Char

Gange e Brahmaputra, che sgorgano dall’Himalaya, nel loro lungo percorso accolgono molti fiumi, prima di confluire, da ovest e da nord, nel Bangladesh. Poi di dividono in mille bracci che formano il grande delta del sud del Paese. Queste enormi masse di acqua continuamente erodono gli argini “mangiando” campi, villaggi, città, e depositano sabbia, formando nuove isole a pelo d’acqua, instabili, anche molto grandi, chiamate “char” (pron. “ciar”). A partire dagli anni ‘70, il Bangladesh, sostenuto dall’Olanda e dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, ha cercato di utilizzare queste isole, allo stesso tempo allettanti e rischiose. Infatti, come si intuisce facilmente, sono soggette a cicloni e inondazioni devastanti; inoltre, essendo “terra di nessuno”, sono meta di poveracci che sfidano qualunque rischio per occupare spazi dove sopravvivere. Spesso l’occupazione inizia prima che il “char” emerga del tutto: durante i mesi asciutti, sperando che non avvengano inondazioni fuori stagione, ci si trasferisce là: è sorprendente la rapidità con cui le terre – appena affiorano – si coprono di erba ed arbusti buoni per il pascolo, permettendo anche di coltivare legumi, zucche, angurie… Poi bisogna andarsene, prima che l’acqua sommerga di nuovo tutto.

Quando un char si stabilizza, secondo la legge chi già vi abita diventa proprietario della terra che utilizza, tutto il resto è proprietà del governo, che interviene dapprima afforestando il char, per dieci o quindici anni, poi passa a opere di rinforzo e protezione. Il char dunque si popola gradualmente, e rimane a lungo una specie di “Far West” senza controlli, senza strutture scolastiche o sanitarie, servizi civili, forze dell’ordine… Insieme ai poveracci che vi rischiano la vita per sopravvivere, anche i ricchi delle coste vicine ci mettono le mani. Con i loro uomini, chiamati con un termine che si potrebbe tradurre “bastonatori”, creano aree di influenza imponendo la loro “protezione” in cambio di un “affitto” e di complicità, controllano il commercio, impongono la loro legge.

Attualmente sono 185 i char abitati in Bangladesh, spesso punti di passaggio della droga, rifugio di ricercati. Da quando, tre anni fa, il governo ha iniziato a prendere sul serio la loro minaccia, vari “covi” di terroristi sono stati trovati proprio su remotissimi “char”, specie nel nord.

Una scheggia di qualche tempo ha già accennato ai char, a proposito dei Rohingya. Esperti, governo e agenzie varie pensano se sistemarvi alcuni di loro, visto che l’area in cui si trovano ammassati – privi di libertà di movimento, di scolarizzazione regolare, di documenti, di possibilità di lavorare – è ormai completamente deforestata e gli spazi per ogni famiglia sono ristrettissimi. Sul “Bashan char”, nella zona di Noakhali, potrebbero trovar posto e lavoro centomila Rohingya. Pochi, visti che sono un milione, ma meglio che niente. Però, a quali condizioni? Come organizzare la loro permanenza sul char tenendoli isolati perché non si integrino con i bengalesi, costringendo così il Bangladesh a sistemarli per sempre? Come impedire loro di andare e venire tra terra ferma e char per commerciare, pescare, mimetizzarsi fra i bengalesi? I Rohingya stessi non sanno se accogliere o no questa proposta: è allettante, ma equivarrebbe ad una rinuncia a tornare in Myanmar, che avrebbe un pretesto in più per non concedere l’agognata cittadinanza. E’ questo un punto chiave del problema loro e dei rapporti fra i due paesi: sia il Myanmar da cui provengono, sia il Bangladesh dove si sono rifugiati, negano loro la cittadinanza, e nessuno li vuole.

