Viaggio – 1

Qualche settimana fa mi lanciai in un coraggioso esperimento: “ispirato” dalla notizia della prossima canonizzazione di Charles de Foucauld, scrissi alcune schegge a puntate (assoluta novità editoriale), e per di più parlando della mia storia personale. Pensavo che l’iniziativa mi avrebbe fatto perdere almeno un milione dei miei affezionati lettori, invece… ne ho guadagnati 2 (no, non due milioni, due lettori!). Ingolosito dallo strepitoso successo, riprovo, narrando a puntate un viaggio compiuto recentemente: un modo per parlare di dove siamo e che cosa facciamo, cioè qualche cosa che forse finora ho “scheggiato” poco…

P. Gian Paolo Gualzetti, lecchese fino al midollo, è un ottimo autista e un famoso viaggiatore. Gestendo un pulmino avuto in regalo da Gisella e Vittorio con amici, trasporta passeggeri e merci di ogni tipo, e quando parte sa dove arriverà. Ciò che non sa esattamente è quando, e ancor meno dove, e con chi, farà tappa. Partendo, prevede sempre qualche “piccola” deviazione con visita, ma viaggiando vengono in mente altre possibilità, i ricordi si risvegliano, deviazioni e tappe diventano una tentazione. A Dhaka, dove ha fondato una parrocchia di “urbanizzati”, Gian Paolo ha conosciuto persone provenienti da tutto il Bangladesh, e ora che dirige il “Centro Gesù Lavoratore” in località Zirani (quaranta chilometri a nord ovest di Dhaka) ne conosce molti altri, quasi tutti giovani, alcuni dei quali sono vissuti con lui e con le suore del PIME al Centro. Li ricorda e li incontra volentieri, oppure passa a salutare mamme, sorelle e papà portando e ricevendo notizie. Di solito non avvisa: meglio arrivare all’improvviso, piuttosto che mobilitare la famiglia intera per assassinare polli, impastare dolci, preparare collane di fiori per l’accoglienza, radunare il vicinato… e poi sentirsi in colpa se non si fa abbastanza onore mangiando a quattro palmenti, a rischio di addormentarsi poi mentre guida verso la meta. Ogni crocicchio, bivio, viottolo gli fa venire in mente… ah, da queste parti abita la famiglia di Shilpy, che è venuta a Zirani dimenticando a casa il golf… passiamo, lo prendo e glielo porto… Più avanti c’è una coppia che ho sposato sei mesi fa… I passeggeri, se non sono nervosi e affrettati, scoprono villaggetti, famiglie, giovani e anziani che accolgono volentieri, fanno festa, danno notizie ne ricevono, garantite dall’autorevolezza del Padre…

Questa volta è toccata me, unico passeggero di un viaggio Dhaka-Dinajpur – circa 350 km, senza contare le digressioni. Si parte alle 9.40 di sabato 16 gennaio. Orario insolito: Gian Paolo, noto lavoratore notturno, era abituato a viaggiare solo di notte, ma ora parte la mattina prestissimo, perché con il passare del tempo anche la notte è diventata sovraffollata di traffico come il giorno, e tutti viaggiano con gli abbaglianti accesi: un fastidio incredibile e un rischio notevole. Solo tra la fine della notte e l’inizio della giornata, si può trovare una strada quasi libera e viaggiare abbastanza velocemente. Attraversiamo la vasta area industriale di Savar. Ogni volta, arrivando al bazar più grande della città, torna alla mente la strage di 1.200 operai che avvenne qualche anno fa proprio lì, quando crollò un palazzo di cinque piani che ospitava varie fabbriche, e anche il Centro Gesù lavoratore ebbe le sue vittime. Più avanti si attraversa la EPZ – area industriale “a statuto speciale, la cui produzione è esclusivamente destinata all’esportazione, tanto che le merci sono sottoposte a controlli doganali. Nelle ore di cambio dei turni di lavoro, fiumi di lavoratrici e di lavoratori entrano ed escono in fretta, a piedi, o scendendo da autobus fatiscenti che si fermano in tutte le possibili posizioni ostruendo le strade. Si ricorda allora una carissima coppia di amici italiani che aveva avviato là una fabbrica di tessuti, a mio parere un “esperimento” di vera missionarietà laicale. Fabbricare tessuti… missionarietà laicale? Sì. Hanno realizzato una realtà industriale che cercava il profitto, come fa ogni azienda seria, ma dando assoluta importanza ai rapporti umani, alla sicurezza, alla giustizia, all’onestà, al rispetto e alla fiducia, alla sostenibilità ecologica. Impegni non piccoli, perseguiti con tenacia, fatica e successo, finché problemi di famiglia li hanno costretti a vendere e tornare in Italia. Ora la fabbrica continua a produrre, ma la buona fama che aveva (chi lavorava “da Berto” era invidiato da tutti!) e la stima che riscuoteva si stanno dissolvendo nella normalità…

Arriviamo al Centro Gesù lavoratore in meno di due ore, non c’è male, visto l’orario. Ci accoglie P. Piero Parolari, compagno di servizio in questa iniziativa unica in Bangladesh, che pian piano si sta facendo conoscere e anche apprezzare dal clero locale, all’inizio indifferente o sospettoso. Un’occhiata ai due edifici del Centro inevitabilmente fa pensare a Alberto Malinverno, l’ingegnere volontario dell’ALP (Associazione Laici PIME) che li ha disegnati e ne ha curato la costruzione, dando un tocco che i vari architetti dilettanti della nostra comunità non sanno a dare. Passiamo a salutare le tre suore che stanno qui, fra cui suor Pauline, in attesa di partire – virus permettendo – come missionaria in Brasile. Un’attesa dinamica a dire il vero, perché suor Pauline conosce quasi tutti, e non le piace star ferma ad aspettare che qualche cosa succeda…

Dopo pranzo, accogliamo anche noi il pulmino delle Suore che arrivano da Khulna: sono in corso “trasferimenti” di superiore delle loro comunità – un andirivieni che ogni anno avviene a gennaio.

