Riconoscenza

Dal 3 aprile al 3 maggio scorso sono stato a Roma, nella casa del PIME. Ho ritrovato amici e ravvivato conoscenze, alcune delle quali risalgono a tanti anni fa, ed è stato bello – anche se mi sembrava (e tuttora mi sembra) di “galleggiare” fra Italia e Bangladesh, presente, passato, trapassato, e futuro…

Un bel giorno mi sono messo a cercare come riscuotere un regalo, che una bengalese di cui non avevo notizie da tempo mi aveva spedito dagli Stati Uniti.

Cerca e chiedi, mi indirizzano ad un negozio dove si trovano i generi più disparati di prodotti, e fra l’altro fanno il servizio di ricevere o spedire denaro dal o all’estero.

Entro, mi guardo in giro e penso: “Guarda un po’, proprio stile bengalese”. Infatti… a gestire il negozio ci sono quattro bengalesi.

Parlano un buon italiano, e in italiano comunichiamo. Ma mentre armeggiano fra computer e carte per verificare il mio diritto a ritirare i soldi che mi hanno spedito, mi arriva una telefonata da Dhaka, e ovviamente rispondo in bengalese. Colgo qualche cenno di sorpresa fra loro, poi – finito il mio colloquio –incominciano le inevitabili domande. “Ma lei conosce il bengalese?” Come il solito in questi casi, rispondo in bengalese: “Il bengalese? No, io sono italiano, non lo capisco e non lo parlo!” … così lo sconcerto aumenta, ma si apre la strada ad un po’ di battute, dando spazio ai commenti e a tante domande: “Dove ha imparato, quanti anni è stato, e la famiglia dov’era, e quanto guadagnava, e ora che cosa fa…”. “Sono un missionario e facevo il missionario…” Pausa. Poi si riprende e arriva qualche dettaglio proprio su ciò che facevo, dove, con chi… e arriva anche la conferma che non osano sperare: sì, certo, in Bangladesh stavo proprio volentieri…

Le operazioni sono finite, tutto è in regola, mi danno i 432,98 euro che mi spettano, e arrivano i sorridenti saluti. Poi, quello che sembra il “capo”, in bengalese e pronunciando le parole con chiarezza, mi dice: “Ti ringrazio, perché hai servito la gente del mio paese per tanti anni”.

p. Franco Cagnasso

Confidenza

Finalmente ho riaperto l’indirizzo delle “schegge”, che non tocco da settimane. Con molto disagio, le ho lasciate da parte anche se mi ritornavano in mente spesso. Motivo?

Beh, certo, un grande affanno per far tutto il necessario prima di partire. Come avevo accennato nella mia lettera natalizia, lascio il Bangladesh. Per sempre? Per due tre anni, mi è stato chiesto; ovviamente nessuno può prevedere ciò che avverrà nei due o tre anni che penso di avere davanti a me. Nel frattempo, rinnovo il mio visto di permanenza in Bangladesh, perché se lo lascio scadere diventa praticamente impossibile ottenerlo di nuovo in tempi ragionevoli. Ciò significa che prima della scadenza dovrò ritornare per seguire le pratiche, che non non si possono fare dall’estero.

L’affanno sta nel selezionare materiale accumulato in 20 anni di lavoro, e congedarmi da persone conosciute e amate (magari con qualche smorfia…) negli stessi 20 anni (più cinque in precedenza).

Ma c`è anche un’altra ragione che mi ha tenuto lontano dalle schegge: s’è rotto il manico della scure con cui spaccavo la realtà in cui vivo, ricavandone pezzetti che offrivo agli amici. Iniziai a scriverle perché ritenevo impossibile offrire sintesi “globali” equilibrate, comprensibili e illuminanti della realtà di questo Paese. Il mio angolo di lettura sarebbe comunque diventato per parecchi lettori “LA” situazione del Bangladesh, con poche o senza sfumature: Paese tollerante, dove si dialoga… paese chiuso, intollerante, fanatico… paese povero, afflitto da miseria “disumana”… paese corrotto dove corrono fiumi di denaro… paese del dialogo… paese che discrimina le minoranze… paese cordiale, accogliente… paese violento… Insomma: che razza di paese è il Bangladesh?

Non pretendo di capirlo e di dirlo, perciò ne ho descritto qualche pezzetto, colto occasionalmente di qua e di là, nella speranza di offrire ai lettori frammenti di realtà, lasciando a loro la valutazione – se vogliono farla, e le conclusioni – se vogliono raggiungerle.

Le scrivevo spontaneamente, mi piaceva. Ma quando ho iniziato i preparativi per lasciarlo, ho capito quanto le schegge nascevano proprio dall’essere dentro questo Paese con naturalezza. La prospettiva di partire mi ha reso come estraneo. Scrivere di Bangladesh non è più un partecipare ciò in cui sono immerso, ma un valutare realtà da cui mi sto allontanando.

Qualcuno mi ha detto: “Segno che vuoi molto bene al Bangladesh”. Sì, tuttavia penso che questo mio modo di sentire non dipenda dal Bangladesh in quanto tale, ma da come la missione ci manda – ovunque. Se fossi andato in Papua Nuova Guinea, o in Brasile, o in Costa d’Avorio, ovviamente avrei scritto schegge diverse, ma con lo stesso spirito. Non ho scelto io di venire qui, anzi avevo un certo timore legato al fatto che mi sarei immerso in un contesto poverissimo, e a grande maggioranza islamico. Ma ci sono venuto con il desiderio di immergermi, incontrare, cercando la presenza di Dio qui (è arrivato molto prima di me…!) e lasciando che la mia fede in Cristo fosse sfidata da queste realtà. Anche quelle negative e inaccettabili.

Ci ho guadagnato tantissimo! Per questo, ora, andarmene mi costa molto.

Ma non chiedo di essere compatito; ringrazio, ma non è il caso. Lo dico, perché anche questa può essere una “scheggia”. Porto con me ciò che ho ricevuto, pian piano forse troverà una sua collocazione ordinata dentro di me; e allo stesso tempo spero di immergermi là dove andrò: anche là Dio è arrivato ben prima di me! E vado anche con molta curiosità, perché ogni realtà umana è un mondo nuovo da esplorare e da amare.

