Char

Gange e Brahmaputra, che sgorgano dall’Himalaya, nel loro lungo percorso accolgono molti fiumi, prima di confluire, da ovest e da nord, nel Bangladesh. Poi di dividono in mille bracci che formano il grande delta del sud del Paese. Queste enormi masse di acqua continuamente erodono gli argini “mangiando” campi, villaggi, città, e depositano sabbia, formando nuove isole a pelo d’acqua, instabili, anche molto grandi, chiamate “char” (pron. “ciar”). A partire dagli anni ‘70, il Bangladesh, sostenuto dall’Olanda e dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, ha cercato di utilizzare queste isole, allo stesso tempo allettanti e rischiose. Infatti, come si intuisce facilmente, sono soggette a cicloni e inondazioni devastanti; inoltre, essendo “terra di nessuno”, sono meta di poveracci che sfidano qualunque rischio per occupare spazi dove sopravvivere. Spesso l’occupazione inizia prima che il “char” emerga del tutto: durante i mesi asciutti, sperando che non avvengano inondazioni fuori stagione, ci si trasferisce là: è sorprendente la rapidità con cui le terre – appena affiorano – si coprono di erba ed arbusti buoni per il pascolo, permettendo anche di coltivare legumi, zucche, angurie… Poi bisogna andarsene, prima che l’acqua sommerga di nuovo tutto.

Quando un char si stabilizza, secondo la legge chi già vi abita diventa proprietario della terra che utilizza, tutto il resto è proprietà del governo, che interviene dapprima afforestando il char, per dieci o quindici anni, poi passa a opere di rinforzo e protezione. Il char dunque si popola gradualmente, e rimane a lungo una specie di “Far West” senza controlli, senza strutture scolastiche o sanitarie, servizi civili, forze dell’ordine… Insieme ai poveracci che vi rischiano la vita per sopravvivere, anche i ricchi delle coste vicine ci mettono le mani. Con i loro uomini, chiamati con un termine che si potrebbe tradurre “bastonatori”, creano aree di influenza imponendo la loro “protezione” in cambio di un “affitto” e di complicità, controllano il commercio, impongono la loro legge.

Attualmente sono 185 i char abitati in Bangladesh, spesso punti di passaggio della droga, rifugio di ricercati. Da quando, tre anni fa, il governo ha iniziato a prendere sul serio la loro minaccia, vari “covi” di terroristi sono stati trovati proprio su remotissimi “char”, specie nel nord.

Una scheggia di qualche tempo ha già accennato ai char, a proposito dei Rohingya. Esperti, governo e agenzie varie pensano se sistemarvi alcuni di loro, visto che l’area in cui si trovano ammassati – privi di libertà di movimento, di scolarizzazione regolare, di documenti, di possibilità di lavorare – è ormai completamente deforestata e gli spazi per ogni famiglia sono ristrettissimi. Sul “Bashan char”, nella zona di Noakhali, potrebbero trovar posto e lavoro centomila Rohingya. Pochi, visti che sono un milione, ma meglio che niente. Però, a quali condizioni? Come organizzare la loro permanenza sul char tenendoli isolati perché non si integrino con i bengalesi, costringendo così il Bangladesh a sistemarli per sempre? Come impedire loro di andare e venire tra terra ferma e char per commerciare, pescare, mimetizzarsi fra i bengalesi? I Rohingya stessi non sanno se accogliere o no questa proposta: è allettante, ma equivarrebbe ad una rinuncia a tornare in Myanmar, che avrebbe un pretesto in più per non concedere l’agognata cittadinanza. E’ questo un punto chiave del problema loro e dei rapporti fra i due paesi: sia il Myanmar da cui provengono, sia il Bangladesh dove si sono rifugiati, negano loro la cittadinanza, e nessuno li vuole.

Bro. Jacques

Nato nel 1940 nella Svizzera francese, aveva appena terminato la preparazione come Pastore nella sua Chiesa, quando si sentì chiamato ad entrare nella Comunità Ecumenica di Taizè, diventando “Frere Jacques”. Con alcuni Fratelli e con alcuni Francescani, trascorse qualche tempo negli Stati Uniti; poi – non potendo ottenere il visto per lavorare in India accanto a Madre Teresa – fu orientato, assieme ad altri, al Bangladesh. Vi rimase più di 40 anni. Il suo “carisma” era l’insegnamento, che continuò fino a pochi mesi dalla morte, accaduta il 30 luglio scorso in un ospedale vicino a Taizè.

