Canapa

La foglia, quando è ancora tenera, si cucina ed è un’ottima verdura, da fare invidia agli spinaci… È un arbusto elegante, dritto, sottile e piuttosto alto che cresce su terreni allagati (tipo risaie). In inglese è “jute”, in italiano “canapa”, in bengalese “pat” (“t” palatale, per favore…). Seminato fittamente, colma di verde intenso grandi estensioni pianeggianti: da oltre due secoli fa parte del panorama del Bengala, specialmente nella parte centro meridionale.

La coltivazione richiede cura, e fatica. Al momento del raccolto, immersi nell’acqua, i lavoratori tagliano gli arbusti alla base, legandoli in fasci che lasciano sul posto a macerare, diffondendo un caratteristico odore acre. Quando la fibra inizia a staccarsi dal tronchetto centrale, i fasci vengono “battuti” con forza, ripetutamente, sulla superficie dell’acqua, con un ampio movimento del torso e delle braccia, finché si separa completamente. Allora si fa asciugare disposta in sostegni sulla riva; poi, legata in grandi, pesanti matasse dorate, la portano a stabilimenti (“jute mills”) per farne corde, tappeti, tessuti grezzi, sacchi, ecc. Il tronchetto centrale, privato della fibra esterna, è liscio, leggero e fragile; con pazienza, donne e bambini lo dividono in pezzi lunghi circa 40-50 centimetri, mescolano sterco di vacca con pula di riso e appiccicano l’impasto intorno agli steli, facendo insoliti “spiedini”che espongono al sole. Ben secchi, costituiscono un ottimo combustibile per cucinare.

La Gran Bretagna, nel periodo coloniale, ha incoraggiato e diffuso la coltivazione della “jute” perché trovava qui clima e terreno ideali, e buoni mercati d’acquisto in varie parti del mondo. Si coltivava pure l’indaco, che cresceva molto bene in bengala e veniva usato per produrre coloranti; ma quando venne sostituito da altri prodotti sintetici, non ci fu più convenienza, e rapidamente la canapa ne prese il posto. Però anche per questo prodotto non è sempre andata bene. Ci fu una crisi al momento dell’indipendenza (1947) quando India e Pakistan si separarono: la canapa veniva coltivata nella parte che divenne Pakistan Orientale, mentre le fabbriche per la lavorazione si trovavano nella parte che rimase India, verso Kolkata: li separava il nuovo confine politico che fu ben presto chiuso. Fu crisi per gli industriali in India e per i coltivatori in Pakistan Orientale – poi divenuto Bangladesh (1971). Non so che cosa successe in India, ma in Pakistan/Bangladesh gradualmente crearono nuovi stabilimenti (jute mills) e gradualmente la crisi fu superata.

Ma arrivò il tempo della plastica e delle fibre sintetiche, che rapidamente diminuirono l’importanza e il valore della canapa. Questo fatto, unito alla concorrenza di altri paesi (specialmente Cina), ad una politica ondivaga e contraddittoria e a tanta corruzione, mantennero il settore in perenne situazione di crisi, anche se si produceva e si esportava, e la canapa costituiva, dopo il riso, uno dei prodotti principali del Bangladesh.

Ora le industrie ci sono, e la canapa ha perso importanza, ma ha ancora il suo posto nell’economia del paese. Fra l’altro, il Bangladesh ha creato centri di ricerca di tutto rispetto, che sperimentano, selezionano e diffondono qualità di canapa migliori, per produrre tessuti che facciano concorrenza alle fibre sintetiche e al cotone. Sono anche molti i prodotti artigianali a base di canapa, spesso sostenuti da Organizzazioni non Governative e da gruppi ecologisti, mentre alcuni paesi e ditte europei hanno creato corsie preferenziali per usare prodotti in fibra naturale, e quindi canapa, sia come componenti di alcune parti delle automobili, sia come borse per la spesa, sacche e altro.

Ma gli stabilimenti statali per la lavorazione della canapa non sono mai riusciti a far quadrare i bilanci. Per questo, a fine giugno il governo ha drasticamente deciso la chiusura completa di oltre venti “jute mill”, a partire dal primo luglio. Ai lavoratori fissi sono state promesse liquidazioni “dorate”, ai precari (alcuni continuano come precari da trent’anni…) nulla. A tutti, per altoparlante, è stato comunicato che devono sgombrare alla svelta le case dove abitano, di proprietà governativa; la polizia presidia le aree vicine agli stabilimenti; due sindacalisti sono stati incarcerati con l’accusa di atti di vandalismo commessi due anni fa durante una manifestazione per avere gli stipendi arretrati…

Commercianti, produttori privati, esportatori non sembrano troppo preoccupati: la parte gestita dallo stato non era più di grande rilevanza, e loro sperano di poterla assorbire, ridando vitalità alle proprie ditte che stavano vivacchiando. Quanto ai 25 mila dipendenti, sarebbe stato difficile trovare un momento peggiore per informarli che non avevano più lavoro né casa. Siamo devastati dalla pandemia e dalla miseria. Ci mancava proprio questo…

Nuova Zelanda

Caro padre Franco, in un scheggia di qualche tempo fa (per la precisione, 7 Maggio 2019), tu avevi espresso un’opinione decisamente positiva sull’operato del giovane Primo Ministro della Nuova Zelanda, la (non nominata) signora Jacinda Ardern, che andava al di là di un semplice elogio del modo con cui ella aveva saputo affrontare le conseguenze di un atto terroristico che aveva colpito cittadini neozelandesi musulmani.

