Charles de Foucauld (3)

In quegli anni uscì il libro “Lettere dal deserto”, di Carlo Carretto. Ex presidente nazionale dell’Azione Cattolica, era entrato nella Congregazione dei Piccoli Fratelli, e il libro descrive la sua esperienza durante il loro noviziato, nel deserto. Mi aiutò a desiderare una fede che non cerca pubblicità, una visibilità che può diventare mondana. Mi rimase impresso il capitolo “La coperta di Kadà”: con il semplicissimo racconto di un episodio banale, ridimensionava “l’eroismo” del missionario, e m’insegnò, come aveva fatto lo scoutismo, a guardare le fatiche degli altri, prima di lamentarmi delle mie. Era un altro appello a interiorizzare il mistero di Nazareth, che illumina valori, stili e metodi compatibili con ogni modello di vita e apostolato. Il nascondimento non era una strategia, ma il bisogno di essere discepolo nel mistero della sua umiltà e della sua normale avventura di essere umano: una forma della sequela di Gesù.

Cacciai il naso anche a Bose, altro luogo di ricerca seria, e vi passai varie volte giornate interessanti e fruttuose di preghiera e ascolto. Cercavano di rinnovare la vita monastica, della cui tradizione sapevo ben poco. Anni dopo invitai Enzo Bianchi a predicarci gli esercizi in Bangladesh; ne fummo soddisfatti, grati, e lui disse simpaticamente: “Ammiro molto la vostra vita, ma non mi sentirei di viverla, non fa per me”. “È proprio quello che io penso di voi e della vostra vita” commentai.

Chiesi di studiare islamismo e arabo, e questo mi diede occasione di andare a toccar con mano un frutto “postumo” di Charles de Foucauld. Con p. Achille Boccia ci sorbimmo il viaggio in treno da Roma a Casablanca, in Marocco, dove ci aspettava P. Michel Lafon, che ci condusse subito a El Kbab. Michel era un prete diocesano francese, successore di un altro diocesano, Albert Peiriguère che, conquistato dalla spiritualità di Charles De Foucauld, l’aveva vissuta alla lettera in quella località dispersa e poverissima. Il suo eremo era nella parte alta, ai margini del villaggio, e le sue attività erano la preghiera, un semplice servizio di assistenza paramedica ai poveri, l’ascolto della gente. Si fece rispettare e amare; pur essendo tutti musulmani, lo consideravano il loro padre spirituale. Padre Lafon lo raggiunse e ne condivise la vita per qualche tempo, prendendosi cura di pochi cristiani stranieri che lavoravano in cantieri petroliferi a oltre cento chilometri di distanza. Quando Peyrigueère morì, rimpianto da tutti, Lafon rimase e ne raccolse l’eredità. Trascorremmo con lui un mese semplice e intenso di lavoro manuale, preghiera, lunghe condivisioni e scambi di idee. Ci orientò a praticare alcune “giornate di deserto”, particolarmente intense grazie all’ambiente naturale, sociale e spirituale in cui eravamo immersi. Eravamo andati anche con la speranza di praticare un poco l’arabo, ma scoprimmo che molti “arabi” del nord Africa sono in realtà berberi; a El Kbab si parlava il berbero…

Un giorno, guardando dall’eremo la grande vallata brulla e le catene di montagne che si susseguivano a perdita d’occhio di fronte a noi, P. Michel disse: “Ogni tanto ancora mi chiedo: che cosa faccio qui, unico cristiano per centinaia di chilometri? Celebro la Messa per questa gente: ecco la mia risposta.” “Anche noi possiamo celebrare per loro, da Roma” obiettai. E lui: “Certo, ma l’Eucaristia è un segno, e il segno deve essere percepito. Tutti quanti sanno che prego per loro, e sono contenti proprio perché sto con loro. Mi chiedono di farlo e mi ringraziano”. Ci comunicò alcune delle sue conversazioni con anziani pieni di fede, che gli dicevano con semplicità: dopo averti conosciuto non riusciamo più a pensare che voi andrete all’inferno perché non siete musulmani. Anzi, tu e io siamo amici: il primo di noi che andrà lassù, darà una mano all’altro per raggiungerlo e stare insieme…”. Suggerendo ai giovani che si confidavano con lui, di scrivere qualche nota su “I Ramadan della mia infanzia”, aveva raccolto interessanti testimonianze di tradizioni e devozioni che andavano scomparendo. Achille e io apprezzammo una biografia di P. Peyriguère che aveva pubblicato in Francia; la facemmo tradurre in italiano e pubblicare dalla EMI (1977) con il titolo “Una vita che grida il Vangelo”. Fu un flop editoriale…

Il periodo a El Kbab ci confermò nel desiderio di essere missionari soprattutto con la nostra presenza, e con la nostra umile ricerca di Dio che non è lontano da nessuna delle sue creature. In un certo senso gli scritti e le biografie di Charles de Foucauld avevano perso un po’ della poesia di cui li avevo circondati, ma avevano guadagnato in consistenza, erano diventati più veri. (continua)