Incidente

Il tribunale ha condannato a morte sette terroristi accusati di essere coinvolti a vario titolo nell’assalto terroristico a un ristorante di Dhaka, dove, il primo luglio 2016, trovarono la morte 22 innocenti, fra cui 9 italiani, e 5 terroristi. “Giustizia è fatta”, hanno inneggiato in molti. Ma nessuno ricorda altri due coinvolti nella tragedia. Uno, Shaon, era lo sguattero del ristorante, l’altro, Saiful, il pizzaiolo. Arrestati per sospetto di complicità, il primo è morto in ospedale pochi giorni dopo, con ferite da schegge e vistosi segni di percosse. Il secondo pure è morto, mentre era in custodia della polizia la quale, dichiarando che a seguito delle indagini si era accertata la loro innocenza, ha informato della loro morte, dichiarandola “dovuta a incidente”. Poi sull’evento è piombato il silenzio, e sulle famiglie dei due l’isolamento: non hanno potuto vedere le salme dei loro cari, seppelliti di nascosto insieme ai terroristi, lo stigma di collaboratori dei terroristi rimane, il “risarcimento” che lo Stato ha dato alle famiglie delle vittime, bengalesi e straniere, a loro è stato negato. Il padrone del ristorante – ora trasferito altrove, e con altro nome -di sua iniziativa passa loro mensilmente 100 euro ciascuna.

Creatività

Tempo fa una scheggia informava che in un paese della provincia di Patuakhali (nel centro-sud, non lontano dal mare), stufi di lamentarsi per una strada resa assolutamente impraticabile dal fango, per richiamare l’attenzione delle latitanti autorità, i cittadini locali avevano accuratamente trapiantato riso sulla strada, trasformandola in un campo. Se il riso sia giunto a maturare e abbia dato un buon raccolto, non lo so. So però che le autorità hanno continuato a dormire, e gli sfortunati (e inzaccherati) passanti hanno dovuto escogitare altro: hanno costruito un ponte. Non perpendicolare alla strada, per attraversarla, ma parallelo, per costeggiarla lungo il tratto impossibile a percorrere. Purtroppo il ponte, in bambù, soddisfa le esigenze dei pedoni, ma non degli automezzi…

Manipolazione

La tecnica è sempre uguale: qualcuno infila su facebook, nella pagina gestita da un indù, o un buddista, o un “ateo”, frasi o immagini di cui i media non riferiscono nulla, se non che sono offensive nei confronti dell’islam o del Profeta. Come un fulmine, la notizia diventa “virale”, e – divulgata, ingrandita, ripetuta in mille modi – diffonde rabbia fra migliaia di persone che neppure sanno che cosa sia “facebook”; incita alla vendetta, si esalta con gli slogan a “difesa”dell’onore della propria religione, esige la pena capitale per i colpevoli. Si arriva presto alla violenza, a saccheggiare, incendiare case, raccolti e altri beni di fedeli della religione del possessore della pagina blasfema. La polizia interviene in ritardo, impotente per il numero enorme degli assalitori. Corre ad arrestare il “colpevole”, e parte la denuncia con la richiesta della condanna a morte.
L’ultimo di questi episodi è avvenuto il 20 ottobre scorso sull’isola di Bhola, dove la polizia – sopraffatta – ha sparato ammazzando alcuni dimostranti e facendo aumentare il furore. Questa è la quinta volta in pochi anni che, quasi in fotocopia, accuse, aggressioni, fughe, incendi, morti e feriti si rinnovano. È anche la quinta volta che i colpevoli non vengono identificati, e gli unici a finire in carcere, da cui escono dopo molto tempo e molta fatica, sono gli accusati di blasfemia – anche se è chiaro che nessun indù, buddista, ateo, cristiano o quant’altro, può essere tanto imbecille da mettersi in un pericolo del genere; non c’è argomento che tenga, né prova di innocenza che possa placare: era la loro pagina , devono essere impiccati.
Ovvio accusare il fondamentalismo di parti del mondo islamico, il fanatismo di chi, non conoscendo altro che slogan ripetutigli ossessivamente, s’intruppa furibondo per aggredire un “nemico” che non esiste, come le famiglie indù costrette poi a vivere nel terrore per anni – o ad andarsene.
Già, andarsene. Ma è proprio dalla massa ignorante dei fondamentalisti di campagna che partono queste provocazioni facili da creare per chi è esperto di computer, ma non certo per un contadino semianalfabeta? È il gusto di opprimere gli “infedeli” che dà il via? Le autorità non arrivano a concludere le indagini perché hanno paura dei fondamentalisti?
Sembra proprio sicuro che, vicino a coloro che vengono aggrediti, picchiati e costretti a fuggire, ci siano altri pronti a occupare le loro terre, o contenti di veder distrutte le loro attività commerciali. Le autorità hanno ovviamente paura dei fondamentalisti accecati dalla rabbia, ma forse ancora di più conta l’intoccabilità di “pezzi grossi”, magari impegnati in politica, per i quali è facile trovare un “hacker” compiacente, far circolare una notizia falsa, e poi vedere che cosa succede, aspettando che la paura costringa a fuggire, e la preda rimanga disponibile. Come avvoltoi.

