Rinascita

Ainul era un commerciante, con moglie e tre figli, che gestiva anche una piccola fabbrica tessile. Musulmano praticante, partecipava regolarmente alle preghiere nella moschea, alle feste e alle attività della comunità islamica, considerava la vita di famiglia come parte del suo dovere, senza particolari difficoltà né entusiasmi. Ma ogni tanto si sentiva a disagio, sentiva – se interpreto bene i suoi pensieri – di partecipare ad una religione, ma non di comunicare con Dio; allora gli tornava alla mente una frase che la nonna gli aveva detto varie volte: se non hai un “guru”, qualcuno che ti guida personalmente, non arrivi a incontrare veramente Dio. Il “guru” è figura tipica di varie correnti dell’induismo.

Non aveva mai dato peso a quell’idea, ma alla fine decise che era ora di ascoltare la nonna, e si mise alla ricerca. In Bangladesh non mancavano i “pir”, membri della corrente islamica “Sufi”, spesso ispiratori e guide di gruppi di spiritualità che fanno capo a un santuario, alcuni dei quali sono noti in tutto il Paese. Ainul chiedeva aiuto per trovare un senso alle sue pratiche religiose. All’inizio ne fu deluso, ma la sua “sete” cresceva. Continuò a lungo a cercare finché, nel 2000, le parole di un “pir” riuscirono a toccargli il cuore e la mente, aprendogli una prospettiva nuova: non sono le pratiche religiose che ti portano alla fede, è la fede che ti conduce a cambiare vita e a pregare, e dà senso anche alle pratiche religiose, da vivere con devozione nella libertà. Con la fede, viene la coerenza della vita, il tuo rapporto con gli altri, e il passo determinante per dare senso a te stesso: arrendersi a Dio, completamente.

Ainul incominciò a cambiare, anzitutto cercando di rendere coerente il proprio modo di vivere, e – pur continuando nel commercio – giunse a vendere la fabbrica che gestiva, perché si accorse di essere tentato dall’avidità e dal praticare astuzie e inganni che sfruttavano gli altri. La moglie si risentì di questa scelta fatta senza nemmeno informarla, e dopo varie proteste iniziò uno sciopero della fame per costringere il marito a tornare “alla normalità”. Fu il figlio maggiore a intervenire: “Mamma, non vedi che papà è cambiato davvero? Ha pazienza con noi, vuole essere onesto, è sereno. Certo, ora non va più regolarmente alla moschea e la gente lo critica, lo hanno persino minacciato, ma preferisci che ritorni come prima?” La donna si persuase, e gradualmente anche lei, e pure i figli, presero la strada di Ainul.

Il quale non ha fatto l’iniziazione per diventare a sua volta “pir”, ma dopo questa esperienza di rinascita spirituale ha tessuto rapporti con tante persone di varie religioni, con cui condivide il suo cammino di uomo in ricerca, musulmano “libero” che si è consegnato a Dio. Quando sentì dire che non lontano da Dinajpur c’era un “pir” cristiano, dove molti andavano per consigli spirituali, si diede da fare per rintracciarlo. Abitava lontano, ma pur non trovandolo una prima volta, lo cercò una seconda e poi una terza, finché si incontrarono:era p. Enzo Corba, missionario del PIME da tanti anni in Bangladesh. Dopo una lunghissima conversazione dissero l’uno all’altro: “Sì, siamo fratelli”. Ne nacque un’amicizia profonda e dinamica che durò fino alla morte di p. Enzo.

Ainul ogni anno organizza una festa, a cui invita nella sua ampia casa gli amici che capiscono le sue scelte. Oltre cento persone trascorrono la notte intera insieme: condividono, pregano, mangiano, ascoltano, cantano. Celebrano il momento in cui le parole del “Pir” gli hanno toccato il cuore e cambiato la vita, facendolo passare da una religiosità arida, impostata su norme e osservanze, alla “resa” a Dio. Quest’anno hanno celebrato il ventesimo anniversario di questa conversione, che è stata per lui una rinascita.