Fuori

Chiamiamolo con il suo nome, senza giri di parole: “senso di colpa”. E qualche volta “angoscia”.

Il “Covid 19” ci ha costretti a stare in casa. Ogni volta che telefono, una gentile signora mi raccomanda di lavarmi le mani, coprirmi la bocca quando arriva lo starnuto o il colpo di tosse (usare il fazzoletto, il tovagliolino di carta o il gomito – suggerisce), stare distante e soprattutto non uscire se non è necessario. E io obbedisco. Uscire è necessario qualche volta, per andare al mercato, per celebrare in una delle comunità di suore che stanno nella nostra stessa via, o per spedire un piccolo aiuto a qualcuno che ha avuto la fortuna di non sentirsi dire “no, non posso”. Una parola terribile, perché se è vero che non posso aiutare tutti, è pure vero che chi se lo sente dire avrebbe voglia di rispondere: “Ma io non sono tutti, io sono uno” – e dice proprio così, con altre parole…

Siamo 21 residenti e mezzo nella casa del PIME a Dhaka: Louis e Anselmo, due nostri dipendenti che risiedono qui, conoscono tutto e tutti, e danno una mano nella gestione della casa; nove studenti di college, cinque di filosofia; Alberto, missionario laico dell’ALP che studia il bengalese; p. Prasad del PIME, indiano, pure lui alle prese con la lingua (come per Alberto, naturalmente le lezioni sono a distanza, usando le diavolerie moderne che in questi tempi tutti apprezziamo); padre Brice del PIME, camerounese, che svolge programmi formativi per giovani, p. Francesco e il sottoscritto. Il “mezzo” residente è Fratel Lucio, che ha la base in una baraccopoli ed è impegnato, con i suoi volontari, con i bambini di strada. Viene qui il sabato sera, sta chiuso in camera per evitare eventuali contagi a noi, riparte il lunedì in mattinata. Cerchiamo di servirlo per bene – ma certo non è difficile immaginare quanto sia entusiasmante un “week end” in “quarantena”…

Possiamo pregare e celebrare insieme, nel refettorio che è largo e ci permette di non stare ammucchiati come in cappella. Sono i giovani che cucinano, e se la cavano bene. Coltivano un minuscolo orto e allevano 10 conigli (uno ce lo ha mangiato una mangusta, e ora qualcuno sta cercando di catturare e mangiare la mangusta…), facciamo lezioni di inglese e di computer, e pure un cineforum. Luban non ama il cricket e ogni pomeriggio, per tre quarti d’ora, prende elegantemente a calci – da solo – un pallone bucato, mentre gli altri s’accontentano del cortile per far finta di giocare a cricket. Tutto bene, neppure si litiga…

Io, che ho vissuto in vari luoghi del Bangladesh, tengo quasi sempre spento il cellulare perché da tutte le parti arrivano chiamate sempre più accorate e insistenti, a volte arroganti, per lo più imploranti. Inutile spiegare che non posso aiutare tutti. “Sì, sì, dici bene che non puoi, ma io non mangio da due giorni…” Magari non è vero, sta esagerando per commuovermi. Però è sempre più verosimile.

Quando poi uscire “è necessario”, ( armati di mascherina, guanti, ecc.) balza agli occhi che giorno per giorno aumenta il numero di chi vaga per le strade mendicando, spesso a gruppi: donne e bambini, anziani, ragazzi…

Per quanto umanamente si possa, senza dubbio noi siamo in situazione di sicurezza. Ma basta questo? È la domanda di ogni momento. Qualcosa facciamo, ma se pensiamo al numero di persone in gravissime difficoltà, gira la testa… Il cervello ci dice tante cose, per esempio: con un po’ di fantasia e di coraggio si potrebbe fare qualcosa; ma che cosa?… guarda che se anche facessimo molto di più, la situazione rimarrebbe praticamente la stessa… Verissimo, ma ciascuno di coloro che soffre non chiede di risolvere la situazione, chiede di stare un poco meno male. Chi chiede non è una “situazione” da risolvere, è uno – o una, magari con bambini a carico…