Dunque, “avanti con le schegge”? Non lo so: la risposta al prossimo capitolo…

p. Franco Cagnasso

Bicittra 4

ARCHITETTO. È bengalese l’architetto Kashef Chowdhury, che in competizione con un tedesco e un danese ha ricevuto il premio internazionale per il migliore edificio del mondo, istituito dal Royal Institute degli Architetti Britannici (RIBA). Si tratta del progetto per il “Friendship Hospital”, un ospedale costruito a Satkhira, nel sud ovest del Bangladesh. Il nome è stato dato dalla organizzazione non governativa (ONG) “Friendship” (Amicizia), che in questi anni ha allestito e gestito come centri di cura galleggianti vari battelli, con cui raggiunge le zone più remote del grande delta del Bengala. Il “Friendship Hospital”, è il primo ospedale su terraferma di questa ONG, che ha scelto una zona colpita da un fortissimo ciclone nel 2007, e spesso a rischio. Segue criteri “economicamente sostenibili”, ecologici, e di attenzione alla situazione socio-economica circostante. Tra l’altro, raccoglie il 100% dell’acqua piovana, permettendo coltivazioni anche nei mesi asciutti. Ovviamente, è pure bello.

FATTERELLI. Pochi giorni fa due ufficiali di polizia sono stati condannati a morte, due altri membri del corpo all’ergastolo, qualcuno è stato assolto. Un ex ufficiale che viaggiava in auto lungo una strada del remoto sud, era stato fermato da una pattuglia di ex colleghi, che lo hanno investito con una raffica mentre usciva dall’auto a mani alzate dicendo: “calma, calma”. Ferito gravemente, l’hanno portato in ospedale con calma, a “missione compiuta”. L’omicidio sarebbe dovuto passare come uno dei tanti “scontri a fuoco”, che qualcuno qualifica come “esecuzioni extragiudiziarie”. Ma la sorella del defunto ha denunciato, e sono saltati fuori i testimoni che le hanno dato ragione: non si trattava di risposta ad un attacco, ma di omicidio premeditato. La faccenda è complessa, riguarda il controllo dello spaccio di droga, oltre a vari abusi di potere. Poco tempo dopo, il governo degli Stati Uniti ha deciso di applicare “sanzioni personali” a sette alti funzionari del “Battaglione di Azione Rapida”, spesso accusato di questi episodi, oltre che di “sparizioni” di persone. Il governo bengalese ha negato con sdegno che queste esecuzioni avvengano, e dichiarando che i diritti civili sono scrupolosamente rispettati. Ora, il ministro degli esteri vuol costituire un ufficio per i diritti civili. Alle dipendenze del ministero degli esteri? Sì, per difendere i bengalesi all’estero, e per proteggere l’immagine del Paese, “deturpata” da queste accuse… Allo scopo, si pensa all’eventuale assunzione di qualche “lobbying group” occidentale che – ovviamente a pagamento – orienti i mezzi di comunicazione “nella giusta direzione”.

RI-EDUCARE. Il contenimento del terrorismo di origine religiosa ha dato buoni risultati in questi anni, in Bangladesh. Ma l’esperienza dimostra che tenere in carcere i terroristi significa offrire loro un’ottima occasione per fare propaganda e formare proseliti. Inoltre, pezzi grossi delle svariate sigle terroristiche comunicano con l’esterno, danno ordini e organizzano senza troppi problemi, corrompendo guardie carcerarie, oppure “arruolando” anche loro come proseliti che collaborano. Tempo fa si disse che bisognava affidare i terroristi alle cure di psicologi e psichiatri – e molti applaudirono. Ma dopo lungo silenzio, ora si sente dire che non se ne trova uno solo disposto ad accettare questo compito.

CONTAINER. Non è una notizia di prima pagina, ma per qualche giorno i giornali sono ritornati sul tema: Bangladesh e Italia hanno inaugurato un collegamento commerciale navale diretto. È la risposta ad un incredibile aumento dei costi di trasporto merci avvenuto recentemente. Finora, le merci per l`Europa venivano trasferite da una nave all`altra in vari porti, spesso con itinerari lunghi tipo Bangladesh-Cina-Africa-Europa… impiegando mediamente 40 giorni. Ora una ditta italiana ha affittato due navi container che faranno la spola con un viaggio diretto di 16 giorni fra Chattogram (il porto più grande, nel Bangladesh meridionale) e Ravenna, da dove le merci procederanno per varie destinazioni europee, con una significativa riduzione dei costi. Che cosa trasportano? Dal Bangladesh, soprattutto abiti e maglieria. Dall`Italia, non so…

p. Franco Cagnasso

Sette per sette

Le “PIME Sisters” (Missionarie dell’Immacolata) che operano in Bangladesh, hanno iniziato presto ad accogliere vocazioni locali, per lavorare con loro qui, e ormai le “straniere” sono quasi scomparse; poi hanno “fatto il salto” e ora 16 suore di nazionalità bangladeshi sono in missione in altri paesi. Il PIME ha incominciato molto più tardi, ma subito ha chiarito che entrare nel PIME significa anche essere inviati come missionari in altri paesi. Con gli ultimi due recenti “acquisti”, sono sette i suoi missionari di nazionalità bangladeshi, assegnati a sette diverse nazioni di quattro continenti: 7×7!

Uno dei due è Tipu Panna, prete della diocesi di Dinajpur, associato a noi per qualche anno che trascorrerà in Guinea Bissau. L’altro, Dominic Dafader, terminata la preparazione in seminario, non è venuto in Bangladesh a causa della pandemia, ed è stato ordinato prete a Monza. Quando finalmente è arrivato, ha celebrato la sua Messa di ringraziamento e ha ricevuto dal Vescovo di Khulna il Crocifisso della partenza il 14 gennaio, nella parrocchia di Bhoborpara – una delle prime aree del Bengala evangelizzate dal PIME nella seconda metà del 1800. Circa 800 i presenti, fra cui oltre cento musulmani. P. Dominic aveva invitato me a tenere l`omelia, che ora riciclo come “scheggia”, con qualche tentativo di risposta a domande espresse e inespresse che circolavano fra gli ascoltatori.

Parrocchia di Bhoborpara, 14 gennaio 2022 – Omelia

Ho celebrato la mia prima Messa dopo l’ordinazione il 29 giugno 1969, quasi 53 anni fa; erano presenti tanti amici, ma P. Dominic – chissà perché – non c’era… Io invece sono venuto molto volentieri alla “sua” Messa… Ci siamo conosciuti quando lui studiava al College, e stava nella comunità vocazionale del PIME a Dhaka. Mi sembrava un giovane sereno, allegro, di cui ci si poteva fidare. Quando fu chiaro che voleva diventare prete missionario nel PIME, pensai: “Completerà la formazione fra nove o dieci anni: sarò ancora vivo? probabilmente no, però… però mi piacerebbe”.

