Land Grabber

È una espressione inglese usata in Bangladesh per indicare chi ruba, occupa, invade terre altrui: un’attività molto diffusa, di cui sono spesso vittime le minoranze, ma non solo: un vero Land Grabber è di mentalità aperta, non fa discriminazione di religione, razza, cultura, sesso, età…Ultimamente il governo ha dato il via ad un grande progetto di sviluppo turistico, urbanizzazione, industrializzazione e compagnia nella regione di Cox Bazar (sud-est). Il progetto comporta l’espropriazione di vaste estensioni di terra, e i Land grabbers, professionisti e dilettanti occasionali, si sono messi al lavoro alla grande. Il sistema è semplice: si sceglie una famiglia povera che ha una casetta malandata e un pezzetto di terra. Si manda là un gruppo di persone per spiegare premurosamente che bisogna vendere la terra alla svelta, altrimenti il governo porta via tutto. Loro sono disposti a difenderli comprando la terra con un buon prezzo, senza far pagare i documenti di vendita che sono già pronti e completi: basta firmare, e ricevere subito in contanti 30 o 40mila taka. Un affarone! Se i poveracci esitano, dopo qualche giorno arriva un altro gruppo che distrugge la casa, porta via le bestie, e fa vedere che cosa farà il governo se non vendi. Nel giro di pochi giorni sono stati derubate in questo modo oltre 400 persone che, unitesi per protestare, hanno pure preso botte e si sono viste ridurre il “prezzo” che i Land Grabbers erano disposti a pagare. Alla fine, i “Grabber” (funzionari governativi, proprietari terrieri, giornalisti, politici), hanno venduto la terra al governo: un pezzo “pagato” 30.000 taka può spuntarne 300mila dal governo…

Nella zona di Modhupur (nord di Dhaka) ci sono ancora alcune aree forestali, entro cui (o ai cui margini) vivono da secoli gruppetti di aborigeni Garo, Bormon, Koch. Il governo del Bangladesh ha firmato vari documenti internazionali che regolano l’eventuale trasferimento delle popolazioni aborigene in altre aree, l’espropriazione delle loro terre, la deforestazione. Ma ha accuratamente evitato di riconoscere che in Bangladesh ci siano gruppi aborigeni: assolutamente no, ci sono soltanto piccole minoranze non meglio identificate. Per quanto riguarda le foreste, vietato abitarci e tagliare piante. Poche settimane fa, le guardie forestali di Modhupur arrivano all’improvviso sul terreno di proprietà di una donna Garo che vi ha piantato 500 banani, e sradicano tutto, perché quella piantagione viola la legge. L’accusa precisa è che la signora è una Land Grabber. In altre parole, si sarebbe arbitrariamente impadronita della terra che il governo ha portato via a lei. È esattamente ciò che avviene in tanti altri posti, specie (ma non solo) nelle zone collinari del sud. La novità sta solo nel fatto che la proprietaria è accusata di essere Land Grabber, e il Land Grabber – che normalmente è un privato di etnia bengalese – è il governo…

A Sylhet, che da qualche anno è sede di una diocesi, accanto alla casa del Vescovo, mons. Bijoy D’Cruze, c’è un vasto terreno destinato a scuole e ostelli che il Vescovo intende costruire e avviare gradualmente. Documenti di acquisto, carte, pagamenti, timbri, verifiche… tutto rigorosamente a posto, perché tutti sanno che la terra è sempre motivo di cupidigia e contese.
Il Vescovo poi, ricordandosi che il governo vuol celebrare ecologicamente i cento anni dalla nascita del “Padre della Patria” Mujibur Rahman, facendo piantare in Bangladesh un milione di alberi, fa la sua parte, e mette a dimora 50 alberi nel suo terreno. Sarà per questo o sarà per altro, a questo punto un signorotto locale intrallazzato col partito al potere, si ricorda che tanti anni fa la terra era alberata, ed era sua, anzi del nonno (proprietario legittimo e con le carte in regola). Lo comunica al Vescovo, aspettandosi che costui – da buon cristiano – gli restituisca il maltolto con molte scuse.Ma purtroppo non succede. Allora lo aiutano a capire, andando con una banda a sradicare i cinquanta alberi. Distrutte le piante, ovviamente se ne vanno, mentre i danneggiati vanno dalla polizia – che arresta due presunti colpevoli. La notte seguente una grossa banda torna alla casa del Vescovo non per portar via i tronchi, ma per distruggere il distruggibile. Non ce la fa, perché qualcuno si sveglia prima che incomincino, avvisa, fa chiasso, arriva gente, e i rappresentanti del sedicente legittimo proprietario scappano. Una cosa è sicura: la faccenda non finisce qui. È una patata bollente che mons Bijoy D’Cruze – nel frattempo nominato arcivescovo di Dhaka -involontariamente lascia al successore, che finora non si sa chi sarà.

