Rischio

Rispondo con questa “scheggia” a un affezionato lettore e commentatore, che a proposito di un mio scritto sulle elezioni in Bangladesh* aveva chiesto (6 dicembre 2018):

Caro padre Franco,
quali sono le prospettive per i cristiani?
Io sono rimasto impressionato da quello che sta succedendo in Pakistan, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere l’impiccagione di una innocua madre di famiglia, che potrebbe (ma la cosa, se ho ben capito, è stata negata dalla sentenza della Corte Suprema) avere chiesto ad altre donne cosa aveva fatto Maometto per loro.
Soprattutto, mi ha impressionato la mancanza di reazioni, di una contro-manifestazione del cosiddetto Islam moderato… mi sembra di capire che, mentre esistono molte persone che non approvano il radicalismo, ben poche sono disposte a rischiare la pelle per i cristiani.
C’è il rischio che anche il popolo bengalese si incammini per la strada del fondamentalismo e della persecuzione delle altre religioni?

Carissimo,
condivido la preoccupazione, credo che il rischio di cui parli ci sia. Ci sono però anche circostanze diverse. Il Pakistan è nato per dare ai musulmani una nazione, uno stato separato, per loro. L’attuale Bangladesh ne faceva parte, ma poi s’è staccato, rifiutando questo modello. Il popolo Pakistano è formato da gruppi etnici numerosi e diversi, in conflitto fra loro per motivi storici, etnici, economici, politici, ecc. ma i conflitti sono aggravati da componenti religiose: tutti musulmani sì, ma con grandi diversità di interpretazione della fede islamica, con contrasti anche molto violenti fra loro. Una miscela pericolosissima. Il contesto è dunque molto più frazionato e violento che in Bangladesh, dove c’è un tessuto culturale e religioso più omogeneo, e la tradizione dei gruppi pakistani è molto più radicale. Non è vero che non ci siano state manifestazioni contro queste tendenze, ma ovviamente sono meno spettacolari, numerose, scomposte – e quindi catturano poco l’attenzione del giornalismo. Ci sono musulmani che rischiano (e perdono la vita) per la libertà religiosa e anche per Asia Bibi. Ma fanno poco chiasso. C’è pure – come dici tu e come si trova ovunque, in ogni paese, cultura, religione – chi non è d’accordo ma non vuol rischiare. Il tema dell’apostasia (che però non è il caso di Asia Bibi, condannata e poi assolta dall’accusa di blasfemia) è particolarmente delicato, perchè la condanna a morte dell’apostata è decretata dal Corano stesso, nell’interpretazione di molti, anche non radicali. C’è chi non la condivide ma non sa come “contraddire” il Corano e tace, chi la ritiene giusta perchè è un “troppo” che mette a rischio l’Islam. Qualcuno sostiene che questa condanna era legata ai tempi, quando Islam e stato coincidevano e quindi l’apostasia religiosa coincideva con il tradimento (durante la prima guerra mondiale – e non solo – i soldati italiani che lasciavano le trincee venivano fucilati); oggi dunque non sarebbe più così e quindi la condanna coranica dell’apostata non andrebbe seguita alla lettera… ma oggi però ci sono anche molti che vorrebbero tornare a questa unità/identità, e quindi niente clemenza per il traditore…
Tornando al Bangladesh, l’aria che tira è verso un Islam più conservatore e chiuso.
L’estremismo è accanitamente combattuto da chi ha la responsabilità politica oggi, e da chi ha ereditato il pensiero che ha portato all’indipendenza: si tratta di moltissime persone di ogni categoria, anche se, non si può negare, sembra stiano perdendo terreno, e devono fare concessioni che loro stessi non gradiscono. Bisogna tenere in mente che chi combatte più efficacemente l’estremismo (e per questo finora non ha preso piede) sono i musulmani stessi: se fossero soltanto cristiani, indù e minoranze etniche, avrebbero già straperso!
In sintesi: il rischio c’è, ma la speranza che il peggio non avvenga è forte e fondata.
Un saluto cordialissimo e una preghiera
p. Franco