Vertigine

Speravo di andare anche a Gaeta, durante le mie recenti vacanze in Italia, ma non ci sono riuscito. Mi dispiace per gli amici che non ho potuto incontrare, e perché a Gaeta c’è un posto che amo moltissimo. È piccolo spiazzo sulla sommità della Montagna Spaccata, a strapiombo sul mare. La vista di giorno è splendida, ma ho nostalgia delle ore che vi ho trascorso di notte, incantato dal cielo stellato, di una bellezza indescrivibile, esagerata, che lentamente fa germogliare gioia profonda e poi scivola in uno sgomento meravigliato. Le stelle, piccole luci attaccate alla grande coperta blu del cielo, lasciano intuire i miliardi di anni in cui hanno viaggiato attraverso l’universo per arrivare a me, ora. Portano il messaggio di un mondo inimmaginabile nella sua vastità, e mi parlano della mia piccolezza e della mia brevità, che sfiorano il nulla. Una di loro potrebbe inghiottire nel suo fuoco smisurato il mondo intero in cui vivo, in un attimo. Come lo strapiombo sul mare quando mi accosto al margine, l’inafferrabilità dell’infinito crea un senso di vertigine che attrae e spaventa. Allora di là, da quella roccia che profuma di mare e sembra volermi avvicinare al cielo, mi volto verso altre luci più vicine e familiari, dentro le case sulla costa lontana. Per ognuna di esse immagino una famiglia riunita a guardare la televisione, un giovane che studia, una cena solitaria o una festa gioiosa, un momento di amore, o di paura desolata. Vite diverse, vicine, infinitamente piccole. Eppure immense. Ognuna è un mondo completo di pensieri, sentimenti, desideri, sofferenze, speranze. Ognuna di loro può accogliere in sé, nella sua fragilità, l’infinito e il suo mistero. “Padre nostro”, il nome che Gesù dà al Signore dei mondi, sgorga spontaneo come una speranza stupefatta.

A Dhaka questo non s’immagina neppure…

Mohakhali, aggrovigliato incrocio di strade accanto a una delle più grandi stazioni di autobus di Dhaka Nord. Nella sera illuminata da luci polverose e disordinate di lampade e di auto, il frastuono caotico del traffico, l’agitarsi continuo di persone di ogni tipo vengono aggrediti dall’improvviso, lacerante urlo degli altoparlanti appesi ovunque; richiama alla preghiera, e sembra voglia sfondare,brutalmente,quel poco di intimità con se stessi che a stento sopravvive nel correre affrettato di pedoni e viaggiatori ammassati su autobus stracolmi, nell’attesa stordita di mendicanti e venditori. Mi trovo avvolto dallo sgomento del mistero della vita. Milioni di persone, ognuna un universo di realtà diverse. Si ignorano o si tengono per mano, tornano a casa stanchi, vanno al lavoro, pensano, odiano, si aggrediscono o si aiutano… sono più numerose le stelle, o gli abitanti di questo mondo? È più profonda la profondità del cielo, o l’intimo di ciascuno di noi? Miliardi di cuori e di menti, di storie… la vertigine del nostro esistere, del tentare per un istante di intuire chi sono le innumerevoli persone che in questo momento si stanno incrociando in questa piazza, attente a non inciampare nei tombini, a non farsi rubare il portafoglio, a inseguire un sogno che solo loro conoscono, a non lasciare che l’angoscia del futuro le spezzi.
I palazzi tengono lontano il cielo, e le luci disordinate le cancellano; ma ci sono piccoli squarci di buio da cui scorgi umili, insignificanti, tristi stelle, timido richiamo ad una realtà che ci sovrasta ma sembra non riguardare più noi, qui, uomini della città. Sgorga dalla memoria la domanda che è preghiera: “Che cosa è l’uomo perché di lui ti ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8, 5). L’interrogativo suona quasi disperato, perché questa umanità come schiacciata sulla terra appare insensata, e sembra non sentire nemmeno l’urlo impudico che la chiama alla preghiera. Eppure sgorga di nuovo, inatteso, il “Padre Nostro”, che dà pace.
Proprio come nella limpida, silenziosa bellezza della Montagna Spaccata.

