Promozione

La faccenda non sembra interessare molto il bengalese medio o, se preferite, l’uomo della strada, e nemmeno la donna, a dire il vero… Ma da mesi se ne parla su giornali, riviste specializzate, convegni, tavole rotonde, dibattiti, comizi: il Bangladesh sta per passare (forse il passaggio sarà completato nel 2024) dalla categoria di “paese sottosviluppato” alla categoria di “paese in via di sviluppo”, o da paese povero a paese a reddito medio-basso. In barba a qualcuno – ha detto la Primo Ministro – che al momento dell’indipendenza (1971) sentenziò: “Il Bangladesh sarà sempre come un cesto sfondato: continui a buttarci dentro aiuti, ma non rimane niente”. Si trattava di Henry Kissinger.
Buona notizia dunque, ma con un risvolto. La promozione non è un complimento gratuito di cui compiacersi, o la decisione di usare un linguaggio “politicamente corretto”, incoraggiante. Nel complicato mondo delle relazioni internazionali di commercio, banche, esportazioni e importazioni, tariffe, tasse, esenzioni, privilegi, sanzioni… che possono essere frutto di accordi vari… a volte c’è anche una sezione dedicata ai “poveri”, cioè a paesi che entrano nella categoria da cui il Bangladesh sta per uscire. La qualifica infatti non è decisa a occhio ma (almeno così ci fanno intendere) in base a precisi parametri che riguardano il reddito complessivo e il reddito medio, la produttività, la soglia di povertà, il tasso di scolarizzazione, l’età e la durata media della vita, le risorse naturali e umane, la densità di popolazione, le infrastrutture, le riserve auree e di divisa estera, la bilancia commerciale… le alleanze politiche, e via calcolando. Fatti i conti, si colloca il paese in questione nella categoria che gli spetta e, nel caso sia la categoria più bassa, scattano alcune regole che dovrebbero favorirne la crescita. Per esempio, le magliette fabbricate in Bangladesh sono esenti da tariffe di importazione nei paesi dell’UE, così, dico a caso, i maltesi le preferiscono e ne comprano di più, lasciando sugli scaffali le più costose magliette cinesi. Anche i tassi di interesse sui prestiti variano in base a queste classificazioni.
Tutto bene. Ma quando si fa un passo avanti, i parametri migliorano, e si sale alla categoria “superiore”, insieme a chi si rallegra ci sono – appunto – i fabbricanti di magliette (e molti altri), che invece si preoccupano. Si ricorre allora agli esperti, i quali sentenziano che ci sarà un crollo di produzione e tutti compreranno magliette vietnamite o birmane, oppure che bisognerà passare dalla manodopera non qualificata alla meccanizzazione provocando disoccupazione, o che occorre migliorare la qualità delle magliette così che facciano gola anche ai francesi nonostante il costo più alto. Ma altri insistono che tutto questo è acqua fresca, le infrastrutture, i trasporti, il sistema di credito sono la vera risposta al problema!. No, bisogna mettere l’IVA, o passare alla produzione di biciclette (richiestissime negli USA e a S. Marino) lasciando le magliette al Vietnam… Insomma, ce n’è abbastanza per rallegrarsi e per preoccuparsi insieme. Dicono.