Franco Cagnasso

Elezioni

Cinque anni fa le elezioni parlamentari furono precedute da disordini gravissimi, con bombe incendiarie gettate negli autobus affollati, interminabili blocchi di ogni circolazione, e altre amenità del genere. Ma il partito al potere, Awami League (AL), non cedette di un millimetro, e organizzò le elezioni come le voleva. Il principale partito di opposizione, BNP, per protesta ritirò i suoi candidati, così AL s’impossessò del parlamento, pregando un terzo attore della vicenda, l’ondivago Jonota Party (Partito Popolare), di svolgere il ruolo di oppositore.
Cinque anni al potere senza opposizione organizzata hanno cambiato di molto il quadro politico e sociale. Siamo in pieno boom economico. I leader del principale partito islamico, Jamaat-ul-Islam, sono stati processati e impiccati per crimini compiuti durante la guerra del 1971; la leader del BNP è in carcere. Condannata a 5 anni di reclusione, ha fatto ricorso chiedendo l’assoluzione, e recentemente la Corte di livello superiore ha portato la condanna da 5 a 10 anni, mentre vari altri processi l’attendono, per altre accuse di reati. Ultimamente le retate di membri e leader del BNP non si contano più, le carceri sono stracolme di persone, soprattutto giovani, catturati per impedire manifestazioni e per intimidazione. In non pochi casi, la polizia ha denunciato per violenze persone residenti all’estero da anni, o a letto per sopravvenuta paralisi…
Ma la gente sperimenta una pace relativa, la classe medio-alta apprezza la rapida crescita economica, e diversi servizi pubblici – soprattutto strade – sono in corso di miglioramento. A Dhaka enormi pali di cemento crescono a fianco o al centro di strade affollatissime: reggeranno la nuova lunga metropolitana sopraelevata, che si attende con curiosità e speranza.
Le opposizioni hanno creato una coalizione variopinta di idee e tendenze, promettendo che questa volta – qualunque cosa succeda – dalle elezioni non si ritireranno: un coacervo tenuto insieme dalla paura. In tutto, la coalizione di maggioranza e quella di opposizione, più qualcuno che corre per conto proprio, contano 126 (centoventisei) partiti, molti dei quali ovviamente piccolissimi, e neppure registrati come tali; si accodano ai partiti maggiori per ottenere posti come candidati.
Intanto, continua la caccia agli spacciatori di droga: oltre 400 persone uccise negli ultimi 10 mesi, in cosiddetti “scontri a fuoco” con le forze dell’ordine.
La data delle elezioni era stata fissata al 23 dicembre; le opposizioni hanno chiesto di rinviarla di un mese, la Commissione Elettorale ha rinviato di una settimana: 30 dicembre.
Severe norme a proposito della propaganda elettorale, emanate qualche anno fa, stabilivano fra l’altro che i cartelli elettorali dei candidati fossero solo in bianconero e di piccole dimensioni; niente colla sui muri. Ne seguì un periodo in cui, per le elezioni locali, sventolavano ovunque fogli con nomi, facce e simboli attaccati a lunghi fili sopra le strade, sui portoni, ai cavi telefonici, di internet, ecc.. Ora sono tornati i colori su grandi fogli appiccicati ovunque e – guarda caso – sono tutti della maggioranza, che può permettersi di non osservare le regole.
Come andrà a finire? L’opposizione sembra debolissima, ma alcuni sostengono che si è defilata per sfuggire ai maltrattamenti; al momento giusto verrà fuori dall’ombra e avrà l’appoggio delle innumerevoli persone stanche della corruzione e delle prepotenze. Le minoranze hanno paura.

