Una breccia?

Foyzur Islam, un giovanotto di Sylhet, era da tempo irrequieto e preoccupato perché l’islam è in pericolo. Non solo per colpa degli infedeli, ma anche per il gran numero di musulmani che non seguono fedelmente le dottrine del “salafismo” (diffuso in Arabia), che aveva imparato in una madrassa. Come restare inerti di fronte a questo orrore? Il 3 marzo scorso, tornando a casa in bicicletta dopo una partita al pallone, Foyzul nota un cartellone interessante: proprio in quel giorno, e proprio nella sua città, si tiene una manifestazione con la presenza del noto professore universitario Muhammad Zafar Iqbal, musulmano ma – come chiaramente rivelano i suoi “blog” – pericoloso nemico dell’islam. Un’occasione da non perdere! Foyzur torna a casa, fa la doccia, indossa una maglietta nera. Sa che cosa deve fare, essendosi “autoradicalizzato” bazzicando su internet, dove legge infiammati sermoni, e ha imparato come si può ammazzare una persona senza spendere troppo. Pochi giorni fa ha acquistato un coltello del tipo consigliato in un sito specializzato in materia; ora non c’è che da metterlo in tasca, riprendere la bicicletta e affrettarsi prima che termini la manifestazione. Partendo dal fondo, e facendosi strada tra la folla, si accosta al professore, fino a giungergli alle spalle. Attende un attimo, conta fino a 3 (suppongo) e lo pugnala. Malamente. Infatti il professore cade gravemente ferito ma non muore, mentre lui prende un sacco di botte dalla folla, soprattutto di studenti, inferocita. Lo conciano al punto che la polizia – pur non nota per le sue delicatezze – deve aspettare 10 giorni prima di poterlo interrogare. Alle domande risponde con arroganza, dichiarando di aver anche frequentato una palestra dopo aver letto che un “jihadista” dev’essere fisicamente in forma, e che non è affatto pentito dell’assalto, anche se fallito, perché: “sono pronto per qualunque risultato: lavoro per l’islam, io!” Alla fine, gli chiedono se si è reso conto che la folla non lo ha ammazzato soltanto perché il professore, ferito e sanguinante, mentre lo soccorrevano ha implorato che non lo picchiassero e non gli facessero del male. Foyzur tace per un momento, poi scoppia in un pianto dirotto, irrefrenabile, per una quindicina di minuti.
Il professor Zafar, dimesso dall’ospedale, ha detto che farà il possibile per incontrarlo, per potersi spiegare l’uno con l’altro.
Una mia domanda: quando mi chiedono che cosa pensano “i musulmani”, come reagiscono “i musulmani”, perché “i musulmani” sono violenti… io che cosa rispondo? Parlo di Foyzur, o parlo di Zafar Iqbal?