Poi, pomeriggio tranquillo, guardando i cambiamenti che avvengono attorno. Lo spazio accanto a noi a sinistra era stato riempito di “container” vecchi, scassati, arrugginiti, messi lì come segno di possesso da parte di uno dei vari che si contendono la proprietà del terreno. Ora i container sono spariti, ma non so chi abbia “vinto”… Dalla parte opposta, c’è un fiumiciattolo lento, perennemente blu intenso per gli scarichi di alcune tintorie. Il terreno fra il fiume e il nostro recinto, regno di anitre e topi, ora è completamente occupato da mucchi di spazzatura accanitamente ispezionati da selezionatori che recuperano e rivendono quasi tutto. Il riciclaggio artigianale è un’arte molto praticata in Bangladesh, attuata con grande ingegnosità da molti poveri, soprattutto bambini e donne, con altissimo rischio per la salute. Dietro il nostro edificio, una miriade di stanzette precarie affittate a lavoratori con pochi mezzi, e davanti uno spazio non grande ma considerato campo da calcio, e pure giardino di giochi per i bambini dell’asilo nido che permette a numerose mamme e papà di andare al lavoro, lasciando i figli in buone mani. Pochi anni fa c’erano risaie ovunque, ora il panorama è complesso: industrie, discariche, spazi vuoti, negozietti.

Una piccola moschea là vicina ha altoparlanti ben orientati, potentissimi; il richiamo alla preghiera del tramonto accompagna l’inizio della celebrazione della nostra Messa; siamo solo in tre, tutti sono negli stabilimenti, in cucina, sulle strade, al bazar, qualche devoto alla moschea… (continua)

Insieme

“Da gennaio a dicembre 2020, da Rancio ci hanno lasciato otto confratelli. Nel solo mese di gennaio di quest’anno 2021, altri otto confratelli ci hanno lasciato. Cinque sono ancora all’ospedale: Fratel Agostino Sacchi, suor Samuela, p. Chiesa, p. Andena, p. Trobbiani.”. Questo il laconico messaggio ricevuto a fine gennaio da p. Quirico Martinelli, missionario in Bangladesh, attualmente rettore della comunità di Rancio. Era stato preceduto dalle notizie sulle ultime ore, e sulla morte, di p. Luigi Carlini.

A Rancio, quartiere di Lecco, c’è la casa per missionari anziani e ammalati del PIME; dopo mesi di vita “blindata” per proteggersi, il virus è entrato e l’ha fatta da padrone. Ma che c’entra questo con una scheggia che si definisce “di bengala”?

C’entra, perché ha fatto emergere qualcosa che noi, missionari del PIME in Bangladesh, raramente esprimiamo. Ci sentiamo donati al Bangladesh, paese che critichiamo e di cui brontoliamo forse, ma che amiamo e da cui non vogliamo staccarci; allo stesso tempo, nel profondo, ci sentiamo del PIME. Un’istituzione, certo; ma ciò che ci tocca sono le persone che ne fanno parte. I nomi che si susseguivano nei “bollettini” di malattie e di morti mandati da p. Quirico sono tutti di persone che conosco bene, che hanno lavorato ai quattro angoli del mondo, alcuni dei quali non ho rivisto da molti anni, ai quali voglio bene. La loro sofferenza e la loro morte hanno portato a galla con dolore, ma anche con un senso di gioia e di gratitudine, la mia ammirazione per loro. Prima che se ne andasse anche p. Carlini, un intenso articolo di p. Gianni Criveller aveva parlato degli altri, con pennellate cariche di simpatia, includendo anche p. Pippo Filandia l’unico che è morto per il virus non a Lecco, ma a Catania, città di cui era originario.

Conoscevo bene p. Carlini; nel messaggio che dà notizia della sua “partenza” e che riassume molto brevemente la sua vita, p. Marco – segretario generale del PIME (caro p. Marco, immagino la tua pena e fatica nel preparare in un solo mese ben nove necrologi!) – riprende un suo pensiero da un’intervista che aveva concesso a Mondo e Missione, quando la salute lo aveva costretto a ritornare definitivamente in Italia, dopo48 anni di servizio nell’Amazzonia brasiliana: “Il Signore mi ha dato la grazia di saper camminare insieme alle persone, accanto a loro. Con tutti, anche con chi sta in una prigione. Un giorno, in prigione, un uomo pianse molto con me perché vedeva che ero trattato come un detenuto. Ma io anche lì ho sempre agito nello stesso modo: è la relazione personale che crea lo spazio per mostrare il volto di Dio. Se fossi entrato nelle carceri tra i detenuti in un modo diverso, loro non avrebbero accolto questo spazio di misericordia, questa occasione per la conversione. Quando Gesù diceva: Fai questo in memoria di me, non stava solo chiedendo di dire Messa, ma stava chiedendo di portare Messa nella vita, nella vita di tutti i giorni. In questo cammino sono anche cresciuto e cambiato. Cresciuto e cambiato molto».