La strada sotto casa nostra, a causa del “lock down” (chiusura generale) è molto meno frequentata di prima, e la notte ora c’è quasi silenzio; ma non per questo si dorme meglio…

Pensavamo…

Vedova da pochi mesi, lavora come domestica in alcune famiglie; ha quattro figli, fra cui la seconda sta preparandosi all’esame di maturità – poi rinviato a tempo indeterminato. La ragazza improvvisamente accusa forti dolori all’addome; appendicite? Ricovero in uno degli ospedali governativi più grandi ed efficienti di Dhaka. Dopo due giorni, dicono alla mamma che è un caso molto grave, operano, asportano le ovaie, avvisano che ci vogliono soldi e tempo per analizzare il materiale. L’ammalata si riprende un po’, e la mamma non ha più mezzi per continuare le cure; la mandano a casa: torni per togliere i punti. Ritorna infatti, ma la ferita è in pessime condizioni, infetta: tolgono i punti, puliscono, e fasciano, rispedendola a casa: un po’ in ricksciò e un poco a piedi, visti i divieti di circolazione in corso. Altro tempo di attesa, “poi cuciremo di nuovo”.Ovviamente ci vogliono ancora soldi. La donna li mette insieme con miracoli che solo una madre può fare, e torna alla data fissata. Controllo, non c’è male. Prende coraggio; “Dottore, mi scusi, ma che cosa è successo a mia figlia?” Il medico si guarda attorno e le spiega in un sussurro: “Vedi che non ci sono medici qui intorno? siamo rimasti pochissimi. Quasi tutti si sono messi in malattia per paura del coronavirus. Abbiamo operato tua figlia come potevamo, stava davvero male, e pensavamo che sarebbe morta. Abbiamo chiuso la ferita in fretta, pensando che non valesse la pena dare altro tempo. Ma è andata diversamente: l’esame è negativo, tua figlia ha reagito, ora abbiamo sistemato la ferita. Mi dispiace, è anche colpa mia, ma devi capire…” “Capisco, ma la spesa in più?”“Niente da fare, si tratta di costi, e l’ospedale non può fare sconti…”

Folle

A seguito del blocco della circolazione e delle attività lavorative non essenziali per contrastare la diffusione del coronavirus, in Bangladesh c’è stato intorno al 20 marzo un esodo di milioni di lavoratrici e lavoratori dalle aree industriali ai rispettivi villaggi. Ma il 4 aprile, mentre la polizia bloccava a chiunque l’ingresso in Dhaka, e perseguiva chi circolava senza motivi nelle città e in molti villaggi, altrove si sono viste scene tipo “andiamo al villaggio, arriva la festa”, con migliaia di persone stipate su traghetti stracarichi, camion presi d’assalto da passeggeri, centinaia di migliaia di rientri nelle zone di lavoro. Altro che “social distance”, distanza di sicurezza! Si era sparsa la voce che le imprese avrebbero pagato gli stipendi di marzo; alcune imprese avevano deciso di riaprire assicurando che avrebbero fatto osservare le distanze di sicurezza, alcuni lavoratori avevano ricevuto telefonate minacciose: il 5 si riapre, e se non ci siete, perdete il posto. Ma il 5… cancelli chiusi. Quasi tutti. Gli imprenditori – come chiunque altro in questo tempo – non sanno che pesci prendere, e quando alcuni hanno scelto di riaprire, le loro organizzazioni sono entrate in campo raccomandando di aspettare ancora. Qualcuno l’ha fatto, altri no, e non si sa che posizione abbia preso o prenderà il governo.

Emergenza

Non so quante siano, ma certamente non sono poche anche qui le persone di buona volontà che si organizzano, o collaborano con organizzazioni già esistenti, per dare una mano ad alleviare i tanti problemi che accompagnano la pandemia del Coronavid 19.