La sua comunità era a Mymensingh, e lui la tenne sempre, fedelmente, come punto di riferimento, partecipando ai momenti spirituali, formativi, di programmazione, e in amicizia con gli altri Fratelli. Ma risiedeva a Dhaka, nel Seminario Nazionale Cattolico di Filosofia e Teologia, dove ho vissuto con lui per nove anni. Poche parole, gran lavoratore, lettore accanito, di molti libri ammucchiati in seminario aveva fatto l’unica biblioteca, su temi filosofici e teologici, degna di questo nome in Bangladesh. Aveva insegnato… quasi tutto. Svariati corsi sulla Bibbia, la sua materia, al seminario cattolico e a quello anglicano, e poi greco ed ebraico, metodologia, ecumenismo, escatologia, storia… quando c’era una lacuna da colmare, ricorrevano a lui, che si preparava coscienziosamente, e insegnava puntigliosamente senza perdere una lezione. Dopo la brutta caduta che lo costrinse a ritornare in Francia, con il femore rotto aveva voluto terminare i corsi avviati, esaminando gli alunni mentre era a letto, debole e dolorante.

Lo invitavano spesso per conferenze, incontri, corsi presso istituzioni diverse, e comunità cristiane di varie denominazioni: anglicani, battisti, chiese di Dio, cattolici, “mennoniti”… Era a suo agio con tutti. Una curiosità: ogni settimana teneva due ore di ebraico a un gruppetto di intellettuali convertiti al cristianesimo. Parlava pochissimo di sè, e scoprii quasi per caso che la sua denominazione di origine era la Chiesa Riformata Svizzera. I seminaristi, oltre ad appoggiarsi molto a lui per gli studi, su qualsiasi tema, si confidavano e sfogavano volentieri con lui, che ascoltava, commentava spesso con ironia, incoraggiava con fare burbero. Aiutava anche economicamente non pochi giovani a frequentare l’università.

Non era mai stato a Roma; diceva che non gli interessava andarci. Combinammo uno scambio di inviti: lui mi accolse Taizè, io accolsi lui a Roma, e ne fummo contenti entrambi.

Aveva un cruccio, che potei scoprire grazie alla confidenza che lentamente crebbe fra noi: si sentiva accolto ovunque, nelle comunità cristiane, ma pochi, pochissimi elaboravano con lui le domande che la sua presenza “ecumenica” creava. “Brother Jacques vive e prega con i cattolici, partecipa alla eucaristia anglicana, frequenta i battisti…” come mai? Perchè? che significa? È giusto? Se lo chiedevano, magari ne parlavano fra loro, ma non ne parlavano con lui, quasi avessero paura di offenderlo, o di entrare in un’area proibita. Era un “caso anomalo” da non toccare, guardato con curiosità, anche ammirazione, ma pure con sospetto e timore. Penso sia la situazione anche degli altri Fratelli di Taizè in Bangladesh, le cui iniziative di preghiera e riflessione raccolgono cristiani di diverse denominazioni, e giovani di diverse religioni, e sono bene accolte da parecchi preti e pastori, ma sembrano non incidere su un atteggiamento di solito chiuso e sospettoso – quando non malevolo – nei rapporti fra cristiani di diverse denominazioni, e fra credenti di fedi diverse. Per me è stato una testimonianza viva di come accogliersi pur nelle differenze, di come dare valore prima di tutto alla nostra appartenenza battesimale a Cristo e alla sua Chiesa che è una, anche se frammentata dalle nostre incomprensioni teologiche, storiche, a volte da questioni di economia, potere, orgoglio. “Ti ringraziamo, Signore, per avergli dato questo dono” ha scritto Fratel Alois, attuale superiore della Comunità di Taizè.