Lieto fine

Dal 2003 – appena ritornato in Bangladesh dopo 19 anni di assenza – fino al 2011 sono stato incaricato di insegnare e accompagnare spiritualmente i giovani del seminario teologico nazionale del Bangladesh, in Dhaka. Mi occupavo anche dei numerosi stranieri abitanti nella zona (Banani), ma spesso si rivolgevano a me anche cristiani bengalesi… senza pastore. Pian piano li conobbi: abitavano nella zona nord di Dhaka, oltre l’aeroporto, nella “città satellite” di Uttora, e non sapevano dove trovare una chiesa per la Messa, un battesimo, un prete per sposarsi. o per chiedere un aiuto. Avevo un bel dire: “Andate alla parrocchia di Tejgaon!” Mi guardavano come parlassi della luna: Tejgaon è lontana, il traffico intensissimo e spesso bloccato, i trasporti costano… insomma, meglio rimandare il battesimo, il matrimonio, la messa… aspettando tempi migliori.
Così mi venne in mente di anticipare questi tempi migliori e prendere in affitto un piccolo appartamento a Uttora, Incoraggiato dal Rettore, e silenziosamente, educatamente considerato un donchisciotte da vari colleghi del seminario, misi gli occhi, a Uttora, su un appartamentino, la cui proprietaria, una distinta, attempata signora si chiese: “E’ giusto che io – musulmana – dia in affitto il mio appartamento a cristiani che ne faranno un posto di preghiera?”. La notte le portò consiglio, e decise di darcelo, a patto che promettessimo di pregare per lei. Promisi, e incominciai a trascorrrere qualche ora nell’appartamento due volte al mese, celebrandovi la Messa, facendo nuove conoscenze, interessandomi dei malati. Pian piano la voce si sparse, e la minuscola comunità crebbe, celebrammo feste, insegnammo il catechismo. Per avere qualcuno che facesse da custode diedi una stanza in uso ad una giovanissima coppia di strapelati, con bimbo e senza casa, musulmana lei e cristiano lui, rifiutati dalle rispettive comunità. Divennero famosi per le loro epiche zuffe, ma intanto mettevano su qualche chilo e tenevano pulite le stanze. Poi ci sfrattarono: vendevano la casa per farne un palazzone. Trovammo un altro posto che era come un fungo in una foresta: circondata da incombenti edifici di dieci, quindici piani, era una casetta con un unico appartamento, ma in ottima posizione “strategica”. Diversamente dalla signora scrupolosa, il proprietario, non ebbe dubbi: conosco preti e parroci a Londra e mi fido, so che non mi sfascerete la casa. Fu l’inizio di un “miracolo”: pur di avere noi nella casa in cui sperava di passare la non lontana vecchiaia, per dieci anni non aumentò il prezzo d’affitto neppure di un centesimo!
La comunità prendeva in qualche modo forma, con cristiani venuti da tutte le parti del Paese, poveri in canna e ricchi, e anche non cristiani ansiosi di farsi battezzare sperando in qualche buon vantaggio economico, non importa se in moneta o in beni immobili, o lincenza di commercio, e via dicendo. Erano quelli che sprizzavano devozione da tutti i pori, e ancora oggi ogni tanto uno di loro mi telefona: “Padre, ma non mi conosci? Ma vengo sempre nella chiesa di Uttora! Sì, forse sono mancato qualche volta, però… ah, non ci vai più da sette anni? Beh, sai, ero molto occupato, ma tu però aiutami lo stesso…”.
Insomma, mi feci un’esperienza, ed ebbi pure una promessa del vescovo di allora: “Bravo, vai avanti ancora un poco, compro un terreno, tempo tre mesi e facciamo una parrocchia”. Il Vescovo morì piamente quattro anni dopo, e la parrocchia non c’è ancora.
Il suo successore, quando lasciai il seminario, accolse ben volentieri la notizia che alcuni amici italiani mi avevano promesso di pagare l’affitto finchè necessario, ed erano disposti a continuare anche se non ero più io l’incaricato. Sono rimasti fedeli fino ad oggi! L’incarico pastorale della piccola comunità venne affidato allo staff del seminario, P. Louis se ne prese cura per bene, e io non ci misi più piede.
Poi, mentre anche il nuovo vescovo s’affannava invano a cercare un terreno a prezzi abbordabili, Uttora cresceva a dismisura, e cresceva pure la convinzione che “non ce la faremo”, come nei migliori western americani di una volta, “arrivano i nostri!”. I “nostri” furono i Salesiani indiani, che – non si sa come – misero le mani su un bel pezzetto di terra e in poco tempo ci fecero una cappella con l’intento di costruire un seminario per i loro studenti di teologia. Il Vescovo, che in realtà è arcivescovo, e persino cardinale, non si lasciò scappare l’occasione e chiese loro di prendere la responsabilità della piccola comunità “di p. Franco” per farne poi una parrocchia. Ecco perché domenica 25 febbraio alle 17 concelebrai su quel terreno, con il Cardinale e due salesiani, la Messa delle Palme, presente una piccola folla di fedeli, e alle finestre dei palazzi vicini, innumerevoli occhi spalancati e orecchie tese per vedere e sentire “che cosa fanno i cristiani”. Da giugno il signore che vive a Londra potrà riprendere possesso della sua casetta, e io mi rallegro per il “lieto fine” della mia modesta, artigianale iniziativa pastorale, finita in ottime ed esperte mani.
E i due sposini che s’azzuffavano? Li ho rivisti volentieri, dopo qualche fatica a riconoscerli. Ora i figli sono due, grandicelli; lei ha voluto ricevere il battesimo, la crisi economica è superata, si sistemeranno altrove senza problemi. “Vi azzuffate ancora?” chiedo a ciascuno, separatamente. La risposta è uguale: “Sì, moltissimo, ma siamo felici!”.