Ambulanze. A Chittangong le ambulanze sono diventate temutissime, perché si pensa che trasportino persone colpite dal virus: anche chi ha problemi gravi di salute e urgenza di ricovero (infarti, incidenti…), rifiuta di usarle, correndo a volte gravi rischi e disagi.Un privato s’è accorto del problema e ha messo a disposizione, a sue spese, quattro ambulanze che fanno gratuitamente la spola in città, garantendo di essersi tenute lontane dal virus.

Mietitura. In varie zone del Paese è tempo di raccolta del riso. Normalmente, lavoratori stagionali si recano in queste aree per la mietitura, ma quest’anno il blocco della circolazione ha reso i viaggi teoricamente impossibili, praticamente molto difficili e costosi, proprio mentre forti piogge fuori stagione stanno mettendo a rischio i raccolti. Molti giovani, spesso studenti delle aree interessate, si improvvisano contadini per aiutare gli agricoltori, così che il preziosissimo riso non vada perduto.

Condivisione. Nel mese di Ramadan, al tramonto si rompe il digiuno quotidiano con una piccola festa che è molto sentita e simpatica (iftar). Si condividono leccornie con parenti e amici, anche con vicini di casa e poveri. Quest’anno ci sono moltissimi nuovi poveri in più, per i quali ricevere cibo diventa questione di sopravvivenza. E ci sono anche più persone che vivono questo “valore aggiunto” del Ramadan: sperimentare, grazie al digiuno, le condizioni di chi patisce la fame, ed essere più generosi con loro – almeno al momento dell’iftar.

Bambini in strada. Fratel Lucio Beninati, Pime, ha chiamato a raccolta la “sua” associazione “Pothosisu seba songho”, che si dedica a “bambini di strada” a Dhaka, e anche a Sylhet. In questo periodo organizza per alcuni di loro distribuzioni di cibo in due zone della capitale. Dopo alcuni giorni, alla distribuzione per bambini si è aggiunta la distribuzione per circa 50 adulti, sperando di calmare l’irrequietezza – e il rischio di reazioni violente – di chi rimaneva a bocca asciutta. A Sylhet, anche il Vescovo ha preso parte ad una distribuzione.

Ficcanaso. Sono almeno venti i giornalisti minacciati, picchiati, o fatti arrestare perché hanno pubblicato notizie di abusi nella distribuzione di aiuti, sopratutto riso e altri alimentari, che dovrebbero essere dati gratuitamente, o venduti a “prezzi politici” ridottissimi, e invece “spariscono”.

Blocchi. Da ogni angolo si sente la lamentela: di aiuti qui non si parla… fanno promesse ma non arriva nulla… tutto è finito nei magazzini del sindaco… del prefetto… del parlamentare… e dei loro amici… siamo alla fame… Qua e là, alcuni hanno iniziato a mobilitarsi, organizzando blocchi su strade o incroci di una certa importanza. Finora queste iniziative si sono risolte pacificamente: arriva la polizia con qualche autorità che promette di provvedere, la gente si fida, il blocco è sciolto. Riusciremo a evitare violenze del tipo “assalti ai forni” di cui ci ha raccontato il Manzoni?