Bro. Jacques

Nato nel 1940 nella Svizzera francese, aveva appena terminato la preparazione come Pastore nella sua Chiesa, quando si sentì chiamato ad entrare nella Comunità Ecumenica di Taizè, diventando “Frere Jacques”. Con alcuni Fratelli e con alcuni Francescani, trascorse qualche tempo negli Stati Uniti; poi – non potendo ottenere il visto per lavorare in India accanto a Madre Teresa – fu orientato, assieme ad altri, al Bangladesh. Vi rimase più di 40 anni. Il suo “carisma” era l’insegnamento, che continuò fino a pochi mesi dalla morte, accaduta il 30 luglio scorso in un ospedale vicino a Taizè.

La sua comunità era a Mymensingh, e lui la tenne sempre, fedelmente, come punto di riferimento, partecipando ai momenti spirituali, formativi, di programmazione, e in amicizia con gli altri Fratelli. Ma risiedeva a Dhaka, nel Seminario Nazionale Cattolico di Filosofia e Teologia, dove ho vissuto con lui per nove anni. Poche parole, gran lavoratore, lettore accanito, di molti libri ammucchiati in seminario aveva fatto l’unica biblioteca, su temi filosofici e teologici, degna di questo nome in Bangladesh. Aveva insegnato… quasi tutto. Svariati corsi sulla Bibbia, la sua materia, al seminario cattolico e a quello anglicano, e poi greco ed ebraico, metodologia, ecumenismo, escatologia, storia… quando c’era una lacuna da colmare, ricorrevano a lui, che si preparava coscienziosamente, e insegnava puntigliosamente senza perdere una lezione. Dopo la brutta caduta che lo costrinse a ritornare in Francia, con il femore rotto aveva voluto terminare i corsi avviati, esaminando gli alunni mentre era a letto, debole e dolorante.

Lo invitavano spesso per conferenze, incontri, corsi presso istituzioni diverse, e comunità cristiane di varie denominazioni: anglicani, battisti, chiese di Dio, cattolici, “mennoniti”… Era a suo agio con tutti. Una curiosità: ogni settimana teneva due ore di ebraico a un gruppetto di intellettuali convertiti al cristianesimo. Parlava pochissimo di sè, e scoprii quasi per caso che la sua denominazione di origine era la Chiesa Riformata Svizzera. I seminaristi, oltre ad appoggiarsi molto a lui per gli studi, su qualsiasi tema, si confidavano e sfogavano volentieri con lui, che ascoltava, commentava spesso con ironia, incoraggiava con fare burbero. Aiutava anche economicamente non pochi giovani a frequentare l’università.

Non era mai stato a Roma; diceva che non gli interessava andarci. Combinammo uno scambio di inviti: lui mi accolse Taizè, io accolsi lui a Roma, e ne fummo contenti entrambi.

Aveva un cruccio, che potei scoprire grazie alla confidenza che lentamente crebbe fra noi: si sentiva accolto ovunque, nelle comunità cristiane, ma pochi, pochissimi elaboravano con lui le domande che la sua presenza “ecumenica” creava. “Brother Jacques vive e prega con i cattolici, partecipa alla eucaristia anglicana, frequenta i battisti…” come mai? Perchè? che significa? È giusto? Se lo chiedevano, magari ne parlavano fra loro, ma non ne parlavano con lui, quasi avessero paura di offenderlo, o di entrare in un’area proibita. Era un “caso anomalo” da non toccare, guardato con curiosità, anche ammirazione, ma pure con sospetto e timore. Penso sia la situazione anche degli altri Fratelli di Taizè in Bangladesh, le cui iniziative di preghiera e riflessione raccolgono cristiani di diverse denominazioni, e giovani di diverse religioni, e sono bene accolte da parecchi preti e pastori, ma sembrano non incidere su un atteggiamento di solito chiuso e sospettoso – quando non malevolo – nei rapporti fra cristiani di diverse denominazioni, e fra credenti di fedi diverse. Per me è stato una testimonianza viva di come accogliersi pur nelle differenze, di come dare valore prima di tutto alla nostra appartenenza battesimale a Cristo e alla sua Chiesa che è una, anche se frammentata dalle nostre incomprensioni teologiche, storiche, a volte da questioni di economia, potere, orgoglio. “Ti ringraziamo, Signore, per avergli dato questo dono” ha scritto Fratel Alois, attuale superiore della Comunità di Taizè.

Franco Cagnasso