Lo sapevi?

Da una lettera di mio nipote, architetto: “Una mia collega è in contatto con il Bengal Institute for Architecture, Landscape and Settlements; proprio in questo momento l’architettura contemporanea bengalese è considerata una delle più promettenti. Ci sono alcuni progettisti giovani (professionalmente parlando) che stanno ricevendo grandi riconoscimenti internazionali (per esempio Marina Tabassum o Kashdef Mahbub Chowdhury), inoltre si tratta spesso di una architettura di qualità, che ricerca un rapporto con la storia, la società e il territorio.” Ne hai sentito parlare?”
Mmm, a dire il vero, se ci penso, mi pare che, sì, forse qualcuno; oppure non ricordo dove ho letto… No, mai sentito. Ma grazie per avermelo scritto: fa piacere!

Sorpresa

“Ti saluto p. Franco, parto fra poche settimane.” Me lo dice con un sorriso suor Francesca, ed è chiaro che prevede la mia reazione di sorpresa: “Davvero? Ma perché?”. La domanda è legittima, perché Francesca è giovane, vivace, interessata a tante cose, ma è una suora di clausura, una categoria non abituata ad andare in giro. Francesca appartiene alle Clarisse Adoratrici, l’unica congregazione di contemplative presente in Bangladesh, con due monasteri: uno a Mymensingh, fondato negli anni ’30 da un altro monastero in India; lei appartiene al gruppo che da Mymensingh si trasferì per fondare il secondo, a Dinajpur, oltre 10 anni fa. Come mai di nuovo in partenza? Tace un po’ per tenermi in sospeso e gustare la sorpresa, e poi mi raccomanda: “Ancora non è ufficiale, e non devi dirlo in giro; vado in Polonia. No, scusa, un altro nome: in Kazakisthan”. “Dove?”. “Ka-za-ki-sthan: non so dove sia, mi hanno detto soltanto che là fa molto freddo, e che la lingua è difficile, ma io ho detto di sì e sono contenta…”

Proprio così, la piccola chiesa del Bangladesh, dove la maggior parte dei cristiani manco sa che cosa siano le suore di clausura, e che cosa facciano, va ad aiutare una fondazione delle Clarisse Adoratrici che ha un numero troppo basso di sorelle, in Kazakisthan. E non ci va solo suor Francesca, ma da Mymensingh va anche un’altra monaca, sua compagna di scuola ai tempi del liceo. Hanno fatto un giretto per salutare le famiglie, raccolto qualche maglia di lana, e nel frattempo la notizia è diventata ufficiale, quindi questa “scheggia” non viola il segreto… Sono pronte, e fra un po’ prenderanno il volo. A dire il vero, mi dispiace non aver più la possibilità di fare una bella chiacchierata con suor Francesca ogni tanto, ma ci mancherebbe proprio che sia io – missionario – a fare obiezioni. Già una giovane del suo gruppo etnico, i Mandi, è morta martire in Sierra Leone non molti anni fa. Ora tocca a lei portare in un angolo di mondo che neppure sa immaginare, la fede che le ha fatto scegliere questa strada di amore esclusivo e di intercessione per il mondo. Buon viaggio sorelle, vi ricorderò!

Centenario

Il 27 marzo 2020 ricorre il centesimo anniversario della nascita di Sheikh Mujibur Rahman. È considerato “padre” della patria perché alla guida del partito Awami League ne preparò il distacco e l’indipendenza dal Pakistan. Nel 1970, quando venne eletto con una travolgente maggioranza, i centri di potere del Pakistan occidentale ne impedirono l’apertura, e lui venne deportato. L’indipendenza fu proclamata clandestinamente in suo nome, mentre era in prigione. Dopo 10 mesi di sanguinosa guerriglia, l’intervento dell’esercito indiano e la resa dell’esercito Pakistano, fece un ritorno trionfale e assunse la guida del nuovo paese come suo presidente per circa 6 anni. Fu ucciso il 15 agosto 1975 in un complotto politico-militare che aprì la porta a un lungo periodo di instabilità politica e violenze, di restaurazione di chi si era opposto all’indipendenza e alla secolarizzazione, di governi e dittature militari. I ribelli dovevano essere consapevoli del fascino che quest’uomo, con la sua oratoria straordinaria in un paese che dà grandissima importanza alla lingua e alla retorica, aveva sulla gente, e della forza anche politica che i legami famigliari hanno in questa parte dell’Asia. Per questo, insieme con lui, si preoccuparono di massacrare ben quindici membri della sua famiglia e della servitù. Mancarono però una parte importante dell’obiettivo: due figlie di Mujibur Rahman erano all’estero per studi, e si salvarono.