Viaggio – 2

La mia ultima “scheggia”, “Viaggio – 1” si concludeva mentre chiacchieravo con alcuni ragazzini nella parrocchia di Satkhira in attesa che arrivasse il parroco. “Viaggio – 2” arriva con un insolito ritardo, ben più di un mese. Il viaggio è finito bene, e ne ho fatti poi altri due, ma proprio non riuscivo a continuarne il racconto.
Proprio a Satkhira mi aveva raggiunto la notizia che le condizioni della mia sorella maggiore Anna si erano aggravate: preoccupanti, anche se non di immediato pericolo. Poi, la mattina dell’8 marzo, una telefonata della mia sorella minore Mariateresa mi ha informato del suo “passaggio” proprio quella notte.
Tutto doveva continuare come prima: treni, autobus, nuovi incontri, conversazioni… la sofferenza era come cacciata nel profondo, appoggiata alle poche parole sentite. Il mio viaggio era costellato di “flash” fatti di fantasie, domande, ricordi. Sforzo di partecipare: “Che cosa stanno vivendo in questo momento i miei cari?”, ricordi antichi e recenti, belli e tristi. Solo dopo vari giorni ho rivisto nella memoria il nostro ultimo saluto, come sempre un abbraccio sulla soglia della sua casa, con il marito Aldo al fianco: “Quando ritorni?” “Se tutto va bene, fra tre anni” “Non ci vedremo più”. L’aveva sussurrato anche altre volte, e come altre volte le ho risposto: “Non è detto, ma comunque l’appuntamento è lassù”. Sorrideva dubbiosa, chiedendo “Ci andrò? Me lo merito?” E io: “Non preoccuparti, il Signore ti vuol bene come sei”.
Ricordi di quando lei, la più grande, spesso si prendeva cura di noi tre “piccoli”: Franco, Mariateresa, Giorgio. Ricordi sfocati e teneri della seconda sorella, Carla, morta a 26 anni dopo molti anni di malattia lunga, che ha inciso nel profondo di tutti noi. Mi sentii contento perché (pensate un po’…) la vigilia della consegna della tesi di laurea in lettere ero stato capace di aiutarla per tutta la notte a completare la battitura del testo con una Olivetti Lettera 22. Settembre 1962, due mesi dopo la morte di Carla; tutta la famiglia era in pellegrinaggio ad Assisi. Con Anna guardai a lungo il crepuscolo sulla pianura ai piedi della collina e le dissi: “No, non vado all’università, voglio diventare missionario”. Mi sentii fiero perché – inconsapevolmente – ero stato io l’occasione del suo incontro con Aldo che, come lei e come me, era uno scout. Erano poi venuti insieme in Bangladesh nel dicembre del 2003. Mi tornavano alla mente tanti loro commenti sorpresi, gioiosi, pieni di domande o di pena. Le avevano fatto indossare un sari, ed era stata felice. Proprio il giorno di Natale venne a trovarmi Mong Yeo, un giovane Marma che stava tentando di mettere in piedi un ostello per far studiare ragazzi e ragazze del suo popolo. Si conobbero, e fu simpatia reciproca. Tornati a casa, interessarono la loro parrocchia, s. Lucia, a Bergamo, e ne nacque un’iniziativa ancora non conclusa, che permise il formarsi di questo ostello che ha educato e sta educando bene tantissimi giovani. Mong Yeo venne poi per una breve visita in Italia, e ne ricorda ogni istante, specialmente il calore con cui era stato accolto in famiglia: “Proprio come un fratello”. Qui la chiamavano “didi”, perché la presentavo come la mia sorella maggiore, e a lei piacque tantissimo.
Insieme a questa fantasmagoria (quante gite in montagna… lei faceva anche roccia, io no: avevo fifa…) di ricordi e di sentimenti, si intrecciavano, nel viaggio, i volti nuovi che incontravo, specialmente le famiglie dei “miei” giovani: persone semplici, contente che il figlio si stia orientando alla vita missionaria, ansiosi di sentirsi rassicurati: “E’ bravo, sta facendo bene”, tutti impegnati a pregare per i figli e per noi. A loro accennavo che la mia “didi” se ne era andata, ma lo facevo di sfuggita, per non metterli in imbarazzo e neppure rattristarli. Infatti, non so quanto ancora il viaggio continuerà, ma so che l’appuntamento è “lassù”.