Ed eccomi qui. Molto contento di celebrare con lui questa Messa, di sapere che andrà in Giappone, e riconoscente perché mi ha invitato a tenere questa omelia.

L’omelia comunque non è per lui: ciò che dirò lo sa già molto bene. È per voi che siete venuti a festeggiarlo, e forse vi chiedete: perché si è fatto missionario? Perché in Giappone?

Cerco di rispondere condividendo la mia esperienza, ormai molto lunga.

Punto di partenza: essere contenti. Di che cosa? di avere ricevuto la fede, di essere amici di Gesù.

Fede: credere che Gesù ci fa conoscere e incontrare Dio – che nessuno vede o tocca o sente. Attraverso Gesù, noi conosciamo Dio come nostro Padre, che ci vuol bene, ci perdona, ci dà luce per vivere in modo giusto, ci offre motivazioni e prospettive, ci dà forza per superare le sofferenze e le tentazioni, ci perdona quando sbagliamo… E ciò non basta: Gesù offre ai suoi discepoli anche una confidenza molto personale: “voi siete miei amici. Non vi chiamo servi perché un servo non sa ciò che fa il padrone, vi chiamo amici perché vi ho comunicato tutto ciò che ho ricevuto dal Padre.” E promette che vivremo sempre con lui nella gioia.

Questa fede è un regalo che il Signore ci ha fatto e ci fa ogni giorno. L’abbiamo ricevuta attraverso i genitori, chi ci ha istruiti, la Chiesa… ma viene da Dio stesso per mezzo di Gesù.

Solo chi è contento di questo regalo può capire la partenza di un missionario. Infatti, se abbiamo ricevuto tanti doni, sarebbe sufficiente dire: “grazie mille”, e non pensarci più? No di certo, e questo è il mio secondo punto: se siamo contenti di quanto riceviamo, diventa spontaneo essere riconoscenti: alle persone che ci hanno aiutato a camminare su questa strada, ma in ultima analisi a Dio, e a Gesù che ce lo rivela e ci accompagna a Lui.

Deve essere una riconoscenza profonda. Gesù ci chiama “amici” – come vi dicevo – e la vera amicizia non è da prendere alla leggera: si ricambia con l’amicizia. Lui ci ha scelto, e noi rispondiamo scegliendolo, o se preferite, accogliendolo; vogliamo anche noi poter dire: siamo tuoi amici. Gli amici si conoscono, stanno volentieri insieme, si aiutano, se necessario si correggono. Noi, amici di Gesù, cerchiamo di capire che cosa gli piace, che cosa desidera. Lui per noi ha dato la vita, e noi vogliamo fare qualche cosa che lui ama e desidera.

Fra i cristiani ci sono vocazioni diverse. Molti sono chiamati a sposarsi, quindi a ringraziare Gesù formando una buona famiglia. Ci sono anche altri cammini, e qualcuno è chiamato ad una speciale vocazione missionaria: Gesù lo sceglie e gli dà un compito speciale – come ha fatto con i profeti.

Vedi la prima lettura, chiamata del Profeta: Geremia 1, 5-10

L’amicizia “conosce per nome”, forma un rapporto profondo e fiducioso, si esprime nella condivisione. Nel vangelo si legge che Gesù, vedendo le folle che vanno a cercarlo, vogliono ascoltarlo, essere perdonati, guariti… “si commuove”. E subito condivide con i suoi amici questa commozione dicendo: “Guardate quanti! Sono come pecore senza pastore. Come comprenderanno che il Regno di Dio è vicino? Come accoglieranno l’amore del Padre?”

Gesù ha questa ansia. Quando la gente di un villaggio lo accoglie bene, è contento. Ma se gli dice “non andar via, stai qui ad aiutare noi…” e vuole tenerlo con sé, allora risponde: “no, devo andare, voglio raggiungere altri villaggi” e fa tanta strada, sempre cercando quelli che ancora non lo hanno conosciuto. Dice pure: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e non sono tranquillo finché questo fuoco non è acceso!”

Ma non può fare tutto da solo, occorre aiuto. E allora li invita a pregare, e poi ne sceglie alcuni e li manda a precederlo nei villaggi: andate, anche voi insegnate la mia parola, fate conoscere il Regno di Dio, date perdono, libertà, coraggio. Andando, anche i suoi amici devono guardare sempre più lontano, a chi non conosce Gesù e il suo messaggio. Devono parlare del Regno di Dio, non solo, ma offrire i segni di questo Regno, che è in mezzo a loro ma può sfuggire, se non lo cercano con attenzione.

Il primo segno è la fede, con la gioia di credere, e con l’amore per gli altri, e il servizio. Amore, servizio… a chi? Il missionario – proprio perché amico suo – cerca coloro che Gesù stesso mette al primo posto: chi non lo conosce, e quelli che sono sempre trascurati, i più piccoli, i peccatori… non va dove è più facile, e tutto è comodo, dove lo applaudono, ma dove altri non vanno, dove ci sono situazioni che rendono difficile la comunicazione. Sa di fare una cosa che Gesù ama, se dà importanza a coloro a cui nessuno dà importanza.

Gesù durante la sua vita terrena manda ai villaggi di Galilea, Giudea… poi, dopo la sua morte e la sua risurrezione per noi, Gesù chiama e manda non solo verso i villaggi di Israele, ma verso i villaggi di tutto il mondo!

Cfr. Vangelo, andate in tutto il mondo: Mc 16, 14-20

Gesù vuole che tanti, tantissimi possano conoscere e ricevere i doni di Dio. Ma se non c’è chi annuncia, come possono conoscere? Questa è la domanda che si fa un missionario appassionato e instancabile, l’apostolo Paolo, nella seconda lettura che abbiamo ascoltato

Cfr. Seconda lettura: Romani 10, 14-17;

Tutto il mondo! Ma come mai proprio in Giappone? Il Giappone non è povero, è ricco, che cosa farà Dominic in Giappone?