Brontolone

Avremmo voluto celebrare nel novembre 2017, ma arrivò la notizia che il Papa desiderava venire a trovarci: non ci è parso gentile dirgli di rinviare, e abbiamo rinviato noi, scegliendo il 3 febbraio 2018 per festeggiare.
Che cosa? Nessuno ricorda esattamente, ma certamente sono passati almeno 25 anni da quando, nella missione di Rohanpur, un papà disperato consegnò alla parrocchia un bimbo di 4 mesi gravemente denutrito, la cui mamma era morta. Suor Gertrude, p. Baio e p. Mariano decisero di tenerlo, sistemarlo e trovargli poi una mamma adottiva. Ma arrivato a 9 mesi lo colpì la poliomielite. Il bimbo, Robi, rimase completamente paralizzato dal collo in giù: muoveva solo la testa. Iniziò una lunghissima, ostinata lotta di suor Gertrude, una bengalese della congregazione locale “Regina della Pace”, che con incredibile tenacia e anni di fisioterapia e cure, cambiò la situazione di Robi, che ora si sposta bene in carrozzella, gioca a cricket, ha completato un Master in economia. Mentre lui lentamente progrediva, altri papà o mamme, o parenti portavano i loro bimbi con qualche disabilità. La prima, Flora, anche lei colpita da polio, lavora ora in un progetto della Caritas per bimbi di strada. L’attuale comunità, che ha 43 membri, prese forma strada facendo. Vedendo con quanta naturalezza bimbi “normodotati” si mescolavano con i “disabili”, si decise di dare spazio anche a qualcuno di loro, creando una comunità molto varia: maschi e femmine, con disabilità differenti o normodotati, gruppi etnici diversi, educando i più anziani farsi carico dei piccoli. Denominatore comune, la povertà; obiettivo comune, l’aiuto reciproco, la convivenza gioiosa e senza complessi, l’impegno di dare il meglio per costruirsi un futuro se possibile indipendente.
Negli ultimi 6 anni sono stato io a svolgere il ruolo di “chairman” di questa iniziativa, recentemente battezzata “Snehonir”, Casa della Tenerezza. Per questo mi informarono che si avvicinava il venticinquesimo anno dalla informale fondazione,che occorreva ricordare con la dovuta solennità. A me venne la pelle d’oca… Il Bangladesh ha una specie di “culto” per gli anniversari più svariati, da celebrare in modo solenne e pomposo, senza badare a spese e senza risparmiare elogi e paroloni. Un giorno sì e l’altro anche arriva un invito: secondo anniversario del battesimo del bebè, dieci anni dall’entrata in convento, quindici anni dalla laurea, sette anni e mezzo dall’incontro con il primo amore… dico sempre no, spiegando che se vado da uno dovrei andare da tutti, e non farei altro che commemorare… E ora toccava a me organizzare un giubileo? Feci di tutto per scamparla, minacciai il taglio dei fondi, studiai proposte alternative, “innovative” direbbe qualcuno. Ma le tradizioni, qui, contano – e molto: i membri dell’apposito comitato mi ascoltarono rispettosamente, e poi fecero a modo loro.
Per fortuna.
Arrivando a Snehonir qualche giorno prima della festa, mi colpì l’entusiasmo con cui i ragazzi si preparavano, senza stancarsi di provare e riprovare danze, canti, sfilate, storielle… sempre più eccitati e ansiosi, fieri di poter mostrare quello che sapevano fare. Ero contento, ma ho tardato a capire che stavo… convertendomi. Pensavo sempre meno alle spese e ai discorsi, mentre la loro gioia mi contagiava, anzi, mi conquistava. La sera della vigilia, dopo una bella processione eucaristica dalla casa dove abitavano prima a quella attuale, e un’adorazione in un piccolo campo da giochi dei nostri vicini, è arrivata la cena “piatto in mano”, dopo la quale è partita una raffica di pezzi musicali che hanno trascinato tutti, uno dopo l’altro, sul palco appena allestito. La prima – c’era da aspettarselo – è stata Susmita, la più immediata nell’espressione dei sentimenti, poi il più piccolo, Sivajit che ha danzato per tre ore di fila sul palco con i suoi occhietti ciechi che sembravano prendere vita, e Urmilla, sordomuta, che seguiva a perfezione il ritmo, e via via tutti gli altri – a rischio di sfondare il palco. La festa è festa, ragionarci non serve… hanno trascinato su anche me, brontolone pentito, e ho respirato la loro gioia di vivere, di stare insieme, di sentirsi accolti, di voler bene, di muoversi, non importa se aiutati da una stampella. Il giorno dopo? Ancora meglio!

