15 agosto

“Buon ferragosto”, mi saluta al telefono un’amica dall’Italia. La deludo dicendo che qui – incredibile ma vero – il Ferragosto non c’è.
Non c’è, tuttavia il quindici di agosto non è affatto un giorno qualunque: in Bangladesh è giornata di lutto nazionale, perché in quella data, nel 1975, il padre del Bangladesh, Mujibur Rahman, venne ucciso e con lui 14 parenti e persone del servizio. Le commemorazioni si fanno più solenni e organizzate ogni anno. Ma il 15 di agosto, il partito d’opposizione festeggia. Come mai? Non può non farlo – nonostante il dolore per la morte del 1975 – perché 74 anni fa in quella data nacque una bimbetta che divenne poi l’attuale capo dell’opposizione che, fra i 25 o 26 capi d’accusa per cui è in carcere da sei mesi, ha anche quello di “falsificazione della data di nascita”. Non sarebbe nata il 15, ma si sarebbe inventata quel compleanno per poter legittimamente esimersi dal dovere nazionale di essere addolorati e far festa con i membri del suo partito.

Dove andiamo? (2)

Ultimi giorni di luglio. Sul bordo della strada che mena all’aeroporto, una ventina di studenti delle superiori aspetta l’autobus. Il quale arriva, come sempre, per non perder tempo, non si ferma del tutto, e meno ancora sul bordo, ma in mezzo alla strada e costringe gli studenti a schizzare in avanti per salire. Arriva un altro autobus della stessa compagnia, come al solito sorpassa sulla sinistra (qui la guida dovrebbe essere sulla sinistra, quindi il sorpasso dovrebbe essere sulla destra), travolge i giovani uccidendone due e ferendone gravemente nove. I testimoni diranno poi che i due autobus, più un terzo, stavano facendo una corsa fra loro per raggiungere prima i punti di imbarco dei passeggeri. In un baleno la notizia corre fra le numerose scuole della zona e gli studenti s’infuriano. Bloccano la grande strada, vandalizzano bus e auto, picchiano alcuni autisti. Sembra una fiammata di rabbia come spesso ne avvengono, ma gli studenti dichiarano di averne abbastanza, e nei giorni seguenti inventano un’originalissima forma di protesta. Si distribuiscono in alcuni punti chiave di Dhaka e altre città, per dirigere il traffico secondo le regole. Fermano i mezzi, esigono di vedere le patenti e altri documenti, se non sono in regola fanno parcheggiare il mezzo e mandano a piedi l’autista (con i passeggeri); fanno osservare i semafori, rispettare gli stop… cose incredibili! Dapprima, quasi tutti sorridono, e la gente incoraggia i giovani, offrendo gelati e applausi. Il governo promette “punizioni esemplari” agli autisti indisciplinati, ma le leghe degli autotrasportatori non gradiscono e proclamano uno sciopero. Primi pestaggi. Tornano le “squadracce”, questa volta meglio camuffate per far finta di non essere chi sono. Attacchi, in qualche caso contrattacchi degli studenti – e/o degli infiltrati. Il governo invita gli studenti a tornare alla disciplina di prima (!?!); proclama anche una “Settimana del traffico” in cui gli agenti della strada faranno pubblicità alle regole e saranno severissimi. La Primo Ministro visita in ospedale i feriti – solo quelli del suo partito. Anche per questo movimento, accuse di strumentalizzazioni, diffusione di notizie false, e di post “provocatori” e antigovernativi. Ripartono gli arresti. La protesta si disperde e spegne. Il traffico torna “normale” e i morti si contano di nuovo come prima.
La diffusione di notizie false è reato punibile, da qualche tempo (la falsa testimonianza in tribunale non lo è…). Per criticare il governo, bisogna parlare di errori e comportamenti negativi. In altre parole, per criticare il governo bisogna diffondere notizie false – reato punibile. Ma perché inventare notizie false? Certamente perché “some vested quarters” (alcuni particolari ambienti) hanno interesse a farlo, interessi biechi. Anzi, non c’è dubbio che facciano parte di complotti per distruggere la democrazia e per fare spazio ai nemici della patria, quelli che si sono opposti all’indipendenza. Ma questo è inammissibile, e chi lo faccia, fosse pure un’attrice famosa che difende gli studenti, o un fotografo rinomato nel mondo, o un luminare degli studi legali, che ha combattuto per l’indipendenza, va duramente perseguito.