La cosa mi aveva colpito, perché avevo letto articoli che descrivevano la signora Arden come uno degli alfieri del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” (fondato, tra le altre cose, su controllo delle nascite, ecologismo, distruzione delle identità nazionali, soppressione dei più deboli), sponsorizzato, tra gli altri, da George Soros e Bill Gates (non proprio dei poveracci), e d’altra parte è raro che tu parli così bene, in una scheggia, di qualcuno che non conosci di persona, e che per giunta non è neanche bengalese (o italiano). Avevo sperato, lo confesso, di essermi fatto un’opinione sbagliata su questa giovane politica, e che avessi ragione tu.

Oggi però mi è capitato tra le mani questo articolo (https://www.ifamnews.com/it/hanno-ragione-gli-abortisti/), che, tra le altre cose, parla di alcune delle convinzioni della signora Arden riguardo al (non) rispetto delle vite più fragili.

Forse i tuoi lettori dovrebbero conoscere anche questo?

Un abbraccio! Mario

Carissimo Mario, grazie per avermi scritto: da tempo mi sento a disagio perché non ho risposto alla tua ultima lettera, ricca di spunti: volendo farlo in modo completo, ho purtroppo rinviato fino a… non so quando. Ora mi arrivano le tue osservazioni su un altro argomento; te ne sono grato. Però sono anche sorpreso: hai letto la mia “scheggia” in un modo che proprio non immaginavo! Comunque, un esame di coscienza è doveroso: mi sono chiesto come mai ho dato un’impressione così lontana da quello che intendevo. Ho riletto la scheggia e non mi pare che ci siano affermazioni a sostegno delle idee di quella persona. La mia intenzione era solo quella che tu ben descrivi così: un semplice elogio del modo con cui ella aveva saputo affrontare le conseguenze di un atto terroristico che aveva colpito cittadini neozelandesi musulmani.

Sono andato oltre? Non intendevo. Per dissipare eventuali equivoci con altri lettori, spiegandomi meglio, riporto qui sotto la scheggia di cui si parla.

“Per qualunque cosa, c’è sempre un’altra prospettiva, e conoscerla fa bene.

Dopo questa profonda considerazione filosofica, vengo al punto. La giovane primo ministro della Nuova Zelanda, di cui ricordo il volto (un volto disastrosamente poco adatto a un politico, perchè dà la penosa sensazione che pensi prima di parlare…) ma non il nome, ha commosso il mondo, almeno il mondo islamico del sud Asia, dopo la tragedia accaduta a Christchurch, nel suo Paese, quando un fondamentalista cristiano ha ucciso in due moschee 40 musulmani radunati in preghiera e ne ha feriti 19. La commozione non viene dal fatto che abbia pronunciato nuove, più indignate parole per stigmatizzare l’accaduto, ma perchè:

– Non ha detto “vedremo, aspettiamo di capire, forse è un pazzo isolato, ecc.” Ha subito parlato di terrorismo. Non ha parlato di “musulmani” immigrati colpiti da un cristiano di nazionalità australiana, ma di “noi neozelandesi” colpiti da questo atto terroristico, usando in ogni intervento questo “linguaggio inclusivo” che evita il “noi e loro”.

– Ha fatto in modo che il nome dell’attentatore non venisse diffuso e il suo volto non venisse fotografato: un metodo intelligente e non violento per frustrare un narcisista come lui.

– Non si è presentata con l’atteggiamento del generale che arringa le truppe per sconfiggere il nemico, sicuro che “la vittoria sarà nostra…” ma come una persona sinceramente addolorata e preoccupata, che invoca il buon senso delle persone di pace, l’unità di tutti, e che fa subito approvare una legge per controllare meglio a chi vanno in mano le armi che si producono e vendono.

– Quando il presidente turco Erdogan – noto per la sua delicatezza e per il suo tatto (e qui aggiungo ora la spiegazione che questa valutazione su Erdogan è un’affermazione ironica…)– ha detto che avrebbe fatto introdurre la pena di morte in Nuova Zelanda perchè il colpevole venga impiccato, e che spedirà a casa in una bara chiunque accosti la Turchia con animo anti-islamico, lei ha risposto: “ Chiederò al mio ministro degli esteri di andare di persona a parlargli, per capire bene che cosa dice e perchè”

– Quando nelle moschee s’è pregato per i defunti, ha partecipato stando insieme ad altri, all’esterno, anche lei silenziosamente in preghiera, con il capo coperto.

A ben vedere, niente di straordinario. Ma molti musulmani si sentono assediati dalla “islamofobia” di chi vede solo il terrorismo di origine islamica, di chi ha paura dell’islam e tenta di isolarne tutti i fedeli, di chi non vede o non capisce comportamenti che polarizzano le differenze, colpevolizzano i musulmani e offrono pretesti per il terrorismo – che ha anche altre origini, ragioni e matrici. Perchè – si chiede qualcuno – dopo una strage in una scuola americana si parla di malato mentale, e dopo una strage in una scuola pakistana nessuno parla di far ricorso allo psichiatra?”

Fin qui, la scheggia, dove non trovo accenni ad altro che all’episodio cui mi riferisco, salvo qualche battuta ironica sul modo di presentarsi e di parlare in genere dei politici (in genere, di qualunque paese o partito). Provo a spiegare i miei Criteri quando ho scritto.