Proprio così. Ognuno s’immerge nell’ambiente che il Signore ha affidato al suo servizio missionario, in paesi lontani; in questa immersione si cresce e si cambia “da missionari”, perché i cambiamenti sono condizionati insieme dal messaggio di cui vogliamo essere testimoni, e dall’ambiente in cui ci troviamo. Le differenze fra noi in un certo senso aumentano, ma non ci si dimentica! Gli anni di seminario, esperienze fatte in comune, come i sei anni che ho trascorso nella Direzione Generale con P. Severino Crimella e a P. Amadio Bortolotto, o la conoscenza fatta con p. Bruno Mascarin e con il suo silenzioso, intenso zelo missionario sulle rive del Rio delle Amazzoni… Queste morti hanno fatto affiorare sentimenti profondi, legami di comune vocazione e impegno di cui quasi non ci si rende conto, ma sono forti. Quando ci arrivano brandelli di notizie sui missionari di altri paesi, notizie gioiose o tristi, di successi o di crisi, sembra che non ci facciamo caso, ma in realtà sentiamo che ci riguardano e ci toccano, ne siamo orgogliosi e contenti, o perplessi e dispiaciuti.
Noi missionari del PIME siamo pochi, poco più che quattro gatti, sparpagliati in 19 paesi di cinque continenti; non parliamo molto del nostro istituto, non ci sentiamo a nostro agio etichettando tutto ciò che facciamo; ma ci siamo. Ciascuno, pure se almeno in parte “riplasmato” nel mondo a cui è stato inviato, sa che ci sono altri con cui ci si vuol bene, e che abbiamo in comune la “follia” di voler amare Gesù nella gente con cui ci troviamo. Siamo lontani, non ci incontriamo in alcuni casi per decenni, ma qualche cosa che ci accomuna pur nelle nostre grandi diversità c’è. E basta un’eco anche occasionale e leggera, oppure la notizia triste di una morte che non aspettavamo, per farci capire che siamo “sparpagliati” – come dicevo – ma non dispersi: siamo insieme.

Unione Europea

La signora Rensje Teerink, responsabile della rappresentanza diplomatica dell’Unione Europea, ha spiegato che d’ora in avanti il Bangladesh, se vuole continuare ad avere i benefici dell’EBA, deve dimostrare di rispettare una dettagliata serie di “diritti umani”. Che cosa è l’EBA? Significa “Everithing But Arms” (tutto eccetto le armi), riguarda i prodotti che una nazione esporta verso l’area E.U. con esenzione da tariffe doganali. Poiché il 61% delle esportazioni del Bangladesh (prima o dopo il Brexit non lo so) va in Europa, il discorso è importante, e lo è specialmente per le fabbriche di abiti, che costituiscono l’85% delle esportazioni. Fino ad ora il Bangladesh è classificato come una LDC (Less Developed Country = nazione sotto sviluppata), ma i progressi in corso – che secondo la signora sono stati molto aiutati dalla generosa politica di esenzioni doganali esercitata dall’Europa negli ultimi decenni – prevedono un passaggio alla categoria superiore: Paese in via di sviluppo, nel 2024. Motivo di soddisfazione e orgoglio, ma anche motivo per rivedere le facilitazioni concesse, a rischio di eliminarle o ridurle, e molti si preoccupano di capire se questo creerà guai…

Si potrà rinnovare l’EBA? La Rensje Teerrink non ha risposto alla domanda, ma ha spiegato che rispetto al passato c’è da tener conto di una novità: l’Unione Europea si è data un regolamento per cui già ora, con l’EBA in corso, può applicare sanzioni “mirate”(per questa o quella ditta, o persona, o tipo di commercio…) se verifica violazioni dei diritti umani, anche se commesse fuori dal paese sede della ditta colpevole. Fra questi diritti, la sicurezza sul lavoro, le associazione dei lavoratori, ecc.: temi su cui ci sono state forti pressioni e alcuni passi avanti dopo la tragedia del “Rana Plaza”(2013), quando crollò un palazzo che ospitava alcuni stabilimenti di produzione di abiti, e morirono oltre 1.200 lavoratori.

La signora si è poi addentrata in regolamenti, sigle, leggi, statistiche che vi risparmio. Ma un concetto sembra chiaro: la EU dice di volersi impegnare non solo sul piano economico ma anche sociale e della giustizia, e il Bangladesh prende atto che la crescita significa più concorrenza e meno concessioni – anche se rimane un po’ la speranza di salvare in qualche modo capra e cavoli: crescita ed esenzioni doganali. Ci guadagnerà la giustizia?

Come mai?

Finora il Covid 19, quel simpatico pallino colorato munito di cornetti, che appare a fianco del giornalista della BBC ogni volta che parla della pandemia, qui in Bangladesh ha fatto danni a sufficienza, specialmente in campo economico. Non della macro-economia, perché a quanto risulta dai dati ufficiali il reddito del Paese è cresciuto anche nel 2020, e non di poco: il 6%. Così il Bangladesh sta al terzo posto nel mondo e al primo posto in Asia fra i pochi paesi in cui l’economia ha continuato a crescere. Quanto agli abitanti, ovviamente qualcuno ci ha guadagnato, e non poco; ma ancora più visibilmente milioni ci hanno perso praticamente tutto, e allora, finché il piatto rimane vuoto, delle statistiche e della macroeconomia importa poco. Anche per quanto riguarda casi positivi e negativi, sintomi leggeri o gravi, e decessi, i dati che abbiamo sono assolutamente inattendibili, a causa del limitato numero di tamponi che si fanno, e della raccolta di informazioni, che è erratica e geograficamente limitata.