Incontrarsi

Il nome è impegnativo: Shalom, pace. L’obiettivo è meraviglioso: migliorare i rapporti fra le varie denominazioni cristiane, e fra fedeli delle religioni presenti in Bangladesh. I membri attivi non sono in verità moltissimi: tre formano la spina dorsale, la mente, le braccia e le gambe del “movimento”: Suor Anna Maria, delle Missionarie dell’Immacolata (meglio note, in Bangladesh, come “Pime Sisters”), P. Francesco Pime e Fratel Guillaume, comunità di Taizé. Ci sono inoltre tre o quattro persone di varia provenienza sinceramente interessate ma non sempre presenti; in testa, come interesse e partecipazione, i membri della Church of Bangladesh (Anglicani), e qualche “simpatizzante attivo”; mi onoro di essere fra loro.

Non ci sono sede, bilancio economico, biglietto da visita, fotografia con il Papa, un premio ricevuto da qualche parte per lo zelo dimostrato… Tuttavia, quatti, quatti, i quattro gatti di Shalom nell’anno che sta per terminare hanno organizzato:

1. Una preghiera ecumenica per celebrare il Natale nella Chiesa Armena, abitualmente vuota perché non ci sono più armeni in Bangladesh. Presenti, almeno 100 persone di diverse denominazioni cristiane e, per la prima volta, anche nuovi cristiani del gruppo etnico Bom.

2. Nella sede del seminario Church of Bangladesh, incontro con un leader spirituale della Ramksrishna Mission (indù), presenti una cinquantina di giovani, cristiani di varie denominazioni. Incontro interessante, anche se azzoppato. Shalom infatti voleva che una cinquantina di indù partecipasse, ma il leader invitato a parlare non s’è sentito di acconsentire: troppi gruppi e tensioni fra loro, c’era rischio che la faccenda finisse male. Insomma, non è solo fra i cristiani che abbiamo bisogno di ecumenismo…

3. Incontro fra due studiosi, un cristiano e un musulmano, che hanno commentato il documento firmato dal Papa e dal grande Imam del Cairo in Abu Dhabi mesi fa. Ottima accoglienza da parte dei partecipanti, in perfetta “par condicio”, cioè oltre 100 studenti universitari, metà cristiani e metà musulmani.

4. Nei locali della chiesa pentecostale, mezza giornata di incontro sul tema “Battesimo nello Spirito”. Hanno parlato la cattolica Dora Rozario e Asa Khan, pastore della AG (Assemblee di Dio, pentecostali), oltre 150 persone hanno ascoltato, interrogato, condiviso, cantato e pregato.

Poco, se consideriamo che in Bangladesh Dhaka vivono 180 milioni di persone? Dice un proverbio citato come cinese: se sei preoccupato perché devi fare un viaggio di mille miglia, incomincia a fare il primo passo.

