ImmiEmigrati

ImmiEmigrati

Ovviamente, ogni immigrato è anche un emigrato.

Allora, chi è’ che lascia il Bangladesh come emigrante per diventare immigrato altrove?

Partono famiglie benestanti, che vogliono stare ancora meglio. Normalmente hanno le carte in regola perchè – proprio in quanto benestanti – sono accettate volentieri in alcuni paesi. Vedo per non pochi cattolici un processo graduale di trasferimento, magari iniziando dal figlio che riescono a far studiare in Canada, Australia o Malaysia, e poi pian piano ricompongono la famiglia nel nuovo paese.

Partono persone che si mettono in evidenza per capacità professionali; ci sono società internazionali che si fanno avanti offrendo loro un buon stipendio, buon posto, viaggio pagato, visa facile da ottenere e quant’altro occorre. Spesso la meta è un paese del Golfo, dove si lavora a contratto, non si può portare la famiglia e, finito il lavoro, si torna a casa. Le infermiere sono richieste; una scuola per infermiere a Uttara (vicino a Dhaka) fondata e gestita da Americani, accoglie solo ragazze che andranno a lavorare negli USA – ovviamente se passano gli esami.

Partono lavoratori qualificati con appositi corsi relativamente brevi (anche la Caritas organizza corsi di un certo prestigio, in vista di un lavoro all’estero, così pure il governo e vari enti) e anche non qualificati. Ma solo se hanno, o possono procurarsi, i mezzi per pagare intermediatori, biglietti di viaggio, documenti, cioè parecchie migliaia di dollari o euro. Parecchi partono dopo aver venduto l’ultimo campo che avevano, o dopo aver contratto debiti (con le carte in regola, o presso strozzini), garantiti da qualche parente.

Ma allora, fra i partenti non ci sono i poveracci, quelli “veri”? Quelli che non riescono a mantenere la famiglia e tanto meno a far studiare i figli, che non hanno un campo da vendere? Ci sono. Di solito si tratta di giovani che si spostano dal villaggio e affollano zone portuali, stazioni, aree industriali alla ricerca di un lavoro qualunque. Qualcuno li tiene d’occhio, poi un bel giorno li accosta e offre loro di andare a lavorare in Malaysia, Medio Oriente, Taiwan e altrove, in cambio di una somma decisamente modesta in rapporto ai costi di mercato. Diciamo 36.000 taka, circa 400 euro. Il giovanotto o la ragazza ce la mette tutta, vende quello che ha, chiede aiuto a destra e a sinistra e poco dopo si trova con in mano un passaporto (falso), e viene portato in un luogo – solitamente isolato – gestito dai mediatori, dove aspetta di partire. Strettamente proibito allontanarsi. Dopo un po’, gli diranno che l’occasione di lavoro è sfumata, però c’è un’alternativa: un buon posto in Libia. Veramente, per averlo occorrono 5.000 euro, ma niente paura: se non li hai, li restituirai lavorando nei primi due anni – o poco più…

Si parte. Verso un’isola disabitata del Golfo del Bangala, ad esempio, o un luogo nascosto nella foreste della Thailandia orientale: sequestro dei documenti, impossibilità di fuggire, cibo scarsissimo, malaria, e botte. Botte che vengono registrate e mandate al suo villaggio perchè la famiglia le veda e si affretti a pagare un riscatto, altrimenti la va male. Ci sono gruppi organizzati soprattutto nelle zone costiere del Bangladesh, che si occupano di questo compito umanitario: mandare notizie alla famiglia perchè paghi, e loro si incaricano di passare i soldi agli aguzzini. Se pagano, a volte tornano a casa, altre volte vengono riaffidati ad un altro gruppo che ricomincia la storia daccapo; altri ancora proseguono e arrivano in qualche paese ben lontano da quello che gli avevano promesso, senza documenti, né lavoro, né la minima idea di che cosa possa fare. Per molti, alla fine arriva anche la Libia, dove non dormiranno su un letto di rose…

Un’inchiesta, condotta per tre anni da due enti per i diritti civili della Malaysia, ha confermato quello che riempì per qualche settimana le pagine dei giornali negli anni 2014-15: barconi rifiutati dalle guardie costiere di Thailandia, Malaysia, Indonesia, carichi di Rohingya soprattutto, ma anche Bengalesi, portati via con una promessa di lavoro e poi ridotti in schiavitù. Si scoprirono fosse comuni dove venivano gettati quelli le cui famiglie non pagavano, o che morivano di stenti. Poi la Thailandia fece inchieste, scoprì’ che non pochi pezzi grossi malaysiani e thailandesi erano coinvolti, fermò alcune di queste organizzazioni, e non se ne parlò più. L’inchiesta sostiene che dal 2012 al 2015 oltre 170mila persone incapparono in questa rete. Il fenomeno non è finito, e ogni tanto i giornali bengalesi pubblicano la notiziola che un gruppo di ragazzi o ragazze, che era in attesa di essere deportato, è stato scoperto e liberato…