Tuttavia, sembra proprio che il virus sia meno aggressivo e che si diffonda meno rapidamente che altrove. Come mai?

Senza alcuna pretesa di saperla lunga, ma con il modesto intento di offrire elementi preziosi per la ricerca scientifica, raccolgo alcune delle risposte che vengono dalla gente. Infatti, pare che qui tutti o quasi sappiano con certezza il motivo per cui il virus è così… beh, dire gentile sarebbe troppo, ma diciamo clemente; o forse distratto?

Ecco dunque alcune delle ragioni addotte (il lettore tenga presente che – salvo pochi casi – le ragioni non sono da assommare: ciascuna di esse (o al massimo due o tre) è LA ragione per cui, ecc.

I bengalesi mettono nei cibi abbondante “holud” (credo si chiami curcuma): un tocca-sana.

I bengalesi mangiano tanto aglio – e pure cipolle

I bengalesi prudenti bevono molta acqua calda

Il clima è più caldo rispetto all’Europa e all’America

Il virus non esiste.

Il virus è una punizione che Dio manda sui cristiani per le loro malefatte e immoralità

I bengalesi sono in maggioranza giovani e il virus trova pochi vecchi su cui accanirsi

Il virus è stato fabbricato dai cinesi per gli americani, da noi funziona poco

I bengalesi sono immunizzati dalla loro vita “spartana”.

Ci sono poi, per ciascuna religione, formule varie che assicurano l’immunità. Per qualche cristiano è un cocktail, la cui ricetta va accuratamente seguita, di preghiere, acqua benedetta, baci a immagini sacre.

Rinascita

Ainul era un commerciante, con moglie e tre figli, che gestiva anche una piccola fabbrica tessile. Musulmano praticante, partecipava regolarmente alle preghiere nella moschea, alle feste e alle attività della comunità islamica, considerava la vita di famiglia come parte del suo dovere, senza particolari difficoltà né entusiasmi. Ma ogni tanto si sentiva a disagio, sentiva – se interpreto bene i suoi pensieri – di partecipare ad una religione, ma non di comunicare con Dio; allora gli tornava alla mente una frase che la nonna gli aveva detto varie volte: se non hai un “guru”, qualcuno che ti guida personalmente, non arrivi a incontrare veramente Dio. Il “guru” è figura tipica di varie correnti dell’induismo.

Non aveva mai dato peso a quell’idea, ma alla fine decise che era ora di ascoltare la nonna, e si mise alla ricerca. In Bangladesh non mancavano i “pir”, membri della corrente islamica “Sufi”, spesso ispiratori e guide di gruppi di spiritualità che fanno capo a un santuario, alcuni dei quali sono noti in tutto il Paese. Ainul chiedeva aiuto per trovare un senso alle sue pratiche religiose. All’inizio ne fu deluso, ma la sua “sete” cresceva. Continuò a lungo a cercare finché, nel 2000, le parole di un “pir” riuscirono a toccargli il cuore e la mente, aprendogli una prospettiva nuova: non sono le pratiche religiose che ti portano alla fede, è la fede che ti conduce a cambiare vita e a pregare, e dà senso anche alle pratiche religiose, da vivere con devozione nella libertà. Con la fede, viene la coerenza della vita, il tuo rapporto con gli altri, e il passo determinante per dare senso a te stesso: arrendersi a Dio, completamente.

Ainul incominciò a cambiare, anzitutto cercando di rendere coerente il proprio modo di vivere, e – pur continuando nel commercio – giunse a vendere la fabbrica che gestiva, perché si accorse di essere tentato dall’avidità e dal praticare astuzie e inganni che sfruttavano gli altri. La moglie si risentì di questa scelta fatta senza nemmeno informarla, e dopo varie proteste iniziò uno sciopero della fame per costringere il marito a tornare “alla normalità”. Fu il figlio maggiore a intervenire: “Mamma, non vedi che papà è cambiato davvero? Ha pazienza con noi, vuole essere onesto, è sereno. Certo, ora non va più regolarmente alla moschea e la gente lo critica, lo hanno persino minacciato, ma preferisci che ritorni come prima?” La donna si persuase, e gradualmente anche lei, e pure i figli, presero la strada di Ainul.

Il quale non ha fatto l’iniziazione per diventare a sua volta “pir”, ma dopo questa esperienza di rinascita spirituale ha tessuto rapporti con tante persone di varie religioni, con cui condivide il suo cammino di uomo in ricerca, musulmano “libero” che si è consegnato a Dio. Quando sentì dire che non lontano da Dinajpur c’era un “pir” cristiano, dove molti andavano per consigli spirituali, si diede da fare per rintracciarlo. Abitava lontano, ma pur non trovandolo una prima volta, lo cercò una seconda e poi una terza, finché si incontrarono:era p. Enzo Corba, missionario del PIME da tanti anni in Bangladesh. Dopo una lunghissima conversazione dissero l’uno all’altro: “Sì, siamo fratelli”. Ne nacque un’amicizia profonda e dinamica che durò fino alla morte di p. Enzo.

Ainul ogni anno organizza una festa, a cui invita nella sua ampia casa gli amici che capiscono le sue scelte. Oltre cento persone trascorrono la notte intera insieme: condividono, pregano, mangiano, ascoltano, cantano. Celebrano il momento in cui le parole del “Pir” gli hanno toccato il cuore e cambiato la vita, facendolo passare da una religiosità arida, impostata su norme e osservanze, alla “resa” a Dio. Quest’anno hanno celebrato il ventesimo anniversario di questa conversione, che è stata per lui una rinascita.