Punto primo: non sapevo e non so niente di questa signora, neppure di che partito sia. Avrei potuto trovare in internet il nome e notizie varie. Non ho cercato, anche per lasciar capire che non intendevo valutare la persona e la sua politica in generale, ma mi limitavo ad un fatto e alla reazione che ne è conseguita. Per di più, non so nulla neppure della Nuova Zelanda! E mentre ti ringrazio per avermi mandato un indirizzo dove potrei trovare notizie e valutazioni, ti dico sinceramente che non sono andato e non andrò a vedere. In questo periodo sconvolto dalla pandemia, l’assedio di poveri e impoveriti sempre più affamati e disperati si fa ogni giorno più pressante. Lotto per poter fare qualche cosa, ma anche per non lasciarmi prendere da angoscia e depressione a causa dell’impotenza che sperimento di fronte a tanta sofferenza. Invece di andare a vedere che cosa si dice di questa signora, ho pregato un momento per lei e per la pace. Non trovo il tempo e non m’intreressa sapere chi governa la Nuova Zelanda e come. Non mi sento in colpa per questo disinteresse, perché sono sicuro che le mie schegge, qualunque cosa dicano, non influenzano gli elettori neozelandesi… Se nonostante la situazione di tensione e pena profonda in cui mi trovo, scrivo ancora qualche scheggia, è perché mi aiutano per un momento a concentrarmi su altro, e in fondo mi rilassano.

Punto secondo: le schegge sono “di Bengala”. Questa scheggia parte dal Bangladesh, e riguarda alcuni articoli e commenti insoliti che ho trovato dopo l’assalto alla moschea. Se si fosse trattato della Francia o del Messico e del rispettivo primo ministro anziché della Nuova Zelanda, avrei scritto le stesse cose. Mi è scappata l’iperbole “ha commosso il mondo” che ho corretto subito aggiungendo “almeno il mondo islamico del sud Asia”, spiegando che “Mi aspettavo (qui in Bangladesh, ovviamente) reazioni furiose, lamentele sulla “islamofobia”, commenti che sottolineassero che l’assassino era un cristiano, nelle aree conservatrici anche appelli alla vendetta. Ho trovato invece reazioni nel complesso moderate, e soprattutto l’elogio del “linguaggio inclusivo” della primo ministro. Mi sono chiesto: dove e come? Ecco come: non ha detto: “Noi neozelandesi siamo rattristati da quanto è accaduto ai musulmani”. Come ho scritto nella scheggia: “Non ha parlato di “musulmani” immigrati colpiti da un cristiano di nazionalità australiana, ma di “noi neozelandesi” colpiti da questo atto terroristico, usando in ogni intervento questo “linguaggio inclusivo” che evita il “noi e loro””. Se è stata “furba” se era convinta non lo so, però è stata convincente per i lettori del Bangladesh che, di risposta, hanno modulato su toni di pace le loro reazioni comprensibilmente addolorate, e hanno per lo più evitato di ripetere che sono i soprusi e il terrorismo occidentali (e quindi, automaticamente, cristiani) ad alimentare le violenze di minoranze islamiche. Inoltre, ho apprezzato la sobrietà del linguaggio che ha usato in una breve intervista televisiva che ho visto durante un telegiornale. Di solito i politici (di qualunque partito e ideologia) cercando disperatamente aggettivi efficaci per esprimere indignazione: delitto efferato, inaudito, senza precedenti (!), inaccettabile, bestiale, ecc. ecc. e promettono rapide soluzioni del problema: neppure uno sfuggirà alla giustizia, saremo inflessibili, non vinceranno, ecc. Lei ha preferito un altro linguaggio (vedi sopra, la scheggia) e a me pare che abbia fatto bene. Il tono rattristato e pensoso, a mio parere, coinvolge e fa riflettere più che dichiarazioni bellicose. Anche la sua risposta alle minacce grossolane di Erdogan mi è sembrata appropriata. Un altro politico avrebbe detto: ci provi, e gli facciamo vedere noi… Lei ha detto: cercherò di capire perché parla in questo modo. Ecco: “cercherò di capire” è un’altra apprezzabile rarità nella politica urlata di oggi, dove quasi tutti vogliono mostrare di sapere tutto, di capire tutto, di avere le soluzioni già pronte per tutto, e rispondono prima ancora di aver sentito la domanda (o l’insulto…).

Più in là di questo io non intendevo e non intendo andare.

Punto terzo: pensavo e penso che anche se la primo ministro fosse la peggior politica del mondo e la più lontana dalle mie idee, nel momento in cui facesse qualcosa che ritengo giusto e che ha un effetto positivo qui in Bangladesh, sarebbe lecita una scheggia che dicesse: ha fatto bene. Ovviamente “ha fatto bene” in quella precisa circostanza e su quello specifico tema, non su tutto il resto di cui non parlo.

Tutto qui.

No, non tutto qui. Mi permetto di aggiungere che, forse, se fossimo tutti (me compreso!) più capaci di stare ai punti precisi di cui si parla, anche i nostri “dibattiti”, sia nella politica sia in ogni altro confronto di idee – anche all’interno della Chiesa – sarebbero più accurati e fruttuosi. La polarizzazione, l’immediata classificazione dell’interlocutore, che spesso conduce alla sua squalifica completa, non raramente anche gli insulti, non permettono di fare progressi, ma solo di ripetere urlando via via sempre più forte le proprie idee (penso a dibattiti televisivi e non solo, visti in Italia durante le vacanze). E con questo “predicozzo” di cui chiedo scusa, ti ringrazio di nuovo perché leggi con interesse le schegge e perchè mi hai scritto. Il Signore benedica te, i tuoi cari, il tuo impegno.