Un grido

Arrivano la sera del 18 gennaio, frastornati per il lungo viaggio da Bandarban e spauriti per il caos della città. Da tempo si aspettava questo “picnic” dei ragazzi Marma, che desideravano incontrare i ragazzi della nostra parrocchia di Mirpur (Dhaka). Li hanno accolti, divisi in piccoli gruppi, e guidati lungo i vicoletti affollati fino alla chiesa, senza che nessuno si smarrisse nella folla. Cena, una bella dormita sulla paglia (che fatica trovarla in città!), e il giorno dopo la stanchezza era passata. Abbiamo pregato insieme, loro le preghiere quotidiane buddiste e noi la Messa, commentando la parabola del giudizio finale, quando il Signore non chiederà: “Di che religione sei?”, ma: “Mi hai dato da mangiare quando avevo fame, mi hai visitato quando ero ammalato?…”. E’ seguita l’attesissima visita allo zoo, che non è lontano e poi, dopo il pranzo in giardino, è arrivato il “pezzo forte”, a cui si erano preparati accuratamente: la “sanskritik onusthan” (celebrazione culturale). Canti e danze di varie tradizioni etniche e moderni, una non dichiarata competizione: fierezza per le proprie tradizioni, stupore per le altre.
Ad un certo punto, inattesa, si infila nel programma una scenetta semplice, ingenua. Due ragazze e due ragazzi interpretano una famigliola marma: papà e mamma che lavorano in foresta, i figli che studiano e aiutano, momenti di pace. Una mattina, andando a scuola, fratello e sorella incrociano un gruppo di bengalesi che amichevolmente chiede chi siano, dove abitino, che facciano… poi ciascuno prosegue per la sua strada. Ma i bengalesi non vanno a scuola, vanno ad una stazione di polizia. Confabulano a lungo, spiegano, offrono soldi, escono con qualcosa nascosto in sacchi. La sera, quando la famigliola è radunata per la cena, il gruppo arriva, pesantemente armato. Sfonda la porta, picchia, trascina fuori mamma e figli, saccheggia, infierisce sul papà, dà fuoco alla casetta, e scappa. Un breve silenzio. I ragazzi e la mamma tornano e si gettano piangendo disperatamente sul corpo senza vita del papà. A lungo. Poi il ragazzo s’inginocchia di fronte al pubblico e grida:  “Così noi andiamo avanti, ma quando, quando ci lasceranno la nostra vita?”. Mi sconvolge: non sta recitando, sta piangendo davvero, sta lanciando a tutti un grido straziante, disperato, e con lui piangono molti dei ragazzi marma, fra lo sconcerto di tutti.
Poi riprendono canti, danze, gioia e risate.
Ripartiranno il mattino dopo, e speriamo che l’anno prossimo si possa ricambiare: i ragazzi di Mirpur andranno a Bandarban. Un picnic che ci ha dato molto.

Memoria

Nei boschi di larici si trovano spesso grossi mucchi di aghi secchi che le formiche accumulano per farne i loro nidi. Da bambino era per me una tentazione irresistibile il rovesciare con un bastone questi aghi per sentirne il profumo e per vedere le formiche impazzite correre in tutte le direzioni… Questo “flash” di tanto tempo fa mi è tornato in mente il 7 gennaio scorso, quando ho rimesso piede, dopo anni, nella parte vecchia di Dhaka, lungo il fiume Buriganga. Cercavo l’antica chiesa armena, per partecipare ad una preghiera ecumenica organizzata dall’infaticabile fratel Guillaume, di Taizé, e mi pareva di essere una di quelle formiche frenetiche che s’incontrano e scontrano fra aghi di larice e colleghe di lavoro, agitandosi in mille direzioni… con l’aggiunta di rumori, fumi, urla degli altoparlanti pubblicitari o delle moschee, clacson, ambulanti, autobus stracarichi, borseggiatori, e persino carrozze a cavalli per il trasporto pubblico. Poi, di colpo, ecco la chiesetta, circondata da un muro da cui emerge una cuspide bianca con una croce. Si entra, e pare di essere improvvisamente avvolti da una bolla di pulizia, nitidezza, silenzio, pace, ricordi. La chiesa risale al 1781, e deve aver avuto i suoi momenti di vita intensa; ma la comunità armena – formata per lo più da commercianti – da molti anni è scomparsa. Alcuni armeni di buona volontà, pur residendo in altri paesi, si interessano di custodirla, stipendiare un guardiano, visitare ogni tanto questa silenziosa testimonianza della loro storia travagliata. Tutto attorno alla chiesa, tombe, con lapidi adagiate sul terreno e scritte bilingui: armeno e inglese; c’è pure una frase in latino. Le solite espressioni semplici di dolore, di affetti che vogliono continuare oltre la morte, di speranza e fede, di fierezza. Molti i giovani, ma c’è anche la tomba di un uomo che “ha lasciato questa terra dopo una lunga vita piena di attività alla veneranda età di anni 108, mesi 4, giorni 23”. Su molte lapidi, oltre alla data di nascita e di morte, viene indicata l’età, precisando anni, mesi e giorni di vita. Come in ogni cimitero, la visita diventa una silenziosa meditazione, resa più struggente dal fatto che queste persone non hanno nessuno qui che continui le loro tradizioni, ricordi le loro liturgie e le loro storie, li tenga in qualche modo in vita attraverso la loro stessa vita.
Sembrano essere stati inghiottiti dalla storia, e con loro, chissà quanti altri popoli grandi e piccoli, di cui non esiste neppure una piccola memoria.
Ci troviamo in 70 nella chiesetta, cristiani di varie denominazioni e gruppi etnici, a pregare guidati da fratel Guillaume e dal vescovo anglicano di Barisal. Ci sentiamo uniti specialmente ai cristiani armeni, e a tante chiese orientali sempre più incerte sul loro futuro e sempre più disperse. Ci sentiamo uniti fra noi, mentre uno sparuto gruppetto di nuovi cristiani della popolazione Bom recita il Padre nostro nella sua lingua sconosciuta a tutti. Siamo noi i custodi della memoria di una culla di Betlemme, di un messaggio pieno di speranza, di un condannato a morte crocifisso, di una tomba trovata vuota…