Cercherà di far conoscere Gesù, perché è lui la luce, la vita eterna, il perdono… vi sembra che questo non sia abbastanza? chi non riceve queste cose, è povero anche se ha tanti soldi e se vive in un paese moderno. Vi ricordate di Zaccheo? Molti pensavano: Zaccheo è ricco, non ha bisogno di niente, ed è un peccatore, quindi anche se ha bisogno, non merita aiuto! E invece Gesù con sorpresa di tutti gli dice: Scendi dall’albero, voglio andare a casa tua. E lui scende, incontra Gesù e cambia vita: distribuisce i suoi beni per fare giustizia, riparare alla sua disonestà, aiutare chi ha bisogno…

Il missionario vuole anche annunciare che Gesù è venuto a portare unità, pace fra i popoli. I missionari del PIME lasciano il loro Paese e vanno a vivere in un altro, per annunciare questo con la loro presenza ed esperienza, prima che con le parole: dobbiamo formare tutti una grande famiglia. Ci sono tante diocesi, tante comunità cristiane nel mondo, ma la chiesa è una sola. Tanti popoli, lingue, culture, religioni, che spesso si fanno guerra. Ma Gesù vuol portare la pace, vuole che diventiamo tutti figli di Dio, fratelli suoi: italiani con africani, americani con indiani, giapponesi con bengalesi. Dobbiamo imparare gli uni dagli altri, non guardare solo ciò che occorre a noi, ma essere amici di tutti, perché Gesù è amico e fratello di tutti.

Ecco, questo è il messaggio che p. Dominic porta non sé. Non dentro la valigia, ma dentro il cuore e dentro la mente. Pregherà per i giapponesi come prega per voi della sua parrocchia. Imparerà tante cose e potrà condividerle con voi. Ne insegnerà tante condividendole con i giapponesi. Dovrà fare dei sacrifici, certo, e cercherà di farli con pazienza e gioia, sapendo che tutti nella vita dobbiamo affrontare sacrifici, e sperando che anche voi pregherete per lui. Li farà con l’aiuto del Signore, non da solo. E il bene che farà sarà anche per voi, perché il bene non ha confini.

Ecco perché gli facciamo tanti auguri, preghiamo per lui, e lo ringraziamo, perché ci dà un segno piccolo, ma molto significativo che Gesù è presente e attivo anche oggi, la sua missione continua, il Regno di Dio è già in mezzo a noi.

Grazie, Dominic. Dio ti benedice, ti benediciamo anche noi, e chiediamo la tua benedizione – con gioia e con riconoscenza

p. Franco Cagnasso

Bicittra 3

CALCIO. La nazionale maschile di calcio del Bangladesh, da anni non dà che delusioni, indirettamente compensate dai progressi nel cricket che ogni tanto porta momenti di gloria mondiale, battendo il calcio in popolarità. Anche la nazionale femminile combina poco, ma le ragazze più giovani si stanno facendo onore con ottimi risultati; fra loro, diverse aborigene. L’allenatore spiega che vuol dare la scalata ai grandi trionfi a partire dal basso. I primi, sorprendenti successi, sono arrivati dalle “under 14”; poi, di anno in anno crescevano la giocatrici, e le vittorie internazionali. Siamo arrivati alle “under 19”, e nei prossimi anni brillerà la stella del calcio femminile adulto. No, non giocano indossando il burka.

RIMESSE. Nelle scuole elementari, il mio maestro spiegava che l’economia italiana dipendeva in larga misura dalle “rimesse degli emigranti”. In Bangladesh il tema torna molto spesso sui giornali, perché, nonostante stiamo vivendo un “boom” economico che mi ricorda l’Italia degli anni sessanta, queste “rimesse” sono ancora determinanti. La pandemia sta danneggiando alla grande, ma dal suo inizio, per mesi e mesi, con sorpresa di tutti le rimesse sono notevolmente aumentate. Si dice che i lavoratori all’estero fossero più generosi con le loro famiglie in difficoltà, ma anche che – perdendo o temendo di perdere il posto di lavoro – mandavano a casa tutto il possibile. Per quelli partiti recentemente si trattava anche di non tornare e trovarsi indebitati: si calcola che ogni emigrante “regolare” mediamente impieghi almeno un anno e mezzo per ripagare i debiti fatti per documenti, viaggi, bustarelle varie.

ELEZIONI. Sono in corso, distribuite zona per zona su diverse settimane, elezioni che in Italia chiameremmo comunali. Fino ad oggi (5 gennaio 2022) un buon numero di candidati sono saliti sulla poltrona senza elezioni, perché privi di concorrenti. Una circoscrizione ha visto la vittoria del partito al potere con il 100% dei voti, calcolando fra gli elettori anche coloro che negli ultimi sei mesi sono defunti o si sono trasferiti all’estero. Nella lotta per la vittoria hanno perso la vita 76 persone: pugnalate, nel corso di pestaggi, o durante sparatorie fra gruppi rivali, anche all’interno dello stesso partito, o con le forze dell’ordine. 
Aggiornamento: da ieri ad oggi (6 gennaio) alla lista degli uccisi si sono aggiunte altre dieci vittime, e siamo ad “almeno” 86 morti.

CRESCITA. ll Bangladesh è passato dalla categoria di “Paese sottosviluppato” a “Paese in via di Sviluppo”, acquistando fiducia in sé. Dopo il momento di soddisfazione è venuto quello dei “conti”: il passaggio comporta la perdita di parecchie facilitazioni per esportare e per avere prestiti a tassi di interesse e tempi favorevoli. Ci sono preoccupazioni, e si invocano nuove trattative per non rinunciare ai privilegi, ma indietro non si torna. Al contrario, si preannuncia per il 2040 l’ingresso nella categoria di “Paesi sviluppati”. Per quest’anno, diversi avvenimenti indicano che la direzione sembra giusta: inaugurazione della metropolitana sopraelevata a Dhaka, del ponte sul fiume Padma (oltre 6 chilometri), molte strade rinnovate e allargate, in progettazione la metropolitana a Chattogram e la elettrificazione delle linee ferroviarie, e tanto altro. Come in altri paesi in situazioni analoghe, una forma politica di tipo democratico con forti connotazioni autocratiche sembra dare risultati economici rilevanti. Chi incassa non ha obiezioni, ma non tutti sono d’accordo…

p. Franco Cagnasso
          

Vita nuova

Vita nuova
“Anno nuovo, vita nuova” è una delle banalità che si dicono nei giorni di fine e inizio anno, non fanno male a nessuno, ma certo non mi entusiasmano…Però quest’anno, forse… qualcuno avrà esperienza di un po’ di “vita nuova” reale e non solo augurata. Lo spero, e mi spiego prendendola alla larga.

Mi ha dato varie volte fastidio mons. Thetonius Gomes, vescovo emerito di Dinajpur, nonché ex ausiliare di Dhaka perché – conoscendo la sua passione e le sue iniziative per persone che hanno forme diverse di disabilità – quando ci incontriamo lo aggiorno sulla comunità “Snehonir”. Ascolta con un leggero sorriso, fa un cenno di assenso e inevitabilmente commenta: “Però, non trascurare le disabilità mentali…”. Una pulce nell’orecchio.