Viaggio – 1

1 – S’incomincia ritornando. Armato di regolare biglietto con posto prenotato e prepagato, e accompagnato da due dei volonterosi giovanotti che vivono con me (Durjoy e Martin, per la cronaca) alle 22.30 del 28 febbraio mi presento alla biglietteria dell’autobus di super lusso con aria condizionata, sedili reclinabili, acqua minerale in omaggio, in partenza alle 23.30. Mostro il documento di viaggio aspettandomi un ossequioso: “Tutto bene, s’accomodi”. “Invece mi dicono: “No, il bus a Meherpur non va” “Come non va? E’ in ritardo? Ha un guasto?”. “La corsa è cancellata. Se vuole le diamo un posto su un autobus normale che va a Kustia. Le possiamo anche restituire la differenza.” “Ma io non devo andare a Kustia: arrivo alle 3 di notte in un posto sconosciuto per andare in un altro posto sconosciuto distante 80 chilometri?” Il problema sembra non turbare l’impiegato, che senza sprecare altre parole mi mette in mano il prezzo del biglietto inutilizzato. Dopo un’ora e mezza di frenetici tentativi dei miei accompagnatori, alla ricerca di un posto su qualche altro autobus che vada dove voglio io, torniamo a casa allo scoccare della mezzanotte.
2 – Giro al contrario. Ritento due sere dopo, e dopo aver riorganizzato il viaggio partendo dalla fine: prima tappa non sarà Meherpur, ma Satkhira, anche questo un posto nuovo per me, a sud di Khulna. Voglio visitare le famiglie di alcuni missionari, seminaristi e studenti del PIME. Questa volga parto, alle 22.15, e m’addormento per risvegliarmi parecchio tempo dopo a causa del troppo silenzio. C’è una fila lunghissima di autobus e camion che attendono il proprio turno per salire sul traghetto e attraversare il fiume Padma, poco a sud della confluenza di Gange e Brahmaputra. Passano cinque ore, mi riaddormento, e quando mi sveglio mi trovo dall’altra parte del fiume, in attesa che si liberi il pontile. Poi, finalmente, si sbarca e si riparte mentre il sole si dà da fare per scaldarci dopo il fresco della notte. Sfilano i campi di riso, la juta appena tagliata, canali, mercati e moschee, stagni grandi e piccoli tutti popolati di anatre e anatroccole, animali che mi mettono allegria. La strada è parecchio malconcia; alle 11 del mattino siamo ancora lontani dalla meta, e una telefonata m’avverte di non andare fino a Satkhira per poi tornare indietro: fermati a Kolaroa e qualcuno ti dirà cosa fare. Caccia al tesoro? Scendo in mezzo ad un bazar e mi guardo attorno perplesso per qualche minuto, quando un ometto in bicicletta si accosta e chiama: “Padre!”. E’ lo zio di un nostro seminarista, che contratta per me e per il mio borsone un posto su un motocicletta. Le motociclette/taxi da queste parti sono molto numerose; per fortuna il mio autista è fiero di dirmi: “Niente paura, sei vecchio, e la strada è akabaka (tortuosa), ma io vado adagio”. E’ vero, e si meriterà pure la mancia. A mezzogiorno sono alla meta: papà e mamma mi attendono ansiosi e l’accoglienza ricompensa ampiamente le fatiche del viaggio.
3 – Villaggi cristiani. A quanto capisco, in queste zone evangelizzate dai Saveriani a partire dagli anni ‘50, alcuni gruppi piuttosto poveri ed emarginati hanno formato le prime comunità cristiane: battiste, cattoliche e di altre denominazioni. Il villaggio che visito ha una minuscola chiesetta, ben tenuta, accanto a un gruppetto di case in terra, paglia e lamiere, con qualche parte in muratura; le cucine sono esterne, in terra. Gli anziani continuano il lavoro tradizionale, fabbricano cestini con strisce di bambù, mentre i bambini vanno a scuola e i giovani sono quasi tutti fuori, per studiare o per lavorare in città. Una realtà apparentemente immutata, ma in realtà in profonda e rapida evoluzione. Gente semplice, che spesso mi parla di quanto abbiano fatto per e con loro i vari missionari che hanno operato in queste zone. Una signora mi dice: “Siamo poveri e anche acciaccati, mio marito soffre di asma e io faccio finta di non averli, ma ho dolori un po’ dappertutto. Ma tantissime volte mi domando: come mai il Signore ci ha dato tante grazie e tanti favori? non riesco a trovare le parole per ringraziare, e continuo a stupirmi”. “In questi villaggi piccoli – chiedo – come vi trovate fra i musulmani?” “Da queste parti è molto forte il Jamaat-ul-islam, il partito islamista” “Dunque avete problemi? Vi sentite in pericolo?” “Beh, problemi ne abbiamo ma non con i musulmani, li abbiamo fra noi che bisticciamo facilmente…”
A pranzo mi offrono, con il riso, un pesce tilapia, il più grosso che mai sia approdato sul mio piatto… “Deve mangiarlo tutto – raccomanda il papà – perché ho girato tutto il mercato per trovarlo…” Riposo e poi la mamma mi organizza un’altra tappa in motocicletta. Sale anche lei a far da guida, e a pochi chilometri visitiamo la famiglia di una suora del PIME. Avanti ancora, e arriviamo da una terza famiglia, di un ex seminarista, che ha parenti all’estero: lo si vede dalla casa in muratura e da qualche comodità in più. Poi lei ritorna a casa, e io proseguo sempre in moto fino a Satkhira, che subito mi appare più grande e animata di come immaginavo. Alle 17 approdiamo alla missione, dove accanto alla chiesa ci sono casa dei padri, casa delle suore, ostelli per bambini e bambine, chiesa, locale per incontri e catechesi, campo di calcio… manca solo il parroco, che è andato a celebrare in un villaggio. Lo aspetto, chiacchierando con qualche marmocchio incuriosito… (continua)

Una breccia?