Ponti

Anni fa, per parecchi mesi, ebbi un incubo ricorrente: mi trovavo su un altissimo “ponte”, una fila di pali di bambù, uno dopo l’altro, appoggiati orizzontalmente su traballanti cavalletti di altri bambù piantati sul fondo del fiume; bisognava camminare in equilibrio su quell’unico bambù, appoggiandosi con una sola mano a un’unica “sponda” (sì, anch’essa di bambù e traballante). Grandi e bambini, persino vecchi, lo facevano con disinvoltura, ma a me era già capitato di “impuntarmi” a metà e non riuscire a proseguire, nè avanti nè indietro, mentre alle mie spalle la fila si allungava e quella di fronte, sulla riva, aspettava il suo turno e s’inquietava: vi muovete sì o no o no? Ne uscii anche quella volta senza volare nell’acqua, ma nel sogno il ponte mi appariva ad altezza vertiginosa, lunghissimo, e io ero sempre là, accovacciato su un bambù che oscillava…

Se ne vedono ancora di ponti così, ma pochi ormai. Lo sviluppo del paese ha privilegiato le strade, e i trasporti fluviali di persone e di merci hanno perso importanza. Abbiamo ora ponti di ogni dimensione, e altri sono in costruzione. Il 10 dicembre scorso, a sud di Dhaka, una enorme chiatta speciale ha sistemato su pilastri l’ultimo di 22 tronconi in cui è suddiviso il nuovo ponte sul fiume Padma, formato dalla congiunzione del Brahmaputra che, entrando dal Nord, nella parte centrale del Bangladesh, si immette nel Gange, proveniente da nord-ovest. In questo modo il Bangladesh è suddiviso in tre quadranti: est, nord-ovest, sud-ovest.

Per passare dall’uno all’altro quadrante era indispensabile fare uso di barche, battelli, traghetti. Il primo che unì due quadranti (nord-ovest e sud-ovest) fu il ponte ferroviario sul Gange, costruito dai Britannici durante il periodo coloniale, e poi affiancato da un ponte stradale. Seguì, nel 2000, il ponte sul Jamuna (Bramaputra) che collega il quadrante est con il nord-ovest; cinque chilometri di lunghezza, opera realizzata sotto la responsabilità di ditte coreane, che ovviamente subappaltarono parte del lavoro ad altre ditte – anche italiane. Ne venne un grande beneficio per tutto il nord-ovest, ma in pochi anni i tempi di viaggio fra nord e centro si prolungarono di nuovo, perché le vecchie strade non reggevano l’aumento del traffico ed erano sempre più affollate, con ingorghi giganteschi… Si mise mano ai lavori sulla strada che, dopo anni di disagi enormi per i viaggiatori, hanno reso largo e comodo il tratto da Dhaka fino al ponte, e ora stanno facendo tribolare i viaggiatori del tratto nord, che si consolano sperando che un giorno tutto sarà finito.

Mancava il collegamento del quadrante est, con il sud-ovest, ma con il ventiduesimo pezzo sistemato il 10 dicembre scorso, ora fra le due sponde c’è un ponte lungo oltre sei chilometri. Mentre si aspetta con ansia che questo importante elemento di sviluppo diventi percorribile (entro la metà del 2022), ci si rallegra di questo successo ormai sicuro con un tratto di orgoglio tutto particolare. Si pensava infatti che il ponte sarebbe stato finanziato per 1,2 miliardi di dollari dalla Banca Mondiale e – al suo seguito – la Banca Asiatica per lo Sviluppo e la Banca Islamica per lo Sviluppo avrebbero contribuito ulteriormente. Ma quando, dopo varie revisioni, i preventivi dei costi aumentarono vertiginosamente, nel settembre 2011 si parlò di corruzione e la Banca Mondiale si ritirò; così fecero le altre, mandando in fumo la prospettiva di ricevere miliardi di dollari.

Il governo ebbe un sussulto di orgoglio. Un’inchiesta della Commissione Anti Corruzione del Bangladesh sostenne che non c’erano prove di reati, e la Primo Ministro Sheikh Hasina disse: “Vogliono che chiediamo l’elemosina, che continuiamo come porcellini d’India (sic). Andremo avanti con il progetto usando le nostre risorse”, e decise di procedere comunque, con le proprie forze. Sembrava più una sfida destinata a fallire che una scelta politica ragionata, ma Hasina ridusse i finanziamenti destinati ad altre grandi opere, affidò l’opera a due ditte cinesi, impose balzelli provvisori qua e là, emise speciali obbligazioni – e iniziò i lavori. Si fece anche un’inchiesta da parte della Banca Mondiale, affidata a inquirenti canadesi, che conclusero sostenendo che non c’erano prove di corruzione. Ma la discolpa non fece ritornare sui propri passi la Primo Ministro che non tornò indietro a chiedere aiuto. Quando la struttura portante è stata completata, ha commentato: “Volevo far vedere che possiamo farcela. E oggi lo vedono”.

Aiuti

Quando è stato chiaro che la pandemia era arrivata anche qui, e poche settimane di “lockdown” hanno sconvolto la vita di milioni di persone, il governo ha lanciato un progetto di aiuto su due fronti: dare “stimoli” ad imprese varie, grandi e piccole, e dare a 5 milioni di “ultra poveri” una donazione “una tantum” di 2.500 taka, circa 27 euro. A sei mesi dalla decisione risulta che è stata preparata una lista degli aventi diritto, ma con qualche problema: trecentomila persone – chissà come mai – hanno ricevuto più di un buono ciascuno; 3.000 impiegati governativi e 7.000 pensionati – che ultra poveri non sono – sono entrati in lista. Il 69% degli elencati, finora non ha ricevuto la somma. Chi ha potuto presentare il suo buono (ottenuto legalmente o no) a qualche ufficio incaricato della faccenda, per ricevere la favolosa somma di 2.500 taka ha dovuto lasciare mediamente 220 taka di “mancia” all’impiegato che distribuiva.