Denuncia

È del 2013 il “Custodial death prevention act” (prevenzione delle morti in custodia), una legge che permette ai cittadini di denunciare la polizia nel caso che una persona arrestata muoia durante l’interrogatorio in custodia. Dopo sette anni, il 9 settembre 2020, c’è stata la prima sentenza in materia. Nel frattempo è cambiato due o tre volte il modo di morire in custodia: prima erano infarti in serie, poi tentativi di fuga, adesso scontri a fuoco… con un totale di centinaia di morti. Nonostante la nuova legge, mancavano però le denunce: chi voleva presentarle era prontamente persuaso a non perdere tempo, minacciato, se necessario aiutato a capire la concretezza delle minacce con adeguati interventi su di lui o lei, o sulla famiglia. Se proprio insisteva, semplicemente si diceva di no. C’era tuttavia un’eccezione, pendente dal 2014. Durante la preparazione di una festa di matrimonio, due informatori della polizia disturbano alcune ragazze. Rimproverati da uno degli organizzatori, telefonano alla polizia che si precipita ad arrestare il “malfattore” Jonny, che si era permesso di richiamare il loro amico, e per buona misura porta via pure suo fratello Rocky, e alcuni altri. I due fratelli vengono legati a un palo e picchiati brutalmente, Jonny muore. Occorrono 6 mesi a Rocky per far accogliere la denuncia, e 7 anni, con incredibile tenacia, coraggio, spese per arrivare alla prima sentenza frutto di quella legge: ergastolo per i due informatori e un poliziotto, pene minori varie per altri.

Alimentazione

Durante i miei primi anni in Bangladesh, chi dal nord veniva a Dhaka, ogni volta si sentiva ricordare: “Mi raccomando, porta un po’ di pane”. Qua e là, infatti, nella capitale si trovava il penoso retaggio del colonialismo britannico che era un pane a cassetta mal cotto, molliccio e dolciastro, che noi italiani ci ostinavamo a desiderare come occasionale alternativa al riso, solo perché portava il pomposo nome di “pane”. I “chapati” (piadine) c’erano, buonissimi, ma… avevano un altro nome… Oggi il pane si trova quasi ovunque, è migliorato in qualità ma è sempre quello a cassetta: le favolose “baguette” che il colonialismo francese ha diffuso in Cambogia, qui non sono arrivate… In città chi va al lavoro la mattina trova comodo mangiarne alla svelta due fette con una banana e un tè.

A proposito, mi hanno detto che il tè è stato introdotto in Bengala dai Britannici, che lo distribuivano gratis nei villaggi per farne pubblicità, piacque e divenne la bevanda più diffusa. Le coltivazioni fiorirono, trovando qui, specie nel nord est, clima, posto e gente adatta alla produzione della foglia aromatica. Ma in questi ultimi anni si sta facendo strada anche il caffè, quasi sempre nella forma solubile. Si dice che il tè sia della classe popolare, il caffè della classe benestante… I coltivatori iniziano ad adattarsi. Il mercato del tè non ha crisi, ma diversificare è prudente: tè e caffè si stanno mescolando sulle colline del nord est, e nei “bar” di Dhaka.

Tornando al pane, che si fa con il frumento, ho letto che in 6 anni l’importazione di questo cereale è aumentata del 116%. Anche la coltivazione locale si è sviluppata moltissimo. Il frumento in alcuni casi permette rotazioni nella coltivazione che coltivando solo il riso non sono possibili; permette quindi un più intenso uso del terreno; inoltre, la ricerca sta selezionando qualità di frumento coltivabili anche in terreni ad alta salinità – come nel sud. Infine, si ritiene che il frumento sia più adatto a chi soffre il diabete – malattia diffusissima in Bangladesh. Ciò che quasi non si vedeva 40 anni fa, ora viene prodotto, importato, consumato in misura crescente… e anche esportato. Sì, il Bangladesh esporta biscotti e prodotti vari da forno. Dove, non lo so, ma esporta.

Amore

Sono contadini di religione indù, abitano nella zona di Lalmonirhat, nel nord del Bangladesh. Sposati da vent’anni, hanno due figli. Da qualche tempo lei è spesso ammalata, e non si riprende nonostante le varie cure che fa, affidandosi a “kubiraj” (medici tradizionali) e a medici moderni. Ma una notte ha sognato. Il sogno le ha rivelato che per guarire deve portare in casa alcuni animali, fra cui un cavallo, un cigno, una capra e un elefante. La capra non è difficile da trovare, il cavallo costa un po’ caro, il cigno è una rarità possibile. E l’elefante?

Comprati gli altri animali, la coppia prepara diversi altarini davanti ai quali ogni giorno fa la preghiera, con devozione. Ma la salute della signora non migliora. Alla fine, il marito decide: vende due terzi del terreno agricolo che possiede e si mette alla ricerca di un elefante. Dove lo trovi e da dove lo porti a casa sua, non lo so. Ma ce la fa, con l’aiuto di un giovane addestrato a guidare gli elefanti, che ovviamente chiede uno stipendio, più vitto e alloggio, e assicura che addestrerà due giovani del villaggio a prendersi buona cura dell’animale. L’elefante non commenta, ma visto in fotografia sembra in piena forma e addirittura, direi, contento. Contento è pure il marito, perché la moglie sta molto meglio e non nasconde la sua riconoscenza – e contenti i figli perché papà e mamma stanno bene.