Ricominciare

E’ dal 1855 che il PIME opera in Bengala, in una vasta area che nel 1947 – con l’indipendenza dalla Gran Bretagna – è stata divisa dal confine fra India e Pakistan Orientale, poi Bangladesh. Prima prevalentemente al sud e poi passati al nord, oltre il Gange, a partire dal 1900 i nostri missionari – a differenza di quelli appartenenti ad altre denominazioni cristiane – hanno operato quasi esclusivamente nei villaggi dell’attuale Bangladesh. L’attenzione alle città è emersa negli anni ’70, quando – subito dopo l’indipendenza – parecchi missionari giovani poterono entrare: pur senza esperienza, avevano il forte desiderio di trovare “vie nuove” per la missione… Qualcuno ebbe il permesso di stabilirsi a Dhaka, poi a Bogra, e vedere che cosa si poteva fare. Dapprima gli anziani videro la città come una scelta di comodo, un rifiuto delle faticose visite ai villaggi su carri da buoi lungo interminabili strade fangose o piene di polvere. Ma, negli anni ’80, l’abbondanza di manodopera a basso costo rese conveniente collocare in Bangladesh migliaia di fabbriche, e milioni di persone affluirono a Dhaka in cerca di lavoro. Fra loro anche molti tribali, e relativamente molti cristiani. “La nostra gente viene inghiottita dalla città” ci si disse, e così una scelta che prima lasciava dubbiosi venne accolta fra le “priorità” della nostra missione in Bangladesh.
Più si lavorava e più si trovava lavoro. L’arcivescovo mise a disposizione un terreno su cui costruimmo le strutture parrocchiali a piano terra, e la chiesa di S. Cristina al primo piano, e a fianco la casa del PIME. Di là, lo sguardo si spinse lontano, dovunque si venisse a sapere della presenza di famiglie o singoli cristiani isolati, senza assistenza pastorale. P. Baio mise gli occhi sul nascente quartiere periferico di Mirpur, P. Speziale su gruppetti sparsi di pescatori, fabbricatori di cestini, o impiegati negli uffici di Manikgonj. Ne nacquero il sottocentro urbano di Mirpur, che diventava un enorme quartiere ancora oggi in espansione, dove lavorarono p. Gualzetti e p. Ballan, poi p. Martinelli, con la bella chiesa “Regina degli Apostoli”, e il sottocentro rurale di Utholi, non lontano dal Brahmaputra, entrambi formati da comunità eterogenee che richiedevano un’attenzione pastorale inedita per la chiesa del Bangladesh.
Nel frattempo, a Rajshahi – città storica sulle rive del Gange – p. Cescato aveva aperto un ufficio regionale Caritas, suor Silvia un piccolo centro per ammalati, e p. Ciceri iniziava a raccogliere tribali urbanizzati, per lo più sfruttatissimi, senza casa, senza impieghi decenti, senza scuola per i figli. In vent’anni di lavoro intensissimo, creava la parrocchia di Rajshahi, che comprende tutta la città e i dintorni, con nove centri su terreni scelti e acquistati da lui, dotati di cappella, scuola, servizi vari. Era un popolo, eterogeneo e non facile da amalgamare, che nasceva dal riscatto dei più poveri. Rajshahi divenne poi diocesi, ebbe la sua grande cattedrale, e ora in città ci sono due parrocchie, entrambe affidate al clero locale.
Niente parrocchia e niente strutture invece per i “pothoshisu”, i “bambini di strada” di Dhaka, cui Fratel Beninati si dedica da oltre dieci anni: ha creato una rete di volontari di ogni religione che, solo con le proprie risorse, dedicando tempo, affetto, cure a bambini e ragazzi che vivono in strada, imparano la gioia di donare.
Anche per Dhaka venne presto il momento di passare la mano: lasciammo all’arcidiocesi la parrocchia di s. Cristina e successivamente Utholi, puntando su Mirpur e su Kewachala, di cui p. Baio, ritornato da un servizio in Italia, accettava l’incarico, trasformandolo in pochi anni in una missione completa di strutture, scuole, ostelli, sottocentri; ora è affidata a due preti diocesani.
Anch’io diedi una piccola spinta per scuotere la Chiesa locale, che sembrava non accorgersi delle nuove necessità e opportunità missionarie. Presi in affitto un appartamento a Uttora, a pochi chilometri dal seminario nazionale dove allora risiedevo, e avviai una piccola comunità cui – con l’aiuto dei seminaristi – offrivo catechismo, Messa, e momenti di incontro due volte al mese. Ora sono subentrati i Salesiani che possono fare molto di più e stanno organizzando una parrocchia, novità assoluta per Uttora!
A Mirpur intanto maturava un’altra idea: un centro che si dedicasse specialmente ai lavoratori, che orari di lavoro e turni tengono lontani dalle parrocchie. Si pensava anche agli ex alunni della scuola tecnica di Dinajpur, per dare loro un punto di appoggio quando vengono in città per trovare lavoro. Cerca, cerca, P. Gualzetti e Fratel Cattaneo trovarono un terreno a Zirani, 35 chilometri dalla parrocchia, nel cuore di un’area industriale in continua crescita. Lì crearono il “Centro Gesù Lavoratore”, che raccoglie un gran numero di operai e operaie di svariatissime provenienze, e da dove i missionari si recano in vari posti per assistere gruppetti di cristiani lontani. Vescovi e clero locale lasciavano fare, con un po’ di scetticismo. Poi incominciarono ad andare a vedere, e si convinsero che l’iniziativa era indovinata. Ora ci chiedono di realizzarla anche in altre città…
Ultima tappa, per ora, la consegna alla diocesi della parrocchia Regina degli Apostoli di Mirpur. L’abbiamo ufficialmente lasciata l’11 novembre scorso, con soddisfazione, riconoscenza e un poco di nostalgia.
E adesso? Ci guardiamo attorno: nella diocesi di Dhaka ci rimane soltanto Zirani? L’arcivescovo ci ha suggerito tre zone in cui potremmo ricominciare. Se ne avremo le forze, lo faremo presto. Anche Fratel Beninati ha affidato la direzione del “suo” gruppo e sta tentando di ripartire, forse a Chittagong. Speriamo…