Ponte aereo

Per quale motivo l’India abbia improvvisamente chiuso l’ esportazione di cipolle al Bangladesh, non lo so. Le cipolle costavano, secondo le stagioni, circa 70-80 taka al chilo; se per un qualche motivo toccavano i 100, ne parlavano i giornali. Questa volta, in pochissimi giorni, siamo arrivati a quota 280! Alle massaie bengalesi puoi togliere praticamente quasi tutto, in qualche modo sanno arrangiarsi. Ma le cipolle – quelle proprio no! Il Paese è piombato nel panico e nella rabbia, il governo ha fatto indagini, ha rassicurato, ha minacciato castighi severissimi ai profittatori e poi ha dovuto agire direttamente. Primo provvedimento: vendite a prezzi calmierati, per i poveri, che devono andare a cercare il tesserino, e poi correre ai luoghi dove stazionano i camion di pronto soccorso culinario, rischiando di soffocare o rimanere schiacciati sotto i piedi delle folle accorse, o di arrivare all’agognata meta quando il cassone è già vuoto… Ma ci vuol altro! Per risolvere il problema, bisogna agire su più fronti. Frenetiche trattative continuano con paesi produttori di ogni parte del mondo, numerose navi cariche di cipolle navigano a tutto vapore verso i porti bengalesi, i contadini anticipano il raccolto delle cipolle per approfittare del momento magico, e il governo ha organizzato un ponte aereo. È di oggi la notizia che sono appena arrivati i primi “cargo” di cipolle provenienti dal Pakistan, su aerei dell’Azerbaigian, altri sono in arrivo, dal lontano Egitto e non solo; la compagnia aerea nazionale ha assicurato che farà di tutto per dare la precedenza alle cipolle, e che i prezzi di trasporto saranno scontatissimi.

Bilancio

La sparuta ma baldanzosa pattuglia di missionari del PIME in Bangladesh si raduna al completo 4 volte all’anno: un ritiro spirituale, un “corso di aggiornamento” ultrasintetico su un tema che c’interessa, due “assemblee” con valutazioni, scambi, progetti. Ogni incontro significa pure informazioni, chiacchiere, confidenze, arrabbiature, consigli, degustazione di pizza, pasta al forno e via cucinando. Ogni quattro anni, fatto un bilancio più accurato del solito, si eleggono il nuovo “Superiore Regionale” e quattro consiglieri. L’assemblea del 12-15 novembre scorso era di questo tipo, e questa “scheggia” ne approfitta per aggiornare anche voi.

Quanti siamo? La relazione del superiore uscente dice 24, di cui un missionario laico Pime, 21 preti Pime, 2 preti associati. “Fasce di età”: anni 30-39 = 4 (di cui uno, indiano, arrivato nuovo nuovo due giorni prima); 40-49 = 4; 50-59 = 3; 60-69 = 4; 70-79 = 8. E poi? E poi, 90 e oltre = 1, al quale però abbiamo dato un saluto pieno di affetto, auguri e rammarico pochi giorni dopo l’assemblea. Ora dunque siamo 23; p. Adolfo L’Imperio è in Italia, nella comunità di Lecco, dove ha ritrovato tanti amici dei bei tempi (se mi legge, certo commenterà: perché, questi tempi non sono belli?). P. Adolfo è l’ultimo di noi arrivato qui in quello che si chiamava Pakistan orientale; nel 1971 si è goduto 10 mesi di terribile guerra di secessione o indipendenza che dir si voglia, a seguito dei quali, senza muovere un passo, si è ritrovato in un altro paese, il Bangladesh. Ha lavorato nei villaggi Santal, nella Caritas prima ancora che nascesse, ha fatto pastorale, organizzato scuole e ostelli, s’è tuffato nell’enorme sforzo compiuto dalla piccola chiesa bengalese per riabilitare milioni di persone che guerra e cicloni avevano ridotto alla fame. Ha progettato decine di edifici: chiese, scuole, conventi, seminari e anche una nunziatura. È stato superiore regionale ed economo generale (a Roma), ha mangiato tre tonnellate circa di gelati e cioccolato (record raggiunto in pochi anni, perché ai “bei tempi” i gelati qui non si trovavano), ha raccontato un’infinità di battute e barzellette, ha pregato un sacco…