Non ero sola

Piena di energia, di attività e di sogni, aveva circa vent’anni quando un ictus l’ha costretta a un lungo coma, seguito da una ripresa lenta e parziale, che ha lasciato gravi menomazioni motorie e anche di comunicazione. È un’amica carissima, e mi ha scritto pochi giorni fa.
“Giovedì scorso tutti i vescovi si sono recati nei cimiteri per dire una preghiera a tutti quei morti che non hanno avuto nemmeno un funerale. Ricorreva spesso anche da loro l’immagine della solitudine , dell’assenza dell’affetto dei propri cari. Sì, solitudine, ma non abbandono.
Quando -anni fa – mi sono svegliata dal mio sonno durato una ventina giorni, mi sono trovata distesa in un letto, immobile –anzi muovevo gli occhi, la mano sinistra e le dita dei piedi – e incapace di parlare. Dapprima non capivo perché non mi dessero carta e penna invece di passare un sacco di tempo a recitare l’alfabeto aspettando da me un cenno del capo ad ogni lettera giusta per la parola che volevo dire. Ci ho messo mesi prima di pronunciare la prima sillaba e anni per dire una frase con diverse parole.
I primi sei anni da quando ero stata male, ho caparbiamente voluto mangiare con la bocca. Non ti dico quanto tossivo e dovevo sputare e quanto tempo impiegavo. Ad un certo punto si è rotto tutto e per continuare a sopravvivere ho dovuto mettere un sondino. Ti confido questo perché ho vissuto dentro a un silenzio oggettivo. Sarebbe potuto venire anche il papa, ma mentre mangiavo non sarei mai stata in grado di comunicare. Con nessuno, ma con Dio sì. Mi era di enorme sollievo sapere che lui sapeva. Non dovevo spiegargli nulla: lui capiva. Nemmeno il medico più bravo avrebbe anche solo intuito la mia fatica.
E allora vengo a oggi. Ogni notte penso che potrei benissimo essere una di quei contagiati. Una di quelle persone che muoiono soffocate e sono sole. Sì sole, ma non abbandonate. Mi sarebbe piaciuto sentirlo dai vescovi. Non è il bel pensierino tratto dal catechismo; io lo so per certo. Questi sono gli strumenti per parare i colpi, che Dio ti dà e di cui ti ho parlato. Non ti fermare alla logica umana è il cieco nato che rende gloria a Dio, è l’esaltazione della croce, è un crocifisso che risorge…”

Ammortizzatori

Kakoli.- È una giovane hindu senza famiglia, con una bimba di 9 anni, e l’ex marito convivente con un’altra. Faceva la domestica in una famiglia, alloggiando nel loro appartamento. La famiglia si è trasferita e Kakoli ha trovato una stanza in affitto condivisa con due altre lavoratrici, mettendoci tutti i risparmi; ma era contenta, perché le suore hanno preso la bimba nel loro ostello, e una signora, cristiana, l’ha presa come apprendista nel suo piccolo “Beauty Parlor” (non so come si chiamino in Italia i luoghi dove ti risistemano un po’ la fisionomia – no, non a pugni, ma con creme e matite varie. Saloni di bellezza?) Poi è arrivato il coronavirus e il Beauty Parlor ha chiuso. La signora le ha dato a 250 taka (due euro e mezzo) dicendole che per ricominciare aspettava tempi migliori; le due compagne di stanza se ne sono andate. La padrona della stanza ora la perseguita: la stanza è tutta per te, ora paghi tu per tutte e tre…

Prodip.- Magrolino lui, e magrolina la moglie, sono una coppia di persone molto semplici, buone e simpatiche, con quattro figli piccoli. Lui lavorava in una fabbrica di abiti che alle prime avvisaglie di crisi ha chiuso. Aveva fatto un corsetto di meccanica anni fa, e allora s’è avventurato a prendere la patente per fare da taxista su un CNG, veicoli tipo Ape della Piaggio, attrezzato per passeggeri, con motore a gas compresso (Compressed Natural Gas = CNG). Ne affittava a giornata uno, tirando insieme i soldi per mantenere la famiglia. È andata bene per tre giorni, poi è arrivata voce che il virus s’era messo in pista. Il proprietario del CNG in poche ore lo ha (s)venduto e se ne è andato al villaggio. Prodip, con moglie e figli…

Mahmud.- Pur essendo vecchio (circa 45 anni) ce la fa ancora a pedalare sul rikscio, per mantenere la famiglia nonostante la concorrenza dei tricicli a motore e delle motociclette gestite da Uber. Chiuse le scuole a causa del virus, i passeggeri sono drasticamente diminuiti; poi è stato proclamato un lungo periodo di vacanza straordinaria obbligatoria, insieme con il divieto di circolare se non per casi urgenti e indispensabili, e i passeggeri sono scomparsi. Quasi. L’altro giorno – mi diceva – il padre di uno degli alunni che lui era solito trasportare a scuola (una corsa, 60 taka), verso il tramonto gli ha chiesto di portarlo alla scuola del figlio. Era il primo e unico passeggero della giornata. All’arrivo, gli ha dato 30 taka: “Non ti va? Benissimo, la prossima volta trovo un altro, che mi porta per 20 taka”.