La figlia maggiore, appena pensò di potercela fare, ritornò in patria e incominciò a tessere una paziente e lungimirante tela politica che la portò al potere una prima volta negli anni ’90 e poi di nuovo per 3 mandati consecutivi fino ad oggi nel nuovo millennio. Paziente, dicevo: Hasina si preoccupò di riunificare e consolidare il partito, accettando il gioco democratico e la competizione specialmente con il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP), fondato dal generale che – pochi anni dopo la morte di Mujibur – si era proclamato presidente, e poi guidato dalla sua vedova Khaleda Zia, la sua odiata “arcirivale”. Fuori bersaglio nel 1975, Hasina subì vari altri tentativi di uccisione, scampando anche a due attentati particolarmente gravi in cui morirono decine di persone. La lotta ebbe vicende alterne finchè, poco più di sei anni fa, si inasprì in un braccio di ferro con violenze di ogni tipo sulle strade, dove il Partito Nazionalista si giocò praticamente tutto; Hasina tenne duro, il BNP per protesta si ritirò dalle elezioni, e quasi scomparve dalla scena politica: era iniziata la resa dei conti che Hasina aveva atteso e preparato. Una serie di processi, da lei promessi e fortemente perseguiti, rispolverò i crimini di guerra del tempo della lotta di liberazione, concludendosi con la condanna a morte – prontamente eseguita – di tutti i capi del partito Jamaat, islamico e alleato del BNP, mentre quest’ultimo – assente dal parlamento ed esausto per l’impegno di una lotta feroce che si ritorse contro di loro – affrontava una tempesta di processi per corruzione.

Hasina, saldamente al comando, ne approfittò per riprendere in mano il filo del discorso rimasto interrotto con l’uccisione del Padre della Patria tanti anni prima, e poi contraddetto da tanti interventi – fra cui alcuni legislativi e anche di revisione delle costituzioni, intesi a ridare più spazio all’islam politico e ai filo pakistani. Ebbe l’intelligenza di non percorrere la strada, fin troppo facile, di disfare i provvedimenti di restaurazione e rimettere in piedi ciò che era stato demolito. Prese il discorso più alla larga, saldando, come ho detto, i conti lasciati aperti dalla guerra, e poi impegnandosi in una politica di rilancio dell’identità del Bangladesh e quindi del ruolo di suo padre, Mujibur. Bongobondhu, “amico del Bengala”, così veniva chiamato dai suoi fedeli Mujibur, e la figlia si preoccupò di far capire a tutti che proprio lui aveva la chiave per creare un paese libero, democratico, di cui non dovessero aver paura neppure i più devoti islamici, che blandì con concessioni intese ad averne l’appoggio e il controllo. Fino a dove ci sia riuscita o riuscirà non saprei dirlo, ma il tentativo è evidente. Hasina ha battuto sul tema della storia che ha condotto il paese alla separazione dal Pakistan, ha rilanciato una politica di amicizia (guardinga) con l’India, ha aperto le porte a investimenti di ogni tipo, promettendo tra l’altro un “digital Bangladesh”, e accompagnando un periodo di straordinaria crescita economica. Bongobondhu è il “santo protettore” il cui pensiero soltanto può garantire che questi successi continuino e vadano a favore del popolo. Tutto è nel nome della cultura bengalese, islamica, aperta e tollerante, modello mondiale di convivenza. Gli “aborigeni” sono cancellati dal vocabolario, si tratta di “minoranze” e basta, e del trattato di pace che oltre 25 anni fa pose fine alla loro guerriglia nel sud, ogni anno viene detto che bisogna avere pazienza e fiducia, perché presto tutte le clausole saranno realizzate.

