Viaggio – 6

Il PUNTO. Se qualcuno ha perso il filo, niente paura: p. Gian Paolo e io, al secondo giorno di viaggio, stiamo percorrendo la lunga circonvallazione est della città di Bogra, tortuosa e malconcia, ma meno affollata della circonvallazione ovest, più breve, più vecchia, e ormai quasi inghiottita dall’urbanizzazione.

Nel lasciare la città, è d’obbligo una tappa per rifornirsi di CNG (Compressed Natural Gas), perché la distribuzione del gas non raggiunge le aree più a nord. Poi, lungo la strada diretta a Rangpur, a tratti orribile causa lavori in corso, attraversiamo Mohasthan, un grosso bazar affiancato da un collinetta decisamente improbabile, visto che per centinaia di chilometri intorno tutto è pianura. Sulla collina c’è un centro di pellegrinaggi che ha l’aria di essere molto frequentato; ritengo sia di musulmani sufi, ma non lo so con certezza. Ho visto fotografie e letto informazioni su analoghe collinette in Bangladesh: erano centri monastici, abbandonati quando il buddismo è quasi scomparso dal Bengala; in questi ultimi anni ne hanno scoperti alcuni e gli archeologi se ne stanno interessando. A proposito di Mohasthan, molti anni fa un anziano maestro cristiano mi disse che sulla collina c’era un pozzo miracoloso: se un defunto veniva calato nel pozzo, ritornava in vita. Così facevano i primi monaci, così continuarono a fare gli hindu che subentrarono. “E ora, con i musulmani?” chiesi io. Non sapeva, ma secondo lui e altri, anche loro usavano il pozzo allo stesso modo, senza dirlo in giro…Voci di popolo…

Arriviamo poi a Gobindogonj, affollato bazar, che pare essere centro di un’area turbolenta, teatro di soprusi e occupazioni di terre di gruppi aborigeni in parte cristiani, e anche di conflitti politico-economici, con numerosi omicidi.

Noi tiriamo dritto, mentre per andare a Dinajpur dovremmo piegare a sinistra, e passare accanto alla missione di Mariampur, una delle più grandi nella diocesi. Per me è legata al ricordo di un caro amico, p. Carlo Menapace. Ricordarlo è sempre un piacere, direi un incoraggiamento, anche se venato di nostalgia. Era nato nel 1942, un anno prima di me, a Tassullo (Trento), e mi aveva preceduto di un anno nel diventare membro del PIME (1967), nell’essere ordinato prete (1968), nel partire per il Bangladesh (1978). Mariampur è stata la sua prima e unica missione, all’inizio come assistente, e poi come parroco. Negli anni in cui cercavamo “vie nuove” e guardavamo con sospetto la “struttura” della parrocchia, sospettata di essere chiusa su se stessa e di sottrarre energie alla prima evangelizzazione, lui si era tuffato senza distrazioni proprio in quella “struttura”, ma fu capace di non lasciarsene paralizzare. Anzi…

Ci vedevamo in occasione di incontri o ritiri spirituali del PIME, arricchendo di chiacchierate tutti gli spazi di tempo possibili. Sapeva cogliere nella gente gli aspetti buoni e positivi che molti non vedono o cui non danno valore. “Ingenuità”, diceva qualcuno, ma si trattava dello sguardo di un uomo dal cuore puro, appassionato del Vangelo, e perciò degli altri… tutti.