Bestiario

Pochi anni fa, buoi e bufali che trainavano carri o aravano nei campi facevano parte del panorama, come le barche a vela sui fiumi. Sono quasi scomparsi, capita di vederli occasionalmente, in zone remote. Quasi scomparsi anche i cavalli, piccoli e robusti, che stavano ai buoi come l’automobile sta al camion: trasporto più veloce e più leggero…

Numerose le mucche, dovunque ci sia un filo d’erba, oppure accanto a grandi mucchi di paglia di riso, che consumano pian piano: cibo magro e poco appetitoso che giustifica le dimensioni minute della mucca, e l’avara produzione di latte… Si stanno facendo avanti le straniere: olandesi e australiane soprattutto, di cui con incredulità si sente dire che producono oltre 20 litri di latte, però ci vogliono un sacco di soldi per comprarle, nutrirle, curarle: non si adattano facilmente.

Le capre sono tante e dappertutto, presenti anche – come vittime – alla festa del sacrificio di Abramo. Latte, niente; ottime per la carne, devastanti per le pianticelle; non temono la concorrenza delle pecore, poche, piccole, malandate e arruffate.

Maiali? Neppure parlarne: impuri e proibiti, oggetto segreto di tentazione per musulmani poco osservanti.. Ma apprezzatissimi da bengalesi cristiani e soprattutto da aborigeni: impensabile un matrimonio, la commemorazione di un defunto, una riconciliazione senza un maiale da spartire. Sulle discariche lungo le strade accanto alle città si vedono ogni tanto grandi branchi di maiali nerissimi condotti al pascolo da fuori casta indù.

Le galline, regine di aie e cortili, erano in concorrenza con le anitre, regine degli stagni, in coabitazione con occasionali oche. Poi è arrivato l’allevamento industriale, le galline hanno invaso i mercati, la loro carne è la più economica e insipida. Restano prestigiose le “deshi” (letteralmente “nostrane” – ruspanti) magrissime e durissime, ma saporite; e le “pakistani”, le cui caratteristiche mi sfuggono.

Quanto ai piccioni, anche molti medici dicono che hanno la carne più nutriente, ideale per i malati, permessa anche a chi ha il colesterolo alto.

Circa due anni fa sono apparsi per la prima volta gli sconosciuti tacchini. Un amico – pastore luterano – mi spiegò che per racimolare qualche soldo e pagare gli studi dei figli aveva accettato la proposta di una società che in cambio di una cauzione dava 15 pulcini di tacchino, più mangime e medicine, riprendendoli poi quando avessero raggiunto le dimensioni giuste, e pagando il servizio di aver accudito ai tacchini. Si stavano diffondendo, curiosità per tutti e specialmente per i bambini… finché la società scomparve, insieme con i soldi delle cauzioni. E in poco tempo scomparvero anche i tacchini…

Onnipresenti i cani, in città, in campagna, al nord, al sud, nei giardini, per le strade – bianchi e marroni, qualcuno bianco e nero. Vivono per conto proprio, sopportando con noncuranza la presenza di esseri umani sui loro territori; i gatti non si fanno notare, ma ci sono…

Zanzare? Tante: non solo quelle innocue, ma anche le tradizionali portatrici di malaria, rimaste nelle zone collinari nonostante le disinfestazioni radicali di qualche decennio fa, e si stanno diffondendo, tristemente famose e temute, quelle che trasmettono febbre dengue, e recentemente la cicungunia – che è ancora peggio. Meglio non parlarne…

Maria

Poco più di trent’anni, credo. La vedo per la prima volta quando viene alla parrocchia per ricevere un piccolo aiuto, distribuito grazie ad una donazione del PIME. Poi mi cerca e mi rintraccia, e la cosa mi dà fastidio. È troppa la gente che sente dire meraviglie di quel padre straniero che aiuta tutti, in qualche modo riesce a farsi dare da qualcuno il mio numero di telefono, e s’aspetta, direi esige, che con questo tutti i problemi saranno risolti… La mando via più volte, dicendo che non posso fare nulla, ma poi riesce ad agganciarmi.

Non è simpatica. Porta un velo sulla testa e la maschera antivirus; gli occhi grigi sono un mare di tristezza, smarrimento, paura; fissa a lungo, silenziosa, prima di parlare in modo aspro, che sembra aggressivo. Ha una grave infezione all’orecchio destro, che non ha mai potuto curare, con dolori che non la lasciano dormire, e l’orecchio sinistro è debole. Devo far ripetere più volte ciò che dice, lei non mi capisce, fraintende, si spazientisce… Era incinta del primo figlio, undici anni fa, quando il marito morì in un incidente e si trovò sola con il bambino, i genitori poverissimi, un fratello minore fannullone. Sono cristiani cattolici, vivono a Khulna, credo che appartengano al gruppo dei “rishi”, fuori casta indù, impuri e disprezzati scuoiatori di animali e conciatori di pelli. Giovane vedova affamata, venne con il bambino a Dhaka, trovando lavoro in una fabbrica di abiti; con lo stipendio e tante ore di straordinari manteneva tutti. Poi… ecco la pandemia: la fabbrica chiude, e ora Maria è qui, davanti a me, e disperatamente mi chiede di farla uscire dalla disperazione.