Pochi anni fa, vidi entrare nel cortile della parrocchia di Mirpur una donna sui 35 anni, in lacrime, seguita da un bambino che la guardava perplesso. “Ho due figli – mi disse – uno è qui, e l’altro è a casa; non gli funziona la testa. Venivo tutti i giorni con lui, al vostro “Centro di assistenza” pomeridiano nei locali della scuola. Sono musulmana, ma ci stavo benissimo, erano momenti di respiro, di amicizia con altre mamme, di giochi, di sfoghi e confidenze, e preghiere. P. Quirico era un papà… Ora la mia famiglia deve trasferirsi nel quartiere di Uttora, e non potrò più venire. Ho cercato ovunque nella zona… ma iniziative così non ne ho trovate. Venga, venga a vedere dove eravamo chiusi mio figlio e io, prima di conoscervi…” L’ho seguita; nel palazzo vicino, dove due stanze piccole piccole ospitano i genitori, la suocera, i due figli, la cucina e gli attrezzi del papà, elettricista. Spazi per muoversi, zero. Dalla finestra si contempla il muro del palazzo accanto: meno di un metro e mezzo di distanza… Più tardi, quando il PIME ha consegnato alla diocesi la parrocchia, la scuola, e il modestissimo “Centro” che quella donna frequentava, il nuovo parroco lo ha chiuso – non so perché.

Così, alla pulce del monsignore nel mio orecchio s’è aggiunta quella della mamma privata del ristoro che trovava da noi.

Conosco da anni Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese con cui occasionalmente ho collaborato alla Comunità dell’Arche a Mymensingh: tre gruppi, in tutto 24 giovani e adulti con disabilità mentale. Nella nostra prima conversazione mi aveva detto: “Le persone con disabilità mentale sono le più vicine a Dio. Perché capiscono subito, e spesso capiscono soltanto il linguaggio degli affetti, dell’amore. E Dio è amore”. Un bel giorno Naomi mi informa che, dopo 23 anni, sta per lasciare l’Arche, perché – mancando qualcuno che potesse sostituirla – i termini di tempo fissati dalle regole sono già stati da tempo ampiamente superati. Mi confida che non sa che fare: lasciare la vita con persone disabili, per restare in Bangladesh, o restare in Bangladesh lasciando i disabili mentali perché non c’è un’altra comunità?

Ed ecco arrivata la terza pulce: tre sono insopportabili; che si possa fare qualcosa?

Ne parlo con p. Francesco, il quale subito mi dice: certo che si può, va avanti. In seguito, altri missionari esprimono simpatia e disponibilità, e così nasce un progetto insolito perché, contro ogni raccomandazione, norma, metodo, delle ONG (Organizzazioni Non Governative) non è assolutamente preciso e dettagliato: costruzioni, metri quadri, tempi di consegna, previsioni di spesa, fotografie, sostenibilità nel tempo, ecc. ecc. Il progetto ha un obiettivo, che Naomi ha subito descritto inventando il nome: “Joy Joy” (in inglese: “gioia gioia”, e in bengalese “vittoria vittoria”). Il progetto vuol portare gioia in situazioni che tutti considerano infelici, disgraziate, sfortunate, di emarginazione e anche di pregiudizio e disprezzo. Ma come? Prima di tutto cercando, nelle “pieghe” della società di Dinajpur e dintorni, famiglie alle prese con i problemi della disabilità di un loro membro, che spesso cercano di tenere nascosto. Partiamo dai piccoli, meglio dalle piccole, perché sono le bimbe le prime vittime dei numerosissimi abusi sessuali su disabili, perpetrati spesso senza il minimo ritegno o scrupolo; ma inevitabilmente arriviamo subito alle mamme, le persone che oggettivamente soffrono di più, condannate non tanto ad assistere la bimba inabile, quanto al disprezzo e all’isolamento, spesso a partire dai loro stessi mariti.

In sostanza, si vuole mettere a frutto esperienza, preparazione, conoscenze e vocazione di Naomi, che si occuperà anzitutto di cercare queste persone. Informate a proposito di “Joy Joy”, alcune delle 1200 donne dell’area di DInajpur, tutte con disabilità fisiche, che da anni sono unite in una associazione di aiuto reciproco, si sono offerte a fare da apripista, perché ad una giapponese, dunque straniera, e cristiana, dunque di altra religione, si aprano le porte di famiglie bengalesi, musulmane, o aborigene. Speriamo che il progetto prenda forma, plasmato dalla scoperta delle situazioni quotidiane delle famiglie, nonchè dai consigli e dalla collaborazione delle mamme – che dovranno esserne protagoniste. Ipotizziamo un semplicissimo Centro come quello che c’era a Mirpur e di cui ho parlato all’inizio, che potrebbe avere sede nei locali delle scuole o ostelli parrocchiali che il PIME gestisce a Dinajpur. Se, conosciuta la situazione, ci sembrerà che ci siano iniziative migliori da prendere, lo faremo. Per ora immaginiamo già i pasti di venti bambine disabili e rispettive mamme, insieme a centinaia di coetanei che mangiano, giocano, corrono accanto e con loro, e presto impareranno che anche la disabilità è “normale”. Altri venti bimbi e bimbe vorremmo seguirli a casa loro. Con le mamme che si aiutano e che – gradualmente – prenderanno sempre maggiori responsabilità fino a poter continuare senza di noi. Tutto ciò richiede tempo, impegno, persone competenti, e anche soldi. Da dove? Il PIME con i suoi progetti ci darà una mano, e vari amici dal Giappone faranno altrettanto.

Tornando al capodanno, mi auguro che per quelle donne, e per le loro famiglie, sarà davvero “anno nuovo, vita nuova”: non un augurio generico e privo di contenuti, ma una realtà, per quanto modesta. Poi, il modo per andare avanti si troverà. Auguri, Joy Joy!

p. Franco Cagnasso

Sinfonia

“Condividere la mia fede in Gesù, parlare di lui con qualcuno che non lo conosce, accompagnarlo, con l’aiuto dei catechisti, nel catecumenato, fino al Battesimo, è la cosa più bella della mia vita missionaria; un’esperienza sempre emozionante.”