Andai a trovarlo in parrocchia in un periodo in cui era solo, penso poco dopo il 1981. La prima sera, a cena, ero affamato, e gustai moltissimo una rarità: una minestra di verdure varie, proprio buona. Ero stupito: “Sei tu che gli hai insegnato a cucinare?” “No – rispose – una suora. Lui ha imparato bene, gli ho detto che mi piaceva molto, e ormai sono più di due anni che ogni sera mangio questa minestra, sempre rigorosamente identica. È un menu un po’ monotono – aggiunse ridendo – ma il cuoco ne è fierissimo, come deluderlo?” Trascorsi con lui tre giorni, aiutandolo a tenere un incontro con i catechisti, ascoltandolo molto. Era appassionato di ciò che faceva, soprattutto del “suo” popolo, che erano i membri della parrocchia, certo, ma non soltanto loro. Mentre passeggiavamo fra la casa e la chiesa (costruita anni prima, sul modello di non ricordo quale chiesa lombarda) passò accanto a noi un ragazzo; Carlo lo chiamò, e scambiammo quattro parole; era un po’ imbarazzato ma contento della nostra attenzione. Mentre se ne andava, p. Carlo mi chiese: “Secondo te, quanti anni ha?”. “Difficile dirlo – risposi – 12 o 13?”. “Ne ha certamente più di 20, ma è come un… bonsai: la denutrizione gli ha impedito di svilupparsi. Sono parecchi i giovani nelle sue condizioni. Che lavoro può fare? Certo non il manovale, ma a scuola non è potuto andare, e anche lo sviluppo dell’intelligenza è stato rallentato. Vorrei inventare qualche cosa per questi “figli della fame”… Ancora oggi, a Mariampur, c’è una piccola scuola tecnica, che dopo qualche anno di chiusura il Vescovo mons. Sebastian ha voluto riaprire. Insegna a ragazzi che non hanno altre possibilità i rudimenti di qualche attività utile: riparare una bicicletta o un riksciò, per i più bravi magari dare un’occhiata ad una pompa idraulica difettosa. P. Carlo aveva idee, era capace di organizzare e avviare iniziative: non fece grandi progetti, ma “piccole” cose che erano ritagliate apposta per i bisogni del momento; fra l’altro anche un impianto di biogas, forse il primo della zona.

Non è raro trovare persone di Marianpur che dicono con fierezza di essere stati suoi “discepoli” (e fra loro anche mons. Sebastian), o di aver sentito parlare di lui dai genitori, e io mi sono chiesto quale fosse il centro del suo interesse, e quale il motivo della sua popolarità. Il suo obiettivo fondamentale era accompagnare la sua gente alla preghiera, a un rapporto vivo con Gesù scoperto nei Vangeli. Anche a Mariampur, come in ogni altra missione, c’erano un ostello maschile e uno femminile. Di solito gli ostelli vengono affidati a un “boarding master” o a una “didi moni” (un laico o una laica responsabili) i quali devono organizzarli, farli studiare, tenere la disciplina, e anche “farli pregare”, vigilando perché tutti siano presenti alla Messa quotidiana, guidando le preghiere del mattino, della sera, ai pasti, attenti a far pronunciare bene le parole, sostenuti da una cantilena che aiuta la memoria. P. Carlo preparava personalmente questi momenti, e non li “faceva pregare”, ma pregava con loro. Ogni giorno una frase del Vangelo, una parola di commento, una breve preghiera ripetuta perché “entrasse” nella mente e nel cuore, o una ripresa della liturgia domenicale, o una riflessione su qualcosa che era accaduto. Era contento di pregare con loro: la preghiera non era un dovere, o qualcosa da insegnare, era un momento di incontro con Gesù insieme a loro. P. Carlo, senza ostentazione, sapeva trasmettere la fede con cui lui stesso cercava il Maestro. Vedeva e valorizzava i progressi anche minimi della sua gente: una riconciliazione, una collaborazione, un aiuto, un consiglio…

Stava anche preparando un sottocentro della vastissima parrocchia che era affidata a lui, per sistemarvi un gruppetto di laiche animate a dedicarsi all’evangelizzazione; già collaborava bene con le Suore di Maria Bambina, e vedeva in questa iniziativa una possibilità in più di valorizzare le donne nella missione della Chiesa.