La gente commenta: “Mai vista una cosa così!”. Si riferisce all’elefante, ovviamente; ma non pochi – pur senza dirlo – pensano all’amore.

Deturpatori

I lavoratori che emigrano clandestinamente dal Bangladesh in cerca di lavoro, per lo più non hanno vita facile. Quasi tutti si sono appoggiati ad agenzie clandestine, o legali che fanno anche lavoro illegale: le quali li hanno persuasi che tutto è facile, basta pagare. Così partono facendo debiti e poi… documenti sequestrati, stipendi non pagati, nessuno cui rivolgersi, impossibile ritornare; per le “collaboratrici domestiche” botte, stupri, e anche morte. Le disavventure sono innumerevoli. Ci si è messo anche il Covid 19, che ha fatto licenziare migliaia di lavoratori rimasti – supponiamo – in un paese straniero senza soldi, né casa, né documenti, e tenuti alla larga perché sospetti portatori del virus. I paesi in cui si trovano cercano di liberarsene alla svelta e non se ne fanno carico; il Bangladesh fa finta di niente perché sono partiti senza documenti appropriati. Qualcuno di loro implora, poi protesta. In Vietnam, ad esempio, hanno organizzato proteste sotto l’ambasciata del Bangladesh, e alla fine ce l’hanno fatta. Ottantuno di loro sono stati messi su un aereo e poi tenuti in quarantena, dopo di che – finalmente… tutti in galera! Fanno compagnia ad altri 219 lavoratori ritornati nel giugno scorso da Qatar, Kuwait e Bahrain. Accusa? Mai presentata ufficialmente. Processo? Dopo che sarà chiarita l’accusa. Avvocato? Per che cosa, se non c’è un’accusa? Diciamo allora, usando un termine generico: quale è la colpa? Questa è chiara, chiarissima: hanno “tarnished” l’immagine del Bangladesh all’estero. Tradurrei “tarnished” con “macchiato”, o forse meglio con “deturpato”. Gente così fa fare brutta figura al Paese, e questo è un crimine – in Bangladesh. Meglio tenerli dentro. Per quanto? “Vedremo. Intanto, se ne stiano in carcere perché – ha scritto un pezzo grosso della polizia – se lasciata libera dopo la quarantena, potrebbe spargersi qua e là per il Bangladesh, e commettere crimini come furti, terrorismo, omicidi, anarchia.” I carcerati per precauzione e per macchie sparse sulla loro patria, al momento (2.10.20) sono 416, tutti vittime collaterali della pandemia.

E chi li ha imbrogliati, tenendosi le ingenti somme sborsate da loro? Sembra che quelli non abbiano macchiato nulla…

Charles de Foucauld (5)

Seguirono 19 anni lontani dal Bangladesh. Al mio ritorno, nel 2002, venni assegnato al seminario teologico e cercai le tracce della “Fraternità Sacerdotale” che avevo conosciuto. Era cresciuta fino ad accogliere tutti i diocesani del Bangladesh, ma il riferimento a De Foucauld si era perso per strada. Ancora oggi la Fraternità esiste, organizza momenti di preghiera e formazione, stimola rapporti fraterni fra i preti, ma forse nessuno sa quale sia stata l’ispirazione iniziale. Che “dare il via e scomparire” sia il contributo maggiore che il prossimo Santo ha dato e ancora darà alla Chiesa e alla missione?

Il seminario dove vivevo non era lontano dalla piccola comunità delle “Blue Sisters”, come comunemente, qui in Bangladesh, sono chiamate le Suore del “Movimento contemplativo missionario” basato a Cuneo. Le frequentai, celebrando settimanalmente l’Eucaristia nella loro piccola cappella, che chiamai “La cattedrale di Cocacola”: Giuseppe Berto,un imprenditore italiano che viveva a Dhaka, e spesso veniva con la moglie Giovanna a pregare con noi, diceva che partecipare alla Messa in quella umilissima cappella fra le baracche del quartiere chiamato “Cocacola”, lo aiutava più che parteciparvi in una cattedrale.

La missione delle “Blue Sisters” – a quanto ho capito – vuole essere una presenza orante in mezzo ai poveri, e condividere la vita con loro: visitano gli ammalati, danno qualche aiuto quando ci sono difficoltà più acute; per coinvolgere vedove e donne molto povere, organizzano piccole attività artigianali, cose semplici, gestibili in casa, che creano rapporti. La mia situazione in seminario e la loro nella baraccopoli erano evidentemente diverse, eppure ci ritrovavamo con facilità a condividere problemi, dubbi, esperienze e fallimenti – oltre alla preghiera.