Controversie fantasma

Dal 1967, a Tongi, a pochi chilometri da Dhaka, ogni anno si svolge, il secondo più frequentato pellegrinaggio del mondo islamico, noto come “Biswha Ijtema” (raduno mondiale). Non ci sono strutture stabili, solo una grande area sulle rive del fiume Turag, dove tutto viene organizzato in modo estremamente precario e povero. I pellegrini – (si dice siano oltre un milione) sono pronti ad affrontare freddo, sete, scomodità per viaggiare, dormire, mangiare, lavarsi… tutto, per trascorrere tre giorni ascoltando sermoni di “Maulana” famosi venuti anche dall’estero, pregare per la pace e per la diffusione dell’islam, vivere l’ardore e la fraternità del movimento di spiritualità “Tabligh Jamaat”, fondato in India nel 1927, che conta fra i 70 e gli 80 milioni di seguaci in 150 paesi del mondo. Il Bangladesh ne ha 15 milioni. Il pellegrinaggio si ripete due volte in due settimane, generalmente in gennaio, e ovviamente provoca non pochi ingorghi di traffico, blocchi, e altri inconvenienti – ma nulla di violento se non, qualche anno fa, vandalismi nella stazione di Tongi per i treni che non arrivavano. Già, i treni… in queste occasioni sono un boccone ghiotto per fotografi di costume: letteralmente coperti di persone attaccati da tutte le parti: sopra, ai fianchi e persino sotto i vagoni; ma anche mescolarsi, a piedi, nel fiume di persone, quasi tutti uomini che camminano spediti per chilometri verso la capitale dopo la fine dei tre giorni, è un’esperienza unica, che ha un suo fascino per il clima di fratellanza, zelo, gioia che si respira.
Quest’anno però, qualcosa ha rischiato di andare storto. Non sapevo che al Tabligh Jamaat aderissero interi gruppi e movimenti, e fra loro tutta la lunga lista di “madrasse “Qawmi”, quelle ispirate e finanziate da paesi arabi conservatori, e dal movimento “Hefajat-e Islam”, che si è dimostrato capace di mobilitarne centinaia di migliaia di studenti e simpatizzanti per la “difesa” dell’islam – come dice il suo nome. Due giorni prima dell’inizio del primo “Ijtema”, il 10 gennaio, mentre l’aeroporto era già sotto pressione per l’arrivo di pellegrini esteri, s’è sparsa la voce che fra loro c’era anche il famoso predicatore indiano Maulana Saad, e che avrebbe parlato. La faccenda non è piaciuta a Shah Ahmed Shafi, capo di Hefajot-e Islam, il quale ha fatto sapere che Maulana Saad aveva recentemente pronunciato “affermazioni controverse” sul Corano e sulla Sunnah, e per questo non era gradito. L’aeroporto è stato subito bloccato da una folla immensa che non voleva lasciarlo uscire. Disagi e code inimmaginabili per quasi tutta la giornata, ma i manifestanti non mollavano, finché hanno saputo che Maulana Saad non poteva essere bloccato, perché già si trovava a Dhaka, e proprio nella sede centrale di Tabligh Jamaat, situata (tra l’altro) molto vicina alla cattedrale e alla casa dell’arcivescovo cattolico. La faccenda si complica: se bloccare l’aeroporto provoca grossi guai, bloccare quella zona di Dhaka per impedire al “controverso” di partecipare è peggio, una decisione foriera di guai pesanti. Interviene il governo, che in una riunione al ministero dell’interno persuade (così dicono i mezzi di informazione) Maulana Saad a stare zitto e non farsi vedere in giro.
Ma che cosa aveva detto di “controverso”? I giornalisti dichiarano di non aver trovato nessuno che lo sapesse o che fosse disposto a dirlo…