Proveniamo da: Brasile (1), Camerun (2), Colombia (2), India (2), Italia (17). Lavoriamo in tre diocesi: Dinajpur (11), Rajshahi (6) e Dhaka (6). La panoramica delle attività comprende le missioni “classiche”, parrocchie dove ci si cura della pastorale fondamentale: insegnamento del vangelo, sacramenti, associazioni formative e di preghiera, assistenza ai malati, catechismo, preparazione al matrimonio, visite a villaggi e centri periferici, catecumenato, ostello per ragazzi e ragazze (generalmente responsabilità delle suore, come il dispensario medico). Oltre i confini parrocchiali: formazione di laici, religiose, seminaristi, strutture di servizio sanitario, iniziative per disabili, pubblicazioni, bambini in strada, “microcredito” (inventato dai missionari, non dal premio Nobel Yunus), formazione giovanile e vocazionale, formazione tecnica, momenti ricreativi, pellegrinaggi, incontri ecumenici e interreligiosi e varie altre cose che ora non mi vengono in mente… Da qualche anno accogliamo giovani (al momento 21) che vogliono entrare nel PIME, fino ad accompagnarli a entrare nel seminario delle diocesi bengalesi, qui a Dhaka, per poi proseguire nel seminario internazionale del Pime, a Monza. Cinque bangladesci sono già missionari Pime a pieno titolo, e si trovano in Papua Nuova Guinea, Filippine, Italia, Camerun, Brasile.

L’ultimo incontro – anche per bocca di p. Lourdh Xavier, pimino indiano eletto recentemente consigliere generale e in visita da noi – ha ribadito che non dobbiamo stancarci di “partire”, “lasciare”, “iniziare”. In concreto, non siamo fatti per fondare un ospedale, una parrocchia o una grande scuola e gestirli a tempo indeterminato. Cerchiamo luoghi e ambienti che rispondono al nostro “carisma”, e quando ci pare che altri possano andare avanti, magari anche meglio di noi, volentieri passiamo loro la responsabilità, per ricominciare altrove.

Insomma, siamo quattro gatti ma di chiasso ne facciamo.

Assedio

Sono bastati pochi mesi da quando i primissimi “smartphone” hanno iniziato la loro trionfante conquista di centinaia di milioni di clienti di ogni età, sesso, nazionalità, linguaggio, professione, condizione economica, religione, opinione politica, stato sociale, condizioni di salute… ed è iniziato l’assedio: ma come, non hai lo smartphone? Dapprima non osavo chiedere che cosa fosse, poi me lo misero in mano, e un caro amico che sta a Hong Kong dedicò parecchio tempo a spiegarmi quante cose può fare, e come, con innegabili vantaggi pratici, cercando di convincermi che anche io posso imparare. Alla fine mi diede il colpo di grazia: me lo regalò. Fu così che – tornato in Bangladesh con lo smartphone – tutti mi dissero: finalmente! Mal gliene incolse, perché dovettero poi perder tempo e pazienza a spiegarmi e rispiegarmi come usarlo, ricominciando cento volte. Alla fine lo regalai a mia volta (e mi scuso pubblicamente con chi me lo aveva donato), ma ricominciò l’assedio, che si è intensificato durante le mie vacanze in Italia, appena concluse.
Devo ammettere che a volte ho sfiorato il crollo delle possenti mura che impediscono agli assedianti di vincere… Dopo due mesi di assenza dal Bangladesh, ho telefonato a Bibha. Fa la bidella a mezzo tempo, e poi corre a far pulizie presso varie famiglie, due ore qua e tre là per avvicinarsi all’impossibile, cioè far quadrare i conti. Ha due figlie che studiano, e il marito gravemente malato di reni. È di lei che ho parlato in una “scheggia”, lei che ogni tanto si prende qualche bastonata da creditori che non si rassegnano ad accettare la realtà: i soldi non li ha e non potrà mai sanare i suoi debiti. Le ho chiesto come sta, ma c’è voluto parecchio a persuaderla che ero proprio io e che telefonavo a lei, proprio a lei, e proprio dall’Italia! M’ha detto che il marito sta peggio, ha bisogno di un ricovero, di altre medicine e soprattutto della dialisi, e ha aggiunto altri problemi poco allegri. Ma era così incredula e contenta che mi fossi ricordato di lei, che non la finiva più di ringraziare, emozionarsi, cinguettare e balbettare. Finché mi ricordai che il tempo passava, la spesa cresceva, e tagliai corto. Chiuso il cellulare mi fulminò un pensiero: con uno smartphone e il WhatsApp, avrei potuto lasciarla parlare più a lungo, e senza spesa (dicono). La mia granitica resistenza vacillò: che sia il caso di… Mi ripresi subito: “No, sta tranquillo: che te ne fai dello smartphone con il WhatsApp, se tu lo hai, ma lei no?” Rimasi fermo nella mia decisione di comprare quell’aggeggio soltanto se e quando ne metteranno in commercio uno che può prepararmi anche il caffè con panna. Ma…
Prima di ripartire per il Bangladesh, mia nipote Sara proditoriamente me ne ha regalato uno. Penso che conosca bene la storia del cavallo di Troia…