Foyzur Islam, un giovanotto di Sylhet, era da tempo irrequieto e preoccupato perché l’islam è in pericolo. Non solo per colpa degli infedeli, ma anche per il gran numero di musulmani che non seguono fedelmente le dottrine del “salafismo” (diffuso in Arabia), che aveva imparato in una madrassa. Come restare inerti di fronte a questo orrore? Il 3 marzo scorso, tornando a casa in bicicletta dopo una partita al pallone, Foyzul nota un cartellone interessante: proprio in quel giorno, e proprio nella sua città, si tiene una manifestazione con la presenza del noto professore universitario Muhammad Zafar Iqbal, musulmano ma – come chiaramente rivelano i suoi “blog” – pericoloso nemico dell’islam. Un’occasione da non perdere! Foyzur torna a casa, fa la doccia, indossa una maglietta nera. Sa che cosa deve fare, essendosi “autoradicalizzato” bazzicando su internet, dove legge infiammati sermoni, e ha imparato come si può ammazzare una persona senza spendere troppo. Pochi giorni fa ha acquistato un coltello del tipo consigliato in un sito specializzato in materia; ora non c’è che da metterlo in tasca, riprendere la bicicletta e affrettarsi prima che termini la manifestazione. Partendo dal fondo, e facendosi strada tra la folla, si accosta al professore, fino a giungergli alle spalle. Attende un attimo, conta fino a 3 (suppongo) e lo pugnala. Malamente. Infatti il professore cade gravemente ferito ma non muore, mentre lui prende un sacco di botte dalla folla, soprattutto di studenti, inferocita. Lo conciano al punto che la polizia – pur non nota per le sue delicatezze – deve aspettare 10 giorni prima di poterlo interrogare. Alle domande risponde con arroganza, dichiarando di aver anche frequentato una palestra dopo aver letto che un “jihadista” dev’essere fisicamente in forma, e che non è affatto pentito dell’assalto, anche se fallito, perché: “sono pronto per qualunque risultato: lavoro per l’islam, io!” Alla fine, gli chiedono se si è reso conto che la folla non lo ha ammazzato soltanto perché il professore, ferito e sanguinante, mentre lo soccorrevano ha implorato che non lo picchiassero e non gli facessero del male. Foyzur tace per un momento, poi scoppia in un pianto dirotto, irrefrenabile, per una quindicina di minuti.
Il professor Zafar, dimesso dall’ospedale, ha detto che farà il possibile per incontrarlo, per potersi spiegare l’uno con l’altro.
Una mia domanda: quando mi chiedono che cosa pensano “i musulmani”, come reagiscono “i musulmani”, perché “i musulmani” sono violenti… io che cosa rispondo? Parlo di Foyzur, o parlo di Zafar Iqbal?

Brontolone

Avremmo voluto celebrare nel novembre 2017, ma arrivò la notizia che il Papa desiderava venire a trovarci: non ci è parso gentile dirgli di rinviare, e abbiamo rinviato noi, scegliendo il 3 febbraio 2018 per festeggiare.
Che cosa? Nessuno ricorda esattamente, ma certamente sono passati almeno 25 anni da quando, nella missione di Rohanpur, un papà disperato consegnò alla parrocchia un bimbo di 4 mesi gravemente denutrito, la cui mamma era morta. Suor Gertrude, p. Baio e p. Mariano decisero di tenerlo, sistemarlo e trovargli poi una mamma adottiva. Ma arrivato a 9 mesi lo colpì la poliomielite. Il bimbo, Robi, rimase completamente paralizzato dal collo in giù: muoveva solo la testa. Iniziò una lunghissima, ostinata lotta di suor Gertrude, una bengalese della congregazione locale “Regina della Pace”, che con incredibile tenacia e anni di fisioterapia e cure, cambiò la situazione di Robi, che ora si sposta bene in carrozzella, gioca a cricket, ha completato un Master in economia. Mentre lui lentamente progrediva, altri papà o mamme, o parenti portavano i loro bimbi con qualche disabilità. La prima, Flora, anche lei colpita da polio, lavora ora in un progetto della Caritas per bimbi di strada. L’attuale comunità, che ha 43 membri, prese forma strada facendo. Vedendo con quanta naturalezza bimbi “normodotati” si mescolavano con i “disabili”, si decise di dare spazio anche a qualcuno di loro, creando una comunità molto varia: maschi e femmine, con disabilità differenti o normodotati, gruppi etnici diversi, educando i più anziani farsi carico dei piccoli. Denominatore comune, la povertà; obiettivo comune, l’aiuto reciproco, la convivenza gioiosa e senza complessi, l’impegno di dare il meglio per costruirsi un futuro se possibile indipendente.
Negli ultimi 6 anni sono stato io a svolgere il ruolo di “chairman” di questa iniziativa, recentemente battezzata “Snehonir”, Casa della Tenerezza. Per questo mi informarono che si avvicinava il venticinquesimo anno dalla informale fondazione,che occorreva ricordare con la dovuta solennità. A me venne la pelle d’oca… Il Bangladesh ha una specie di “culto” per gli anniversari più svariati, da celebrare in modo solenne e pomposo, senza badare a spese e senza risparmiare elogi e paroloni. Un giorno sì e l’altro anche arriva un invito: secondo anniversario del battesimo del bebè, dieci anni dall’entrata in convento, quindici anni dalla laurea, sette anni e mezzo dall’incontro con il primo amore… dico sempre no, spiegando che se vado da uno dovrei andare da tutti, e non farei altro che commemorare… E ora toccava a me organizzare un giubileo? Feci di tutto per scamparla, minacciai il taglio dei fondi, studiai proposte alternative, “innovative” direbbe qualcuno. Ma le tradizioni, qui, contano – e molto: i membri dell’apposito comitato mi ascoltarono rispettosamente, e poi fecero a modo loro.
Per fortuna.
Arrivando a Snehonir qualche giorno prima della festa, mi colpì l’entusiasmo con cui i ragazzi si preparavano, senza stancarsi di provare e riprovare danze, canti, sfilate, storielle… sempre più eccitati e ansiosi, fieri di poter mostrare quello che sapevano fare. Ero contento, ma ho tardato a capire che stavo… convertendomi. Pensavo sempre meno alle spese e ai discorsi, mentre la loro gioia mi contagiava, anzi, mi conquistava. La sera della vigilia, dopo una bella processione eucaristica dalla casa dove abitavano prima a quella attuale, e un’adorazione in un piccolo campo da giochi dei nostri vicini, è arrivata la cena “piatto in mano”, dopo la quale è partita una raffica di pezzi musicali che hanno trascinato tutti, uno dopo l’altro, sul palco appena allestito. La prima – c’era da aspettarselo – è stata Susmita, la più immediata nell’espressione dei sentimenti, poi il più piccolo, Sivajit che ha danzato per tre ore di fila sul palco con i suoi occhietti ciechi che sembravano prendere vita, e Urmilla, sordomuta, che seguiva a perfezione il ritmo, e via via tutti gli altri – a rischio di sfondare il palco. La festa è festa, ragionarci non serve… hanno trascinato su anche me, brontolone pentito, e ho respirato la loro gioia di vivere, di stare insieme, di sentirsi accolti, di voler bene, di muoversi, non importa se aiutati da una stampella. Il giorno dopo? Ancora meglio!