Le do qualche cosa. Ritorna, insistente, noiosa; ma alla fine mi convinco che è seria. Vuole una macchina per cucire e quando le chiedo se sa fare la sarta mi risponde irritata: “Certo che lo so fare, ho cucito abiti per tanti anni, e non ho imparato?”. “E il taglio? e tutto il resto?“ “Anche taglio e tutto il resto, so quello che dico”. Mi do dello stupido perché so bene che finirà per confessare che non se la cava, ma prometto di procurarle la macchina e, come sempre in casi del genere, in poco tempo saltano fuori i “corollari”: macchina significa anche ferro da stiro, tavolino, coperta, orlatrice, filo, tessuti in abbondanza, anticipo per trovar posto in un ostello, e medicine per l’orecchio ormai insopportabile.

Mi stupisce invece perché, messo insieme l’indispensabile per iniziare, in brevissimo tempo si fa conoscere, e inizia a guadagnare. Ovviamente, con questo si sente autorizzata a chiedere di più, perché non può lasciare genitori, figlio e fratello alla fame, e perché le hanno detto che l’orecchio è in condizioni molto gravi, occorre uno specialista, probabilmente un’operazione. Mi telefona tre, quattro volte al giorno per chiedermi se sto bene, per implorare: non lasciarmi! Però il lavoro si avvia decisamente bene e qualche volta, quando ne parla, sorride un po’, quasi per dirmi: “Pensavi che non sarei stata capace, vero?” Non manca qualche bugia: “sì, le bugie dei poveri” mi spiegò una volta una poveretta che avevo accusato di aver mentito per farsi aiutare.

Una notte all’una, mi sveglia con una telefonata, piangendo irrefrenabilmente: mio padre ha avuto un ictus, è paralizzato in ospedale. Parte subito per Khulna; derubata mentre viaggia in autobus, non sa come far dimettere il padre: finché non paga il conto, niente dimissione, e il conto cresce giorno dopo giorno. Ritorna a Dhaka, lavora, paga. Ora le cose per lei andrebbero benino, ma non può sopportare il pensiero del papà affidato alle cure della mamma, anche lei malandata.

L’orecchio va un po’ meglio, il lavoro cresce, il ritornello rimane, insistente e angosciato: padre Franco, non lasciarmi, è la prima volta che trovo qualcuno a cui appoggiarmi…

Le spiego che mi assenterò per una decina di giorni: vado a Rajshahi alla comunità Snehonir. Mi telefona spesso anche là finché le rispondo irritato: piantala, lo sai che sono via, sto bene, non chiamare tutti i momenti! Due giorni di silenzio, poi di nuovo una chiamata notturna. È Padre Shamir, il giovane assistente della parrocchia di S. Christina, a Dhaka. “P. Franco – mi chiede – conosci una donna che abita a Kollanpur, è di Khulna, e fa la sarta?” “Maria?” “Sì, credo si chiamasse Maria. È partita questa mattina per Khulna, perché il papà si era aggravato. Lo ha visto in ospedale, lo ha fatto portare a casa, e poi… e poi è morta. Un ictus”.

Il padrone della stanza in cui viveva, saputa la notizia, subito sostituisce la macchina da cucire e il ferro da stiro, nuovi di zecca, con un’altra macchina arrugginita e fuori uso, e con un ferro da stiro malandato, e fa sparire le stoffe e gli abiti in lavorazione. Ai parenti che si fanno vedere consegna la macchina da cucire vecchia, e chiede due mesi di affitto per permettere di portar via le altre cose che appartenevano a lei, compreso lo scarso mobilio e il materassino su cui dormiva per terra… Loro non pagano, tutto rimane a lui.

“Maria, ho scritto questa scheggia per mostrarti che, anche se mi arrabbiavo con te, non ti volevo proprio abbandonare, e per dirti il mio rammarico perché non sono riuscito a farti vincere la paura. Ti ammiravo, e speravo tanto di riuscire a vedere nei tuoi occhi un poco di pace, di speranza. Pensavo alle parole di Gesù: Beati i Poveri, Beati coloro che piangono. Ora ti prego – sì, prego proprio te – di aiutarmi a credere in quelle parole.”

Mi hanno detto che è stata sepolta con un abito bianco.

Rajshahi, 25 novembre 2020

Aggiunta

Ho esitato a lungo se pubblicare o no la scheggia “Maria”, pubblicata subito prima di questa, perché molto, forse troppo emotiva e personale. Ma ho deciso per il sì perché esprime un momento autentico del Bangladesh come lo vedo e lo vivo.

Ma poi… sorpresa. Maria non si chiamava Maria, forse non faceva la sarta, forse il furto di cui mi aveva parlato non è mai avvenuto, forse le ricevute che mi ha mostrato e consegnato erano false, certamente il papà non ha avuto un ictus ma sta bene e – pur anziano – ancora lavora, forse è morta veramente: ho visto numerose fotografie della salma nella bara, e c’era pure l’abito bianco che mi ha commosso. Lo so che oggi si possono falsificare le fotografie a piacere, ma la notizia della sua morte non me l’ha data lei (avrei avuto qualche dubbio in più…) e chi mi ha parlato della faccenda non era parte in causa e non aveva interesse a raccontarmi di una finta morte.

Mi sono chiesto se dire a Bruno e a Giuliano – i fedelissimi curatori di Banglanews e anche della pubblicazione delle schegge – di non pubblicare questa scheggia; oppure se pubblicarla facendo poi finta di niente, tacendo sull’imbroglio per non fare la figura del… Ma ho scelto di pubblicare e di fare questa aggiunta: anche questo è Bangladesh, anche questa è missione, anche questo sono io.