p. Franco Cagnasso

Char

Gange e Brahmaputra, che sgorgano dall’Himalaya, nel loro lungo percorso accolgono molti fiumi, prima di confluire, da ovest e da nord, nel Bangladesh. Poi di dividono in mille bracci che formano il grande delta del sud del Paese. Queste enormi masse di acqua continuamente erodono gli argini “mangiando” campi, villaggi, città, e depositano sabbia, formando nuove isole a pelo d’acqua, instabili, anche molto grandi, chiamate “char” (pron. “ciar”). A partire dagli anni ‘70, il Bangladesh, sostenuto dall’Olanda e dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, ha cercato di utilizzare queste isole, allo stesso tempo allettanti e rischiose. Infatti, come si intuisce facilmente, sono soggette a cicloni e inondazioni devastanti; inoltre, essendo “terra di nessuno”, sono meta di poveracci che sfidano qualunque rischio per occupare spazi dove sopravvivere. Spesso l’occupazione inizia prima che il “char” emerga del tutto: durante i mesi asciutti, sperando che non avvengano inondazioni fuori stagione, ci si trasferisce là: è sorprendente la rapidità con cui le terre – appena affiorano – si coprono di erba ed arbusti buoni per il pascolo, permettendo anche di coltivare legumi, zucche, angurie… Poi bisogna andarsene, prima che l’acqua sommerga di nuovo tutto.

Quando un char si stabilizza, secondo la legge chi già vi abita diventa proprietario della terra che utilizza, tutto il resto è proprietà del governo, che interviene dapprima afforestando il char, per dieci o quindici anni, poi passa a opere di rinforzo e protezione. Il char dunque si popola gradualmente, e rimane a lungo una specie di “Far West” senza controlli, senza strutture scolastiche o sanitarie, servizi civili, forze dell’ordine… Insieme ai poveracci che vi rischiano la vita per sopravvivere, anche i ricchi delle coste vicine ci mettono le mani. Con i loro uomini, chiamati con un termine che si potrebbe tradurre “bastonatori”, creano aree di influenza imponendo la loro “protezione” in cambio di un “affitto” e di complicità, controllano il commercio, impongono la loro legge.

Attualmente sono 185 i char abitati in Bangladesh, spesso punti di passaggio della droga, rifugio di ricercati. Da quando, tre anni fa, il governo ha iniziato a prendere sul serio la loro minaccia, vari “covi” di terroristi sono stati trovati proprio su remotissimi “char”, specie nel nord.

Una scheggia di qualche tempo ha già accennato ai char, a proposito dei Rohingya. Esperti, governo e agenzie varie pensano se sistemarvi alcuni di loro, visto che l’area in cui si trovano ammassati – privi di libertà di movimento, di scolarizzazione regolare, di documenti, di possibilità di lavorare – è ormai completamente deforestata e gli spazi per ogni famiglia sono ristrettissimi. Sul “Bashan char”, nella zona di Noakhali, potrebbero trovar posto e lavoro centomila Rohingya. Pochi, visti che sono un milione, ma meglio che niente. Però, a quali condizioni? Come organizzare la loro permanenza sul char tenendoli isolati perché non si integrino con i bengalesi, costringendo così il Bangladesh a sistemarli per sempre? Come impedire loro di andare e venire tra terra ferma e char per commerciare, pescare, mimetizzarsi fra i bengalesi? I Rohingya stessi non sanno se accogliere o no questa proposta: è allettante, ma equivarrebbe ad una rinuncia a tornare in Myanmar, che avrebbe un pretesto in più per non concedere l’agognata cittadinanza. E’ questo un punto chiave del problema loro e dei rapporti fra i due paesi: sia il Myanmar da cui provengono, sia il Bangladesh dove si sono rifugiati, negano loro la cittadinanza, e nessuno li vuole.

