Riciclaggi

Il riciclaggio occupa uno spazio rilevante nell’economia del Bangladesh, e riguarda una varietà di prodotti. Chattogram (Chittagong), la seconda città e il primo porto del Bangladesh, a livello mondiale è forse il maggior approdo di navi da smantellare. Vengono arenate, poi varie categorie di commercianti si susseguono per recuperare ciò che a ciascuno interessa: mobilio (letti, tavoli, cucine…), attrezzature di navigazione (sestanti, bussole, eliche e altro…), motori di vario genere, frigoriferi, materiale elettrico. Infine si staccano le enormi piastre di ferro che formano lo scafo, i serbatoi di carburante, le attrezzature adeguate al tipo di trasporto che la nave effettuava, ecc. Tutto viene rivenduto su diversi mercati a Chattogram e dintorni, ma anche lontano, a Dhaka e altrove. Diverse missioni – ad esempio – usano campane recuperate dai ponti delle navi. L’inquinamento purtroppo è altissimo, la spiaggia è intrisa di residui di gasolio e avanzi di prodotti – anche tossici – che le navi trasportava; il livello di sicurezza per i lavoratori è basso e gli incidenti frequenti. Ma si dice che i bilanci delle ditte che operano in questo campo siano floridi…

Diffuso ovunque il riciclaggio di materiale dalle discariche “generali”, che si formano, spesso senza alcuna programmazione, lungo le strade o in zone periferiche. Si trova di tutto, e i raccoglitori – molte donne e bambini – cercano ciò che a ciascuno interessa: vari tipi di plastica, metalli, cartacei, oggetti di ogni tipo che vendono a centri di ulteriore selezione e rivendita. Grossi branchi di maiali neri sono condotti a pascolare sulle discariche; a giudicare dalla loro mole e dall’entusiasmo con cui mangiano, sembra che vi trovino abbondanza di ottimo cibo. Maiali in un paese islamico? Sì, mi dicono che gli allevatori sono spesso hindu “fuori casta”.

Ci sono le “discariche specializzate”: computer, televisori, materiale elettronico; automobili e camion, e altre. Altre sono collocate accanto a fabbriche e ne ricevono direttamente gli scarti di produzione: con ritagli e scarti di tessuti si mettono insieme copriletti, stendardi, coperte di ottima qualità e largamente esportate; si raccolgono abiti con difetti di fabbricazione, nonché batterie e materiale chimico o medico. In alcuni villaggi recuperano in modo artigianale, su fuocherelli a cielo aperto, tutto il recuperabile dalle normali batterie di cellulari, torce elettriche, ecc.

Ultimamente stanno entrando in campo investitori che lavorano con criteri industriali, e rendono fonte di notevole profitto i milioni di bottiglie di plastica che si gettano via, sacchetti e oggetti vari in politene e molto altro.

Si ricicla pure il cibo cotto. A Dhaka ci sono commercianti che comprano gli avanzi dei ristoranti, o di feste per matrimoni, lutti o altro, e li mettono sul mercato. Non si nasconde l’origine del cibo in vendita, che ovviamente costa meno di quello fresco. I clienti, per lo più di persone che pedalano sui riksciò o manovali nei cantieri, sanno di che si tratta. “Solo così possiamo mangiare un po’ di carne – dice un conduttore di riksciò – ma noi sappiamo distinguere il cibo ancora fresco da quello guasto, che farebbe male”. Alcuni rivenditori sostengono di non aver mai ricevuto lamentele da qualcuno intossicato.

Finora ribelli a ogni capacità di riciclaggio sono gli scarti delle concerie: il Bangladesh è un grande esportatore di pellame grezzo, che ha subìto una prima conciatura. Si parla di 50-60 tonnellate di scarti al giorno, che 155 concerie accumulavano in un’area periferica di Dhaka, accanto ad un fiume. Dopo infinite proteste, 132 concerie sono state trasferite a Savar, che dista una trentina di chilometri. Ma il problema esiste anche là. Il giornale di oggi sorprende i lettori con una inaspettata buona notizia: una ditta italiana è in trattative per costruire uno stabilimento di riciclaggio, che da tutti questi scarti trarrà biogas e fertilizzanti, per lo più da esportare.

Franco Cagnasso

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