Vento

“Eccoli qua, gli eroi dell’India!”. Con un gruppo di 15 seminaristi del PIME che studiano filosofia, mi trovo alla stazione di Pune (India), spaziosa, pulita e quasi vuota per attendere il treno che ci porterà a Khandamala, sulla linea che da Pune scende a Mumbay. Là saremo ottimamente ospitati dalle “Suore di Gesù e Maria” in un tranquillo posto di media montagna per alcuni giorni di ritiro spirituale. “Gli eroi dell’India”, come mi sussurra ironicamente uno dei seminaristi, sono due giovani che attraversano rapidamente l’ampia biglietteria, guardandosi con aria arrogante. Indossano la stessa maglia giallo-arancione. “Chi sono, i vigilantes?” domando. “Sì, si sono proclamati guardiani dell’induismo “autentico”. Hanno picchiato e anche ammazzato musulmani per aver macellato una mucca, hanno assaltato villaggi cristiani. Se dicono alla polizia di arrestarti, la polizia prima ti mette in galera, poi chiede loro quale sia l’accusa: la legge la fanno loro…”. Un altro seminarista che ascolta viene dallo stato di Orissa, e aggiunge che uno dei villaggi distrutti è molto vicino a dove abita la sua famiglia. Queste notizie le conoscevo, ma dieci giorni in India, un’occhiata ai giornali, qualche chiacchierata, articoli, discorsi, fanno capire che l’India dai mille volti, ritenuta tollerante, sostanzialmente capace di accogliere diverse religioni, tenendo una posizione che noi in Italia definiremmo “laica, ma non laicista o antireligiosa”, sta cambiando. L’induismo è apertamente usato come strumento per vantaggi politici, e per alimentare un nazionalismo integralista fino a pochi anni fa ritenuto in calo, quasi un residuato oscurantista. “O indù o fuori dall’India”, si sente dire, e i vigilantes non esitano ad accusare e portare in tribunale persone che si siano convertite ad altre religioni, o che predichino una religione diversa. Le divisioni di casta – proibite dalla costituzione – riemergono senza “censure”, alcuni stati stanno facendo di tutto per espellere dal loro territorio altri indiani, se provenienti da uno stato diverso… Non manca certo chi si oppone a queste tendenze: la reazione all’ondata di stupri e violenze sulle donne verificatisi in questi ultimi tempi, o più probabilmente venuti alla luce anche se in atto da secoli, è un segno che molti sanno anche rimettere in discussione tradizioni culturali e religiose non più accettabili. Ma l’atmosfera è tesa, e sembra irreale, di fronte all’enorme sviluppo economico, tecnologico, edilizio, nelle comunicazioni, ecc. che l’India sta vivendo.
Il vento è cambiato, e c’è aria di bufera.