Bro. Jacques

Nato nel 1940 nella Svizzera francese, aveva appena terminato la preparazione come Pastore nella sua Chiesa, quando si sentì chiamato ad entrare nella Comunità Ecumenica di Taizè, diventando “Frere Jacques”. Con alcuni Fratelli e con alcuni Francescani, trascorse qualche tempo negli Stati Uniti; poi – non potendo ottenere il visto per lavorare in India accanto a Madre Teresa – fu orientato, assieme ad altri, al Bangladesh. Vi rimase più di 40 anni. Il suo “carisma” era l’insegnamento, che continuò fino a pochi mesi dalla morte, accaduta il 30 luglio scorso in un ospedale vicino a Taizè.

La sua comunità era a Mymensingh, e lui la tenne sempre, fedelmente, come punto di riferimento, partecipando ai momenti spirituali, formativi, di programmazione, e in amicizia con gli altri Fratelli. Ma risiedeva a Dhaka, nel Seminario Nazionale Cattolico di Filosofia e Teologia, dove ho vissuto con lui per nove anni. Poche parole, gran lavoratore, lettore accanito, di molti libri ammucchiati in seminario aveva fatto l’unica biblioteca, su temi filosofici e teologici, degna di questo nome in Bangladesh. Aveva insegnato… quasi tutto. Svariati corsi sulla Bibbia, la sua materia, al seminario cattolico e a quello anglicano, e poi greco ed ebraico, metodologia, ecumenismo, escatologia, storia… quando c’era una lacuna da colmare, ricorrevano a lui, che si preparava coscienziosamente, e insegnava puntigliosamente senza perdere una lezione. Dopo la brutta caduta che lo costrinse a ritornare in Francia, con il femore rotto aveva voluto terminare i corsi avviati, esaminando gli alunni mentre era a letto, debole e dolorante.

Lo invitavano spesso per conferenze, incontri, corsi presso istituzioni diverse, e comunità cristiane di varie denominazioni: anglicani, battisti, chiese di Dio, cattolici, “mennoniti”… Era a suo agio con tutti. Una curiosità: ogni settimana teneva due ore di ebraico a un gruppetto di intellettuali convertiti al cristianesimo. Parlava pochissimo di sè, e scoprii quasi per caso che la sua denominazione di origine era la Chiesa Riformata Svizzera. I seminaristi, oltre ad appoggiarsi molto a lui per gli studi, su qualsiasi tema, si confidavano e sfogavano volentieri con lui, che ascoltava, commentava spesso con ironia, incoraggiava con fare burbero. Aiutava anche economicamente non pochi giovani a frequentare l’università.

Non era mai stato a Roma; diceva che non gli interessava andarci. Combinammo uno scambio di inviti: lui mi accolse Taizè, io accolsi lui a Roma, e ne fummo contenti entrambi.

Aveva un cruccio, che potei scoprire grazie alla confidenza che lentamente crebbe fra noi: si sentiva accolto ovunque, nelle comunità cristiane, ma pochi, pochissimi elaboravano con lui le domande che la sua presenza “ecumenica” creava. “Brother Jacques vive e prega con i cattolici, partecipa alla eucaristia anglicana, frequenta i battisti…” come mai? Perchè? che significa? È giusto? Se lo chiedevano, magari ne parlavano fra loro, ma non ne parlavano con lui, quasi avessero paura di offenderlo, o di entrare in un’area proibita. Era un “caso anomalo” da non toccare, guardato con curiosità, anche ammirazione, ma pure con sospetto e timore. Penso sia la situazione anche degli altri Fratelli di Taizè in Bangladesh, le cui iniziative di preghiera e riflessione raccolgono cristiani di diverse denominazioni, e giovani di diverse religioni, e sono bene accolte da parecchi preti e pastori, ma sembrano non incidere su un atteggiamento di solito chiuso e sospettoso – quando non malevolo – nei rapporti fra cristiani di diverse denominazioni, e fra credenti di fedi diverse. Per me è stato una testimonianza viva di come accogliersi pur nelle differenze, di come dare valore prima di tutto alla nostra appartenenza battesimale a Cristo e alla sua Chiesa che è una, anche se frammentata dalle nostre incomprensioni teologiche, storiche, a volte da questioni di economia, potere, orgoglio. “Ti ringraziamo, Signore, per avergli dato questo dono” ha scritto Fratel Alois, attuale superiore della Comunità di Taizè.

Franco Cagnasso