Presenti in Bangladesh ormai da oltre 40 anni, le “Blue Sisters” si chiedono a volte con molta pena perché il numero di ragazze bengalesi che si è unito a loro sia insignificante. La mia impressione è che anche per loro, come per Charles de Foucauld quand’era in vita, succede che chi le conosce le stima e ammira, ma non le imita. La Chiesa francese dei tempi di De Foucauld era impegnatissima nello sforzo di creare opere, soprattutto educative, che influissero sulla cultura e sulla società del Magreb. Capiva bene che non si trattava – almeno per il momento – di battezzare, ma pensava che occorressero opere qualificate, di prestigio per realizzare qualcosa di utile, per incidere sulla cultura, e per farsi conoscere. Bisognava, in qualche modo, avere un “di più” rispetto alle società locali, e non pochi pensavano che la diffusione della civiltà francese fosse in qualche modo parte della missione. Neppure De Foucauld fu completamente libero da quest’ottica. Che comunque, mi pare, rendeva meno recepibili le sue impostazioni spirituali e missionarie. I frutti vennero dopo…

La chiesa del Bangladesh è locale e non ha desideri di colonizzazione ma è infima minoranza. Non è perseguitata, si può dire che è libera, però, in quanto minoranza, deve comunque abbassare la testa molto spesso, ingoiare rospi, sentirsi emarginata o almeno ignorata. Forse anche per questo sente il bisogno di visibilità, s’impegna a fondo nell’organizzarsi, nel rendersi presente con qualche cosa che venga apprezzato. Non manca la preghiera, in alcuni luoghi i fedeli amano molto grandi e prolungate riunioni di preghiera,con canti e stili tradizionali in parte mutuati da denominazioni protestanti, o creati da loro; i pellegrinaggi attirano… ma la meditazione, e il silenzio di Nazaret sembrano non attirare. “Che cosa fate?” è la prima domanda che molti pongono alle “Blue Sisters”, e quando sentono una risposta che ritengono vaga, indefinibile, senza incisività, rimane, forse cresce la stima personale, ma non si sentono attirati. Questa è la sensazione che hanno anche i Fratelli di Taizè che hanno una piccola comunità qui da oltre cinquant’anni, ma ben poche vocazioni. Presenze infruttuose?

Mi pare che qui e ovunque la spiritualità di Charles De Foucauld non sia chiamata ad incidere nella chiesa come ha inciso l’omonimo di Charles, suo predecessore nella santità: san Carlo Borromeo, o come hanno inciso i monasteri di S. Benedetto, le attività di Ignazio di Loyola, le scuole dei Salesiani, gli Istituti missionari e tanti altri. Se il carisma fondamentale richiama il nascondimento di Nazaret, il suo silenzio che i Vangeli stessi non violano, allora chi si ispira al futuro nuovo santo deve, come lui, desiderare di vivere pagine che non saranno scritte, amare persone che nessuno conosce, pregare ore che nessuno conta. Ma chi mai ha contato le ore di preghiera di Gesù a Nazaret, o sulle montagne della Galilea e della Giudea? Come per Charles de Foucauld, i frutti verranno, in modi imprevisti e senza clamori.

***

Ecco, siamo arrivati alla fine della mitragliata di schegge. Concludo con una citazione in cui mi ritrovo: “Si diventa adulti dentro una vocazione quando si riesce a capire che la vita che stiamo facendo non è quella che volevamo fare, e nasce una profonda sensazione di infedeltà, una infedeltà che non è tradimento ma svelamento della verità della prima voce. Qualche volta, lungo questi fiumi, riusciamo anche noi a gridare a Dio “ricordati di te”, per dirgli: “io non ce l’ho fatta a custodire la fedeltà del primo patto, ma tu devi essere fedele. E se tu sei fedele al patto con me non mi manca nulla, è un bel modo di invecchiare e di morire”. Luigino Bruni, commentando il salmo 89.

Charles de Foucauld (4)

Poi arrivò la “destinazione al Bangladesh”, e prima di andarci volevo trovare il modo di mettere insieme intuizioni, domande, desideri che si incontravano e scontravano in me. Decisi di partecipare a un “Mese di Nazareth”, cui presi parte in una “Nazareth” decisamente improbabile: Galway, città sulla costa occidentale dell’Irlanda. Si trattava di un mese di convivenza, preghiera, riflessione, condivisione fra preti di tutta Europa, per lo più diocesani, che si ispiravano a Charles De Foucauld. Eravamo una trentina, eterogenei per provenienza, età, esperienze, ed ero il più giovane. Unico italiano, fecero a gara per farmi assaggiare le migliori birre dell’Irlanda, e mi misero in guardia dall’oceano “troppo freddo per un italiano, anche in agosto”. Mi tuffai “per difendere l’onore della patria”… uscendone a stento, mezzo congelato.

Non ci fu nulla di speciale, ma fu un’esperienza arricchente. Ciascuno di noi portava e condivideva la sua piccola storia personale vissuta con onestà, senza pretese, a volte confessando errori e riprese, o sofferenze interiori nascoste, dubbi e paure per cui cercava il balsamo della fraternità. Il riferimento a De Foucauld non era una venerazione “doverosa” come spesso si ha per i santi, ma il riferimento ad un un uomo che esprimeva in tanti modi la sua passione per Gesù che gli aveva dato un Padre, la sua voglia di farne partecipi altri, la sua fedeltà nei fallimenti e nelle delusioni. Nella sua storia, per tanti aspetti unica, trovavamo un poco di noi stessi. In modi diversi constatammo che ciascuno portava dentro di sé, senza ribellioni o contestazioni (come si diceva allora), un desiderio struggente di una Chiesa umile, vivace, capace di cercare il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, innamorata di Dio e meno preoccupata di occupare posizioni di prestigio… Ricordo una condivisione che facemmo a partire da una confidenza scritta da Charles, che per un certo tempo visse a Gerusalemme facendo il giardiniere, portinaio e tuttofare in un convento. Quando usciva per andare a fare acquisti, i ragazzini del quartiere ritenevano matto quello straniero vestito con vecchi abiti, che faceva il servo delle suore: ridevano, lo prendevano in giro, gli lanciavano sassi. Charles si rallegrava di poter sperimentare un poco delle umiliazioni subite da Gesù.