Aggiunta fuori tema: nella scheggia “Dove andiamo?” (1), di qualche settimana fa, ho fatto un riferimento alla guerra che ha portato alla nascita del Bangladesh, scrivendo che è stata combattuta nel 1978. Errore grave! L’anno dell’inizio e della fine di quella guerra, e l’anno dell’indipendenza del Bangladesh, è il 1971. Chiedo scusa.

Ultraricchi

Un’attenta lettrice mi ha scritto che le grandi opere in corso in tutto il Bangladesh, di cui scrivo nella scheggia “Dove andiamo? (1) richiedono tantissimi soldi: da dove arrivano?
Il suo sospetto è che la sorgente – paradossalmente – si trovi nel deserto, cioè in Arabia Saudita. Non sono un esperto e non so dare una risposta documentata. Però, prima di abbozzare una risposta per localizzare la sorgente, faccio un cenno al punto di arrivo – che ovviamente non è uno solo. Include infatti un certo numero di persone il cui portafoglio (e conto in banca) è stato attentamente scrutato, per farne una classifica. Gli “scrutatori”, che certamente hanno serie motivazioni scientifiche, appartengono a un centro di ricerca chiamato “Wealth-X”, situato a New York. Secondo loro, chi dispone di oltre 30 milioni di dollari “investibili” (quindi la casa in cui abitano, le auto personali, i soldi per comprarsi il gelato non sono inclusi…) può rientrare nella UHNW (Ultra High Net-Worth), l’elite degli “ultraricchi”. Sempre secondo loro, dal 2012 al 2017 il paese in cui il numero di persone che appartengono a questo “Olimpo” della ricchezza è cresciuto, in percentuale, più rapidamente, è il Bangladesh: 17.3%.
Sorpresi? Lo credo bene! Mi sembra di sentire la voce di cara amica che da anni mi aiuta tanto dall’Italia: “Ma sei matto? Non scrivere queste cose! Più nessuno ti aiuterà: ormai siete ricchi, è qui in Italia che siamo al disastro…”
La mia informazione dice pure che al secondo posto nella crescita percentuale viene la Cina, poi Vietnam, Kenya, India, Hong Kong… E in assoluto? Del Bangladesh non parla: presenta la lista dei primi 10, con in testa gli Stati Uniti (79.595 ultraricchi), seguiti da Giappone, Cina, e via via fino al decimo posto, dove si trova l’Italia.
L’Italia?
Sì. Così dice “Wealth-X”, con sede a New York.
Sono partito dalla domanda: la sorgente dei soldi quale è? Per la risposta, ci risentiamo alla prossima “scheggia”.