I cent’anni della nascita di Mujib sono come il momento culminante di questa politica culturale che Hasina persegue tenacemente, mentre la “arcirivale” è in carcere e gli avversari sembrano allo sbando. Le strade sono già stracolme di fotografie di Mujib che tiene comizi, che sorride, che studia, che indica la strada, che stringe mani… un ministro ha proclamato tre mesi di preparazione all’anno di celebrazioni, raccomandando di dare alla preparazione il dovuto risalto ed entusiasmo, e un altro ha raccomandato che si tratti di entusiasmo moderato, per non esaurirlo tutto prima che l’anno celebrativo prenda il via. Vedremo.

BRAC

20 dicembre 2019. Sul cancello di casa mi avvicina il nostro ex autista, attualmente noleggiatore del pulmino… ex nostro. Imbarazzato, mi mostra una fotografia che tiene nel portafogli e dice: “È Fazle Hasan Abed, l’uomo più buono che io conosca. È morto oggi, poco fa.” E prosegue: “Ho lavorato come autista al BRAC, di cui era il presidente. Un giorno ci siamo trovati alla soglia dell’ascensore affollato, c’era posto per uno soltanto. Volevo lasciarlo entrare, ma mi prese per un braccio dicendo: entra tu, che sei autista e devi render conto se sei in ritardo, io non ho questo problema e posso aspettare… Era fatto così.” Ha gli occhi lucidi; e sì che non è proprio un tipo dalle emozioni facili…

BRAC significa… Dal suo nascere, l’acronimo è rimasto uguale, ma il significato è cambiato più volte: da “Bangladesh Rehabilitation Assistance Committee”, a “Bangladesh Rural Advancement Committee”, poi… poi non lo so. Ma il BRAC è il BRAC, e questo in Bangladesh lo sanno tutti, anche chi non sa che è la più grande “Organizzazione Non Governativa”al mondo, fondata proprio qui e presente ora in 11 nazioni povere del mondo. Quando, nel 1970, un tifone spaventoso uccise trecentomila persone nel Pakistan Orientale (poi divenuto Bangladesh) e nel 1971 scoppiò la sanguinosa guerra di liberazione, Fazle Hasan Abed – che risiedeva e lavorava a Londra – si diede da fare con altri emigrati per raccogliere fondi e mandare aiuti. Poi decise di fare di più: vendette l’appartamento, ritornò in Bengala e impiegò i soldi per avviare operazioni di aiuto alle vittime attraverso due piccole organizzazioni. In breve tempo si fece conoscere per il successo delle sue iniziative, non clamorose ma accurate, spesso originali, e affidabili. Dopo un disastro, o considerando situazioni di estremo bisogno, non si precipitava a distribuire coperte, medicinali e soldi: sembrava avere un’abilità speciale per cogliere le necessità di una determinata situazione e inventare soluzioni efficaci. A chi gli chiese come facesse, rispose: “Vado in un villaggio, mi siedo con le donne anziane, e ascolto quali sono i loro problemi: loro li conoscono”.

A Dhaka ci sono alcuni grandi negozi molto eleganti di abiti, artigianato e altro, la catena Aaron, frequentata da ricchi e da stranieri. Sono una delle iniziative del BRAC, avviata per dare sbocchi commerciali a prodotti artigianali vari, di qualità: dai ricami tradizionali al sapone al nim, dal “prêt-à-porter” ultima moda, ai soprammobili in bambù. È il BRAC che ha contribuito a diffondere la coltivazione del mais, adatto a periodi in cui il riso non viene coltivato, che ha fondato e gestisce scuole rurali di buona qualità, che sta diffondendo la produzione di latte e prodotti caseari, che ha avviato una banca al primo posto per affidabilità, una università seria, una scuola per infermiere di ottima qualità, che aiuta organismi per la difesa dei diritti civili… Già negli anni settanta, alcuni nostri giovani missionari si misero in contatto con il BRAC perché si occupava di alfabetizzazione di adulti, adattando alle popolazioni del Bangladesh il metodo creato da Paulo Freire in Brasile; rimasero impressionati dalla sua serietà. Il primo impegno all’estero del BRAC fu preso in un posto non precisamente facile: l’Afganistan, dove fra l’altro si è dedicato alla creazione di una università femminile.