Nell’autunno del 1978, salutati i nostri cari all’aeroporto di Roma, partimmo per il Bangladesh.Superati i controlli dei passaporti, Achille e io appoggiammo le borse per terra e ci guardammo: “Allora,finalmente si parte. Ma… che faremo?” Ci pensammo un attimo e la risposta fu: “Andiamo a cercare Dio in Bangladesh.”

All’aeroporto del Cairo, non so come, riconoscemmo fra i passeggeri in attesa Renè Voillaume, fondatore dei Piccoli Fratelli. Gli confidammo che cosa pensavamo e come ci eravamo preparati. Rispose sorridendo: “Vous êtez bien equippè”. Arrivati a Dhaka in piena notte, dopo un viaggio piuttosto travagliato e senza nessuno ad aspettarci, ci guardammo intorno smarriti, alla luce fioca di un lampione nella strada deserta: “Dio era qui prima di noi, e ci aspetta” ci dicemmo.

Sorprendentemente, dopo il mio arrivo in Bangladesh – ambiente islamico e povero – il mio riferimento diretto alla spiritualità di De Foucauld si affievolì. I primi anni furono pieni di shock culturali ed emotivi, dubbi, esperienze della mia debolezza e delle mie incapacità. Giocavo in difesa, cercando di sopravvivere in mezzo a situazioni senza soluzioni e domande senza risposte. Rimaneva però il desiderio di qualche cosa che andasse – almeno un po’ – oltre i modelli di missione che vedevo in Bangladesh, pur rispettabilissimi, e che avevano chiesto a molti prima di me una fede e un coraggio davvero grandi, a cui mi appellavo per incoraggiarmi. Dopo lo studio del bengalese e poco più di un anno di servizio come assistente in una parrocchia rurale, con p. Gianni Zanchi e P. Achille ottenemmo il permesso del superiore del PIME e del vescovo, e cercammo un posto a Bogra, una cittadina dove l’unico segno di presenza cristiana era un piccolo ospedale della “Church of God”, la cui direttrice, americana, non vide certo di buon occhio il nostro arrivo. Volevamo essere “una presenza” in un contesto urbano completamente musulmano e indù, cercando un modo di rapportarci con queste persone di altre fedi che fosse di amicizia e di testimonianza. Achille e Gianni – uno accostando famiglie con persone disabili, l’altro attraverso un po’ di medicina preventiva – riuscirono a creare una piccola rete di rapporti. Io che – grazie agli studi fatti – avrei dovuto accostare il mondo delle moschee e delle madrasse (scuole coraniche) mi trovai completamente spiazzato. Non avevo un’identità con cui presentarmi in modo comprensibile e accettabile, anzi, suscitavo sospetti; non avevo capacità di semplici contatti personali con sconosciuti… non trovavo punti di aggancio, una pista… Dopo due anni circa, Achille si ammalò e dovette recarsi a Hong Kong per cure impegnative, Gianni, eletto superiore dei missionari in Bangladesh, dovette trasferirsi a Dinajpur. Io mi identificai con una curiosa immagine biblica del profeta Baruc (6,69) quando, descrivendo l’inutilità degli idoli, dice che sono “come uno spaventapasseri in un campo di cetrioli (o di cocomeri, secondo la traduzione)”, che sta là e non combina nulla…

Alzai bandiera bianca, e il vescovo mi chiese di dare una mano al seminario intermedio, che allora si trovava a Dhaka e serviva le quattro diocesi del Bangladesh. Scoprii allora che esisteva una piccola “Fraternità sacerdotale Charles de Foucauld”, con alcuni preti bengalesi e stranieri che si riunivano periodicamente, ma non ebbi l’opportunità di frequentarli.

Ebbi occasione di conoscere don Andrea Gasparino, un prete di Cuneo che nel dopoguerra aveva avviato una “Città dei Ragazzi” per aiutare ed educare ragazzi poveri e sbandati. Cercando di dare una formazione e motivazioni solide ai volontari che lo aiutavano e ai ragazzi, don Andrea si era incontrato con la spiritualità di De Foucauld. Facendola sua, fondò il “Movimento Contemplativo Missionario Charles De Foucauld” che crebbe, e allargò sguardo e presenze da Cuneo fino all’Africa, America Latina, e Asia. In Bangladesh alcune Sorelle erano arrivate pochi anni prima, aprendo una piccola comunità sulle palafitte lungo il fiume che costeggia la città di Khulna. Venuto per visitarle, don Gasparino fu ospite del PIME a Dhaka, dove ci incontrammo e parlammo a lungo, trovandoci a nostro agio. (continua)

Charles de Foucauld (3)