Annibale

Veniva spesso in Bangladesh, prima per lavoro (prodotti chimici farmaceutici) poi, dopo aver conosciuto il PIME, per amicizia e per il suo interesse alla nostra missione. Non ricordo come ci siamo incontrati; per quale motivo fui io ad accompagnarlo a visitare alcune nostre missioni, e così avemmo occasione di conoscerci meglio. Fu allora che mi confidò un suo desiderio: far nascere, o dare un sostegno consistente ad un’opera a favore di ammalati poveri. Quasi per giustificarsi, spiegò: “La vita mi ha dato tanto, tantissimo, in tutti i sensi; anche economicamente ho avuto più di quello che avrei mai pensato. E poiché questo è avvenuto con il mio lavoro nella chimica farmaceutica, vorrei ora “restituire” aiutando qualcuno che è ammalato, e ha bisogno di medicine.” Aggiunse che un suo amico e collega molto caro sarebbe stato contento di unirsi all’iniziativa. Parlammo a lungo, più volte, esaminando varie possibilità. Visitammo insieme il “Centro Assistenza Ammalati” (CAM) di Rajshahi, gli raccontai la sua storia e descrissi il tipo di servizio che svolge, gli presentai le suore, e – poiché mi ispirava piena fiducia ed era competente – gli mostrai come teniamo l’amministrazione, parlammo di entrate e spese, di dipendenti e loro formazione… Imparai molte cose ed ebbi un bel po’ di ottimi consigli. Annibale ne parlò con il suo amico e insieme decisero: aiutiamo il CAM; subito acquistarono il furgone-ambulanza di cui avevamo bisogno. Mi disse che apprezzavano obiettivi e metodi del CAM: assistere ammalati poveri e smarriti nella giungla delle strutture sanitarie del Bangladesh, perché possano farne uso senza essere troppo sfruttati, sostenere i malati di tubercolosi con medicine, riposo, buon cibo, in un ambiente di fraternità e servizio. Gli piaceva pure che l’opera fosse nata e continuasse in collaborazione fra suore di Maria Bambina, PIME, e diocesi.
Per qualche anno fu “l’angelo custode” che scrutava i conti faticosamente messi insieme da suor Berchmans e da me, e ci dava sicurezza. Tornò più volte a visitarci: una volta gli scioperi ci bloccarono per una settimana intera al CAM, e non ci mancò il tempo per chiacchierare; era coinvolto in sostegno a missionari del PIME anche in Italia, Myanmar, Guinea Bissau… Gli chiesi altri consigli, a proposito dell’ostello per i Marma buddisti che da anni aiutavo, e andammo insieme a visitarlo. Ne fu entusiasta, toccato dalla loro accoglienza, e si persuase che il responsabile, Mong Yeo Marma, era una persona seria, di cui ci si poteva fidare. Aiutò anche loro e mi chiedeva spesso loro notizie.
Il terzo passo fu Snehonir, la comunità per “portatori di handicap” insieme a normodotati molto poveri e/o senza famiglia. Anche lì, “inchiesta accurata” su conti e amministrazione, seguita da una sentenza che mi consolò: sì, stai facendo proprio come un buon padre di famiglia, che guarda all’oggi e al domani con prudenza e buon senso… Fra questi giovani trascorremmo le nostre ultime giornate insieme, nel febbraio scorso, in occasione del “giubileo”: 25 anni erano passati da quando il primo bimbo, pochi mesi di età e paralizzato dalla poliomielite, era stato accolto dalle suore e dal parroco senza soldi, senza progetti, senza posto… proprio soltanto perché nessuno sapeva rispondere alla domanda: “Che ne facciamo del piccolo Robi?”. Annibale era presente quando ragazzi e ragazze, piccoli e grandi (qualcuno in carrozzella, con le stampelle, o non udente, o cieco…) si scatenarono in una danza che espresse fino a tarda sera la loro gioia di vivere, di essere insieme, di sentirsi liberi… Ci volle poco perché vincesse la naturale esitazione: anche lui salì sul palco, a danzare insieme a loro, in un girotondo che sembrava non dovesse finire mai.
Annibale voleva sapere, calcolava, prevedeva, metteva i puntini sulle i… ma non solo. Una sera parlammo del progresso della medicina in Bangladesh, e della chirurgia che compie “miracoli”, ma tutto a prezzi inaccessibili per la maggioranza… La mattina seguente, dopo la Messa chiacchieravamo in attesa della colazione, quando una donna dall’aria triste – una Santal – venne a salutarmi: “Padre, ritorno a casa. Benedicimi e prega per me” mi disse. Era venuta al CAM per un controllo e aveva saputo che occorreva un’operazione al cuore. Ma con quali mezzi? Mentre se ne andava, Annibale mi chiese chi fosse e glielo spiegai. Rimase a lungo in silenzio, poi mi disse: “Possiamo farcela, accompagnatela dal chirurgo”. Per Michael… Gli avevo parlato di questo giovane Tripura che era arrivato all’università nonostante una povertà estrema, il papà alcolizzato, le invidie del villaggio… gli avevo trovato una borsa di studio, ma ora annaspava perché s’era messo in testa di far venire a Dhaka anche le sorelle e il fratello minore, di farli studiare, ma non ce la faceva. Gli dissi anche che non riuscivo a sbloccarlo dalla sua chiusura, da silenzi insopportabili, da decisioni avventate che lo mettevano nei guai: “A volte sono proprio stanco, ne ho abbastanza…” Annibale non disse nulla, poi mi scrisse da Milano: “Come sta Michael? Non lasciarlo, che cosa farebbe nella bolgia di Dhaka se non si appoggiasse a te? Abbi pazienza…” E la mia pazienza fu poi sostenuta dal suo aiuto perché anche le sorelle e il fratello potessero studiare.
Ci ha lasciati all’improvviso il 27 agosto scorso. Pochi giorni prima mi aveva scritto che – nonostante le restrizioni poste dal governo – sperava ancora di poter tornare con me a trovare i Marma, vedere i loro progressi…
Il mio primo pensiero fu per la famiglia, e per la moglie, di cui non mi aveva mai parlato a lungo, ma a cui tante volte si riferiva lasciando trasparire grande affetto e grande stima. “Le donne hanno spesso una marcia in più – mi disse una volta – come mia moglie…” Fu lei, Isabella, a darmi subito la notizia, perché Annibale parlava volentieri del Bangladesh. Ne fui commosso e ora penso che anche l’incontro con Annibale sia fra le tante cose belle che la vita ha dato pure a me.