Visita del Papa e dintorni 4

Ripa era venuta a cercarmi con una lettera di presentazione firmata da un prete diocesano che conoscevo bene; anche un cieco avrebbe subito capito che la lettera era falsa, e infatti
p. Abel me lo confermò. Ma Ripa, giovane, bruttina e magra come un chiodo, oltre a essere imbrogliona e chiacchierona, era pure con un braccio rotto, con due bambini, senza il marito (andatosene dope averle spezzato il braccio… “ci vogliamo bene, ma quando perde la pazienza perde anche la testa”), senza soldi, senza possibilità di lavorare; ma non senza debiti da tutte le parti. L’aiutai un poco, poi di nuovo, poi di nuovo. Dai e dai, riconciliati e ridivisi, alla fine hanno trovato un po’ di equilibrio e i figli ora sono sui 15 anni. Ma lui – si chiama Badol – lavorando come imbianchino è scivolato dalla precaria impalcatura cadendo dal quarto piano. Vivo, ma sconquassato. Appena rimesso in sesto per poter ricominciare a guadagnare qualche soldo pescando (la sua passione), tocca a Ripa – forse per amore? Piove, l’acqua entra dal tetto in lamiera, Ripa sale per aggiustarlo e cade. Viva, ma sconquassata. Non che vadano troppo in chiesa, ma qualche volta sì; non avendo mezzi nemmeno per farsi vedere da un medico, pensano di rivolgersi al parroco, che trova un posto per lei dalle suore di Madre Teresa. Vado a trovarla là, e mi fa proprio pena. Dolorante da tutte le parti, scoraggiata, sfigurata dai denti rotti: “Le suore mi trattano benissimo, ma non miglioro, questa volta non sopravvivo”. Per di più, arriva anche il giorno in cui le suore le dicono: ci dispiace, ma fino a dopo la visita del Papa dobbiamo liberare questi locali – e la riaccompagnano a casa. Mi telefona più volte, piange come una fontana e capisco poco, ma non ci vuol molto per intuire che va sempre peggio.
Il Papa viene, e va dalle suore di Madre Teresa prima di incontrare preti, suore e affini nella chiesa “Regina del Rosario”. Poi riparte.
E Ripa mi telefona di nuovo. Non piange, e capisco che mi dice: “Sto bene, sono a posto” “Cioè?” “Cioè sto bene, vengo e te lo racconto”.
Il giorno dopo arriva. Cammina, ride, parla (questo però non mi stupisce…). Insomma, è andata così. Pochi giorni prima, una Suora le telefona: “Ripa, tu hai bisogno di una benedizione speciale, vieni a prenderla dal Papa” “Ma se non c’è posto! E poi sto male, malissimo, ho dolori da tutte le parti, non cammino, vomito…” “Vieni, il posto te lo trovo io”. Ripa non se la sente, ma alla fine sale dolorante e piangente su un pulmino che va a Dhaka, aspetta pregando come una matta, ed è presente quando il Papa fa il giro fra i letti. Si ferma anche davanti a lei, si scambiano due parole, la benedice, se ne va. E poi? “E poi quella notte l’ho sognato, tre volte. La mattina mi sono svegliata e stavo bene, benissimo. Non lo vedi?”. Sì, i denti sono ancora rotti, ma tutto il resto funziona – anche la lingua.