In quegli anni uscì il libro “Lettere dal deserto”, di Carlo Carretto. Ex presidente nazionale dell’Azione Cattolica, era entrato nella Congregazione dei Piccoli Fratelli, e il libro descrive la sua esperienza durante il loro noviziato, nel deserto. Mi aiutò a desiderare una fede che non cerca pubblicità, una visibilità che può diventare mondana. Mi rimase impresso il capitolo “La coperta di Kadà”: con il semplicissimo racconto di un episodio banale, ridimensionava “l’eroismo” del missionario, e m’insegnò, come aveva fatto lo scoutismo, a guardare le fatiche degli altri, prima di lamentarmi delle mie. Era un altro appello a interiorizzare il mistero di Nazareth, che illumina valori, stili e metodi compatibili con ogni modello di vita e apostolato. Il nascondimento non era una strategia, ma il bisogno di essere discepolo nel mistero della sua umiltà e della sua normale avventura di essere umano: una forma della sequela di Gesù.

Cacciai il naso anche a Bose, altro luogo di ricerca seria, e vi passai varie volte giornate interessanti e fruttuose di preghiera e ascolto. Cercavano di rinnovare la vita monastica, della cui tradizione sapevo ben poco. Anni dopo invitai Enzo Bianchi a predicarci gli esercizi in Bangladesh; ne fummo soddisfatti, grati, e lui disse simpaticamente: “Ammiro molto la vostra vita, ma non mi sentirei di viverla, non fa per me”. “È proprio quello che io penso di voi e della vostra vita” commentai.

Chiesi di studiare islamismo e arabo, e questo mi diede occasione di andare a toccar con mano un frutto “postumo” di Charles de Foucauld. Con p. Achille Boccia ci sorbimmo il viaggio in treno da Roma a Casablanca, in Marocco, dove ci aspettava P. Michel Lafon, che ci condusse subito a El Kbab. Michel era un prete diocesano francese, successore di un altro diocesano, Albert Peiriguère che, conquistato dalla spiritualità di Charles De Foucauld, l’aveva vissuta alla lettera in quella località dispersa e poverissima. Il suo eremo era nella parte alta, ai margini del villaggio, e le sue attività erano la preghiera, un semplice servizio di assistenza paramedica ai poveri, l’ascolto della gente. Si fece rispettare e amare; pur essendo tutti musulmani, lo consideravano il loro padre spirituale. Padre Lafon lo raggiunse e ne condivise la vita per qualche tempo, prendendosi cura di pochi cristiani stranieri che lavoravano in cantieri petroliferi a oltre cento chilometri di distanza. Quando Peyrigueère morì, rimpianto da tutti, Lafon rimase e ne raccolse l’eredità. Trascorremmo con lui un mese semplice e intenso di lavoro manuale, preghiera, lunghe condivisioni e scambi di idee. Ci orientò a praticare alcune “giornate di deserto”, particolarmente intense grazie all’ambiente naturale, sociale e spirituale in cui eravamo immersi. Eravamo andati anche con la speranza di praticare un poco l’arabo, ma scoprimmo che molti “arabi” del nord Africa sono in realtà berberi; a El Kbab si parlava il berbero…

Un giorno, guardando dall’eremo la grande vallata brulla e le catene di montagne che si susseguivano a perdita d’occhio di fronte a noi, P. Michel disse: “Ogni tanto ancora mi chiedo: che cosa faccio qui, unico cristiano per centinaia di chilometri? Celebro la Messa per questa gente: ecco la mia risposta.” “Anche noi possiamo celebrare per loro, da Roma” obiettai. E lui: “Certo, ma l’Eucaristia è un segno, e il segno deve essere percepito. Tutti quanti sanno che prego per loro, e sono contenti proprio perché sto con loro. Mi chiedono di farlo e mi ringraziano”. Ci comunicò alcune delle sue conversazioni con anziani pieni di fede, che gli dicevano con semplicità: dopo averti conosciuto non riusciamo più a pensare che voi andrete all’inferno perché non siete musulmani. Anzi, tu e io siamo amici: il primo di noi che andrà lassù, darà una mano all’altro per raggiungerlo e stare insieme…”. Suggerendo ai giovani che si confidavano con lui, di scrivere qualche nota su “I Ramadan della mia infanzia”, aveva raccolto interessanti testimonianze di tradizioni e devozioni che andavano scomparendo. Achille e io apprezzammo una biografia di P. Peyriguère che aveva pubblicato in Francia; la facemmo tradurre in italiano e pubblicare dalla EMI (1977) con il titolo “Una vita che grida il Vangelo”. Fu un flop editoriale…

Il periodo a El Kbab ci confermò nel desiderio di essere missionari soprattutto con la nostra presenza, e con la nostra umile ricerca di Dio che non è lontano da nessuna delle sue creature. In un certo senso gli scritti e le biografie di Charles de Foucauld avevano perso un po’ della poesia di cui li avevo circondati, ma avevano guadagnato in consistenza, erano diventati più veri. (continua)

Charles de Foucauld (2)