Vivibilità

Una delle tante agenzie che si preoccupano di compilare classifiche mondiali, ha dichiarato che quest’anno la città in cui si vive meglio al mondo è Vienna, seguita da Melbourne. La città in cui si vive peggio è Damasco, seguita da Dhaka. Non chiedetemi il perché, mi manca lo spazio per spiegarlo.

15 agosto

“Buon ferragosto”, mi saluta al telefono un’amica dall’Italia. La deludo dicendo che qui – incredibile ma vero – il Ferragosto non c’è.
Non c’è, tuttavia il quindici di agosto non è affatto un giorno qualunque: in Bangladesh è giornata di lutto nazionale, perché in quella data, nel 1975, il padre del Bangladesh, Mujibur Rahman, venne ucciso e con lui 14 parenti e persone del servizio. Le commemorazioni si fanno più solenni e organizzate ogni anno. Ma il 15 di agosto, il partito d’opposizione festeggia. Come mai? Non può non farlo – nonostante il dolore per la morte del 1975 – perché 74 anni fa in quella data nacque una bimbetta che divenne poi l’attuale capo dell’opposizione che, fra i 25 o 26 capi d’accusa per cui è in carcere da sei mesi, ha anche quello di “falsificazione della data di nascita”. Non sarebbe nata il 15, ma si sarebbe inventata quel compleanno per poter legittimamente esimersi dal dovere nazionale di essere addolorati e far festa con i membri del suo partito.

Dove andiamo? (2)