“Ammortizzatori sociali” credo che si chiamino, i sistemi per cui chi perde il lavoro non si trova immediatamente sul lastrico. Qui non hanno un nome, perché non esistono.

Persuasione.- Anche nelle zone più periferiche e vicino alle baraccopoli, il divieto di circolare viene osservato abbastanza. Vista la gravità del problema e l’estensione di Dhaka, hanno chiamato l’esercito a pattugliare, e il sistema funziona; infatti sulle strade principali non si vedono veicoli né pedoni. Come mai tanta disciplina? I militari non sono autorizzati a dare multe, né ad arrestare, ma… “armira mare”, dice la gente, cioè “i soldati picchiano”: se trovano due, tre o più persone a spasso insieme, le pestano senza tanti complimenti.

Casi.– La televisione ieri ha annunciato con soddisfazione che da due giorni non si sono registrati altri casi positivi di coronavirus. Poi ha aggiunto, di sfuggita, che erano stati fatti test su 110 persone. In verità non molti, per una popolazione di 160 milioni di abitanti.

Soccorso.- In tante zone, in Dhaka e altrove, è iniziata la distribuzione di pacchi di cibo fra i più poveri, e di questo c’è davvero bisogno. La TV di stato mostra insistentemente funzionari, amministratori, e politici del partito al potere che si affollano per farsi riprendere mentre mettono i sacchetti in mano ai poveri. La voglia di farsi pubblicità è più forte della paura di trasmettersi il virus.

Italia.- Sono tanti che mandano messaggi e telefonano per chiedere come va in Italia, e per assicurare preghiere. È vero, parecchi dei casi di esami positivi al coronavirus sono stati attribuiti al contagio causato dal rientro in Bangladesh di persone che lavoravano in Italia; è anche vero che nei campi dei profughi Rohingya hanno proibito a cinesi ed europei di circolare, perché vengono additati come “untori” e correrebbero gravi rischi. Ma il buon nome dell’Italia in Bangladesh c’era e rimane, assieme a riconoscenza. Speriamo che le promesse di preghiere siano vere.

Cugini

Per il secondo anno consecutivo, i missionari Saveriani in Bangladesh rischiavano di non trovare un predicatore che accompagnasse il loro ritiro spirituale. Cercando qua e là, sono incappati nel sottoscritto – ultima spiaggia. Ho colto l’occasione per “costringermi” a fare una cosa che da tempo desideravo, cioè approfondire un po’ il significato dell’affascinante preghiera di Gesù, il “Padre Nostro”, e trascorrere qualche giorno con i “cugini” saveriani, con i quali mi ero trovato bene guidando un ritiro parecchi anni fa (per la cronaca, sul profeta Elia). Così, dal 18 al 21 febbraio scorso ho inflitto loro le mie elucubrazioni, che hanno sopportato coraggiosamente. Abbiamo pregato insieme, scambiato qualche esperienza, gustato frutta e verdura del loro orto, superbamente coltivato da p. Marcello – che consideravo un intellettuale e invece… lo è, ma sa anche coltivare pomodori e fare marmellate.

Avevo 19 ascoltatori. Fra loro, un “outsider”, il missionario diocesano di Alba p. Renato Rosso, che ha nel cervello (o nel cuore?) un’insolita bussola, con la lancetta che infallibilmente si dirige verso gruppi e gruppetti di nomadi di qualsiasi etnia; in qualsiasi posto si trovino, li scova: dalle Filippine, all’India, al Brasile, a non ricordo dove, ultimamente pure in Israele – e naturalmente in Bangladesh, dove i Saveriani gli offrono un “pied à terre”. La sua vita è per i nomadi ed è nomade pure lui.