Mentre studiavo teologia nel seminario del PIME, volli fare un mese di servizio con i “Compagnons batisseurs”, i “Soci Costruttori”, un gruppo o movimento di origine francese che organizzava giovani per dare una mano a costruire case per i poveri. Mi mandarono alla periferia di Lione, dove in pochi giorni mi ammalai. L’assistente spirituale, che si credeva psicologo, sentenziò che la febbre era dovuta alla mia tensione interiore perché non potevo seguire le regole del seminario, e perché mi trovavo in una comunità con ragazze. Si sbagliava. La tensione c’era, ma delle regole del seminario non m’importava nulla, e quanto alle ragazze, mi ci trovavo bene. Volevo capire: proprio accanto al cantiere dove cercando di aiutare i muratori dando loro parecchio fastidio, c’era una comunità di “Piccoli Fratelli di Gesù”. Mi accolsero dandomi un letto dove riposare e guarire alla svelta, come avvenne, e li osservai. Parlavano pochissimo. Tornati dal lavoro in fabbrica, pregavano, poi dalla microstanza in cui avevo il letto sentivo i rumori famigliari della preparazione della cena, dopo la quale pregavano ancora. Appena sfebbrato, pregai con loro una o due sere, fino a tardi: vivevano intensamente con gli uomini, e intensamente con Dio! Li stimai, fui loro grato, sentii che la semplicità della loro vita e del loro comportamento era attraente, ma non doveva essere solo per una congregazione, poteva influenzare, correggere, sostenere anche altri modelli di vita e di testimonianza.

Poi vennero altre esperienze, che direttamente non avevano a che fare con Charles de Foucauld, ma che vivevo in uno stesso contesto interiore di ricerca; desideravo un cristianesimo non ingessato in schemi ma desideroso di stare accanto a chiunque, per quanto diverso. Un mio compagno di classe, p. Leopoldo Pastori, aveva incontrato in Francia il movimento del “Prado”, preti che praticavano la meditazione del vangelo, cercando di coglierne insieme il significato per la vita di oggi. Chiedemmo al Rettore p. Carbone di lasciarci sperimentare questo metodo in seminario, e ci appoggiò. Il Vangelo non era solo da ascoltare commentato dalle prediche dei preti, o da analizzare a scuola, era da scrutare con amore, con semplicità, fiduciosi che avesse qualche cosa di bello da dire a tutti.

Cercai qualche cosa di bello anche a Taizé, il monastero ecumenico fondato da un pastore protestante, diventato popolare fra molti giovani in Europa. Anche là trovai un respiro di fede viva, che cercava l’essenzialità su strade non ancora battute. Nessuno dei monaci, originari da denominazioni cristiane diverse, rinnegava le proprie origini, eppure trovavano elementi comuni capaci di fondare la vita insieme, interamente donata, e un intenso lavoro di evangelizzazione specialmente nel mondo giovanile.

Nel travaglio di ricerca e iniziative che la chiesa in quegli anni stava vivendo, non mancava chi si appellava in modo superficiale, riduttivo e anche strumentale alla scelta missionaria di Charles De Foucauld. Quasi certamente ne parlava solo per sentito dire, facendone un presunto modello di rifiuto dell’annuncio cristiano, per valorizzare solo la testimonianza silenziosa, e “anonima”. Intuivo invece che il valore della vita di Charles de Foucauld non stava nel metodo, ma nella centralità di Gesù. Charles era stato profondamente radicato nella tradizione, ma capace di viverla con gesti e modi di vivere che parlavano anche a chi vedeva il cristianesimo come “un’altra religione”, o come un relitto del passato. Il cuore rosso che teneva cucito sul suo abito bianco con le parole “Jesus Caritas”, non era anonimo, e Charles era capace di rispettare pienamente i musulmani vivendo con loro in tutta la semplicità e chiarezza di un seguace di Gesù; voleva imitare Cristo a Nazaret, e la sua vita “parlava” dell’annientamento che il Verbo ha vissuto per essere totalmente con noi, e per rivelarci il Padre.

Da giovane prete, a Roma, andavo a pregare ogni tanto nella cappella delle Piccole Sorelle di Gesù alle Tre Fontane. Accanto al luogo del martirio di Paolo, e all’austera chiesa dei Trappisti, che vuole “proiettare” i fedeli verso l’alto, mi piaceva raccogliermi nella calda e avvolgente semplicità della struttura in legno e delle Piccole Sorelle che si alternavano nell’adorazione. Le suore mi presentarono ad un gruppetto eterogeneo di preti che s’ispirava a Charles de Foucauld per vivere il cammino di servizio alle loro diocesi. Ci trovavamo a meditare sul vangelo e sulla nostra vita, e fu un aiuto semplice e forte a cercare, nel ministero, anche la nostra umanità, a vivere la preghiera come ricerca e come dono ricevuto, prima che come un dovere; momento in cui esprimevo e accoglievo l’amore cui ho rinunciato con la mia scelta di celibe. (continua)

Charles de Foucauld (1)

ATTENZIONE ! Questa non è una scheggia come le altre, ma la prima di una raffica di cinque, tutte sullo stesso argomento. Parla del Bangladesh solo verso la fine, ed è più un’autobiografia modulata sulla mia scoperta di Charles de Foucauld che una riflessione su di lui – come il titolo può far pensare. Elaborarla è stato per me un rifugio in questo tempo triste di persone impoverite, smarrite,umiliate che ci assediano, di bisogni senza risposte, di incapacità a gestire con pazienza situazioni inedite. E adesso, legga chi vuole…