Un grido

Arrivano la sera del 18 gennaio, frastornati per il lungo viaggio da Bandarban e spauriti per il caos della città. Da tempo si aspettava questo “picnic” dei ragazzi Marma, che desideravano incontrare i ragazzi della nostra parrocchia di Mirpur (Dhaka). Li hanno accolti, divisi in piccoli gruppi, e guidati lungo i vicoletti affollati fino alla chiesa, senza che nessuno si smarrisse nella folla. Cena, una bella dormita sulla paglia (che fatica trovarla in città!), e il giorno dopo la stanchezza era passata. Abbiamo pregato insieme, loro le preghiere quotidiane buddiste e noi la Messa, commentando la parabola del giudizio finale, quando il Signore non chiederà: “Di che religione sei?”, ma: “Mi hai dato da mangiare quando avevo fame, mi hai visitato quando ero ammalato?…”. E’ seguita l’attesissima visita allo zoo, che non è lontano e poi, dopo il pranzo in giardino, è arrivato il “pezzo forte”, a cui si erano preparati accuratamente: la “sanskritik onusthan” (celebrazione culturale). Canti e danze di varie tradizioni etniche e moderni, una non dichiarata competizione: fierezza per le proprie tradizioni, stupore per le altre.
Ad un certo punto, inattesa, si infila nel programma una scenetta semplice, ingenua. Due ragazze e due ragazzi interpretano una famigliola marma: papà e mamma che lavorano in foresta, i figli che studiano e aiutano, momenti di pace. Una mattina, andando a scuola, fratello e sorella incrociano un gruppo di bengalesi che amichevolmente chiede chi siano, dove abitino, che facciano… poi ciascuno prosegue per la sua strada. Ma i bengalesi non vanno a scuola, vanno ad una stazione di polizia. Confabulano a lungo, spiegano, offrono soldi, escono con qualcosa nascosto in sacchi. La sera, quando la famigliola è radunata per la cena, il gruppo arriva, pesantemente armato. Sfonda la porta, picchia, trascina fuori mamma e figli, saccheggia, infierisce sul papà, dà fuoco alla casetta, e scappa. Un breve silenzio. I ragazzi e la mamma tornano e si gettano piangendo disperatamente sul corpo senza vita del papà. A lungo. Poi il ragazzo s’inginocchia di fronte al pubblico e grida:  “Così noi andiamo avanti, ma quando, quando ci lasceranno la nostra vita?”. Mi sconvolge: non sta recitando, sta piangendo davvero, sta lanciando a tutti un grido straziante, disperato, e con lui piangono molti dei ragazzi marma, fra lo sconcerto di tutti.
Poi riprendono canti, danze, gioia e risate.
Ripartiranno il mattino dopo, e speriamo che l’anno prossimo si possa ricambiare: i ragazzi di Mirpur andranno a Bandarban. Un picnic che ci ha dato molto.