Franco Cagnasso

Tripura

Non saprei trovare il suo villaggio di origine; Michael è un Tripura, popolazione aborigena che vive sparsa sulle colline sud orientali del Bangladesh e oltre il confine con l’India, nello stato indiano che prende il nome da loro, il “Tripura State”. Terzo di 6 fratelli e sorelle, era entrato in seminario dai religiosi della Santa Croce, uscendone dopo il liceo ma ben deciso a continuare gli studi. Con quali risorse? Lavoretti, qualche aiuto sporadico, molti sacrifici; stava arrancando per frequentare l’università quando qualcuno ha “fatto la spia” segnalandogli il nome di p. Franco che “aiuta molto gli studenti”. P. Franco, fatte le indagini del caso, gli ha trovato una piccola borsa di studio sperando di liberarsi così dall’assedio. Si illudeva. Michael continuava a chiedere e io continuavo ad arrabbiarmi con lui, cercando di capire che cosa stesse combinando. Tentavo, come faccio con tutti, di “agganciarlo” perchè si aprisse a condividere la sofferenza che era evidente nel suo volto teso e nei suoi occhi smarriti. Ascoltava le mie domande, i miei consigli, le mie sfuriate che cercavano di scuoterlo, restando semplicemente zitto. Non capivo il perchè: alcool? droga? ricatti? O era un po’ stupido? Scoprii che si era messo in testa di far studiare anche le due sorelle e il fratello minori. Fu il carissimo amico Annibale Salvi a persuadermi: “Non lasciarlo, un ragazzo così nella bolgia di Dhaka si perde per davvero, se rimane solo”. Non lo “scaricai”, ma dopo quattro anni di aiuti, incontri, tentativi di colloqui, era ancora una sfinge.

L’altro giorno è arrivato sorridendo, mi ha salutato con calore e subito mi ha detto che “Trisha (la prima delle due sorelle minori} aveva passato l’esame Intermediate, e Trisna (la più piccola) era promossa al secondo anno”. Momento magico: il muro è crollato, e Michael mi ha detto tante cose che per anni si era tenuto dentro. Del papà che beve e picchia la mamma, della sorella maggiore disabile, sposata e poi abbandonata con due figli, della mamma che lavora a giornata e non ce la fa più, della sua solitudine in università. “Noi Tripura siamo quasi tutti cristiani. All’inizio forse le conversioni erano motivate anche dalla prospettiva di avere aiuti, ma ora gli aiuti sono pochi eppure nessuno parla di tornare indietro. Ma la generazione di mio padre è una generazione perduta, annegata nell’alcool. Avevamo terre, mio padre le ha vendute tutte per quattro soldi che ha sprecato in pochi giorni. Il mese scorso, al consiglio di villaggio qualcuno ha proposto di proibire l’alcool, ma è stato pesantemente minacciato dal grosso gruppo dei bevitori. Ci stiamo vendendo ai Bengalesi. Altri gruppi aborigeni – i Mandi ad esempio, o i Marma – sono più compatti, più solidali e attenti alla loro cultura. Per questo riescono a usufruire delle poche facilitazioni offerte dal governo agli aborigeni, hanno alcuni in posizioni significative nella società; noi restiamo con le briciole. E’ un’angoscia, che vivo pure in università. Ora abbiamo formato un gruppo di studenti che vorrebbe “rifondare” il nostro modo di essere Tripura, immersi nel mondo moderno. Abbiamo anche lavorato a scoprire e recuperare ragazzi e ragazze che alcuni musulmani avevano ricevuto in affido da famiglie poverissime, con la promessa di farli studiare. Li avevano messi in varie madrasse, cancellando ogni loro identità tripura, facendoli musulmani all’insaputa dei genitori, insegnando l’arabo… erano irriconoscibili”. Ora abbiamo paura che saranno i Rohingya a dare il colpo di grazia. Padre, capisci perchè ti ho perseguitato per portare qui le mie sorelle, e mio fratello?”
Ci siamo abbracciati.

