Evangelizzare

Appena letto il discorsetto familiare che il 20 maggio scorso il Papa ha rivolto ai missionari del PIME che hanno partecipato, a Roma, alla recente “Assemblea Generale”, sono sceso per salutare alcune ammalate e ammalati ospiti per qualche giorno del nostro “Sick Shelter”, il “Rifugio dei malati” che sta al piano terra della casa del PIME a Dhaka: tre stanzette con otto lettini in tutto…

Ora rileggo e riprendo alcuni pensieri che Francesco fa emergere, specialmente citando la lettera di Paolo VI “Evangelii Nuntiandi”, “il documento pastorale più grande del dopo-Concilio”.

Il punto chiave è Gesù: «non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati» (Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, 22). Ma non siamo noi che, per iniziativa nostra, e nemmeno soltanto in obbedienza ad un comando, facciamo l’evangelizzazione: “La prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera, viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi diventare – con Lui e in Lui – evangelizzatori» (Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 112).

“Inserirsi nell’iniziativa divina” significa non soltanto parlare, insegnare, ma “trasformazione missionaria della vita e della pastorale». Non si tratta di “cercare nuovi soci per questa “società cattolica”, no, è far vedere Gesù: che Lui si faccia vedere nella mia persona, nel mio comportamento; e aprire con la mia vita spazi a Gesù.”

Infine, ci invita a rileggere la lettera di Paolo VI: “Negli ultimi numeri, quando descrive come dev’essere un evangelizzatore, parla della gioia di evangelizzare. Quando San Paolo VI parla dei peccati dell’evangelizzatore: i quattro o cinque ultimi numeri. Leggetelo bene, pensando alla gioia che lui ci raccomanda”.

La gioia? L’ho letta nei volti dei malati con cui ho appena chiacchierato, donnette timide che si guardano intorno ad occhi sbarrati, ancora stupite di aver trovato qualcuno che le ha accolte, organizzate, accompagnate qui e che domani le accompagnerà a fare i controlli medici di cui hanno bisogno e che da sole non potrebbero mai permettersi. Sono musulmane, come l’unico uomo che fa parte del gruppetto: mantiene moglie e due figli mendicando, perchè ha una gamba amputata. Il loro incontro con Gesù è questo. Mi parlano del medico che anni fa ha avviato questa iniziativa nella loro zona, remota e arretrata: un neozelandese che ha vissuto per e con i poveri, e che – lo sanno bene – era cristiano. Ogni anno trascorreva un mese di riposo, preghiera, meditazione in una missione, e undici mesi fra loro, a servirli. Sanno che anche noi siamo cristiani. Ci guardano cercando di capire, di decifrare l’enigma del nostro comportamento, magari anche soltanto dei nostri sorrisi, della nostra preghiera, del nostro ascoltarli e parlare con rispetto. Si chiacchiera, si scambia qualche battuta scherzosa. Poi una di loro mi prende da parte e mi sussurra: “Sa, noi qui siamo contente, ci volete bene, come ci voleva bene il dottore. E se lei non si offende, glielo dico: noi preghiamo molto per voi”. “Preghiamo”: usa il termine “doa kora”, che è quello della preghiera spontanea, non della preghiera obbligatoria.

Mentre mi allontano con la gioia di questo incontro, mi viene in mente una nota degli Atti degli Apostoli (5, 12-13) a cui non avevo mai prestato attenzione: ““Molti segni e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava”. Perchè “nessuno degli altri osava associarsi?” I commentatori non hanno risposte precise. Era paura? Forse, o forse no. Potrebbe essere, come in queste donnette e in questo mendicante, il pensiero che si tratti di qualcosa che è troppo grande per loro, abituati a essere ultimi, trascurati, rassegnati a rimanere quello che sono – ma capaci di guardare con occhi di riconoscenza e di ammirazione. Non è anche questa evangelizzazione, cioè buona notizia? Qualcuno pensa a te, con affetto, e questo qualcuno è un discepolo di Gesù.