Visita del Papa e dintorni 3

Suor Roberta da anni manda avanti un ospedale che cura ammalati di lebbra e di tubercolosi, a Khulna, e segue non pochi “satelliti” dell’ospedale, punti d’appoggio distribuiti nella zona, aperti a rotazione, dove i pazienti possono fare controlli e ricevere medicine. Saputo che il Papa sarebbe venuto a Dhaka, s’è detta: “Se il Papa pensa agli ultimi, allora glieli porto vicini”. Comitati, permessi, tagliandi, difficoltà, raccomandazioni, consigli: “ma lascia perdere!”, e alla fine l’ha spuntata. Erano una decina, e il viaggio era lungo, con tanto di attraversamento in traghetto dell’immenso fiume Padma, e di circolazione sugli autobus di Dhaka. Fino alla fine, tutto bene – quasi. Arrivati alla parrocchia “Maria Regina degli Apostoli”, che aveva messo a loro disposizione una saletta ben arredata con tre tavolini e varie stuoie, una signora si fa avanti e comunica: “Ho perso mio marito”. Chi li conosce pensa subito: “Un colpo di fortuna” – ma queste cose non si possono dire, e la signora piange. Interrogatorio a tutti, e risulta sicuro che l’anziano, iracondo e distratto signore era ancora con il gruppo quando si accingevano a salire sull’ultimo autobus, in un punto caoticissimo della caotica Dhaka. “Voleva finire la sigaretta e non s’è accorto che stavamo salendo” è l’unanime commento, e la preoccupazione s’aggrava quando la moglie conferma che non aveva soldi nè indirizzo, quindi non poteva chiedere indicazioni per andare… dove?
Ma l’uomo – da tutti giudicato piuttosto “tardo” – se la cava, e chiede ai passanti di accompagnarlo dove c’è una chiesa. Trovare chiese a Dhaka non è che sia facile, e il disperso interpella innumerevoli passanti, vigili, pedalatori di riksciò, venditori di noccioline, autisti di autobus, ragazzini di strada… finchè uno (purtroppo rimasto sconosciuto e senza il piccolo premio che avrebbe meritato), l’ha fatto arrivare ad una chiesa – protestante. Sottoposto a pressante interrogatorio, l’uomo ha fornito elementi sufficienti a far supporre che si trattasse di una chiesa cattolica, e con un giro di telefonate i nostri “fratelli separati” ci hanno rintracciati. Permettendo così a suor Roberta di dormire tranquilla, alla moglie di smettere di piangere, alla gente di chiedersi “che facciamo?” e di offrire i consigli più disparati, al disperso di arrivare a destinazione, mangiare la cena e di andare il giorno dopo a vedere il Papa – dopo essersi fumato una sigaretta.