Competizione

Si chiama “Shopna”, cioè “sogno”: giovane, carina e sfortunata. Attacca bottoni, a mano, in una fabbrica di abiti, guadagnando ogni mese i 52 euro con cui deve mandare avanti la baracca; baracca in senso proprio, visto che non si può dare altro nome al luogo dove abita, e in senso figurato, visto che vive con genitori, suocera, due figli piccoli, e deve mantenere tutti. Il marito, oberato da debiti e spaventato dai creditori, è scappato tre anni fa senza lasciar traccia. Questa volta “Sogno” viene da me afflitta perchè la figlia, che frequenta la prima elementare “ha avuto un brutto risultato”. “Bocciata?” chiedo. “No, però la maestra dice che devo mandarla a lezioni private, e io non posso…” Piange. Insisto per saperne di più e finalmente spiega che nella sua classe è soltanto sedicesima – su trentadue. I miei tentativi di consolarla minimizzando la gravità della faccenda non hanno successo… Si sente sventurata e scoraggiata. La scuola in Bangladesh vive di competizione, i genitori ne sono ossessionati, gli insegnanti ci guadagnano, i figli sono oppressi, nevrotizzati, resi antipatici dallo stupido orgoglio di chi ottiene un punto in più del vicino di banco e dall’invidia di chi è “solo” secondo. Cosa insolita per me, ho persino “tuonato dal pulpito” contro questa mentalità devastante. “Gesù non dice ‘Beati quelli che arrivano primi’. Che i vostri figli facciano il loro dovere, che vengano promossi, e lasciate perdere se sono primi, secondi o decimi” Tutto inutile, naturalmente. L’ansia del primo posto e la sottile inimicizia con chi compete non si placano. Quest’anno, in tutto il Bangladesh, un numero insolitamente alto di studenti sono stati bocciati all’esame di maturità, e il numero dei suicidi o tentati suicidi è impressionante; insieme a questi, anche casi di giovani che erano stati promossi, ma non con il punteggio desiderato. Dai quattro, cinque anni di età i bambini si affannano da una ripetizione all’altra. Costretti negli spazi ridottissimi degli appartamenti di Dhaka, senza giochi e senza spensieratezza, passano dalla sedia dove si studia in casa a quella accanto a chi dà “ripetizioni”, a quella davanti alla TV (breve premio concesso a chi ha studiato assiduamente). A rendere il quadro più desolante, si aggiunga che il tutto è puro esercizio di memoria, e che il vero problema non è imparare, ma prevedere le possibili domande per memorizzare le risposte. Bisogna pagare le ripetizioni, e bisogna sapere che i testi scolastici distribuiti gratuitamente (quasi) dallo stato non bastano: bisogna assolutamente comprare i “bigini” di appoggio, con le sintesi da memorizzare, e istupidirsi su quelli. Le poche scuole che fanno diversamente sono scuole “di prestigio” che certo un povero non può permettersi. – Le scuole cattoliche o di varie denominazioni cristiane? Sono anch’esse afflitte da questa frenesia competitiva; ma di solito si preoccupano che gli insegnanti insegnino, e molte offrono ripetizioni gratuite; per questo vengono apprezzate.

Antonietta e Martin

“Pronto, sono Martin. Ti ricordi di me?” “Sì, certo che ti ricordo. Come stai?” “Ho avuto un po’ di malanni nelle scorse settimane, ma ora sto meglio. D’altra parte, tu sai come sono conciato… Insomma, è così e va bene così. Ascolta: da tanto non ci vediamo, continuo il mio lavoro di contabile al Centro Assistenza Ammalati, e ho avviato una piccola scuola per chi vuole imparare ad usare il computer. Gli amici non mi mancano, con i soldi me la cavo… Ora però devo dirti una cosa importante, la vuoi sentire?” “Sì, certo. Dimmi”. “Antonietta, mi vuoi sposare?” – “Sì”.

Ovviamente non ho stenografato nè registrato esattamente le parole che si sono scambiati Antonietta e Martin, entrambi di etnia Santal, da ragazzi compagni di giochi al villaggio. Però è certo che, subito dopo la conversazione, Antonietta ha parlato con la mamma e con il fratello maggiore (il papà non c’è più), richiamando poi per confermare il suo consenso. E io, il 10 luglio, ho avuto la gioia di benedire il loro matrimonio, celebrato a Rajshahi nella cappella di Snehonir. E’ la “Casa della tenerezza”, dove vive la comunità di disabili in cui Martin e’ stato accolto e che lo ha accompagnato a terminare il college, imparare l’uso del computer, dell’harmonium, della tobla, affrontare momenti difficilissimi, avere fiducia in se stesso, farsi tanti amici. Poi ha “preso il largo” organizzando la sua vita in autonomia, pur continuando a considerare “Snehonir” come la sua famiglia e a partecipare ai momenti importanti della sua vita e alle sue iniziative.

Martin, che ha 35 anni, era un ragazzo sano e pieno di energie quando – giocando al pallone – ebbe una brutta caduta seguita da dolori che si aggravavano giorno per giorno. Operato più volte, ha le gambe orribilmente contorte e paralizzate, e a causa della spina dorsale offesa, non può neppure sedersi. Vive sdraiato su una barella che ha le ruote, su cui lo portano al posto di lavoro, alle attività che lui stesso organizza o a cui lo invitano, esercitando la sua “leadership” naturale nonostante la grave invalidità. Non so molto di Antonietta, ma mi ha dato l’impressione di essere una donna semplice, di grande maturità, e di avere acconsentito con una gioia pacata, profonda e solida. Forse l’invito di Martin ha risvegliato un amore rimasto inespresso per tanti anni?