Finalmente

In Bangladesh le “vocazioni” sono asimmetriche: relativamente numerose quelle maschili, per diventare preti diocesani o religiosi (Santa Croce, Oblati di Maria Immacolata, Terz’Ordine Regolare di S. Francesco, Gesuiti, Salesiani… anche al PIME va qualche briciola), in calo quelle femminili, che contano parecchie congregazioni di origine straniera e tre di origine locale. Le Missionarie dell”Immacolata, qui note come “PIME Sisters”, hanno avuto una buona crescita, ormai le straniere sono uno sparuto piccolo resto; ma ultimamente la sorgente sembrava asciutta: da sette anni nessuna giovane pronunciava i primi voti. Finché, recentemente, le Suore hanno rispolverato i libri con la celebrazione liturgica, lucidato a specchio la chiesa parrocchiale di Mirpur, decorato in tanti modi, abbondato con fiori e collane di fiori, preparato per bene canti e danze, prenotato un pranzo con i fiocchi – tutto con il massiccio aiuto dei giovani della “Comunità formativa del PIME” (comunemente chiamati “seminaristi”). Poi, il 15 agosto, Cecilia, Happy e Merina hanno posto fine alla carestia, pronunciando i voti ed entrando nell’Istituto missionario. Auguroni!

Dove andiamo? (1)

Il Paese sta vivendo una crescita economica impressionante. Grandi opere pubbliche da tutte le parti: un secondo ponte sul Gange/Brahmaputra per collegare est e ovest anche al sud; allargamento strade di grande transito, centrale atomica ai margini degli ultimi resti della famosa giungla del Bengala con le sue tigri, metropolitana sopraelevata a Dhaka, nuovo aeroporto internazionale in programma; si parla anche di future “case popolari”… e molto altro.
Il parlamento ha vita facile, perché alle scorse elezioni l’opposizione non ha partecipato per protesta, e tutto è in mano a un unico partito.
A fine anno, o inizio 2019, si svolgeranno le elezioni parlamentari.
La capo dell’opposizione è in carcere per corruzione, ma per buona misura ha altre 25 o 26 diverse accuse che aspettano sentenza. Sono in carcere un buon numero di oppositori, anch’essi con diversi capi d’accusa. Manifestazioni di protesta? Ogni volta il permesso viene rifiutato per ragioni di ordine pubblico, e si reprime duramente chi tenta di scendere in strada. Permessi solo i raduni oceanici del partito al potere.
Nei mesi scorsi, gli universitari si sono organizzati per chiedere la revisione del sistema di quote riservate agli impieghi in posti pubblici. Attualmente il 62% dei posti è riservato ai “combattenti per la libertà” nella guerra del 1971: per tenere aggiornate le liste, ogni tanto si abbassa l’età che il candidato al posto doveva avere in quell’anno per aspirare ora al titolo di combattente. Siamo scesi a 12 anni e 6 mesi, ma si parla di abbassare ancora. Stesso diritto ai figli e ai nipoti dei combattenti. Poi ci sono le quote di varie minoranze. In pratica, fuori quota ci sono poco più del 10% dei posti. Il movimento “antiquote” – non violento – dapprima è stato snobbato; poi hanno iniziato a intervenire le “squadracce” (per gli italiani che conoscono la loro storia del XX secolo, non occorre spiegare di che si tratta). Poi la Primo Ministro spiazza tutti dichiarando che il sistema quote sarà completamente abolito; il Movimento esita, ma poi salta fuori che una sentenza dell’Alta Corte (o era la Corte Suprema?) tempo fa avrebbe sentenziato che queste quote non possono essere modificate. La Primo Ministro proclama di voler obbedire, il movimento riparte, tornano le squadracce cha vanno giù duro, appoggiate dalla polizia. La Primo Ministro, parlando d’altri argomenti, fa un accenno di invito ai giovani del suo partito a evitare “eccessi di zelo”. Naturalmente, il motivo della repressione è sempre uguale: il Movimento non è apolitico come dice, in realtà è contro il governo, e viene strumentalizzato dall’opposizione; anzi, un ministro dice che fa pensare ai terroristi. Uno per uno, in pochi giorni, i capi – studenti universitari senza passato politico – vengono arrestati, torturati, trattenuti in carcere, e si trovano sul capo una valanga di accuse. Il Movimento sbanda e si affloscia.
La campagna antidroga che era partita alla grande con oltre 250 morti ammazzati in pochi giorni, deve aver perso un po’ di vigore; ma i giornali più scrupolosi continuano a dare ogni giorno un angolino per dire che ieri altri 2, oggi 5, domani vedremo, presunti spacciatori sono stati uccisi. Di un famigerato capoccia, membro del Partito, il cui nome si trova in tante inchieste e relazioni della polizia, si continua a dire che “se risulterà davvero colpevole verrà senza dubbio arrestato”. Per ora pare che non sia risultato “davvero colpevole”. (continua).