Lo dice p. Almir, missionario del PIME brasiliano, parroco a Mohespur, una missione nel nord del Bangladesh, durante l’Assemblea Regionale cui i missionari del PIME hanno partecipato dal 23 al 25 novembre scorso – la prima (finalmente!) dopo due anni di “digiuno” dovuto alla pandemia. Giornate molto belle, di amicizia e condivisione, che avevano in particolare lo scopo, suggerito dal nostro Superiore Generale, di verificare quanto siamo effettivamente impegnati nelle tre aree che costituiscono gli obiettivi fondamentali del PIME oggi: Primo annuncio, Dialogo interreligioso, Attenzione agli ultimi. Dobbiamo, aveva scritto il superiore p. Ferruccio, essere capaci di cambiare là dove è necessario, quando ci accorgiamo che questi obiettivi non sono perseguiti, o perché i cambiamenti della società e della chiesa chiedono modi nuovi di presentarsi e di agire. Nella preghiera che recitiamo in preparazione alla prossima Assemblea Generale ci esprimiamo così: “In un mondo che è cambiato e cambia rapidamente, il tuo Spirito ci guidi a sfuggire alla tentazione di attaccarci ad un passato che non c’è più, o di affidarci a mode e lusinghe inconsistenti. Aiutaci a non essere succubi della mentalità di questo mondo, ma a lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, per poter discernere e compiere la tua volontà, ciò che è buono, a te gradito e perfetto (cfr. Rom 12, 2).

Ciascuno ha presentato ciò che fa e come vive, tenendo presente questa “pista” di riflessione. Ne è emersa una panoramica molto varia, a conferma la mia convinzione che non si può limitare la definizione della missione e dei suoi obiettivi ad una dimensione sola. Fra chi ci osserva, c’è chi lamenta che i missionari oggi fanno solo opera sociale e non “annunciano”, e c’è chi – da un altro punto di vista – proclama che “al giorno d’oggi non ha senso convertire”. P. Almir, arrivato in Bangladesh abbastanza recentemente, è attivissimo, ha una grande fantasia e varietà di impegni. Fra i giovani, offrendo loro buona istruzione e formazione, negli ostelli e con varie iniziative: gite in bicicletta, tornei di calcio (primo premio, di solito, un bue), corsi di formazione, lavoro insieme… Fra i malati, visitandoli anche in villaggi lontani, aiutando a trovare un buon medico, ricorrendo al nostro ospedale quando occorre; favorisce il microcredito, e molto altro. L’obiettivo è certamente “sociale”, anche se preferirei dire che è quello di tradurre in opere l’attenzione che ha per loro. E in questa attenzione attiva, in tutto questo lavoro, il momento più intenso e bello è quello in cui può “presentare Gesù a qualcuno che non lo conosce”, e accompagnarlo sul suo cammino. E questo avviene!

P. Almir ha anche aggiunto che fra i suoi impegni non c’è alcuna iniziativa specifica di dialogo interreligioso. Qualcuno di noi, come P. Francesco, opera anche su questa linea, con incontri per conoscersi, scambiare idee, condividere. Non siamo in molti a farlo in modo formale e organizzato; ma la vita quotidiana comporta quasi per tutti noi contatti vivi, sia di lavoro, sia informali, con persone di altra fede, a volte anche aiuti reciproci e confidenze. Sono “dialoghi di vita” che non si fanno notare ma creano un’atmosfera di rispetto di cui c’è grande bisogno.

“Essere lì, fra queste persone di altra fede, è in sé un annuncio, e Dio conosce i frutti che ne verranno”. Questo commento fa da contrappunto e si armonizza benissimo con l’affermazione di p. Almir e con la nostra esperienza quotidiana. È relativo al servizio di p. Carlo Buzzi, che ha aperto un gran numero di piccole scuole in villaggi non cristiani remoti e marginali, per rimediare alla scarsa qualità delle scuole statali. Ma si può applicare a tutti noi: chi opera fra persone afflitte da dipendenze (alcool, droghe varie), fra bambini di strada, fra ammalati, o chi cerca di essere attento alle povertà e alle emarginazioni “spicciole”, poco visibili, o date per scontate: “della vedova e dell’orfano”, “del cieco e dello zoppo”, “dello straniero e dello schiavo”, o del viandante picchiato e derubato dai briganti, come si esprime la Bibbia in tanti e vari contesti.

“Questi tre obiettivi – ha detto p. Dino – li abbiamo tutti nel DNA”: nelle parrocchie o fuori, nelle città e nel mondo rurale, fra bengalesi e fra aborigeni… li per seguiamo in vari modi.”

Ascoltavo gli interventi mormorando il mio “grazie” a Colui che ci ha chiamati, e che ci fa dono di partecipare a questa che non esito a chiamare una “sinfonia dello Spirito”. Forse non siamo alla “Prima della Scala”, siamo alle prove, e qualche stonatura c’è, ma non è il caso di scandalizzarsi.

Domenico

Senza mai esserci incontrati, per due anni abbiamo collaborato. Lui scriveva occasionalmente brevi articoli per Italia Missionaria, rivista per giovani che il PIME pubblicava fino a qualche anno fa, quando sfortunatamente dovette chiudere. Pure io scrivevo qualcosa ogni tanto. Un bel giorno, la redazione propose a lui e a me di pubblicare ogni mese una riflessione sullo stesso tema missionario, ma da due punti di vista: un testo biblico con un suo breve commento – che affidò a lui – seguito da un commento che attingesse alla mia esperienza. Lui sceglieva il testo biblico, ne preparava la spiegazione, me lo mandava, e io rovistavo nella mia memoria per scovare qualcosa che ne mostrasse alcuni aspetti concreti. La rivista pubblicava senza batter ciglio.

Andammo avanti per tre anni, e ne nacquero tre libri che vennero anche tradotti in spagnolo, non ricordo in quale Paese latinoamericano. Nel frattempo, un giorno entrai nella libreria del PIME a Milano per dare un’occhiata alle ultime pubblicazioni, e dopo un po’ mi accorsi che Franco, l’incaricato, parlottava con un tizio che non conoscevo. Poi mi fece cenno: “Non vi conoscete?”. “Beh, non ho il piacere…”. Mi mostrò la copertina di uno dei libri: “Eppure lavorate insieme!” Era lui, Domenico Pezzini, prete della diocesi di Lodi, che conosceva bene il PIME, insegnava inglese medievale all’università di Verona, pubblicava libri di studio su temi di notevole impegno culturale: traduzioni dal latino o dall’inglese antico, commenti spirituali specialmente ad autori medievali e… ultima ma non infima, Italia Missionaria.

In seguito, venne più di una volta in Bangadesh, spesso aiutando situazioni di particolare bisogno, fra cui la fondazione della parrocchia di Khewachala, nella diocesi di Dhaka, chiesa e ostello compresi. Venne pure a predicare un nostro ritiro spirituale annuale, durante il quale ci fece conoscere la mistica inglese Giuliana di Norwich – di cui non avevo mai sentito parlare: una figura interessante e simpatica, che non ho dimenticato. Ci ritrovammo anche almeno due volte a Taunggyi, per alcuni corsi che lui e io demmo ai seminaristi del periodo di spiritualità del seminario nazionale del Myanmar.