Visita del Papa e dintorni 2

“Pronto! Padre, come stai?” “Bene, grazie, ma tu chi sei?” “Non mi riconosci? Ma come! Sono Shilpy, la tua figlia” Già, ne ho così tante che ho perso il conto… Fatico parecchio, poi mi torna in mente. Bisogna andare indietro di 10 anni (circa), avevo pure scritto una scheggia su Shilpy e Kolpona, due amiche del sud venute a Uttora per cercare lavoro, che vivevano sul tetto di una casa in costruzione ricamando la sera e lavorando in fabbrica tutto il giorno per aiutare le famiglie. Su una precaria scaletta eravamo andati a trovarle, nel buio dell’inverno e nel fango della stradetta. Avevano offerto il te’ a me, a suor Emilia, e un altro, mi pare fosse Hilarius. Avevano fatto bere prima il reverendo, poi – scese a piano terra e accuratamente lavato all’unico rubinetto disponibile l’unico bicchiere di loro proprietà – la reverenda, e poi il laico. Ci eravamo rivisti qualche volta, venivano a Messa quando potevano, e alla fine mi avevano chiesto un regalone: un aiuto per completare la somma necessaria a comprarsi una macchina per cucire. Le aiutai, la comprarono, e poi mi diedi dell’ingenuo: scomparvero dalla circolazione senza un saluto; un “caso” fra i tanti di poveri che non riesci ad aiutare perché sono pasticcioni – o imbroglioni. E ora, come piovuta dal cielo, mi chiede al telefono: “Ma come, non mi riconosci? Senti, vengo a Dhaka per vedere il Papa, e vorrei proprio incontrarti”.
Così se ne arriva la mattina del fatidico 30 novembre, giorno dell’arrivo del Papa che l’indomani celebrerà al parco. Ha il faccino simpatico di allora, qualche chilo in più, e – per buona misura – un marito e un figlio di 5 anni. Mi chiede scusa perché se n’era andata senza dir nulla: “Kolpona s’era ammalata gravemente, siamo tornate di corsa a casa, ho perso il tuo numero di telefono e non ho più potuto rintracciarti” E la macchina per cucire appena comprata? “Una benedizione! L’ho portata con me, e da allora vivo lavorando a casa. Mio marito è catechista parrocchiale, guadagna poco, ma è un uomo che vale molto più di quel che guadagna… mia suocera poi è ancora meglio: ho perso la mamma da piccola, e ora l’ho ritrovata. E’ stato mio marito a rintracciarti, chiedendo di qua e di là a preti e suore il tuo numero di telefono. Anche lui ti conosce, grazie alle mie chiacchiere…” E Kolpona? “Guarita, sposata, ha un bambino. Ci vediamo spesso…”
Chissà se mi sta leggendo quel gentile signore che, dopo aver letto la scheggia su Shilpy e Kolpona (come dicevo, circa 10 anni fa) mi mandò una donazione per loro? Allora non la consegnai: erano irreperibili. Ora – se mi sta leggendo – sono lieto di potergli dire che il suo aiuto s’aggiungerà ai risparmi che Shilpy e marito stanno accumulando per comprarsi una macchina nuova, e più moderna…

Visita del Papa e dintorni 1

La visita del Papa in Bangladesh, con tutto il movimento che ha creato per la preparazione e lo svolgimento, coinvolgendo almeno 90mila persone (una più, una meno…), ha avuto contorni vari, che non fanno notizia, ma fanno realtà.
Così per l’anziano Tripura che, dopo aver coraggiosamente deciso di lasciare il suo villaggio ha affrontato, per la prima volta, l’infinito viaggio fino a Dhaka. Arrivato stanco morto nella caotica città, capisce subito che qui ci sono sì le fermate degli autobus, ma gli autobus non si fermano, al massimo rallentano. Così, quando vede che l’autobus su cui si trova sta passando davanti a un cancello e gli dicono “qui arriverà il Papa”, salta giù al volo, e assaggia la consistenza del malandato asfalto della capitale, per poi sperimentare la premurosa (si fa per dire) assistenza degli ospedali della capitale stessa. Non ha visto il Papa, ma ora sta bene ed è tornato al villaggio.