Capita

Capita che si sta bene attenti a camminare nel cortile della parrocchia, perché le abbondanti piogge quotidiane rendono scivolosissimo il cemento, arricchito – nelle zone più umide – da fanghiglia viscida. Poi alcuni ragazzi litigano e tu vai a vedere che succede, senza pensare alla fanghiglia. Caduta epica. Un gran mal di schiena che mi offre la scusa per lavorare meno e stare più a lungo sdraiato. E ritarda più del solito l’uscita delle schegge.
Un consiglio: in casi analoghi, non usate il riksciò, mezzo del tutto privo di molleggi e capace di far contare – anche a chi non ne ha voglia – tutte le numerose buche che rallegrano le strade…

Ma non capisci?

  • Trentotto anni, due figli di 13 e 8 anni, un marito che le vuol bene ma è balzano quanto basta, e malaticcio, lavora quando ce la fa. Lei lavorava in una fabbrica di abiti, ma ha dovuto smettere perché non reggeva i ritmi. Un mese fa, emorragia cerebrale, con disturbi alla parola e all’equilibrio. Il marito si dà da fare in modo sorprendentemente affettuoso e anche efficace. Medici, ospedali, prestiti per pagare, colloqui con specialisti forse sorpresi dall’appassionato impegno di questo poveraccio ignorante e malandato. Poi la diagnosi si completa: aneurisma. “Deve capire che bisogna unica speranza è l’operazione, e bisogna andare nel sud India, a Vellore”. Sarà vero? Spesso i medici scaricano i casi complicati promettendo miracolose guarigioni in India… Spesa minima 400.000 taka. Non se ne parla.
  • Quindici giorni fa, andando a scuola, scivola nel fango e si fa male ad una mano. Ha otto anni. Nell’ospedaletto del paese fanno i raggi, e trovano una brutta frattura. Paracetamolo, poi i soldi sono finiti. La bimba piange. Dopo dieci giorni ritornano all’ospedale: “Ma non vi rendete conto che deve essere operata? Che cosa aspettate?”
  • Anche lui è stato ripetutamente sgridato, perché continua a lavorare e “non si rende conto” che ha i reni rovinati. “Sei tu la moglie? Che cosa aspetti a fargli fare un trapianto di reni? Altrimenti non si salva!”. La donna, che è madre di due figlie, fa le pulizie in una scuola e, a rotazione, in cinque famiglie, per mettere insieme circa 100 euro al mese, non può pagare la scuola per la seconda figlia. Quando le parlano di dialisi, riesce a farsi prestare i soldi per una, che ridà un po’ di vita al malato. “Ma la dialisi non cura, non capisce che bisogna farla almeno due volte alla settimana? Anzi, per lui tre volte non bastano…” Così ogni tanto, quando qualcuno s’impietosisce e presta soldi, fa una dialisi e poi ricomincia l’attesa. Di che cosa? “Padre, ma per quanto tempo posso vivere in questo modo?”

