Cugini

Per il secondo anno consecutivo, i missionari Saveriani in Bangladesh rischiavano di non trovare un predicatore che accompagnasse il loro ritiro spirituale. Cercando qua e là, sono incappati nel sottoscritto – ultima spiaggia. Ho colto l’occasione per “costringermi” a fare una cosa che da tempo desideravo, cioè approfondire un po’ il significato dell’affascinante preghiera di Gesù, il “Padre Nostro”, e trascorrere qualche giorno con i “cugini” saveriani, con i quali mi ero trovato bene guidando un ritiro parecchi anni fa (per la cronaca, sul profeta Elia). Così, dal 18 al 21 febbraio scorso ho inflitto loro le mie elucubrazioni, che hanno sopportato coraggiosamente. Abbiamo pregato insieme, scambiato qualche esperienza, gustato frutta e verdura del loro orto, superbamente coltivato da p. Marcello – che consideravo un intellettuale e invece… lo è, ma sa anche coltivare pomodori e fare marmellate.

Avevo 19 ascoltatori. Fra loro, un “outsider”, il missionario diocesano di Alba p. Renato Rosso, che ha nel cervello (o nel cuore?) un’insolita bussola, con la lancetta che infallibilmente si dirige verso gruppi e gruppetti di nomadi di qualsiasi etnia; in qualsiasi posto si trovino, li scova: dalle Filippine, all’India, al Brasile, a non ricordo dove, ultimamente pure in Israele – e naturalmente in Bangladesh, dove i Saveriani gli offrono un “pied à terre”. La sua vita è per i nomadi ed è nomade pure lui.

E i Saveriani? Se ricordo bene, due sono messicani, uno bengalese, gli altri italiani – per lo più “stagionati”, come noi del PIME. Potrei cavarmela dicendo che sono gli “omologhi” del PIME: noi nel nord ovest e loro nel sud ovest del Bangladesh. Storicamente, quando il PIME mandò il primo gruppetto di missionari in Bengala (1855), la Santa Sede ci aveva assegnato un territorio estesissimo, a ovest del Brahmaputra, che andava da Khrisnanagar, poco lontano da Kolkata, fino all’Assam, ai confini con il Buthan e il Nepal, e che era parte della colonia inglese dell’India. All’inizio, i missionari del PIME si interessarono agli hindu di lingua bengalese, e con tanta fatica aprirono alcune piccole iniziative, soprattutto scuole, e qualche comunità cristiana cattolica – magari attirando gruppetti già in parte evangelizzati da Battisti e Anglicani. Pian piano, nei primi 50 anni di lavoro si misero le basi di alcune parrocchie/missioni, tutte a sud del Gange. Ma verso la fine del XIX secolo si aprì un orizzonte nuovo, avviando contatti con gli aborigeni a nord del Gange, che si mostrarono aperti all’annuncio, e l’attenzione si spostò verso di loro. In pochi anni, nel 1927, venne fondata la diocesi di Dinajpur, nel nord ovest. Della parte sud si presero cura Gesuiti e Salesiani. Nel 1947 l’indipendenza dalla Gran Bretagna tracciò un confine di inimicizia fra Pakistan e India, tagliando quasi a metà il territorio missionario del PIME, e anche del sud dove, nel 1952, venne fondata la diocesi di Jessore, affidata ai Saveriani. I nuovi missionari lavorarono sulle basi lasciate dagli altri, PIME e post PIME, naturalmente facendo anche molto altro: missioni nuove e iniziative nuove. La diocesi spostò la sede nella città più grande della zona, Khulna, dove si trova ora. I Saveriani si dedicarono specialmente ai “fuori casta” conciatori di pelle, chiamati “Risci”, dedicando molte energie e ricerche a questo gruppo disprezzato e poverissimo. Fondarono un Centro Catechistico Nazionale, scovarono aborigeni anche nel sud, in particolare il gruppo Munda, si dedicarono a interessanti studi su vari temi, tutti in qualche modo collegati con l’argomento evangelizzazione e dialogo, con lo sforzo di entrare dentro e apprezzare la cultura di questo popolo. Sono loro che hanno fatto conoscere il premio nobel bengalese Robindronath Tagore in Italia, con eccellenti traduzioni. Andarono oltre la diocesi, nella diocesi di Chittagong, ma il lavoro nelle zone degli aborigeni nel sud est venne bloccato da disposizioni governative, che non permettono agli stranieri di operare in quelle regioni – e, ultimamente, neppure di andarci… Aprirono iniziative fra le donne più povere, fra i bambini di strada, una missione in diocesi di Mymensingh. A Jessore avviarono e gestirono il “Fatima Hospital”, in passato uno dei pochi ospedali decenti di tutto il Bangladesh; a Khulna l’originale iniziativa- realizzata con le Suore di Carità (Maria Bambina) – dell’ospedale S. Maria, dove gruppetti di medici italiani – soprattutto chirurghi – si recano a turno, curando e operando gratuitamente molte migliaia di ammalati poveri. Con loro ho vissuto giornate ottime, insieme abbiamo sfiorato la bellezza e la profondità del Padre Nostro.