Occasioni

Le informazioni di questi tempi sembrano limitarsi ad un tema presentato e ripresentato in tutte le salse. La BBC fa interminabili servizi con interviste-fiume a due o tre esperti per volta su coronavirus e obesità, coronavirus e comunicazioni, coronavirus e diabete, e pensionati, e bambini, e calciatori, e politica, ferie, sport, religione, contadini, giornalisti, futuro, distanze, mascherine, artigianato, passato, sogni, e chi più ne ha…

Ma c’è anche altro: se il virus polarizza l’attenzione di tutti, come non cogliere l’occasione per sistemare qualche problema senza farsi notare?

In Bangladesh, sedici “eminent citizens”, persone di varie categorie, conosciute e con una certa autorità morale, hanno firmato una lettera aperta in cui affermano che, per alcuni, si tratta proprio di un’occasione d’oro. Nei mesi di aprile e maggio è nettamente aumentato il numero di violazioni dei diritti umani, fra cui violenze sulle donne e sui minori, occupazione di terre, pestaggi di giornalisti, e specialmente attacchi a gruppi di minoranza. Nell’isola di Bhola, teatro di simili avvenimenti già mesi fa, la notizia falsa di una “offesa” all’islam ha scatenato attacchi su una decina di famiglie indù e l’arresto di un giovane come presunto autore dell’offesa. Nessun fatto realmente inedito, ma un intensificarsi di abusi già perpetrati in condizioni “normali”, quasi sempre rimasti senza punizione e senza recupero dei danni subiti, e a cui ora nessuno fa caso.

Aumentano le morti per il virus, ma non sono diminuite – anzi ho l’impressione che siano aumentate – le morti per “fuoco incrociato”, eufemismo per indicare le uccisioni “extragiudiziarie”; e la mano delle autorità su chi muove critiche di qualsiasi tipo si è fatta pesante, fra l’indifferenza generale.

Pare che il lock down impedisca di dare, ma non di prendere. Molte scuole private e ostelli non hanno dato gli stipendi agli insegnanti, ma alla riapertura pretenderanno dagli studenti il versamento delle quote mensili arretrate… E sono oltre cento i funzionari del governo bengalese che hanno trovato il modo di prendere ingenti quantità di riso, patate, legumi, olio, sale, farina che il governo ha distribuito, ma poi hanno trovato insormontabili difficoltà a darle ai poveri e affamati cui erano destinati…

Anche il famoso “tampone” che dichiara se hai o non hai il virus, è occasione per far soldi: sono al lavoro alcune organizzazioni con medici e operatori sanitari vari che falsificano i documenti con la certificazione che non sei contagioso. Farsi fare un controllo autentico costa circa 1000 taka, un documento falso costa dalle 9 alle 12 mila taka. Come alcuni preferiscano la strada del documento falso nonostante il prezzo molto più alto, nessuno lo spiega. Ma forse non occorrono spiegazioni…

A Dhaka ci sono 3.394 aree classificate come “slum” – baraccopoli – con oltre 6 milioni di abitanti, complessivamente. Sono per lo più poveri o poverissimi, e fra loro il ricorso ai prestiti presso usurai è molto comune. Il virus che impoverisce tutti dà occasione agli usurai per pretendere garanzie (pegni) maggiori, e per alzare gli interessi. Mediamente, al momento, il tasso da pagare va dal 10% al 20% – mensile – della somma prestata. Tassi alti, certo, ma gli usurai hanno le loro spese: chi paga i picchiatori che devono persuadere i debitori a pagare? Chi punisce distruggendo la baracca e portando via tutto ciò che abbia un valore, anche minimo, per rifarsi del mancato pagamento del debito?

Clandestini

La storia è apparsa a più riprese sui giornali, complicata e tutt’altro che chiara. Ecco la mia ricostruzione, approssimativa: qualcuno, certo un gruppo bene organizzato e compatto, mette insieme i soldi per affittare una nave e al confine fra Bangladesh e Myanmar vi fa salire forse un migliaio di Rohingya scappati dall’enorme campo profughi che li ospita a Cox Bazar, convinti di poter presto approdare in Malaysia e trovarvi un lavoro sicuro. La nave in Malaysia non ci va: si limita a far trasbordare oltre 300 Rohingya su un enorme barcone, salutandoli con un incoraggiante “arrangiatevi”, e prosegue per i fatti suoi. Il barcone resta in mare per oltre due mesi, senza riserve di viveri e acqua. Muoiono e vengono gettate in mare oltre oltre 150 persone. Poi una nave del Bangladesh li intercetta e li riporta al punto di partenza…

Ma questa storia non ha fatto molto rumore: i Rohingya qui sono un tema da trattare con cautela. Invece la tragica morte in Libia di 28 cittadini bengalesi, uccisi per vendetta perché si erano ribellati all’imposizione di altri ricatti per ottenere l’agognato passaggio verso l’Europa, una certa eco l’ha avuta; ha persino costretto a dare un’occhiata, per vedere se – chissà mai – qualche responsabilità si possa trovare anche in casa propria. Non è stato difficile risalire all’agenzia cui questi emigranti si erano affidati, e scoprire quello che tutti sapevano, cioè che si tratta di una grossa organizzazione criminale che da anni guadagna montagne di soldi sul “commercio” di manodopera clandestina, quasi tutta diretta verso l’Europa via Libia. Qualcuno è stato arrestato e le attività dell’agenzia sono state bloccate.