Saluti

I ragazzini che affollano e animano i cortili della parrocchia di Mirpur, scatenandosi intorno ad un pezzo tanto entusiasmante quanto raro come il “calcetto da tavolo”, fiore all’occhiello del nostro parco giochi, provengono da vari ambienti, benestanti e poverissimi, da varie religioni, da vari gruppi etnici. Se in mezzo a un gruppetto vociante di loro passa un adulto – magari straniero – come salutarlo? In Bangladesh un saluto “universale” ci sarebbe: “adab”, ma è quasi caduto in disuso, e non tutti lo conoscono. I ragazzini cristiani “giocano in casa” e per loro un devoto “Jesu pronam” (onore a Gesù) risolve il problema. Per gli altri, la via più sicura è tacere. Alcuni sembrano addestrati a irrigidire il volto e guardare nel vuoto – meglio, guardarti con gli occhi vuoti – comunicandoti la gelida sensazione che tu non esista. E’ lo sguardo in cui si rifugiano le giovani donne, quando temono di essere fraintese se sorprese a salutare uno sconosciuto. Alcuni bambini buttano là un istintivo “assalamu aleikum” (“la pace sia con te” significa, ma quanti lo sanno?), a volte però con uno scrupolo a due facce: se lo sconosciuto che saluto non è musulmano, si offende? Oppure sono io che manco di rispetto alla mia religione salutandolo così?”. Un ragazzino m’ha chiesto il permesso: “Posso dirti assalamu aleikum?” “Nomoskar”, il saluto hindu, è abbastanza usato anche dai cristiani, per questo anche qualche musulmano lo tira fuori, in spirito di apertura interreligiosa; ma si usa con un certo impaccio… Per andare sul sicuro, meglio l’inglese: uno squillante “Good morning” non si nega a nessuno e non può turbare equilibri interreligiosi.
Però… per diversi pomeriggi sono passato accanto al calcetto da tavolo affollato di giocatori e aspiranti giocatori, salutato da un coretto di “good morning” cui rispondevo con l’aria di chi la sa lunga: “Si dice: good afternoon!”. Dai e dai, la lezioncina di inglese ha dato frutto. Ieri mattina passo davanti al calcetto e tutti insieme, sorridendo per la soddisfazione, mi fanno vedere che hanno capito: “Good afternoon, father!”

Primo luglio

La sera del primo luglio 2016, cinque giovani terroristi di matrice islamica assalirono un ristorante nel quartiere Gulshan a Dhaka, con la precisa intenzione di massacrare i non musulmani. Uno per uno, fecero ai presenti l’esame: recitare qualche versetto del Corano. Liberarono tutti quelli che sapevano farlo eccetto uno: un giovane di 20 anni che, essendo musulmano, e potendo recitare i versetti, volle rimanere accanto alle due amiche con cui si trovava. Vennero uccisi loro tre, insieme a nove italiani, sette giapponesi, e due poliziotti. La mattina seguente, una squadra speciale dell’esercito passò all’attacco, uccidendo i terroristi.
A due anni dalla tragedia, l’Ambasciata italiana ha organizzato una cerimonia commemorativa molto semplice, invitandomi a guidare una breve preghiera, che ora propongo come scheggia.

“Viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio”. Nel Vangelo di Giovanni (16,2) Gesù pronuncia queste parole poco prima della sua stessa morte, inflittagli in nome di Dio, a difesa della struttura di potere religioso e del potere politico del momento. Esprimono un aspetto particolarmente sconcertante, e odioso, dell’avvenimento che ora commemoriamo: vite stroncate con ferocia da persone che dissero di agire in nome di Dio, e di volersi guadagnare così il paradiso.
Accanto ad esse, voglio richiamare, dal libro biblico della Sapienza, altre parole che indagano sulla realtà ingiusta e assurda vissuta da innumerevoli persone lungo tutta la storia, vittime di tante forme di fanatismo sia anti-religioso (come quello cui fa riferimento la Sapienza), sia religioso, che ha spinto a infierire sui miti, su chi desidera opere di giustizia e di bene, su chi si rifiuta di essere partecipe della violenza e del settarismo.
La Sapienza si riferisce agli “iniqui” che dicono fra sé: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni… ci è insopportabile solo al vederlo” (2, 12a.14b); e ancora “Gli empi stringono con la morte un patto, perché sono degni di appartenerle” (1,16). Questa è la realtà di cui siamo parte e che non possiamo ignorare, anche se ci disturba profondamente, e fa paura. Realtà cui la meditazione biblica risponde: “Ma le anime dei giusti sono nelle mani di Dio… la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace… la loro speranza resta piena di immortalità (2,1-4).
Una speranza che si esprime e si attua nel nostro ricordo pieno di rispetto e affetto, e che può trovare base, forza e completezza nella fede nel Dio della vita, che si schiera dalla parte del giusto.
Il giusto, secondo l’insegnamento di Gesù, non è colui che si arrocca in una appartenenza religiosa “vera” piuttosto che in un’altra. E’ colui che si apre a relazioni di attenzione, rispetto. E’ colui che, anche se non lo riconoscesse come tale, incontra Dio nell’altro, specie chi è nel bisogno; è colui che offre cibo a chi ha fame, abiti a chi è nudo, dignità a chi ne è privato. Così insegna Gesù nella parabola del “giudizio finale”.
Il massacro di due anni fa si proponeva di creare paura, odio, inimicizia. La nostra riflessione e preghiera ci aiutino a sfuggire a questa trappola, rassicurandoci che queste vite distrutte non sono state vissute invano; anzi, ci incoraggiano a dare un senso alla nostra vita non sopraffacendo gli altri, ma accogliendoli.
Raccogliamoci nel profondo della nostra coscienza dove – è ancora il Vangelo che ce lo dice – abita il mistero di Dio, un Dio di pace, di vita, di amore. Chiediamo di non lasciarci allontanare dal desiderio di perseguire ciò che è pacifico, giusto e buono, nella speranza che questo sia un seme che continua a germogliare e a rinascere.
“Le tenebre non hanno vinto la luce”, leggiamo ancora nel Vangelo di Giovanni (1, 5).

Al termine di un breve momento di silenzio, pronuncerò il Padre Nostro, e invito ciascuno a seguirlo interiormente, così come si sente di farlo.

