tu mi capisci se ti dico che Dio sapeva quanto fossi debole e nella mia grande debolezza mi ha resa invincibile, ma non perchè io ne abbia le forze. Le mie forze umane si esaurirebbero in un paio di ore, e il resto del giorno? Io possiedo la testa di una libellula, ma in un fisico da bradipo.
Maria

28 febbraio 2019
Carissima,
Allora, d’accordo: i tuoi amici missionari e io cercheremo di essere le tue mani e i tuoi piedi che non puoi usare come vorresti; tu cercherai di essere il nostro cuore, sempre sollecitato ad amare, anche la gente con cui noi siamo e lavoriamo, ma spesso irritato, deluso, incapace di capire e di accogliere. Quanto al cervello, ognuno usi il suo meglio che può, magari facendosi aiutare da Felipe e da Mafalda.
E Alien? Per i film io sono schizzinosissimo, è raro che mi organizzi per guardarne uno, e il più delle volte me ne vado dopo i primi 10 minuti. Alien non l’ho visto e non lo vedrò… ma ci capiamo lo stesso.
Un abbraccio grande
p. Franco

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