La loro decisione ha suscitato in tutti stupore, in alcuni scandalo, persino rabbia; papà e mamma di Martin, che vivevano con lui, se ne sono andati e nel giorno delle nozze erano assenti. Diverse persone mi hanno invitato a persuadere Martin a non sposarsi, dando per scontato che pure io considerassi assurdo quel matrimonio. Ma dialogando con pazienza, ho visto che molti progressivamente hanno dato spazio ad una riflessione salutare e positiva; hanno incominciato a guardare a questa insolita coppia come ad un uomo e una donna che si sentono creati l’uno per l’altra, più che ad un “handicappato” e una “normale”. Un prete mi ha detto: “Mi hanno aperto gli occhi, e capisco che una persona disabile ha diritto non solo alla carrozzella e alla compassione, ma alla mia attenzione umana e pastorale, e anche il diritto di esprimere in pieno i suoi doni e le sue capacità”.

I ragazzi e le ragazze di Snehonir, nel giorno del loro “sì”, erano raggianti. Anche i piccoli, non ancora in grado di fare una riflessione precisa su ciò che vedevano, percepivano che qualcosa di bello e di importante stava accadendo.

Antonietta, Martin, tanti auguri. Il Signore vi benedica!

Luna

I più fedeli lettori delle “schegge” sanno che la data della festa islamica “Id-ul-fitr”, con cui si conclude il mese di digiuno, è fissata in base alle fasi lunari (come la Pasqua per i cristiani). E sanno anche che in Bangladesh, a differenza di quasi tutti gli altri paesi islamici, si stabilisce la data non in base ai calcoli astronomici, ma in base alla vista. Quest’anno, i calcoli dicevano che la festa sarebbe caduta il 5 giugno. Il 4 giugno era nuvolo, e alle 17 cominciò a circolare la voce che le festa sarebbe stata il giorno 6. La conferma ufficiale venne poco dopo, perché l’apposito comitato per l’avvistamento della luna, presieduto dal Ministro della religione, tra le 18.30 e le 19.00 del 4 giugno non la vide. Festa rinviata. Radio e TV confermarono, con la consueta autorevolezza, e la gente incominciò ad andare a dormire pensando ad un altro giorno di digiuno. Senonchè, alle 23 circa qualcuno (ma non si sa chi) da qualche parte in Bangladesh vide la luna, presumibilmente avvisò il Comitato, che immediatamente diede ordine a radio, TV e altoparlanti su rikscio che giravano per le strade, di avvisare: basta digiuno, la festa è il 5.

Adesso il comitato e il ministro sono in una bufera politica. C’è chi sostiene che alle ore 23 in quel tal posto la luna non è visibile in nessun caso, c’è chi insiste: che ci sta a fare il comitato, se ascolta il primo sconosciuto che gli ha detto di aver visto la luna? E poi, che la si veda o no, la luna c’è ed è a quel punto – nuvole e non nuvole, comitato o non comitato… A proposito: perché non aboliamo il comitato?

Malattia

La scheggia “Pasqua”, qualche settimana fa accennava a una giovane mamma che aveva rischiato di morire per appendicite, non avendo risorse per farsi operare. Ecco un commento che ho ricevuto:

Caro padre Franco, tu fai bene ad evidenziare il segno pasquale di una persona guarita dalla sua infermità, proprio come nel Vangelo vediamo tante volte operare Gesù.
Però, a me sembra che sia giusto, se non necessario, evidenziare anche l’iniquità di un sistema in cui i medici sono sostanzialmente pronti ad uccidere (perché lasciar morire una persona che si potrebbe salvare non è diverso da ammazzarla) i pazienti che non possono pagare. Quante altre (…) persone sono morte in questi giorni perché nessuno poteva e voleva pagare? Davvero non c’è nessuna altra spesa meno urgente a cui il Bangladesh potrebbe soprassedere per salvarle? Un abbraccio. Mario