E i Saveriani? Se ricordo bene, due sono messicani, uno bengalese, gli altri italiani – per lo più “stagionati”, come noi del PIME. Potrei cavarmela dicendo che sono gli “omologhi” del PIME: noi nel nord ovest e loro nel sud ovest del Bangladesh. Storicamente, quando il PIME mandò il primo gruppetto di missionari in Bengala (1855), la Santa Sede ci aveva assegnato un territorio estesissimo, a ovest del Brahmaputra, che andava da Khrisnanagar, poco lontano da Kolkata, fino all’Assam, ai confini con il Buthan e il Nepal, e che era parte della colonia inglese dell’India. All’inizio, i missionari del PIME si interessarono agli hindu di lingua bengalese, e con tanta fatica aprirono alcune piccole iniziative, soprattutto scuole, e qualche comunità cristiana cattolica – magari attirando gruppetti già in parte evangelizzati da Battisti e Anglicani. Pian piano, nei primi 50 anni di lavoro si misero le basi di alcune parrocchie/missioni, tutte a sud del Gange. Ma verso la fine del XIX secolo si aprì un orizzonte nuovo, avviando contatti con gli aborigeni a nord del Gange, che si mostrarono aperti all’annuncio, e l’attenzione si spostò verso di loro. In pochi anni, nel 1927, venne fondata la diocesi di Dinajpur, nel nord ovest. Della parte sud si presero cura Gesuiti e Salesiani. Nel 1947 l’indipendenza dalla Gran Bretagna tracciò un confine di inimicizia fra Pakistan e India, tagliando quasi a metà il territorio missionario del PIME, e anche del sud dove, nel 1952, venne fondata la diocesi di Jessore, affidata ai Saveriani. I nuovi missionari lavorarono sulle basi lasciate dagli altri, PIME e post PIME, naturalmente facendo anche molto altro: missioni nuove e iniziative nuove. La diocesi spostò la sede nella città più grande della zona, Khulna, dove si trova ora. I Saveriani si dedicarono specialmente ai “fuori casta” conciatori di pelle, chiamati “Risci”, dedicando molte energie e ricerche a questo gruppo disprezzato e poverissimo. Fondarono un Centro Catechistico Nazionale, scovarono aborigeni anche nel sud, in particolare il gruppo Munda, si dedicarono a interessanti studi su vari temi, tutti in qualche modo collegati con l’argomento evangelizzazione e dialogo, con lo sforzo di entrare dentro e apprezzare la cultura di questo popolo. Sono loro che hanno fatto conoscere il premio nobel bengalese Robindronath Tagore in Italia, con eccellenti traduzioni. Andarono oltre la diocesi, nella diocesi di Chittagong, ma il lavoro nelle zone degli aborigeni nel sud est venne bloccato da disposizioni governative, che non permettono agli stranieri di operare in quelle regioni – e, ultimamente, neppure di andarci… Aprirono iniziative fra le donne più povere, fra i bambini di strada, una missione in diocesi di Mymensingh. A Jessore avviarono e gestirono il “Fatima Hospital”, in passato uno dei pochi ospedali decenti di tutto il Bangladesh; a Khulna l’originale iniziativa- realizzata con le Suore di Carità (Maria Bambina) – dell’ospedale S. Maria, dove gruppetti di medici italiani – soprattutto chirurghi – si recano a turno, curando e operando gratuitamente molte migliaia di ammalati poveri. Con loro ho vissuto giornate ottime, insieme abbiamo sfiorato la bellezza e la profondità del Padre Nostro.

Lo sapevi?

Da una lettera di mio nipote, architetto: “Una mia collega è in contatto con il Bengal Institute for Architecture, Landscape and Settlements; proprio in questo momento l’architettura contemporanea bengalese è considerata una delle più promettenti. Ci sono alcuni progettisti giovani (professionalmente parlando) che stanno ricevendo grandi riconoscimenti internazionali (per esempio Marina Tabassum o Kashdef Mahbub Chowdhury), inoltre si tratta spesso di una architettura di qualità, che ricerca un rapporto con la storia, la società e il territorio.” Ne hai sentito parlare?”
Mmm, a dire il vero, se ci penso, mi pare che, sì, forse qualcuno; oppure non ricordo dove ho letto… No, mai sentito. Ma grazie per avermelo scritto: fa piacere!