Coppamania

Recentemente, l’ambasciatore di Germania presso il Bangladesh è andato a Magura, località quasi sconosciuta del Bangladesh rurale. Voleva vedere di persona una bandiera tedesca lunga cinque chilometri e mezzo, portata in lunga processione da tutto il villaggio ed orgogliosamente esposta nel campo antistante la scuola locale. L’aveva confezionata un agricoltore per esprimere incrollabile fede nella vittora della Germania alla Coppa del Mondo di Calcio.
La Germania non ha vinto la Coppa del Mondo, ma la bandiera ha stravinto sulla bandiera argentina portata in processione con canti e inni a Feni pochi giorni prima, lunga solo un chilometro…
La sera in cui la partita Argentina-Islanda si concluse con un sorprendente pareggio, il mio giovane amico Roby, amareggiato e umiliato, ha perso l’appetito ed è andato a letto senza cena. E non ha voluto sapere nulla di questa “Islanda” rompiscatole che non aveva mai sentito nominare fino alla drammatica serata in cui ha osato fermare l’Argentina…
Stramberie isolate?
Centinaia di migliaia di bandiere di tutte le misure garriscono al vento del Bangladesh su tetti, staccionate, pali, alberi, biciclette, barche, negozi, nelle città, nelle campagne o avvolgono, sotto forma di magliette, innumerevoli toraci di bengalesi giovani e anziani. Per numero, stravince l’Argentina, seguita dal Brasile; molto rare le bandiere tedesche, rarissime le spagnole.
L’anno scorso, il Parlamento s’interrogò: esporre bandiere di altre nazioni offende il proprio paese? “Certo, è alto tradimento – sosteneva qualcuno – e va severamente proibito.” Ma prevalse una linea tollerante: visto che il Bangladesh non è entrato nella Coppa del Mondo, s’innalzino pure bandiere di altri paesi, ma più alta di ciascuna sventoli la nostra. Infatti, qua e là si vedono anche bandierette del Bangladesh che fanno da cappello a bandieroni stranieri.
Le bandiere sventolano, e a terra volano sberle, o peggio. Ad oggi – 28 giugno – sono 13 i morti per violenze fra tifosi, quanti siano i feriti e ammaccati non lo so.
Qualcuno si chiede: che cosa spinge un bengalese a sostenere la squadra di un paese che non conosce e non sa dove sia, fino ad azzuffarsi e accoltellarsi con chi sostiene la squadra di un altro paese che non conosce e non sa dove sia? Basta dire che si tratta di un innocente, un po’ infantile passatempo nazionale?
Le risposte sono numerose e fantasiose quanto la sarabanda di bandiere.
L’agricoltore che ha venduto un campo per realizzare la bandiera superlunga, dice che era stato guarito da medicine omeopatiche tedesche, per questo tifa Germania. Ma qualcuno va indietro nella storia: le prime vittorie di Argentina e Brasile nell’era della comunicazione (anni ’70, mi dicono), con figure di spicco come Pelè e Maradona… fecero diventare simpaticissimi Brasile e Argentina, paesi lontani e sconosciuti ma capaci di suonarle sonoramente alle orgogliose squadre occidentali. Erano simboli che davano voce al bisogno inespresso di vedere a testa bassa chi di solito mi avvicina guardandomi dall’alto, e si ritiene maestro in tutto…
Ci sono anche risposte geo-socio-psico-ambientali. Il Bangladesh è terra di grandi fiumi, alluvioni, dedali di canali, tigri, cicloni, disastri naturali, poeti. I suoi abitanti sono abituati al rischio, sanno che spesso non ci sono rifugi, e hanno bisogno di simboli positivi rassicuranti, che assicurano successo. Non solo calciatori, certo, anche Muhammad Ali e Madre Teresa, Robindronath Tagore e il “Padre della Patria” Bongobundhu, fino a Zidane, Messi e Neymar. Anzi, non c’è neppur bisogno che il salvatore esista davvero: nel 1990 – quando la TV stava incominciando a diffondersi – una popolare telenovela raccontava le mirabolanti avventure di un personaggio dalle caratteristiche simili a quelle di Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Quando la storia volse al peggio, e il protagonista venne condannato a morte, le masse si mobilitarono in processioni e manifestazioni di protesta perché si cambiasse il racconto, e l’iniqua sentenza venisse cancellata.-
Ovviamente, non può mancare chi pensa che la risposta abbia radici storico-religiose. Il Bengala venne islamizzato sotto il grande impero dei Mogul, ma nella sua fase tarda, quando ormai le glorie originali dei lontani Califfati di Bagdad e di Damasco si erano spente. L’Islam venne portato da predicatori pii ma ignoranti, che convertivano i lavoratori delle loro terre, creando una “religione dell’aratro”. Esperti sentenziano che “atti di devozione irrazionale spesso si sviluppano in ambienti “moribondi” per stagnazione culturale” (Ahmed Sofa, The Mind of the Bengali Muslims, 1976).
Come mai i “dervisci” e i “pir” islamici di tanti secoli fa abbiano posto le premesse per arrivare alle bandiere argentine e brasiliane che sventolano sopra Dhaka, e ad innamorarsi perdutamente di calciatori di squadre sconosciute… non chiedetemelo perché non l’ho capito neppure io.
Più modestamente, l’autore dell’articolo da cui ho rubato queste notizie, verso la fine scrive che una conclusione si può trarre: il Bangladesh sta vivendo una spettacolare crescita economica, ma “la crescita economica non necessariamente si traduce in sviluppi socioculturali”. Insomma, il mondo è complesso, ma le cose semplici, chiare, appassionanti, indiscutibili fanno comodo; dite quello che volete, ma una cosa è certa e chi non la condivide non capisce nulla: il Brasile è onnipotente… la Francia fa schifo… Messi è un santo…
Forse una mentalità che non manca anche in Italia?