Caro Mario, la malattia in Bangladesh è una tragedia per milioni di persone. Un sistema di assistenza sanitaria nazionale c’è per alcune categorie: i militari, che hanno ottimi ospedali; i “Combattenti per la libertà” (i nostri “partigiani”) nella guerra del 1971, che ricevono cure gratuite; il personale politico di alto livello, alcune categorie di dipendenti statali. C’è anche un’assistenza fornita da strutture: ospedali statali dove, pagando un “ticket” alla portata di tutti, chiunque ha diritto di essere ricoverato, visitato e di avere una diagnosi. Poi? Poi deve procurarsi i pasti, fare i molti esami richiesti, comprare le medicine prescritte (sempre una lista lunghissima), se è il caso anche bende e gesso o altro materiale sanitario. La spesa dunque è alta e prolungata, anche se il paziente puòrestare in ospedale gratis.

Ci sono strutture private, moltiplicatesi ovunque in questi ultimi decenni: grandi e moderni ospedali dove si compiono anche operazioni molto sofisticate, e clinichette raffazzonate in qualche modo. Ovviamente, vengono aperte per guadagnarci, e tutto si paga, a prezzi più o meno alti.

Quasi non esiste un sistema di protezione del lavoro dipendente. I lavoratori a giornata (sono tantissimi) perdono tutto il guadagno se si ammalano, ma anche il lavoratore assunto stabilmente, se una malattia si prolunga oltre i pochi giorni, viene licenziato e rimane da subito senza stipendio.

Questo il sistema. Prima di parlare del suo funzionamento, metto le mani avanti: quando si entra in simili argomenti, arriva ben presto l’osservazione: “Sì sì, certo! Ma non credere che in Italia… Qui siamo peggio, roba da matti, sfacelo, catastrofe, orrore…” Non pongo in dubbio queste valutazioni, ma io non intendo fare paragoni: se dico che in Bangladesh piove, non voglio far capire che in Italia c’èil sole, intendo solo dire che in Bangladesh piove – oggi.

L’ospedale che ricovera gratuitamente è positivo. Il problema è l’affollamento: per avere l’ammissione bisogna fare “code” per settimane, o mesi, andando e tornando ogni giorno. Ammissione spesso significa un posto per terra, nei cameroni, a fianco dei letti, o in veranda. Quando non c’è più neanche quel posto, ti dicono di pagare per avere una “cabin”, una microstanza. Mentre attendi in fila, devi difenderti da chi ti accosta per toglierti dai guai. Alcuni promettono di farti “passare avanti”, di portarti dove c’è un medico migliore, di farti avere la “cabin” gratis… in cambio di mance adeguate; oppure insistono: “Non fare l’esame nel laboratorio dell’ospedale governativo: “Costa meno ma il dottore non vale; vieni dove ti accompagno io, e il dottore ti aiuterà meglio…” Un prezioso consiglio, da ricompensarsi con una adeguata somma… Oppure ancora: “Vieni dove non c’è coda!”, e ti lasciano davanti allo studio dell’odontoiatra invece che quello del cardiologo che serve a te. Se da tre giorni sei coricato per terra e nessuno si ferma da te, qualcuno attirerà l’attenzione di un medico – in cambio di una mancia. Occorre un’operazione? E’ gratuita: basta provvedere aghi e filo di sutura, sangue, prodotti per l’anestesia, persona che ti assista e quant’altro può servire. E naturalmente, visto che la lista di attesa è lunga, bisogna ricordare al chirurgo che ci sei anche tu: una busta con il tuo nome e qualcosa dentro…

Difficile immaginare come possa cavarsela chi non ha familiarità con l’ambiente, non ha conoscenze, sta male, e non capisce i cartelli che indicano i vari reparti, specialità, regole, ecc.

Perchè il paziente deve comprarsi le medicine? Qualcuno dice che il governo non le passa; altri dicono che le passa, ma… Un’infermiera mi ha spiegato che quando arriva un quantitativo di medicine, queste vengono esposte in una sala a cui accedono, in successione gerarchica, il primario, seguito dagli assistenti, poi le infermiere professionali e infine le junior. Ognuno prende quello che crede, le medicine riappariranno – in vendita – nei negozietti che pullulano accanto agli ospedali, e ciò che avanza viene usato per gli ammalati. E’ così ovunque? Non lo so. Da qualche parte lo è.