Poi è saltato fuori (collegato o no, non lo so) un altro “caso”: il Kuwait ha incriminato e arrestato un deputato del parlamento del Bangladesh, il capobanda di un’altra simile organizzazione, che mandando in quel paese migliaia e migliaia di lavoratori clandestini, ha guadagnato cifre… di tutto rispetto. Ovviamente in collusione con politici e non del Kuwait.

Onestà

In una scheggia precedente, intitolata “Canton Hall”, racconto di un simpatico signor Shankar, con il cognome cinese, che mi cercava per conto di un suo amico italiano, il quale poi mi ha scritto qualcosa di interessante a proposito della sua esperienza in Bangladesh: non è comune sentir parlare in questo modo stranieri che hanno lavorato in questo paese. Con il suo permesso, pubblico parte della sua lettera.

“(…) Ho avuto nella mia esperienza di lavoro in Asia (10 anni in Bangladesh e successivi 10 anni in Cina), molte opportunità’ di conoscere il PIME e alcuni dei suoi missionari. Io sono di San Donà di Piave e ho frequentato molto in Hong Kong Padre Piero Zamuner, suo confratello, anche perchè lui originario di Noventa di Piave, che si trova a 5 Km da casa mia.

Mi ha fatto piacere che abbia conosciuto Shankar. Lui è buddista, di Khulna, di nonno cinese, e abbiamo intensamente lavorato assieme 10 anni. L’azienda, si chiamava IKOS allora, si è distinta in Bangladesh perchè aveva escluso come policy aziendale di mai assoggettarsi a qualsiasi atto di concussione ed ovviamente tanto meno di corruzione. E questo fu per tutto il periodo. E lo fu anche in Cina negli anni successivi.

Devo dire che per questo siamo stati molto apprezzati dal mondo del business (tutto musulmano lì), e mai avversati o messi in difficoltà. Io personalmente ho trovato molta correttezza nel rapporto di affari con gli industriali locali, e vorrei dire anche in maniera superiore che in Italia per quegli anni.

All’interno della nostra policy, il rapporto con i dipendenti fu eccezionale… quando terminai quel periodo di lavoro sentii dire… Sir, you didn’t give us a job, you gave us the dignity… (Signore, lei non ci ha dato un lavoro, ci ha dato dignità…).

Ricordo che quando comunicai la nostra maniera di lavorare a un Direttore della allora Banca Commerciale Italiana, rimase incredulo, conoscendo lui il Bangladesh. Mi chiese di rilasciare un’intervista a dei funzionari della loro Banca, che in quegli anni stavano facendo uno studio su come diminuire/evitare la corruzione nei rapporti di affari. A loro sembrava impossibile, per me era e fu del tutto normale riuscire a lavorare all’interno di quell’etica.

Peraltro una piccola intervista la rilasciai anche a Padre Gheddo, credo nel 2001, che ebbi occasione di conoscere durante una piacevole cena proprio nella Casa del Pime a Dhaka, e che poi fu pubblicata su Avvenire. (…)

In Bangladesh l’utima volta sono tornato in ottobre del 2013 per salutare Shankar. Mancavo dal 2003. Ho notato forti cambiamenti ovviamente, per certi aspetti non era più il Bangladesh che ricordavo, salvo i visi ed i comportamenti della gente più’ povera ed umile.

Desidero manifestarle che non ho parole per esprimere il mio apprezzamento per quanto avete tutti voi fatto in Bangladesh, Paese così diverso da noi per cultura e religione, ma dove si tocca con mano tutti i giorni l’umano che risiede in ognuno di noi. Auguro anch’io a lei ogni bene, cordialmente e con molta stima. Giorgio Spinazzè”

Keralesi

Fino a circa quarant’anni fa, dire “missionario” significava dire “occidentale”: tutti i missionari in giro per il mondo erano originari dell’Europa e dell’America del nord. Con un’eccezione, i Keralesi.

Il Kerala è uno stato dell’India meridionale che ha parecchie originalità, rispetto agli altri stati. Ha una popolazione mediamente più istruita e benestante, abituata a muoversi e anche a trasferirsi all’estero, non ha divisioni di caste, ha avuto vari governi comunisti, anche quando il Congress Party dominava a livello nazionale, ha una minoranza cristiana consistente, che appartiene per lo più alla chiesa cattolica di rito Siro-Malabarese, con storia, tradizioni, riti, diritto propri. È una “chiesa apostolica”, che risale all’apostolo s. Tommaso, mentre il rito è stato elaborato con la chiesa di Siria; il rito latino è entrato più tardi, con i commercianti e missionari portoghesi, dando occasione a un penoso conflitto fra l’antica comunità locale e i nuovi arrivati. Ci sono santi e sante, monasteri, santuari, comunità religiose locali e venute da fuori. La chiesa del Kerala aveva un buon numero di preti e suore, e non pochi di loro andavano a svolgere servizio “fuori”. Si trattava di preti diocesani che si trasferivano in altri stati dell’India,in diocesi bisognose di clero, oppure all’estero, e di religiose mandate da varie congregazioni. Sapevano adattarsi, nonostante il cruccio di dover lasciare il Rito Malabarese, cui sono molto legati…

Anche il PIME, negli anni sessanta, si accordò con alcuni vescovi dell’Andra Pradesh per accogliere come membri preti del Kerala – con l’intesa che avrebbero fatto parte del PIME, ma rimanendo a lavorare nelle diocesi dell’Andhra. Si formò presto un gruppetto di una dozzina di keralesi nell’Istituto; si sperava che, grazie a loro,l’Istituto avrebbe avuto una continuità in India, nonostante gli stranieri non ottenessero più il visto di permanenza.