Ultimi giorni di luglio. Sul bordo della strada che mena all’aeroporto, una ventina di studenti delle superiori aspetta l’autobus. Il quale arriva, come sempre, per non perder tempo, non si ferma del tutto, e meno ancora sul bordo, ma in mezzo alla strada e costringe gli studenti a schizzare in avanti per salire. Arriva un altro autobus della stessa compagnia, come al solito sorpassa sulla sinistra (qui la guida dovrebbe essere sulla sinistra, quindi il sorpasso dovrebbe essere sulla destra), travolge i giovani uccidendone due e ferendone gravemente nove. I testimoni diranno poi che i due autobus, più un terzo, stavano facendo una corsa fra loro per raggiungere prima i punti di imbarco dei passeggeri. In un baleno la notizia corre fra le numerose scuole della zona e gli studenti s’infuriano. Bloccano la grande strada, vandalizzano bus e auto, picchiano alcuni autisti. Sembra una fiammata di rabbia come spesso ne avvengono, ma gli studenti dichiarano di averne abbastanza, e nei giorni seguenti inventano un’originalissima forma di protesta. Si distribuiscono in alcuni punti chiave di Dhaka e altre città, per dirigere il traffico secondo le regole. Fermano i mezzi, esigono di vedere le patenti e altri documenti, se non sono in regola fanno parcheggiare il mezzo e mandano a piedi l’autista (con i passeggeri); fanno osservare i semafori, rispettare gli stop… cose incredibili! Dapprima, quasi tutti sorridono, e la gente incoraggia i giovani, offrendo gelati e applausi. Il governo promette “punizioni esemplari” agli autisti indisciplinati, ma le leghe degli autotrasportatori non gradiscono e proclamano uno sciopero. Primi pestaggi. Tornano le “squadracce”, questa volta meglio camuffate per far finta di non essere chi sono. Attacchi, in qualche caso contrattacchi degli studenti – e/o degli infiltrati. Il governo invita gli studenti a tornare alla disciplina di prima (!?!); proclama anche una “Settimana del traffico” in cui gli agenti della strada faranno pubblicità alle regole e saranno severissimi. La Primo Ministro visita in ospedale i feriti – solo quelli del suo partito. Anche per questo movimento, accuse di strumentalizzazioni, diffusione di notizie false, e di post “provocatori” e antigovernativi. Ripartono gli arresti. La protesta si disperde e spegne. Il traffico torna “normale” e i morti si contano di nuovo come prima.
La diffusione di notizie false è reato punibile, da qualche tempo (la falsa testimonianza in tribunale non lo è…). Per criticare il governo, bisogna parlare di errori e comportamenti negativi. In altre parole, per criticare il governo bisogna diffondere notizie false – reato punibile. Ma perché inventare notizie false? Certamente perché “some vested quarters” (alcuni particolari ambienti) hanno interesse a farlo, interessi biechi. Anzi, non c’è dubbio che facciano parte di complotti per distruggere la democrazia e per fare spazio ai nemici della patria, quelli che si sono opposti all’indipendenza. Ma questo è inammissibile, e chi lo faccia, fosse pure un’attrice famosa che difende gli studenti, o un fotografo rinomato nel mondo, o un luminare degli studi legali, che ha combattuto per l’indipendenza, va duramente perseguito.

Finalmente

In Bangladesh le “vocazioni” sono asimmetriche: relativamente numerose quelle maschili, per diventare preti diocesani o religiosi (Santa Croce, Oblati di Maria Immacolata, Terz’Ordine Regolare di S. Francesco, Gesuiti, Salesiani… anche al PIME va qualche briciola), in calo quelle femminili, che contano parecchie congregazioni di origine straniera e tre di origine locale. Le Missionarie dell”Immacolata, qui note come “PIME Sisters”, hanno avuto una buona crescita, ormai le straniere sono uno sparuto piccolo resto; ma ultimamente la sorgente sembrava asciutta: da sette anni nessuna giovane pronunciava i primi voti. Finché, recentemente, le Suore hanno rispolverato i libri con la celebrazione liturgica, lucidato a specchio la chiesa parrocchiale di Mirpur, decorato in tanti modi, abbondato con fiori e collane di fiori, preparato per bene canti e danze, prenotato un pranzo con i fiocchi – tutto con il massiccio aiuto dei giovani della “Comunità formativa del PIME” (comunemente chiamati “seminaristi”). Poi, il 15 agosto, Cecilia, Happy e Merina hanno posto fine alla carestia, pronunciando i voti ed entrando nell’Istituto missionario. Auguroni!