Poi… gli diagnosticarono un tumore maligno, e dovette ritornare in Italia. Con fatica volle rivedere uno per uno tutti i “suoi villaggi”, spiegando perché se ne andava. Prima che partisse ci trovammo, e mi disse: “Tu sai che mons. Michael è un uomo spiccio, concreto, e non ha tanto l’aria “spirituale”… eppure proprio lui mi ha detto la cosa più semplice e più utile, che porto con me come un messaggio prezioso.” Michael Rozario era stato il primo vescovo bengalese della diocesi di Dinajpur, diventando poi arcivescovo a Dhaka. “Gli ho detto quale è la mia condizione. Ha taciuto un momento, poi mi ha stretto la mano dicendomi: “P. Carlo, tieni cara la fede che hai. Lotta con tutte le tue forze per vivere, e noi ti aiutiamo con la preghiera. Ma se la malattia prevale, affrontala da uomo e da credente, non lasciare che sconfigga il tuo spirito”.

Fu proprio così. Rividi P. Carlo in Italia, molto provato, ma sereno. Mi raccontò dell’angoscia delle sale di attesa dove diversi ammalati di tumore aspettano “risultati” spesso pesanti come il piombo; e mi parlò anche con ammirazione di un’infermiera che si impegnava a strappare un sorriso a chi era nelle condizioni peggiori. “La gente di Mariampur mi ricorda – aggiunse – e questa è una medicina potente. Tanti mi scrivono, così passo tanto tempo a leggere le lettere in bengalese, spesso con grafia incerta. Traduco e scrivo tutto qui, in questo quaderno che è solo per me. Leggo e rileggo, e ogni volta arriva un ricordo nuovo, nasce in me una preghiera nuova…” Strappò ai medici il permesso di ritornare per qualche settimana, e fu un pellegrinaggio di saluto, abbreviato dall’aggravarsi delle sue condizioni. Qualcuno gli scattò una fotografia che lo riprese di spalle, mentre pedalava faticosamente su un sentiero fangoso, tenendo sul portabagagli della bici una grossa croce di legno da consegnare alla gente in attesa della sua visita. Una fotografia che dice tanto, tantissimo della sua vita, e che circola ancora adesso fra noi. Morì poco dopo il suo ritorno in Italia, a Cles, nel 1991. Dopo tanto tempo, a Marianpur e in vari “sotto-centri”, ancora organizzano ogni anno una giornata di ricordo e preghiera per lui, animata da un torneo di calcio: il “Menapace Football Tournament”.

Pochi chilometri prima di raggiungere Rangpur, il centro urbano più grande del nord, chiedendo a destra e a sinistra riusciamo a imboccare una stradetta, a sinistra, che con qualche giravolta e molte informazioni raccolte da passanti, ci permette di arrivare a Khalisha verso la una, accolti dalle Suore dell’Immacolata (PIME) che hanno qui una comunità con tre suore bengalesi e due indiane. Accoglienza come sempre piena di cordialità, e pranzo arricchito da una conversazione interessante, che ci aggiorna reciprocamente di tanti avvenimenti grandi e piccoli. Poi, senza sentir ragioni, spediscono il vecchietto (che sarei io) a riposare, mentre p. Gian Paolo viene accompagnato a compiere il suo rapido ma intenso “pellegrinaggio” tra famiglie che conosce o che vuole conoscere. Khalisha, era un sottocentro di Boldipukur, dal quale si staccò quando p. Giovanni Vanzetti – che si era sempre dedicato alla popolazione Orao – si stabilì là e ne fece nascere una nuova parrocchia, nel 1980. Non era alla prima esperienza. Era tenace, convinto, molto sensibile schivo, affezionato alla sua terra e diocesi di origine, Saluzzo (Cuneo), con cui teneva molti rapporti e da cui si sentiva “mandato”. Proprio non aveva l’aria del leader energico e indaffarato, al contrario, a tratti sembrava addirittura impacciato; ma una dopo l’altra fondò tre missioni nuove, tutte in area a prevalenza Orao – il popolo a cui era più affezionato nonostante i numerosi contrasti e grattacapi che dovette affrontare: prima a Pathorghata (1962), zona archeologica su terreni contesi; poi Khalisha (1980), e alla fine Lohanipara (2007). Delle strutture che mise in piedi, tutte di modeste dimensioni e costruite in economia, a Khalishanon rimane praticamente nulla, ma il lavoro di evangelizzazione e pastorale non è stato cancellato.
(continua)

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