Ma il Capitolo del dopo Concilio, nel 1971, valutò che trattenendo gli indiani in India avremmo trascurato una caratteristica originaria dell’Istituto, e opo un sofferto dibattito decise di chiudere l’esperienza. Gli indiani che erano già membri rimasero, e alcuni di loro accettarono anche di essere destinati fuori dall’India. Uno, il caro amico p. Abraham Aykara, chiese il permesso e passò al St. Thomas Missionary Institute, di rito Siro Malabarese, fondato in quegli anni riprendendo quasi alla lettera le Costituzioni del PIME. Poi, nel 1989, il PIME aprì di nuovo le porta, ma con la clausola opposta alla precedente: non “con il PIME per lavorare in India”, ma “con il PIME per lavorare all’estero”. E oggi Keralesi e altri indiani, con il PIME, sono sparsi per tutto il mondo…

Della generosità missionaria della chiesa del Kerala si ebbe un assaggio anche in Bangladesh, grazie alle Suore della Carità (di Maria Bambina), che accolsero giovani keralesi e ne inviarono alcune nel Bengala, affiancandole alle italiane. Ripensavo alla loro storia il 20 maggio scorso, nella cappella del “Capitanio Convent” a Dhaka, durante la Messa funebre di suor Theonilla, keralese, 85 anni. Era venuta in Bengala (allora Pakistan) nel 1955, rimanendovi fino a oggi, e qui aveva pronunciato i voti definitivi. Anche durante la guerra (1971), pur potendo ritornare in India, rimase. Insegnante, aveva ricoperto diversi incarichi nel suo Istituto. Era una donna attiva, precisa, attenta e discreta, che trasmetteva un senso di serenità. Ho ripensato ad altre keralesi che conosco e sono ancora qui: suor Berchmans, con cui ho collaborato a lungo nel Centro Assistenza Ammalati di Rajshahi; ora, a Jessore, dirige l’ospedale S. Maria, in collaborazione con i Saveriani, accogliendo e organizzando gruppi di medici italiani che a rotazione offrono un prezioso servizio a pazienti poveri. O suor Sandra, una esperta presenza di servizio all’ospedale St. Vincent di Dinajpur, con il PIME. E altre che ci hanno lasciato, come suor Teodora, apprezzatissima infermiera, e suor Pia, morta a Dinajpur a 100 anni di età. Era stata anche insegnante elementare di Khaleda Zia, poi divenuta primo ministro. A chi le chiedeva come fosse da bambina rispondeva con un sorriso malizioso: “Carina e buona, ma… capiva poco…” Come altre loro consorelle del Kerala, hanno saputo ambientarsi in Bangladesh dall’interno di comunità formate di italiane – in passato – e ora di bengalesi. Hanno espresso doti non comuni di leadership, di impegno, di testimonianza: missionarie convinte e affidabili. Quanto a suor Theonilla, a tutte le altre doti aggiungeva il “tocco” con cui sapeva offrire una tazza di caffè veramente speciale, insieme ad un sorriso buono e tranquillo. Grazie suor Theonilla!

Canton Hall

Somor, uno degli studenti che vive con noi, mi avvicina perplesso: “Padre, c’è un tale al cancello che chiede di parlare con te. Dice che lo manda p. Canton.” “Chi?” “Padre Canton, mi pare…” P. Canton ha lasciato il Bangladesh da anni, ed è morto in Italia anni fa. Sto per dire a Somor di mandare via l’ignoto imbroglione, poi… curiosità? Compassione? Desiderio di vedere che faccia farà quando gli dirò che il trucco non funziona? “Mah, vediamo. Fallo entrare.”

Aspetto in fondo al cortiletto mentre un tipo grassottello ma agile entra deciso; la doverosa maschera antivirus nasconde un sorriso che si coglie negli occhi… Gli ingiungo severamente di lavare le mani con il sapone, rito imposto a chiunque varca il cancello, prima di mettere piede in veranda. “Giusto, giusto…”, ed esegue. Riappare con le mani gocciolanti e si ferma osservando la dovuta “social distance”. Due convenevoli, poi parto all’attacco: “Ti manda P. Canton, vero?”. Mi guarda perplesso: “Mi manda p. Canton? Ma come… lei non lo conosce? È andato in Italia parecchio tempo fa e poi, poveretto, quattro o cinque anni fa è morto!”