Poi venne un dolorosissimo colpo di scena. Una denuncia e un arresto con l’accusa di aver molestato sessualmente un minorenne bengalese emigrato a Milano. Seguì il processo, in cui don Domenico non ebbe difficoltà a dichiarare che aveva tendenze omosessuali, ma negò decisamente l’accusa. Fu condannato, e ci rivedemmo poi due volte mentre era in carcere. Soffrì molto – me ne parlò brevemente, quasi per caso e senza darvi troppo peso. Aver conservato i suoi interessi culturali e spirituali fu – credo – la risorsa che lo tenne interiormente “vivo” durante il periodo di detenzione e anche dopo. Nel nostro ultimo, breve incontro a Milano qualche anno fa, mi disse che il giovane che lo aveva accusato era sparito, non si era fatto avanti neppure per riscuotere la somma che il tribunale aveva sequestrato per consegnarla a lui come risarcimento.

Qualche volta – per Natale, o qualche occasione speciale – mandava agli amici riflessioni su ciò che viveva nella sua solitudine, per lo più con toni positivi, a volte manifestando qualche amarezza; mandava pure commenti a poesie, canti, preghiere che trovava ispiratrici per il suo cammino. Commenti di stile per me parzialmente insolito, molto attenti agli aspetti estetici: le parole scelte da un poeta, di cui apprezzava e sottolineava il suono, le sfumature di significato, la bellezza di un’immagine. Per un certo periodo, alcuni editori non vollero rischiare pubblicando opere sue, ma poi riprese anche a pubblicare e questo gli dava una grandissima soddisfazione.

In questi ultimi mesi non ricevetti più nulla, e cominciai ad impensierirmi. Ieri (20 novembre 2021) mi è giunta la notizia della sua morte – senza altri particolari. Ha amato il Bangladesh, apprezzato e aiutato le nostre attività qui, forse anche noi gli siamo stati in qualche modo di aiuto, un aiuto che ora continua nella preghiera.

Scuole

L’impegno dei missionari del PIME per la scolarizzazione dei poveri in Bangladesh risale ai primissimi, arrivati nel 1855. Operavano a partire da Krishnanagar, nel sud del Bengala centrale (oggi parte dell’India), e quando il PIME gradualmente si spostò a nord, per evangelizzare gli aborigeni, il metodo non cambiò, e si moltiplicarono anche gli ostelli, che permettevano a bambini e bambine di andare alla scuola della missione anche se abitavano in villaggi lontani. Non era facile persuadere i genitori a mandare i figli a scuola, anzichè a pascolare gli animali o raccogliere legna. P. Viganò mi raccontava che, da giovane, subito dopo l’apertura mattutina della scuola girava in bicicletta a “caccia” di bambini che volontariamente, o per decisione dei genitori, andavano nei campi, o a pescare negli stagni.

Nel corso degli anni si avviarono molte scuole, almeno fino alla quinta elementare, ma parecchie fino alla classe decima, quando c’era l’esame statale (il nostro “esame di maturità”), una meta allora raggiunta da pochi. Alla fine degli anni ’70, il direttore della scuola parrocchiale di Mathurapur era “metric failed”, cioè era arrivato all’esame di maturità ma non era riuscito a superarlo… tuttavia era autorevole, e se la cavava bene.

Si identificò così l’impegno per le scuole – che assorbiva energie e risorse – con l’impegno per i poveri. Grazie agli aiuti che ricevevano dai cristiani dei paesi benestanti (Italia anzitutto, poi anche USA) le scuole e gli ostelli dei missionari erano economiche e per molti del tutto gratuite, e davano ai poveri la possibilità di frequentarle.

Quando visitai brevemente la Tailandia, nel 1983, rimasi sorpreso nel sentire che le scuole in quel Paese costituivano una fonte di guadagno, almeno nelle zone di popolazione tailandese. A Phrae, mi disse p. Bordignon, la piccola parrocchia sembrava un’appendice delle ampie scuole, una gestita da Suore e l’altra da Fratelli, che erano ben conosciute in città nonostante il numero di cristiani fosse molto basso.

Oggi forse ci stiamo avvicinando ad una situazione analoga, anche in Bangladesh. Motivi? Grazie alla scolarizzazione a livello elementare e medio, il numero di giovani che può accedere a studi superiori è cresciuto, e così il desiderio di farlo. A queste esigenze, diocesi e istituti religiosi rispondono con la costruzione di “College”, cioè scuole di livello universitario. Presenti già in aree dove i cristiani sono in maggioranza bengalesi, i cristiani aborigeni chiedono che anche nelle loro zone si investa in College “cristiani”. Alle poche prestigiose scuole cattoliche di Dhaka e Chattogram, fondate ormai tanti anni fa dai Missionari della Santa Croce con i loro tre rami indipendenti (Suore, Fratelli, Padri) se ne stanno aggiungendo altre in altri luoghi, tutte di buon livello, e stimate.

Ma ovviamente occorrono insegnanti qualificati, e le spese sono alte. Non solo, ma diminuendo i missionari esteri e passandole responsabilità a suore, fratelli e preti locali, il flusso di offerte dall’estero diminuisce. Di conseguenza, anche le scuole elementari e medie diventano costose da gestire, e la loro fama di scuole per i poveri, va scomparendo. “Caso” tipico è la St. Philip’s School” di Dinajpur con l’omonimo ostello. Erano ottime, e molti benestanti vi mandavano i loro figli, ma i poveri non paganti, o che davano piccoli contributi erano la maggioranza. Poi la scuola è stata affidata alla Diocesi, che a sua volta l’ha affidata ai Fratelli della Santa Croce, i quali l’hanno ampliata e migliorata notevolmente, ma ovviamente aumentando le tariffe a livelli inaccessibili per molti. Inoltre, i Fratelli stanno avviando scuole dello stesso tipo in diversi posti. Noi del PIME in genere ci troviamo a disagio con questi cambiamenti, e magari brontoliamo e critichiamo. Però il problema esiste: senza donazioni sufficienti, specie per scuole di livello superiore, e senza aiuti dal governo, dove prendere le risorse?

Suore, Fratelli e Padri della Santa Croce, e di altri istituti, tengono tariffe alte, ma spesso offrono lezioni gratuite, in altro orario, per studenti che non ce la fanno ad accedere ai corsi regolari. Prima e seconda categoria? Loro sostengono di no: gli insegnanti sono gli stessi e sono competenti.