La mente aperta di Fazle lo portava a cercare sempre: consigli, esempi, metodi, aiuti da qualsiasi parte; allo stesso tempo era noto per la prontezza e generosità con cui aiutava e collaborava con altre organizzazioni e iniziative non sue, quando ne vedeva la validità, senza monopolizzare o mettersi in mostra. Quando il BRAC era ancora ai primi passi, chiese aiuto alla Caritas, e per un certo tempo il missionario americano p. Timfu una specie di consigliere speciale.

Il mondo delle ONG è accusato di essere corrotto e opportunista, e il continuo pullulare di nuove ONG qui in Bangladesh purtroppo conferma che molte sono una copertura di interessi personali o di gruppi. Ma pare proprio che non sia il caso del BRAC, il cui fondatore comunicava come valori fondamentali l’integrità, l’onestà, l’umiltà. Tutti dicono che vivesse lui per primo queste virtù, anche quando divenne famoso, apprezzato, pluripremiato, membro di un’incredibile numero di commissioni e comitati internazionali, e si trovò in un giro di capitali impressionanti: soltanto il settore del microcredito BRAC gestisce tre miliardi di dollari ogni anno. Il BRAC, dicono i giornali, coinvolge in vari modi circa 200 milioni di persone. Devono essere state le donne di qualche villaggio a dirgli, pochi anni fa: “Mio marito lavora a Dhaka, ma non sa come mandarmi i soldi in modo sicuro…” La risposta è stata una iniziativa di “banca telefonica” che si è diffusa rapidissimamente in ogni angolo del Bangladesh: il suo nome “Bikash”, bianco e nero su fondo rosso, si vede ovunque, specialmente nei quartieri poveri delle città e nei villaggi remoti: dal marito che lavora alla moglie che aspetta i soldi per mandare il figlio a scuola, anche in un villaggio sconosciuto.

Finisco qui. Speravo che, scrivendo, mi venisse in mente il significato attuale dell’acronimo BRAC. Non è venuto. Dite che basta andare in internet per trovarlo? Bene, andateci; a me basta sapere che il BRAC è il BRAC, che ha fatto bene, con intelligenza ed efficacia, e può essere un vanto di questo Paese, che non è solo corruzione.