Dopo pochi minuti chiacchiero con questo simpatico signore di mezz’età, bangladesci, buddista, con cognome forse cinese, come con un vecchio amico. Mi dice che per circa 10 anni era stato “Managing Director” di una ditta italiana, e che insieme al signor Giorgio, un italiano della ditta stessa, aveva fatto amicizia con P. Canton, che abitava proprio in questa casa. “Ci ha invitato a pranzo varie volte. Gli volevamo bene, era pieno di attività e anche di buon umore. Abbiamo visitato la chiesa che stava costruendo a Faucal, e siamo andati alla sua Messa… Siamo stati anche a Borni, dove aveva lavorato per vent’anni. Abbiamo saputo che a Borni vogliono costruire una “Hall”, un centro per incontri intitolato a lui. Il signor Giorgio , ora in Italia, desidera sapere se la notizia è vera e se il progetto si realizza, perché vorrebbe partecipare, offrendo un aiuto in memoria di p. Canton. Sono venuto a nome suo; avevamo collaborato molto bene e siamo rimasti amici.” Gli spiego che, per quanto ne so, la costruzione è fatta e finita, e il Centro funziona. Si assicura che io possa farla pervenire al Parroco di Borni, e poi mi consegna una bella cifra in contanti, “in onore di P. Canton”.

La “Hall” è bella, con tanto di fotografia di P. Canton sulla facciata; c’è persino un suo busto accanto all’entrata – fra il nuovo edificio e la grotta di Lourdes. Non lo do per certo, ma ho il sospetto che qualche anziano abitante di Borni, detta un’“Ave Maria” alla grotta, si scusi con la Ascoltatrice e si sposti poi subito davanti al busto del “loro” padre Canton per un’ulteriore raccomandazione: era specialista nel risolvere i problemi, e di un ferreo ottimismo. Non appariva un “santerellino”, ma era un cristiano e un missionario serio.

Funny man

Sembra che il virus non sia arrivato – finora – nel “Chittagong Hill Tracts”, area collinare nell’estremo sud-est del Bangladesh, sede di molti gruppi aborigeni che fino a pochi anni fa costituivano la maggioranza della popolazione. Tuttavia la proibizione di viaggiare, e l’ordine di rimanere in casa sono applicati anche là, e gli ostelli studenteschi hanno mandato a casa tutti. Mong Yeo Marma, fondatore e direttore dell’ostello “Hill Child Home”, che raccoglie 150 aborigeni in maggioranza Marma, ha scelto di non mandare a casa nessuno: molti dei suoi ragazzi e ragazze non hanno famiglia, o abitano lontanissimo: meglio rimanere insieme: l’ostello è abbastanza isolato e ha ampi spazi boschivi intorno.

Ma l’ordine di chiusura è arrivato quando Mong Yeo si trovava a 150 chilometri di distanza dall’ostello, per un’urgente necessità famigliare. Come ritornare? Ormai tutti i mezzi erano fermi, i servizi di trasporto bloccati, i controlli numerosi e severi. Mong Yeo, in ansia, dopo inutili tentativi di avere il permesso è partito a piedi, in piena notte. Ogni tanto un pezzo in riksciò, o su una moto, poi di nuovo a piedi, su un carro… quando lo fermavano, tirava fuori i documenti di identità, e poi l’arma segreta: le fotografie dell’ostello, dei ragazzi e – spiega, spiega – lo lasciavano passare. All’ottavo “Alt, che cosa fai in giro?”, dopo due ore di domande hanno fatto ricorso ad un ufficiale superiore, che è intervenuto di persona facendogli un interrogatorio severo e sospettoso. Poi ha controllato fotografie e documenti, “scoprendo” che c’era anche il passaporto, valido ma con i timbri di un unico viaggio all’estero, e questo estero è niente meno che l’Italia. “Sei stato in Italia???”. L’ufficiale passa ad usare l’inglese e gli intima di stare lontano perché certamente infetto. Mong Yeo fa notare che si è trattato di una permanenza di un mese, oltre 5 anni fa, e lo tranquillizza, ma lui s’incuriosisce: “Che cosa sei andato a fare in Italia per un mese? Non mi dirai che eri un turista!” Mong Yeo ricomincia a sperare, e spiega con entusiasmo che tutto quello che fa all’ostello è possibile perché gli italiani lo aiutano. Racconta del viaggio, di come sono stati gentili con lui, di come vogliono bene ai ragazzi anche se non li conoscono. “E questi amici lontani – aggiunge – non solo mandano aiuti, ma anche pregano per noi!” Poi prende coraggio: “È vero che stanno passando momenti terribili, per questo preghiamo ogni giorno per loro, più del solito. Se non mi lasci ritornare all’ostello, che cosa racconterò loro? Che non v’importa nulla dei bambini che loro aiutano?”. L’ufficiale pare perplesso, e Mong Yeo fa l’ultimo salto: “Io sono sicuro che tu capisci e mi lasci passare, ma non basta, ti chiedo anche di più: anche tu devi pregare per gli italiani!”.

“You are a funny man – Sei un uomo buffo” commenta l’uomo –e gli dà il via libera. Mong Yeo ringrazia felice, fa qualche passo, poi si volta: “Hai promesso di pregare, ricordalo!” “Va bene, va bene…”

Fuori

Chiamiamolo con il suo nome, senza giri di parole: “senso di colpa”. E qualche volta “angoscia”.