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Non ricordo come, durante il liceo incappai in alcuni scritti di Charles de Foucauld. Si trattava delle preghiere che annotava durante le sue adorazioni, certo non capolavori letterari o teologici, ma espressione del suo bruciante desiderio di un rapporto diretto e intimo con Gesù. La mia formazione scout mi aveva preparato a lasciarmi affascinare dal contesto: lunghe ore di preghiera nella notte del deserto, in solitudine, nella povertà di una casetta come le altre, mentre tutto intorno riposavano o vegliavano con le loro carovane nomadi arabi o berberi, tutti rigorosamente musulmani. Mi accorsi poi che a tradurre e far conoscere in Italia queste appassionate notti era un prete che conoscevo bene e che stimavo molto: don Giovanni Barra. Anche questo contribuì ad aumentare il mio entusiasmo. M’interessai all’insolita vita di Charles De Foucauld. Ufficiale indisciplinato dell’esercito coloniale francese, innamorato del nord Africa, linguista, sregolato, coraggioso e preciso esploratore clandestino del Marocco… Charles osserva molto la realtà che lo circonda, così diversa da quella in cui è cresciuto, e la fedeltà semplice dei musulmani, che cinque volte al giorno interrompono qualunque attività per rivolgersi a Dio pregando, lo tocca. Sono loro, indirettamente, ad aprirgli la strada per una revisione del suo agnosticismo indifferente e per scoprire il Dio di Gesù. Il salto nella fede avviene in modo sconcertante, e lo conduce ad una ricerca “spietatamente” radicale, focalizzata su un aspetto della nostra fede nella redenzione che allora, credo, era poco toccato. Charles voleva immergersi nelle pagine dei vangeli che non sono state scritte, quelle sui trent’anni di Nazareth, prima della vita pubblica. Cercava di vivere il tesoro quasi ignorato dell’incarnazione in sé stessa, come abbassamento, “svuotamento”, umiltà del Verbo di Dio. Usava molto la fantasia, immaginava la vita di Nazareth e modellava le sue giornate come pure le regole di una comunità che desiderava tantissimo ma non nacque mai, anche su queste immaginazioni. Quando scriveva che avrebbe fatto così e cosà “come Gesù a Nazareth” mi chiedevo irritato: “Ma chi glielo ha detto?” Intuivo però che la sostanza c’era, ed era tale da trasformare in dono e ricchezza qualunque aspetto e momento di una vita umana, anche umilissima e umanamente inutile. Se il figlio di Dio, a Nazareth, ha vissuto questa ordinarietà povera e ignorata, allora ogni essere umano può scoprire e credere che la sua vita è preziosa in ogni istante e in ogni aspetto, e che la sua dignità è infinita.

Charles fu ucciso da rapinatori nel 1916, accanto alla sua povera casa nel deserto. Fino all’ultimo inquieto, aveva cercato come e dove meglio far presente l’amore di Gesù, che voleva praticare fra i poveri del Sahara, diventandone amico nel rispetto della loro fede, ma anche nella chiarezza della sua fede cristiana, con il desiderio struggente di farlo conoscere. Un desiderio rimasto inappagato, un “fallimento” che viveva con sofferenza.

Presto Charles de Foucauld verrà proclamato santo. Da quando l’ho saputo, mi tornano con insistenza alla memoria ricordi e interrogativi. Fratel Charles è stato molto presente nella mia vita, e importante. Ma come e perché? E può dire qualche cosa, ora, alla comunità cristiana in Bangladesh?

Mentre – a circa 17 anni di età – gradualmente e disordinatamente facevo conoscenza con lui, sentii, per la prima volta, che la prospettiva di essere missionario mi attirava con forza, anche se mi spaventava moltissimo. Non fu lui direttamente a farmi venire in testa questa idea, fu un missionario degli Oblati di Maria Immacolata, mentre raccontava della sua esperienza in Laos; ma io pensai di accostare i “Piccoli Fratelli”, la congregazione religiosa fondata dopo la morte di Charles, basata sulla sua spiritualità. Lessi “Come loro”, del fondatore Renè Voillaume, e mi piacque molto. Esitai a lungo. Mi sembrava che le intuizioni, gli aneliti di Charles de Foucauld, tradotte in regole dettagliate e vissute in una comunità religiosa specifica venissero in qualche modo come ingessate. Una spiritualità bella, attraente, ricca di spunti ma espressa in un modello di vita apparentemente molto rigido mi sembrava non facesse per me. Mi intimoriva. La radicalità mi diceva molto, ma avevo bisogno di una strada meno precisa, anche se – speravo – ispirata da idee ed esempi che venivano da lui. Fidandomi di un prete che me lo consigliò, presi la via del PIME – con cui non avevo contatti, e di cui conoscevo solo la rivista “Le Missioni Cattoliche”. C’era forse, in questa mia scelta, una dose di vigliaccheria? Probabilmente sì… (continua)