Memoria

Nei boschi di larici si trovano spesso grossi mucchi di aghi secchi che le formiche accumulano per farne i loro nidi. Da bambino era per me una tentazione irresistibile il rovesciare con un bastone questi aghi per sentirne il profumo e per vedere le formiche impazzite correre in tutte le direzioni… Questo “flash” di tanto tempo fa mi è tornato in mente il 7 gennaio scorso, quando ho rimesso piede, dopo anni, nella parte vecchia di Dhaka, lungo il fiume Buriganga. Cercavo l’antica chiesa armena, per partecipare ad una preghiera ecumenica organizzata dall’infaticabile fratel Guillaume, di Taizé, e mi pareva di essere una di quelle formiche frenetiche che s’incontrano e scontrano fra aghi di larice e colleghe di lavoro, agitandosi in mille direzioni… con l’aggiunta di rumori, fumi, urla degli altoparlanti pubblicitari o delle moschee, clacson, ambulanti, autobus stracarichi, borseggiatori, e persino carrozze a cavalli per il trasporto pubblico. Poi, di colpo, ecco la chiesetta, circondata da un muro da cui emerge una cuspide bianca con una croce. Si entra, e pare di essere improvvisamente avvolti da una bolla di pulizia, nitidezza, silenzio, pace, ricordi. La chiesa risale al 1781, e deve aver avuto i suoi momenti di vita intensa; ma la comunità armena – formata per lo più da commercianti – da molti anni è scomparsa. Alcuni armeni di buona volontà, pur residendo in altri paesi, si interessano di custodirla, stipendiare un guardiano, visitare ogni tanto questa silenziosa testimonianza della loro storia travagliata. Tutto attorno alla chiesa, tombe, con lapidi adagiate sul terreno e scritte bilingui: armeno e inglese; c’è pure una frase in latino. Le solite espressioni semplici di dolore, di affetti che vogliono continuare oltre la morte, di speranza e fede, di fierezza. Molti i giovani, ma c’è anche la tomba di un uomo che “ha lasciato questa terra dopo una lunga vita piena di attività alla veneranda età di anni 108, mesi 4, giorni 23”. Su molte lapidi, oltre alla data di nascita e di morte, viene indicata l’età, precisando anni, mesi e giorni di vita. Come in ogni cimitero, la visita diventa una silenziosa meditazione, resa più struggente dal fatto che queste persone non hanno nessuno qui che continui le loro tradizioni, ricordi le loro liturgie e le loro storie, li tenga in qualche modo in vita attraverso la loro stessa vita.
Sembrano essere stati inghiottiti dalla storia, e con loro, chissà quanti altri popoli grandi e piccoli, di cui non esiste neppure una piccola memoria.
Ci troviamo in 70 nella chiesetta, cristiani di varie denominazioni e gruppi etnici, a pregare guidati da fratel Guillaume e dal vescovo anglicano di Barisal. Ci sentiamo uniti specialmente ai cristiani armeni, e a tante chiese orientali sempre più incerte sul loro futuro e sempre più disperse. Ci sentiamo uniti fra noi, mentre uno sparuto gruppetto di nuovi cristiani della popolazione Bom recita il Padre nostro nella sua lingua sconosciuta a tutti. Siamo noi i custodi della memoria di una culla di Betlemme, di un messaggio pieno di speranza, di un condannato a morte crocifisso, di una tomba trovata vuota…

Controversie fantasma

Dal 1967, a Tongi, a pochi chilometri da Dhaka, ogni anno si svolge, il secondo più frequentato pellegrinaggio del mondo islamico, noto come “Biswha Ijtema” (raduno mondiale). Non ci sono strutture stabili, solo una grande area sulle rive del fiume Turag, dove tutto viene organizzato in modo estremamente precario e povero. I pellegrini – (si dice siano oltre un milione) sono pronti ad affrontare freddo, sete, scomodità per viaggiare, dormire, mangiare, lavarsi… tutto, per trascorrere tre giorni ascoltando sermoni di “Maulana” famosi venuti anche dall’estero, pregare per la pace e per la diffusione dell’islam, vivere l’ardore e la fraternità del movimento di spiritualità “Tabligh Jamaat”, fondato in India nel 1927, che conta fra i 70 e gli 80 milioni di seguaci in 150 paesi del mondo. Il Bangladesh ne ha 15 milioni. Il pellegrinaggio si ripete due volte in due settimane, generalmente in gennaio, e ovviamente provoca non pochi ingorghi di traffico, blocchi, e altri inconvenienti – ma nulla di violento se non, qualche anno fa, vandalismi nella stazione di Tongi per i treni che non arrivavano. Già, i treni… in queste occasioni sono un boccone ghiotto per fotografi di costume: letteralmente coperti di persone attaccati da tutte le parti: sopra, ai fianchi e persino sotto i vagoni; ma anche mescolarsi, a piedi, nel fiume di persone, quasi tutti uomini che camminano spediti per chilometri verso la capitale dopo la fine dei tre giorni, è un’esperienza unica, che ha un suo fascino per il clima di fratellanza, zelo, gioia che si respira.
Quest’anno però, qualcosa ha rischiato di andare storto. Non sapevo che al Tabligh Jamaat aderissero interi gruppi e movimenti, e fra loro tutta la lunga lista di “madrasse “Qawmi”, quelle ispirate e finanziate da paesi arabi conservatori, e dal movimento “Hefajat-e Islam”, che si è dimostrato capace di mobilitarne centinaia di migliaia di studenti e simpatizzanti per la “difesa” dell’islam – come dice il suo nome. Due giorni prima dell’inizio del primo “Ijtema”, il 10 gennaio, mentre l’aeroporto era già sotto pressione per l’arrivo di pellegrini esteri, s’è sparsa la voce che fra loro c’era anche il famoso predicatore indiano Maulana Saad, e che avrebbe parlato. La faccenda non è piaciuta a Shah Ahmed Shafi, capo di Hefajot-e Islam, il quale ha fatto sapere che Maulana Saad aveva recentemente pronunciato “affermazioni controverse” sul Corano e sulla Sunnah, e per questo non era gradito. L’aeroporto è stato subito bloccato da una folla immensa che non voleva lasciarlo uscire. Disagi e code inimmaginabili per quasi tutta la giornata, ma i manifestanti non mollavano, finché hanno saputo che Maulana Saad non poteva essere bloccato, perché già si trovava a Dhaka, e proprio nella sede centrale di Tabligh Jamaat, situata (tra l’altro) molto vicina alla cattedrale e alla casa dell’arcivescovo cattolico. La faccenda si complica: se bloccare l’aeroporto provoca grossi guai, bloccare quella zona di Dhaka per impedire al “controverso” di partecipare è peggio, una decisione foriera di guai pesanti. Interviene il governo, che in una riunione al ministero dell’interno persuade (così dicono i mezzi di informazione) Maulana Saad a stare zitto e non farsi vedere in giro.
Ma che cosa aveva detto di “controverso”? I giornalisti dichiarano di non aver trovato nessuno che lo sapesse o che fosse disposto a dirlo…