Il “Covid 19” ci ha costretti a stare in casa. Ogni volta che telefono, una gentile signora mi raccomanda di lavarmi le mani, coprirmi la bocca quando arriva lo starnuto o il colpo di tosse (usare il fazzoletto, il tovagliolino di carta o il gomito – suggerisce), stare distante e soprattutto non uscire se non è necessario. E io obbedisco. Uscire è necessario qualche volta, per andare al mercato, per celebrare in una delle comunità di suore che stanno nella nostra stessa via, o per spedire un piccolo aiuto a qualcuno che ha avuto la fortuna di non sentirsi dire “no, non posso”. Una parola terribile, perché se è vero che non posso aiutare tutti, è pure vero che chi se lo sente dire avrebbe voglia di rispondere: “Ma io non sono tutti, io sono uno” – e dice proprio così, con altre parole…

Siamo 21 residenti e mezzo nella casa del PIME a Dhaka: Louis e Anselmo, due nostri dipendenti che risiedono qui, conoscono tutto e tutti, e danno una mano nella gestione della casa; nove studenti di college, cinque di filosofia; Alberto, missionario laico dell’ALP che studia il bengalese; p. Prasad del PIME, indiano, pure lui alle prese con la lingua (come per Alberto, naturalmente le lezioni sono a distanza, usando le diavolerie moderne che in questi tempi tutti apprezziamo); padre Brice del PIME, camerounese, che svolge programmi formativi per giovani, p. Francesco e il sottoscritto. Il “mezzo” residente è Fratel Lucio, che ha la base in una baraccopoli ed è impegnato, con i suoi volontari, con i bambini di strada. Viene qui il sabato sera, sta chiuso in camera per evitare eventuali contagi a noi, riparte il lunedì in mattinata. Cerchiamo di servirlo per bene – ma certo non è difficile immaginare quanto sia entusiasmante un “week end” in “quarantena”…

Possiamo pregare e celebrare insieme, nel refettorio che è largo e ci permette di non stare ammucchiati come in cappella. Sono i giovani che cucinano, e se la cavano bene. Coltivano un minuscolo orto e allevano 10 conigli (uno ce lo ha mangiato una mangusta, e ora qualcuno sta cercando di catturare e mangiare la mangusta…), facciamo lezioni di inglese e di computer, e pure un cineforum. Luban non ama il cricket e ogni pomeriggio, per tre quarti d’ora, prende elegantemente a calci – da solo – un pallone bucato, mentre gli altri s’accontentano del cortile per far finta di giocare a cricket. Tutto bene, neppure si litiga…

Io, che ho vissuto in vari luoghi del Bangladesh, tengo quasi sempre spento il cellulare perché da tutte le parti arrivano chiamate sempre più accorate e insistenti, a volte arroganti, per lo più imploranti. Inutile spiegare che non posso aiutare tutti. “Sì, sì, dici bene che non puoi, ma io non mangio da due giorni…” Magari non è vero, sta esagerando per commuovermi. Però è sempre più verosimile.

Quando poi uscire “è necessario”, ( armati di mascherina, guanti, ecc.) balza agli occhi che giorno per giorno aumenta il numero di chi vaga per le strade mendicando, spesso a gruppi: donne e bambini, anziani, ragazzi…

Per quanto umanamente si possa, senza dubbio noi siamo in situazione di sicurezza. Ma basta questo? È la domanda di ogni momento. Qualcosa facciamo, ma se pensiamo al numero di persone in gravissime difficoltà, gira la testa… Il cervello ci dice tante cose, per esempio: con un po’ di fantasia e di coraggio si potrebbe fare qualcosa; ma che cosa?… guarda che se anche facessimo molto di più, la situazione rimarrebbe praticamente la stessa… Verissimo, ma ciascuno di coloro che soffre non chiede di risolvere la situazione, chiede di stare un poco meno male. Chi chiede non è una “situazione” da risolvere, è uno – o una, magari con bambini a carico…

La strada sotto casa nostra, a causa del “lock down” (chiusura generale) è molto meno frequentata di prima, e la notte ora c’è quasi silenzio; ma non per questo si dorme meglio…

Pensavamo…

Vedova da pochi mesi, lavora come domestica in alcune famiglie; ha quattro figli, fra cui la seconda sta preparandosi all’esame di maturità – poi rinviato a tempo indeterminato. La ragazza improvvisamente accusa forti dolori all’addome; appendicite? Ricovero in uno degli ospedali governativi più grandi ed efficienti di Dhaka. Dopo due giorni, dicono alla mamma che è un caso molto grave, operano, asportano le ovaie, avvisano che ci vogliono soldi e tempo per analizzare il materiale. L’ammalata si riprende un po’, e la mamma non ha più mezzi per continuare le cure; la mandano a casa: torni per togliere i punti. Ritorna infatti, ma la ferita è in pessime condizioni, infetta: tolgono i punti, puliscono, e fasciano, rispedendola a casa: un po’ in ricksciò e un poco a piedi, visti i divieti di circolazione in corso. Altro tempo di attesa, “poi cuciremo di nuovo”.Ovviamente ci vogliono ancora soldi. La donna li mette insieme con miracoli che solo una madre può fare, e torna alla data fissata. Controllo, non c’è male. Prende coraggio; “Dottore, mi scusi, ma che cosa è successo a mia figlia?” Il medico si guarda attorno e le spiega in un sussurro: “Vedi che non ci sono medici qui intorno? siamo rimasti pochissimi. Quasi tutti si sono messi in malattia per paura del coronavirus. Abbiamo operato tua figlia come potevamo, stava davvero male, e pensavamo che sarebbe morta. Abbiamo chiuso la ferita in fretta, pensando che non valesse la pena dare altro tempo. Ma è andata diversamente: l’esame è negativo, tua figlia ha reagito, ora abbiamo sistemato la ferita. Mi dispiace, è anche colpa mia, ma devi capire…” “Capisco, ma la spesa in più?”“Niente da fare, si tratta di costi, e l’ospedale non può fare sconti…”