Rimane il rammarico che questa signora non abbia potuto fare l’attrice, rimane la preghiera per lei – che certo non ha vissuto bene la beatitudine annunciata da Gesù, ma spero si sia ora incontrata con la Sua misericordia. Rimane la fatica di discernere, capire, trovare le vie giuste per offrire un aiuto a chi ha davvero bisogno – e anche questa sedicente Maria aveva bisogno di aiuto: un bisogno di aiuto differente che mi dispiace non aver saputo cogliere.

Dhaka, 4 dicembre 2020

Smarrimento

Sila e Rakish si vogliono bene; dicono spesso che solo questo li consola da una povertà estrema, dolorosa. Sono musulmani, hanno due figlie, vivono al villaggio di Sila. Rakish viene a trovarmi e mi racconta smarrito: “Hanno violentato la figlia di un mio vicino di casa. Tutti sanno chi sono i colpevoli, ma loro vanno in giro tranquilli: sono i due figli di una “persona di rispetto”, e gli altri sono loro amici. Sila dice che dobbiamo far presto a sposare la nostra più grande…”. “Ma… quanti anni ha?” chiedo perplesso. “Ne ha 14, e in paese tutti dicono che non c’è altro da fare”.

Pare che la pandemia abbia portato ad un forte aumento del numero dei matrimoni precoci, forse perché, non andando a scuola, le bambine corrono più rischi. La legge permette il matrimonio solo quando la ragazza ha compiuto 18 anni, ma una clausola, introdotta circa due anni fa su pressione di gruppi islamici conservatori, prevede possibili ”circostanze particolari” che rendono lecito anche il matrimonio precoce. Che cosa siano questa circostanze non è detto; non occorre fantasia per capire che si tratta di fuga della ragazza, ma soprattutto di rapimento e stupro. Il matrimonio “sistema tutto”, e “protegge”: l’idea rimane, anche se non pochi episodi di stupro includono un preludio con cattura e pestaggio del marito, che spesso è costretto poi ad assistere.

La lettura dei quotidiani da qualche tempo è impressionante: ogni giorno numerosi casi di stupro, in mille circostanze diverse: notte, giorno, villaggio, città, viottolo, autobus, fabbrica, stupratore povero e ignorante, istruito e ricco, parente, conoscente, sconosciuto, compagno di scuola o lavoro, da solo, in gruppo, a volte con torture sadiche e con la morte della donna, o bambina, o bambino. Non mancano gli stupri nelle madrasse (scuole coraniche), e abbiamo pure un prete cattolico in carcere con l’accusa di sequestro di una quindicenne. Nella vicina India già da oltre un anno c’è grande fermento, dovuto ad alcuni episodi molto gravi, l’ultimo avvenuto con una donna fuori casta. Qui non siamo da meno, e anche qui una parte dell’opinione pubblica si muove.

Non è chiaro se si sta scoprendo una realtà finora accuratamente coperta ma in atto anche prima, o se c’è un effettivo aumento di questi episodi. Aumento dovuto… a che cosa? Alla pandemia? A un imbarbarimento della vita sociale causato dalla massiccia, rapidissima urbanizzazione incontrollata? All’effetto imitazione creato da pornografia disponibile ovunque, o dalla diffusione di filmati delle loro imprese messi in circolazione dagli stupratori stessi? Forse alcuni episodi sono in qualche modo la “risposta” del maschilismo alla sua messa sotto accusa? Fra i colpevoli ci sono numerosi membri della sezione giovanile del partito al potere; nell’ultimo caso, clamoroso perché le scene fatte circolare sono particolarmente feroci, il capobanda aveva iniziato la sua carriera di noto e indisturbato delinquente nella sezione giovanile del BNP, allora al potere, ed era passato all’Awami League quando quest’ultimo ha vinto: un delinquente e uno stupro “bypartisan”… Recentemente alcuni gruppi hanno organizzato una marcia da Dhaka a Noakhali, dove era avvenuto questo fatto clamoroso. Passando per la cittadina di Feni sono stati ripetutamente assaliti da giovani del partito Awami League, appoggiati dalla polizia – che proprio nello stesso giorno aveva organizzato raduni e marce in tutto il Bangladesh per sensibilizzare i poliziotti e per dimostrare la loro volontà di contrastare gli stupri.

Tutti d’accordo nell’invocare la pena di morte, che il 15 ottobre è stata approvata. Si parla di “far giustizia”, di “vendetta”, di “dar sollievo alle vittime” e si afferma che la morte è una “pena esemplare”. Non immagino che prima di “divertirsi” massacrando una ragazza, un branco o una singola persona assatanati valutino se rischiano l’ergastolo o la pena di morte. In un delirio di onnipotenza si pensano immuni da tutto. Inoltre, chi protegge gli stupratori facendoli sfuggire alla possibile condanna all’ergastolo… non li proteggerà più se c’è la possibilità di una condanna a morte? Se gli stupri sono tanti, le denunce sono molto meno; meno ancora le indagini, meno ancora i processi, sotto l’1% il numero delle sentenze. Qualcuno avverte che la definizione del reato va cambiata e precisata, perché spesso basta un particolare per passare dalla qualifica di stupro al “tentativo di stupro” – alleggerendo molto la pena.

Ma chi sa spiegare le radici culturali di un fenomeno del genere? È possibile cambiarlo a colpi di sentenze di tribunale? Di che cosa abbiamo bisogno?