Pasticceria acrobatica

L’autobus si chiama VIP, cioè “Very Important Persons”, come dice una scritta sul fianco, scrostata e impolverata. Appare in condizioni generali pericolosamente al di sotto della media cittadina, ma scorgo qualche posto disponibile e, messe da parte le paure (avrà i freni?) e gli scrupoli (posso infiltrarmi fra le “Persone Molto Importanti”?) salgo a bordo. L’autista è degno del veicolo: partenze a strappo, arresti a blocco, zigzag arditissimi fra buche, rikscia, pedoni… no, i pedoni no: sono loro che devono scostarsi se vogliono salvare la pelle… Due o tre fermate, e sale al volo un giovanotto che regge sul palmo di una mano un largo vassoio con… che cosa diavolo è quella roba? Sembra una polenta appena scodellata da una grossa forma per torte. Gialla è gialla, ma come fa a essere polenta? Non ne ho mai viste in Bangladesh… Il giovanotto sembra perfettamente a suo agio. Parlotta con le passeggere della prima fila, mentre io aspetto (desidero?) il momento in cui, per uno scossone più violento degli altri, rovescerà la polenta sulla testa di una di loro o, in alternativa, sollevando il vassoio per far passare chi entra o esce nel corridoio fra i sedili, raggiungerà le pale del ventilatore provocando una tempesta di polenta. Ad un certo punto, abbassa il vassoio, e tira fuori dalla polenta una specie di grosso sigaro avvolto in una foglia verde. Lo porge con un sorriso ad una robusta signora in “burka”, che gli dà qualcosa (soldi?) e si mette a mangiare sotto il velo. Guardo meglio: la presunta polenta, rotonda, dall’altro lato è bianca, e qua e là sui fianchi ben rifiniti occhieggiano le punte di altri simil sigari verdi. Mi viene un dubbio: che sia una torta alla crema? Malvagiamente mi dico che potrò scoprirlo quando si rovescerà, o finirà nelle pale del ventilatore. Ma il giovanotto, agilissimo, ondeggia, molleggia, si piega, si alza e si gira secondo le esigenze del viaggio, e la polenta/torta rimane saldamente sul vassoio, che a sua volta rimane saldamente sul palmo della sua mano. Altri passeggeri comprano e mangiano altri presunti sigari con evidente soddisfazione, e io mi avvicino pericolosamente alla decisione di comprarne uno per assaggiarlo. Poi, il pensiero di moltitudini di germi e batteri mi assale, e vigliaccamente rinuncio. Il mio vicino di posto sembra non mostrare interesse alla faccenda finchè si alza, sfiora la torta e scende. Il giocoliere tortifero s’illumina di gioia, e si siede accanto a me. “Bravo – penso io – così si rovescia adesso, mi devasta i calzoni e mi riempe i sandali…”Ma non succede, e ho modo di guardare da vicino. Non è polenta, nè torta alla crema, potrei chiamarla uno sformato di cocco grattugiato, colorato di giallo, o bianco, certamente con “colori consentiti dalla legge” e rigorosamente biologici… Conversazione: fra i rumori del bus e della strada, i clacson, e la pronuncia del giovanotto, non capisco quasi niente, se non che lui stesso è autore del capolavoro, e che quello che resterà della montagnetta di cocco grattugiato ha come destinazione una festa di nozze. Vuole che compri un “sigaro”, e al mio “no” sorridente non s’arrende: prende un grosso pizzico di cocco e me lo mette in mano: “Assaggia, te lo regalo io!” Sì, è proprio cocco con un po’ di zucchero e tanto colore, oltre all’invisibile legione di germi e batteri. Il pasticcere acrobatico scenderà poco prima che scenda io, dicendo che si augura di rivedermi, e che senza dubbio la prossima volta comprerò il “sigaro”. Probabilmente ha ragione.

Natale insolito

In Bangladesh ci sono quindici centri della Ramakrishna Mission. Ne conosco due, uno è a Dinajpur, confinante con l’area dove si trovano la casa del vescovo, scuole e ostelli vari, ospedale diocesano, casa madre delle suore locali, parrocchia; l’altro è a Dhaka, non lontano dal prestigioso Notre Dame University, “fiore all’occhiello” della Chiesa cattolica nel campo educativo. In entrambi, accanto al tempio con la statua di Ramakrishna, il fondatore di questo movimento riformato dell’induismo, ci sono scuole, monastero, noviziato, iniziative per i malati e i poveri. Ero stato una volta al Centro di Dhaka, per un incontro fra cristiani, musulmani, indù su “la ricerca di Dio”. L’intervento cristiano sottolineò la ricerca nel povero e nella carità, il musulmano nella sottomissione e nell’obbedienza, l’indù nella meditazione. Molto interessante. A Dinajpur, l’anno scorso il Vescovo era stato invitato a parlare del Natale proprio la mattina della festa, e quando ho saputo che quest’anno p. Francesco era invitato a presentare lo stesso tema la sera della vigilia, a Dhaka, ho colto l’occasione. Arriviamo verso le 18. All’ingresso ci accoglie un poster molto grande che annuncia l’evento, con un’immagine di Maria e del Bambino incoronati, stile ottocento europeo. All’interno del tempio campeggia un’altra immagine, molto bella, di Maria e Gesù, circondata di fiori, frutta, bastoncini di incenso. Per mezz’ora circa, un piccolo coro canta nenie in una lingua a me sconosciuta, mentre pian piano arrivano i fedeli, e un monaco accompagna le melodie facendo ondeggiare lentamente la fiamma di una candela, o un braciere di incenso, davanti alla statua. Poi invitano Francesco al tavolo dove siedono due monaci, che presentano l’iniziativa: “Noi seguiamo la nostra religione ma rispettiamo e onoriamo le altre. Il nostro fondatore ha voluto che si celebrassero ogni anno la nascita di Gesù, e quella di Budda.” A quanto so (purtroppo molto poco) la Ramaskrishna Mission eil Ramakrishna Moth (monastero) hanno avuto origine alla fine del 1800 da alcuni indù che, al seguito della spiritualità del monaco Ramakrishna, desideravano rinnovare l’induismo a partire dalle sue Scritture, anche accogliendo elementi buoni e validi da altre culture e religioni; di grande importanza, fra l’altro, il completo superamento della struttura culturale e mentale delle caste, e l’attenzione viva e concreta ai poveri, e ai sofferenti.