Visita del Papa e dintorni 4

Ripa era venuta a cercarmi con una lettera di presentazione firmata da un prete diocesano che conoscevo bene; anche un cieco avrebbe subito capito che la lettera era falsa, e infatti
p. Abel me lo confermò. Ma Ripa, giovane, bruttina e magra come un chiodo, oltre a essere imbrogliona e chiacchierona, era pure con un braccio rotto, con due bambini, senza il marito (andatosene dope averle spezzato il braccio… “ci vogliamo bene, ma quando perde la pazienza perde anche la testa”), senza soldi, senza possibilità di lavorare; ma non senza debiti da tutte le parti. L’aiutai un poco, poi di nuovo, poi di nuovo. Dai e dai, riconciliati e ridivisi, alla fine hanno trovato un po’ di equilibrio e i figli ora sono sui 15 anni. Ma lui – si chiama Badol – lavorando come imbianchino è scivolato dalla precaria impalcatura cadendo dal quarto piano. Vivo, ma sconquassato. Appena rimesso in sesto per poter ricominciare a guadagnare qualche soldo pescando (la sua passione), tocca a Ripa – forse per amore? Piove, l’acqua entra dal tetto in lamiera, Ripa sale per aggiustarlo e cade. Viva, ma sconquassata. Non che vadano troppo in chiesa, ma qualche volta sì; non avendo mezzi nemmeno per farsi vedere da un medico, pensano di rivolgersi al parroco, che trova un posto per lei dalle suore di Madre Teresa. Vado a trovarla là, e mi fa proprio pena. Dolorante da tutte le parti, scoraggiata, sfigurata dai denti rotti: “Le suore mi trattano benissimo, ma non miglioro, questa volta non sopravvivo”. Per di più, arriva anche il giorno in cui le suore le dicono: ci dispiace, ma fino a dopo la visita del Papa dobbiamo liberare questi locali – e la riaccompagnano a casa. Mi telefona più volte, piange come una fontana e capisco poco, ma non ci vuol molto per intuire che va sempre peggio.
Il Papa viene, e va dalle suore di Madre Teresa prima di incontrare preti, suore e affini nella chiesa “Regina del Rosario”. Poi riparte.
E Ripa mi telefona di nuovo. Non piange, e capisco che mi dice: “Sto bene, sono a posto” “Cioè?” “Cioè sto bene, vengo e te lo racconto”.
Il giorno dopo arriva. Cammina, ride, parla (questo però non mi stupisce…). Insomma, è andata così. Pochi giorni prima, una Suora le telefona: “Ripa, tu hai bisogno di una benedizione speciale, vieni a prenderla dal Papa” “Ma se non c’è posto! E poi sto male, malissimo, ho dolori da tutte le parti, non cammino, vomito…” “Vieni, il posto te lo trovo io”. Ripa non se la sente, ma alla fine sale dolorante e piangente su un pulmino che va a Dhaka, aspetta pregando come una matta, ed è presente quando il Papa fa il giro fra i letti. Si ferma anche davanti a lei, si scambiano due parole, la benedice, se ne va. E poi? “E poi quella notte l’ho sognato, tre volte. La mattina mi sono svegliata e stavo bene, benissimo. Non lo vedi?”. Sì, i denti sono ancora rotti, ma tutto il resto funziona – anche la lingua.