La nostra risposta è diversa, anche perché come istituto non siamo specializzati nelle scuole e nell’insegnamento: ci siamo tuffati in quel settore come risposta ai bisogni dei poveri, che vedevamo immediati e importanti, ma non sentiamo il bisogno di avere le “nostre” scuole, e ci sono per noi anche altre vie per esprimere la nostra testimonianza missionaria. Tuttavia non ci disinteressiamo. Recentemente abbiamo introdotto il sistema delle “Borse di studio”, mentre proseguiamo con le così dette “adozioni”, o “sostegni” a distanza, finanziate da donatori in Italia e negli Stati Uniti. Integrano i contributi chiesti agli studenti, e permettono di tenere basse le tariffe. Venivano gestite da noi a livello parrocchiale, ora per il clero locale ci sono uffici diocesani a Rajshahi e a Dinajpur dove ci si prende cura di tutte le adozioni della diocesi, sollevando i parroci da un compito impegnativo, che a volte viene trascurato. Abbiamo un sistema analogo a Dhaka, solo per le missioni che abbiamo avviato e poi passato all’arcidiocesi. Funziona, ma in certi casi sembra non bastare per scuole parrocchiali gestite da preti diocesani o da suore locali. E quando giunge notizia che in una missione alcuni bimbi di famiglie povere non ce la fanno ad andare a scuola, o non sono accolti nell’ostello, si sta davvero male.

Pienamente d’accordo che scuole ben qualificate, anche se costose, offrono un rilevante contributo ad avviare e mantenere rapporti con la società nel suo insieme, includendo musulmani e hindu, classi medie, benestanti e ricche. L’influsso positivo della presenza a Dhaka di due prestigiosi “College”, “Notre Dame” per i giovani, e ”Holy Cross” per le ragazze, emerge spesso incontrando persone che hanno nella società bengalese posizioni di responsabilità: sono riconoscenti per quanto hanno ricevuto, non solo sul piano scolastico, ma per l’educazione in genere, in senso ampio, che include senso del dovere, serietà professionale, apertura mentale e a persone di religione diversa, generosità e affidabilità, attenzione ai problemi sociali, ecc. Ma non vorrei che fra qualche anno si identificasse la scuola cattolica come scuola solo dei ricchi.

Franco Cagnasso

Riciclaggi

Il riciclaggio occupa uno spazio rilevante nell’economia del Bangladesh, e riguarda una varietà di prodotti. Chattogram (Chittagong), la seconda città e il primo porto del Bangladesh, a livello mondiale è forse il maggior approdo di navi da smantellare. Vengono arenate, poi varie categorie di commercianti si susseguono per recuperare ciò che a ciascuno interessa: mobilio (letti, tavoli, cucine…), attrezzature di navigazione (sestanti, bussole, eliche e altro…), motori di vario genere, frigoriferi, materiale elettrico. Infine si staccano le enormi piastre di ferro che formano lo scafo, i serbatoi di carburante, le attrezzature adeguate al tipo di trasporto che la nave effettuava, ecc. Tutto viene rivenduto su diversi mercati a Chattogram e dintorni, ma anche lontano, a Dhaka e altrove. Diverse missioni – ad esempio – usano campane recuperate dai ponti delle navi. L’inquinamento purtroppo è altissimo, la spiaggia è intrisa di residui di gasolio e avanzi di prodotti – anche tossici – che le navi trasportava; il livello di sicurezza per i lavoratori è basso e gli incidenti frequenti. Ma si dice che i bilanci delle ditte che operano in questo campo siano floridi…

Diffuso ovunque il riciclaggio di materiale dalle discariche “generali”, che si formano, spesso senza alcuna programmazione, lungo le strade o in zone periferiche. Si trova di tutto, e i raccoglitori – molte donne e bambini – cercano ciò che a ciascuno interessa: vari tipi di plastica, metalli, cartacei, oggetti di ogni tipo che vendono a centri di ulteriore selezione e rivendita. Grossi branchi di maiali neri sono condotti a pascolare sulle discariche; a giudicare dalla loro mole e dall’entusiasmo con cui mangiano, sembra che vi trovino abbondanza di ottimo cibo. Maiali in un paese islamico? Sì, mi dicono che gli allevatori sono spesso hindu “fuori casta”.

Ci sono le “discariche specializzate”: computer, televisori, materiale elettronico; automobili e camion, e altre. Altre sono collocate accanto a fabbriche e ne ricevono direttamente gli scarti di produzione: con ritagli e scarti di tessuti si mettono insieme copriletti, stendardi, coperte di ottima qualità e largamente esportate; si raccolgono abiti con difetti di fabbricazione, nonché batterie e materiale chimico o medico. In alcuni villaggi recuperano in modo artigianale, su fuocherelli a cielo aperto, tutto il recuperabile dalle normali batterie di cellulari, torce elettriche, ecc.

Ultimamente stanno entrando in campo investitori che lavorano con criteri industriali, e rendono fonte di notevole profitto i milioni di bottiglie di plastica che si gettano via, sacchetti e oggetti vari in politene e molto altro.

Si ricicla pure il cibo cotto. A Dhaka ci sono commercianti che comprano gli avanzi dei ristoranti, o di feste per matrimoni, lutti o altro, e li mettono sul mercato. Non si nasconde l’origine del cibo in vendita, che ovviamente costa meno di quello fresco. I clienti, per lo più di persone che pedalano sui riksciò o manovali nei cantieri, sanno di che si tratta. “Solo così possiamo mangiare un po’ di carne – dice un conduttore di riksciò – ma noi sappiamo distinguere il cibo ancora fresco da quello guasto, che farebbe male”. Alcuni rivenditori sostengono di non aver mai ricevuto lamentele da qualcuno intossicato.

Finora ribelli a ogni capacità di riciclaggio sono gli scarti delle concerie: il Bangladesh è un grande esportatore di pellame grezzo, che ha subìto una prima conciatura. Si parla di 50-60 tonnellate di scarti al giorno, che 155 concerie accumulavano in un’area periferica di Dhaka, accanto ad un fiume. Dopo infinite proteste, 132 concerie sono state trasferite a Savar, che dista una trentina di chilometri. Ma il problema esiste anche là. Il giornale di oggi sorprende i lettori con una inaspettata buona notizia: una ditta italiana è in trattative per costruire uno stabilimento di riciclaggio, che da tutti questi scarti trarrà biogas e fertilizzanti, per lo più da esportare.

Franco Cagnasso