Dopo le presentazioni e altri brevi interventi, sono ripresi i canti, in bengalese, e pure di “carrol” natalizi in inglese. P. Francesco ha parlato poi per 45 minuti. In un intervento molto denso e vivace ha spiegato il senso dei termini Gesù, Cristo, Messia, Signore, Figlio di Dio; l’attesa del popolo ebraico, la risposta dei discepoli all’annuncio di Gesù che “il Regno è giunto a voi”. Erano circa 300 le persone ad ascoltarlo, con interesse e attenzione. Una preghiera finale, i ringraziamenti, e poi non poteva mancare (siamo in Bangladesh!) il taglio di una torta, più tante fotografie. Siamo ritornati a casa con pacchi e pacchettini di regali, soprattutto frutta, e contenti. Una veglia natalizia insolita, ma bella. Ho pensato che quest’anno i Magi non sono andati da Gesù, ma Gesù è andato dai Magi…

Cipolle

È recente la scheggia che parla delle cipolle. Il loro prezzo sui mercati era salito talmente che il governo ha organizzato un ponte aereo per fornire il Paese del prezioso ingrediente di cucina, tentando di calmierare il mercato e minacciando di severissimi castighi ai profittatori. Il prezzo è calato un poco, ma poi s’è ripreso; non mi risulta che alcun profittatore sia stato castigato.Il Ministro dell’Agricoltura ha dichiarato che “ci vuol altro: per tener bassi i prezzi ci vuole abbondanza di prodotti, non interventi di reparti speciali delle forze dell’ordine…”. Corre voce che commercianti di riso, di cui presto ci sarà il raccolto principale, abbiano seguito gli eventi con interesse e si stia profilando un simile problema – in misura e con conseguenze ben più gravi – per quel prodotto, essenziale per la dieta di tutti in Bangladesh.

Incidente

Il tribunale ha condannato a morte sette terroristi accusati di essere coinvolti a vario titolo nell’assalto terroristico a un ristorante di Dhaka, dove, il primo luglio 2016, trovarono la morte 22 innocenti, fra cui 9 italiani, e 5 terroristi. “Giustizia è fatta”, hanno inneggiato in molti. Ma nessuno ricorda altri due coinvolti nella tragedia. Uno, Shaon, era lo sguattero del ristorante, l’altro, Saiful, il pizzaiolo. Arrestati per sospetto di complicità, il primo è morto in ospedale pochi giorni dopo, con ferite da schegge e vistosi segni di percosse. Il secondo pure è morto, mentre era in custodia della polizia la quale, dichiarando che a seguito delle indagini si era accertata la loro innocenza, ha informato della loro morte, dichiarandola “dovuta a incidente”. Poi sull’evento è piombato il silenzio, e sulle famiglie dei due l’isolamento: non hanno potuto vedere le salme dei loro cari, seppelliti di nascosto insieme ai terroristi, lo stigma di collaboratori dei terroristi rimane, il “risarcimento” che lo Stato ha dato alle famiglie delle vittime, bengalesi e straniere, a loro è stato negato. Il padrone del ristorante – ora trasferito altrove, e con altro nome -di sua iniziativa passa loro mensilmente 100 euro ciascuna.

