Domenico

Senza mai esserci incontrati, per due anni abbiamo collaborato. Lui scriveva occasionalmente brevi articoli per Italia Missionaria, rivista per giovani che il PIME pubblicava fino a qualche anno fa, quando sfortunatamente dovette chiudere. Pure io scrivevo qualcosa ogni tanto. Un bel giorno, la redazione propose a lui e a me di pubblicare ogni mese una riflessione sullo stesso tema missionario, ma da due punti di vista: un testo biblico con un suo breve commento – che affidò a lui – seguito da un commento che attingesse alla mia esperienza. Lui sceglieva il testo biblico, ne preparava la spiegazione, me lo mandava, e io rovistavo nella mia memoria per scovare qualcosa che ne mostrasse alcuni aspetti concreti. La rivista pubblicava senza batter ciglio.

Andammo avanti per tre anni, e ne nacquero tre libri che vennero anche tradotti in spagnolo, non ricordo in quale Paese latinoamericano. Nel frattempo, un giorno entrai nella libreria del PIME a Milano per dare un’occhiata alle ultime pubblicazioni, e dopo un po’ mi accorsi che Franco, l’incaricato, parlottava con un tizio che non conoscevo. Poi mi fece cenno: “Non vi conoscete?”. “Beh, non ho il piacere…”. Mi mostrò la copertina di uno dei libri: “Eppure lavorate insieme!” Era lui, Domenico Pezzini, prete della diocesi di Lodi, che conosceva bene il PIME, insegnava inglese medievale all’università di Verona, pubblicava libri di studio su temi di notevole impegno culturale: traduzioni dal latino o dall’inglese antico, commenti spirituali specialmente ad autori medievali e… ultima ma non infima, Italia Missionaria.

In seguito, venne più di una volta in Bangadesh, spesso aiutando situazioni di particolare bisogno, fra cui la fondazione della parrocchia di Khewachala, nella diocesi di Dhaka, chiesa e ostello compresi. Venne pure a predicare un nostro ritiro spirituale annuale, durante il quale ci fece conoscere la mistica inglese Giuliana di Norwich – di cui non avevo mai sentito parlare: una figura interessante e simpatica, che non ho dimenticato. Ci ritrovammo anche almeno due volte a Taunggyi, per alcuni corsi che lui e io demmo ai seminaristi del periodo di spiritualità del seminario nazionale del Myanmar.

Poi venne un dolorosissimo colpo di scena. Una denuncia e un arresto con l’accusa di aver molestato sessualmente un minorenne bengalese emigrato a Milano. Seguì il processo, in cui don Domenico non ebbe difficoltà a dichiarare che aveva tendenze omosessuali, ma negò decisamente l’accusa. Fu condannato, e ci rivedemmo poi due volte mentre era in carcere. Soffrì molto – me ne parlò brevemente, quasi per caso e senza darvi troppo peso. Aver conservato i suoi interessi culturali e spirituali fu – credo – la risorsa che lo tenne interiormente “vivo” durante il periodo di detenzione e anche dopo. Nel nostro ultimo, breve incontro a Milano qualche anno fa, mi disse che il giovane che lo aveva accusato era sparito, non si era fatto avanti neppure per riscuotere la somma che il tribunale aveva sequestrato per consegnarla a lui come risarcimento.

Qualche volta – per Natale, o qualche occasione speciale – mandava agli amici riflessioni su ciò che viveva nella sua solitudine, per lo più con toni positivi, a volte manifestando qualche amarezza; mandava pure commenti a poesie, canti, preghiere che trovava ispiratrici per il suo cammino. Commenti di stile per me parzialmente insolito, molto attenti agli aspetti estetici: le parole scelte da un poeta, di cui apprezzava e sottolineava il suono, le sfumature di significato, la bellezza di un’immagine. Per un certo periodo, alcuni editori non vollero rischiare pubblicando opere sue, ma poi riprese anche a pubblicare e questo gli dava una grandissima soddisfazione.

In questi ultimi mesi non ricevetti più nulla, e cominciai ad impensierirmi. Ieri (20 novembre 2021) mi è giunta la notizia della sua morte – senza altri particolari. Ha amato il Bangladesh, apprezzato e aiutato le nostre attività qui, forse anche noi gli siamo stati in qualche modo di aiuto, un aiuto che ora continua nella preghiera.