Situazione

Nel 1972, subito dopo dopo una devastante guerra con il Pakistan, e la nascita del Bangladesh, si aprirono le frontiere all’ingresso di missionari. Il PIME, vedendo le enormi necessità e le possibilità di operare nel nuovo Paese, fece un grande sforzo, mandando quanti più missionari poteva in poco tempo. Erano tutti giovani ed entusiasti, pieni di idee belle e di idee campate per aria. Poi, ovviamente, si tornò alla normalità, e i nuovi arrivi si diradarono molto.
Quel folto gruppo di giovani ora è diventato un folto gruppo di anziani, pieni di esperienza e di acciacchi. Scarseggiano i successori di mezz’età. I giovani, quelli che portano a loro volta energie ed idee nuove, buone e meno buone, benchè provvidenzialmente rinforzati da missionari provenienti da Brasile, Africa, India, Colombia, sono pochi.
La nostra comunità si sta chiedendo che cosa lasciare, che cosa continuare, che cosa e come trasformare, e p. Ferruccio Brambillasca, superiore generale del PIME, recentemente ci ha visitati per un mese, anche per aiutarci a fare il punto.
Riassumo pescando fra le note del suo intervento, e le discussioni che ne sono seguite.
Dhaka colpisce subito per la sua “invivibilità” e per il grandissimo afflusso di persone; per questo è importante per noi. Abbiamo avviato e poi lasciato alla diocesi varie iniziative; l’impegno di servizio al mondo dei lavoratori richiederebbe non uno, ma due missionari, il lavoro pastorale nella parrocchia, in cui si integra la comunità formativa per giovani, andrebbe continuata. La casa del PIME, in passato era molto usata ma ora non più: che farne? P. Ferruccio assicura che cercherà di rispondere alla richiesta del seminario nazionale che il PIME ancora dia aiuto, inviando professori per tenere corsi di teologia. Apprezza lo stile pastorale che alcuni di noi praticano, di vicinanza e visite frequenti alle famiglie.
Rajshahi è la diocesi che in ogni angolo testimonia silenziosamente il grande lavoro svolto dal PIME, ma la nostra presenza si è rapidamente ridotta al minimo; è significativa però per ciò che facciamo negli ostelli giovanili, fra le minoranze etniche, per gli ammalati, con persone disabili. Terminare del tutto? Ci chiedono un prete maturo ed esperto per ritiri e direzione spirituale a preti e suore, in maggioranza giovani. In questo periodo, in varie zone si celebrano i centenari dei primissimi battesimi: sono occasioni di festa, ma anche catechesi ed evangelizzazione.
Quanto a Dinajpur, la diocesi dove siamo più numerosi p. Ferruccio si chiede come aiutare la gente a non dipendere dagli aiuti dei missionari, ma rendersi autonomi, e contribuire, anche perché i missionari sempre meno potranno aiutare economicamente come in passato. Le opere che gestiamo, Scuola Tecnica “Novara” e ospedale St.Vincent rispondono molto bene alle nostre priorità, ma bisogna cercare di passarne la responsabilità alla diocesi o a organizzazioni che ne garantiscano la continuità e la finalità: servizio a poveri e a minoranze. Il Vescovo ci guarda con stima e riconoscenza e s’aspetta molto dal PIME, specialmente aiuto per aprire nuove presenze di evangelizzazione fra le minoranze etniche, e per la formazione spirituale delle suore locali. Ha bisogno anche di sostegno economico. Sarebbe contento di mandare qualche suo prete diocesano in missione con noi come associato.
Il bilancio finale di P. Ferruccio è benevolo nei nostri confronti. Dice di avere apprezzato specialmente tre caratteristiche del nostro variopinto gruppo di missionari, decisamente difficile da inquadrare. La prima è la comune, forte passione per la gente a cui siamo stati mandati. Mi è tornato alla memoria il libro scritto da Mariagrazia Zambon dopo un attento viaggio fra noi, nel 2005: “Passione per un popolo”. Nei 12 anni trascorsi da allora, molte cose sono cambiate, ma la passione non è diminuita!
La seconda caratteristica consiste nel rispetto, accoglienza e dialogo sincero che ha trovato fra noi, nonostante le grandi differenze di carattere, stile e anche idee che abbiamo. La terza, il buon rapporto con il clero diocesano e con le religiose, specialmente le missionarie dell’Immacolata (PIME), le Suore di Maria Bambina (le prime a raggiungerci in Bengala, nel 1860), e le suore locali “Shanti Rani”, fondate da un vescovo PIME.
Infine, tre raccomandazioni. 1. Una grande attenzione alla formazione delle vocazioni locali, anche se, per molti di noi, prendersi cura di un piccolo gruppo di giovani costa molta fatica. 2. Nonostante il calo numerico, che è in corso e continuerà, “non tirate i remi in barca, rassegnandovi a gestire quello che c’è. Pensate a qualche cosa di nuovo per la nostra presenza, per quanto pochi possiate essere.” 3. P. Ferruccio ci invita a continuare a collaborare con le opere e iniziative dell’Istituto, come in passato, e “siate di esempio per la vita fraterna, il desiderio di lavorare per le popolazioni più discriminate, e il servizio umile alla chiesa locale, tre pilastri importanti del nostro carisma,”
A lui, un grazie cordiale.