Creatività

Tempo fa una scheggia informava che in un paese della provincia di Patuakhali (nel centro-sud, non lontano dal mare), stufi di lamentarsi per una strada resa assolutamente impraticabile dal fango, per richiamare l’attenzione delle latitanti autorità, i cittadini locali avevano accuratamente trapiantato riso sulla strada, trasformandola in un campo. Se il riso sia giunto a maturare e abbia dato un buon raccolto, non lo so. So però che le autorità hanno continuato a dormire, e gli sfortunati (e inzaccherati) passanti hanno dovuto escogitare altro: hanno costruito un ponte. Non perpendicolare alla strada, per attraversarla, ma parallelo, per costeggiarla lungo il tratto impossibile a percorrere. Purtroppo il ponte, in bambù, soddisfa le esigenze dei pedoni, ma non degli automezzi…

Manipolazione

La tecnica è sempre uguale: qualcuno infila su facebook, nella pagina gestita da un indù, o un buddista, o un “ateo”, frasi o immagini di cui i media non riferiscono nulla, se non che sono offensive nei confronti dell’islam o del Profeta. Come un fulmine, la notizia diventa “virale”, e – divulgata, ingrandita, ripetuta in mille modi – diffonde rabbia fra migliaia di persone che neppure sanno che cosa sia “facebook”; incita alla vendetta, si esalta con gli slogan a “difesa”dell’onore della propria religione, esige la pena capitale per i colpevoli. Si arriva presto alla violenza, a saccheggiare, incendiare case, raccolti e altri beni di fedeli della religione del possessore della pagina blasfema. La polizia interviene in ritardo, impotente per il numero enorme degli assalitori. Corre ad arrestare il “colpevole”, e parte la denuncia con la richiesta della condanna a morte.
L’ultimo di questi episodi è avvenuto il 20 ottobre scorso sull’isola di Bhola, dove la polizia – sopraffatta – ha sparato ammazzando alcuni dimostranti e facendo aumentare il furore. Questa è la quinta volta in pochi anni che, quasi in fotocopia, accuse, aggressioni, fughe, incendi, morti e feriti si rinnovano. È anche la quinta volta che i colpevoli non vengono identificati, e gli unici a finire in carcere, da cui escono dopo molto tempo e molta fatica, sono gli accusati di blasfemia – anche se è chiaro che nessun indù, buddista, ateo, cristiano o quant’altro, può essere tanto imbecille da mettersi in un pericolo del genere; non c’è argomento che tenga, né prova di innocenza che possa placare: era la loro pagina , devono essere impiccati.
Ovvio accusare il fondamentalismo di parti del mondo islamico, il fanatismo di chi, non conoscendo altro che slogan ripetutigli ossessivamente, s’intruppa furibondo per aggredire un “nemico” che non esiste, come le famiglie indù costrette poi a vivere nel terrore per anni – o ad andarsene.
Già, andarsene. Ma è proprio dalla massa ignorante dei fondamentalisti di campagna che partono queste provocazioni facili da creare per chi è esperto di computer, ma non certo per un contadino semianalfabeta? È il gusto di opprimere gli “infedeli” che dà il via? Le autorità non arrivano a concludere le indagini perché hanno paura dei fondamentalisti?
Sembra proprio sicuro che, vicino a coloro che vengono aggrediti, picchiati e costretti a fuggire, ci siano altri pronti a occupare le loro terre, o contenti di veder distrutte le loro attività commerciali. Le autorità hanno ovviamente paura dei fondamentalisti accecati dalla rabbia, ma forse ancora di più conta l’intoccabilità di “pezzi grossi”, magari impegnati in politica, per i quali è facile trovare un “hacker” compiacente, far circolare una notizia falsa, e poi vedere che cosa succede, aspettando che la paura costringa a fuggire, e la preda rimanga disponibile. Come avvoltoi.