Sorpresa

“Ti saluto p. Franco, parto fra poche settimane.” Me lo dice con un sorriso suor Francesca, ed è chiaro che prevede la mia reazione di sorpresa: “Davvero? Ma perché?”. La domanda è legittima, perché Francesca è giovane, vivace, interessata a tante cose, ma è una suora di clausura, una categoria non abituata ad andare in giro. Francesca appartiene alle Clarisse Adoratrici, l’unica congregazione di contemplative presente in Bangladesh, con due monasteri: uno a Mymensingh, fondato negli anni ’30 da un altro monastero in India; lei appartiene al gruppo che da Mymensingh si trasferì per fondare il secondo, a Dinajpur, oltre 10 anni fa. Come mai di nuovo in partenza? Tace un po’ per tenermi in sospeso e gustare la sorpresa, e poi mi raccomanda: “Ancora non è ufficiale, e non devi dirlo in giro; vado in Polonia. No, scusa, un altro nome: in Kazakisthan”. “Dove?”. “Ka-za-ki-sthan: non so dove sia, mi hanno detto soltanto che là fa molto freddo, e che la lingua è difficile, ma io ho detto di sì e sono contenta…”

Proprio così, la piccola chiesa del Bangladesh, dove la maggior parte dei cristiani manco sa che cosa siano le suore di clausura, e che cosa facciano, va ad aiutare una fondazione delle Clarisse Adoratrici che ha un numero troppo basso di sorelle, in Kazakisthan. E non ci va solo suor Francesca, ma da Mymensingh va anche un’altra monaca, sua compagna di scuola ai tempi del liceo. Hanno fatto un giretto per salutare le famiglie, raccolto qualche maglia di lana, e nel frattempo la notizia è diventata ufficiale, quindi questa “scheggia” non viola il segreto… Sono pronte, e fra un po’ prenderanno il volo. A dire il vero, mi dispiace non aver più la possibilità di fare una bella chiacchierata con suor Francesca ogni tanto, ma ci mancherebbe proprio che sia io – missionario – a fare obiezioni. Già una giovane del suo gruppo etnico, i Mandi, è morta martire in Sierra Leone non molti anni fa. Ora tocca a lei portare in un angolo di mondo che neppure sa immaginare, la fede che le ha fatto scegliere questa strada di amore esclusivo e di intercessione per il mondo. Buon viaggio sorelle, vi ricorderò!

Centenario

Il 27 marzo 2020 ricorre il centesimo anniversario della nascita di Sheikh Mujibur Rahman. È considerato “padre” della patria perché alla guida del partito Awami League ne preparò il distacco e l’indipendenza dal Pakistan. Nel 1970, quando venne eletto con una travolgente maggioranza, i centri di potere del Pakistan occidentale ne impedirono l’apertura, e lui venne deportato. L’indipendenza fu proclamata clandestinamente in suo nome, mentre era in prigione. Dopo 10 mesi di sanguinosa guerriglia, l’intervento dell’esercito indiano e la resa dell’esercito Pakistano, fece un ritorno trionfale e assunse la guida del nuovo paese come suo presidente per circa 6 anni. Fu ucciso il 15 agosto 1975 in un complotto politico-militare che aprì la porta a un lungo periodo di instabilità politica e violenze, di restaurazione di chi si era opposto all’indipendenza e alla secolarizzazione, di governi e dittature militari. I ribelli dovevano essere consapevoli del fascino che quest’uomo, con la sua oratoria straordinaria in un paese che dà grandissima importanza alla lingua e alla retorica, aveva sulla gente, e della forza anche politica che i legami famigliari hanno in questa parte dell’Asia. Per questo, insieme con lui, si preoccuparono di massacrare ben quindici membri della sua famiglia e della servitù. Mancarono però una parte importante dell’obiettivo: due figlie di Mujibur Rahman erano all’estero per studi, e si salvarono.