Retata

Chiamiamolo “Alberto”. Dicannove anni, abita in una cittadina di campagna, oltre 150 chilometri a nord ovest di Dhaka, dove per molti decenni il PIME s’è dato da fare, passando poi la mano ai preti locali. Ha finito l’esame di “Intermediate” (equivalente al penultimo anno di liceo) e andrà al College, ma dopo due telefonate di contatto, prende l’autobus e viene a Dhaka per parlarmi: vuole diventare missionario del PIME. Come al solito chiedo di raccontarmi la sua storia e gli dico che ha un curriculum perfetto per diventare diocesano, o religioso di un altro istituto; ma perché proprio il PIME? Condisco la domanda con descrizioni macabre delle enormi difficoltà della vita missionaria… Il giovanotto non si scompone (che lo abbiano preavvisato?). Gli dico che così, su due piedi, nonostante la presentazione del parroco, non prendiamo nessuno: deve farsi due anni di College per conto proprio, tenendo contatti con noi e poi, se non cambia idea, magari viene in comunità. Si dice d’accordo e mi saluta. Va da alcuni parenti in città, verrà domani, domenica, per la Messa, mi darà la domanda scritta e dopo cena se ne partirà per il paesello. Invece…
Invece invita l’amico- chiamiamolo “Paolo” a pranzo dai suoi, e dopo pranzo escono insieme per andare a Messa nella chiesa di Tejgaon. Attraversano il quartiere di Karwan Bazar, grande mercato, baraccopoli, crocevia di tutto. Chiacchiera e cammina, vedono in lontananza un grande assembramento di poliziotti, centinaia, e gente che li guarda, e decidono di passare da un’altra strada. Ma…
Ma da 12 giorni il governo ha lanciato una campagna durissima di contrasto al commercio di droga di ogni genere. Dicono che ci siano 7 o 8 milioni di consumatori in Bangladesh, che i “boss” siano nella politica, che le mafie locali si combattono, che… insomma, come in tutti i paesi del mondo. Ma in Bangladesh, in questi 12 giorni sono morti ammazzati 72 “noti spacciatori”, tutti nello stesso modo: i giornali scrivono che si tratta di “omicidi extragiudiziari”. I politici però correggono: si tratta di “scontri a fuoco”. In piena notte, le loro bande attaccano pattuglie di polizia che rispondono al fuoco e, dopo lo scontro, trovano sul terreno, crivellato di colpi, proprio lui e solo lui, quello che era ricercato e che tutti sanno essere un pericoloso delinquente… Oggi, tredicesimo giorno, siamo arrivati a 83 uccisi, in ogni angolo del Bangladesh.
Alberto e Paolo proseguono verso la chiesa sull’altra strada, ma ci sono altri poliziotti, che capiscono al volo trattarsi di pericolosi delinquenti. Li fermano e ammanettano insieme ad altri giovani per portarli alla stazione di polizia di Tejgaon. Si trovano in buona compagnia, centinaia di persone raccolte a casaccio, svegliate bruscamente nelle loro baracche dal sonnellino pomeridiano in questa torrida domenica di digiuno per il Ramadan…
Arriva il momento in cui possono telefonare a casa, e il papà di Paolo, nostro parrocchiano, si precipita a Tejgaon. Ore e ore di attesa, domande, telefonate, ricorsi a persone che ne conoscono altre, che possono parlare con altre, che possono intervenire… finché uno degli ufficiali dice: “Va bene, possono andare”. “Andiamo?”. “Sì, cioè no, un momento, vada da quell’ufficiale là”. Dieci minuti d’attesa, poi la domanda: “Che vuole?” “Mi hanno detto che questi due giovani possono andare, ma devo parlare con lei”. “Giusto, appunto, e allora?”. Il papà di Paolo sa benissimo che cosa significa “e allora?”, ma fa il tonto, così gli tocca andare da un altro, poi da un altro, poi finalmente salta fuori che con 25.000 taka per ciascuno, i due giovani risulteranno innocenti. Per fortuna c’è l’amico che conosce uno che è amico… ci vuol tempo, ma alla fine ci si accorda su 5.000 taka ciascuno. Un bello sconto, perbacco! Solo 100 euro per portarsi a casa non solo il figlio, ma anche l’amico del figlio, tutti e due con la coscienza pulita.
I politici dicono che l’opinione pubblica applaude, e l’inflessibile campagna contro gli spacciatori continuerà finchè sarà necessario.
Aggiornamento dell’8 giugno siamo arrivati a 143 morti ammazzati (circa), nonostante il ritmo abbia subito un brusco rallentamento dovuto al fatto che a Teknaf (estremo sud) abbiano ammazzato un leader del partito al potere, molto popolare e chiaramente “pulito” per ciò che riguarda la droga; era finito nella lista probabilmente per l’astuzia di un avversario politico, e qualcuno ha iniziato a protestare sul serio.