La figlia maggiore, appena pensò di potercela fare, ritornò in patria e incominciò a tessere una paziente e lungimirante tela politica che la portò al potere una prima volta negli anni ’90 e poi di nuovo per 3 mandati consecutivi fino ad oggi nel nuovo millennio. Paziente, dicevo: Hasina si preoccupò di riunificare e consolidare il partito, accettando il gioco democratico e la competizione specialmente con il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP), fondato dal generale che – pochi anni dopo la morte di Mujibur – si era proclamato presidente, e poi guidato dalla sua vedova Khaleda Zia, la sua odiata “arcirivale”. Fuori bersaglio nel 1975, Hasina subì vari altri tentativi di uccisione, scampando anche a due attentati particolarmente gravi in cui morirono decine di persone. La lotta ebbe vicende alterne finchè, poco più di sei anni fa, si inasprì in un braccio di ferro con violenze di ogni tipo sulle strade, dove il Partito Nazionalista si giocò praticamente tutto; Hasina tenne duro, il BNP per protesta si ritirò dalle elezioni, e quasi scomparve dalla scena politica: era iniziata la resa dei conti che Hasina aveva atteso e preparato. Una serie di processi, da lei promessi e fortemente perseguiti, rispolverò i crimini di guerra del tempo della lotta di liberazione, concludendosi con la condanna a morte – prontamente eseguita – di tutti i capi del partito Jamaat, islamico e alleato del BNP, mentre quest’ultimo – assente dal parlamento ed esausto per l’impegno di una lotta feroce che si ritorse contro di loro – affrontava una tempesta di processi per corruzione.

Hasina, saldamente al comando, ne approfittò per riprendere in mano il filo del discorso rimasto interrotto con l’uccisione del Padre della Patria tanti anni prima, e poi contraddetto da tanti interventi – fra cui alcuni legislativi e anche di revisione delle costituzioni, intesi a ridare più spazio all’islam politico e ai filo pakistani. Ebbe l’intelligenza di non percorrere la strada, fin troppo facile, di disfare i provvedimenti di restaurazione e rimettere in piedi ciò che era stato demolito. Prese il discorso più alla larga, saldando, come ho detto, i conti lasciati aperti dalla guerra, e poi impegnandosi in una politica di rilancio dell’identità del Bangladesh e quindi del ruolo di suo padre, Mujibur. Bongobondhu, “amico del Bengala”, così veniva chiamato dai suoi fedeli Mujibur, e la figlia si preoccupò di far capire a tutti che proprio lui aveva la chiave per creare un paese libero, democratico, di cui non dovessero aver paura neppure i più devoti islamici, che blandì con concessioni intese ad averne l’appoggio e il controllo. Fino a dove ci sia riuscita o riuscirà non saprei dirlo, ma il tentativo è evidente. Hasina ha battuto sul tema della storia che ha condotto il paese alla separazione dal Pakistan, ha rilanciato una politica di amicizia (guardinga) con l’India, ha aperto le porte a investimenti di ogni tipo, promettendo tra l’altro un “digital Bangladesh”, e accompagnando un periodo di straordinaria crescita economica. Bongobondhu è il “santo protettore” il cui pensiero soltanto può garantire che questi successi continuino e vadano a favore del popolo. Tutto è nel nome della cultura bengalese, islamica, aperta e tollerante, modello mondiale di convivenza. Gli “aborigeni” sono cancellati dal vocabolario, si tratta di “minoranze” e basta, e del trattato di pace che oltre 25 anni fa pose fine alla loro guerriglia nel sud, ogni anno viene detto che bisogna avere pazienza e fiducia, perché presto tutte le clausole saranno realizzate.

I cent’anni della nascita di Mujib sono come il momento culminante di questa politica culturale che Hasina persegue tenacemente, mentre la “arcirivale” è in carcere e gli avversari sembrano allo sbando. Le strade sono già stracolme di fotografie di Mujib che tiene comizi, che sorride, che studia, che indica la strada, che stringe mani… un ministro ha proclamato tre mesi di preparazione all’anno di celebrazioni, raccomandando di dare alla preparazione il dovuto risalto ed entusiasmo, e un altro ha raccomandato che si tratti di entusiasmo moderato, per non esaurirlo tutto prima che l’anno celebrativo prenda il via. Vedremo.