Dicevo che alcuni ospedali fanno operazioni anche molto sofisticate. Conosco persino i prezzi degli “stent”, i famosi “anellini” che sbloccano le arterie del cuore: economici quelli indiani, medi quelli europei, costosissimi quelli americani; ma la durata è proporzionata al costo. Operazione bene, per l’assistenza post operatoria, e – più in generale – per l’igiene… Vi risparmio descrizioni poco piacevoli…

Anche il medico di buona volontà e onesto non sa come muoversi, e ovviamente non può curare gratis tutti quelli che non possono pagarsi il trattamento – o che dicono di non poterlo fare. Ovvio che i disonesti ci sono, fra i medici e fra i malati o sedicenti tali, e ci sguazzano (sì, lo so… anche in Italia…).

I poveri (sono tanti!), anche se hanno uno stipendio, non riescono ad andare oltre il paracetamolo. Ma anche chi ha risorse, se si trova davanti ad un problema “normale” come il diabete (qui diffusissimo), un calcolo renale, e cose di questo livello, deve affrontarle facendo debiti. Spesso la famiglia allargata interviene, ma ovviamente non può continuare a lungo. Le Suore di Madre Teresa, “esperte” in ammalati poveri, non s’avventurano a prendersi responsabilita’ per malati cardiaci, renali, e affetti da tumori. Neppure loro ce la fanno ad imbarcarsi in dialisi, chemioterapie, radioterapie, o cure diabetiche pesanti.

E allora? E allora niente: questa è la situazione. E noi abbiamo ogni giorno a che fare con persone che devono affrontarla, spesso senza averci mai pensato prima, e senza rendersi conto che non possiamo aiutarli. E’ una sofferenza grande per loro, e anche non poco per noi.

Galera

Iftar, letteralmente “break-fast”, “rompi-digiuno”, è lo spuntino che i musulmani mangiano ogni giorno al tramonto, durante il mese di Ramadan, appena scatta il momento in cui termina l’obbligo del digiuno. E’ un momento di gioia e socializzazione, ci si offre a vicenda riso soffiato, frittelle saporite, acqua fresca, noccioline, pasticcini… Di solito il tutto avviene spontaneamente, fra vicini di casa, di ufficio, di negozio… ma ci sono anche gli “Iftar” organizzati, ufficiali, su invito, consumati in eleganti ristoranti e con cibi deliziosi. Ci sono Iftar su invito del datore di lavoro, del politico di zona, del boss mafioso, del partito che vuol farsi benvolere, del benefattore che invita i mendicanti… Il 28 aprile scorso il BNP (Bangladesh National Party), all’opposizione ormai da molti anni, ha organizzato un Iftar con illustri invitati, fra cui parlamentari del partito al potere, l’Awami League. Un gesto di pace in un mese che invita tutti alla conversione e alla spiritualità. Al momento giusto, i convenuti però si trovarono davanti non profumati vassoi da cui servirsi in abbondanza, ma un gran numero di sacchettini di carta con la razione individuale, “ognuno prenda il suo”.

Un iftar magro magro, di cui si fece pure conoscere il prezzo: 30 taka (0.33 euro) per ogni porzione. Per chiedere un contributo? No, per far provare ai presenti che cosa sia un “iftar da galera”, di cui devono accontentarsi i carcerati, e a cui è sottoposta la Presidente del BNP, la signora Khaleda Zia, in prigione ormai da oltre un anno, condannata per corruzione e in attesa di numerosi altri processi. Il BNP sostiene che si tratta di una condanna politica, data ad un’innocente che ora si intende eliminare facendole mancare le cure di cui ha bisogno, e anche rifilandole iftar da 30 taka l’uno – provate che cosa vuol dire!

Il vero problema però è che i sacchetti sono andati solo a quelli del suo partito, perchè gli invitati parlamentari dell’Awami League avevano fiutato il trucco, e nessuno di loro aveva accettato l’invito.

Nessun miglioramento dunque per la povera Khaleda? Il direttore della prigione ha fatto sapere che, se fa domanda, si prenderà in esame la sua lamentela.

Evangelizzare

Appena letto il discorsetto familiare che il 20 maggio scorso il Papa ha rivolto ai missionari del PIME che hanno partecipato, a Roma, alla recente “Assemblea Generale”, sono sceso per salutare alcune ammalate e ammalati ospiti per qualche giorno del nostro “Sick Shelter”, il “Rifugio dei malati” che sta al piano terra della casa del PIME a Dhaka: tre stanzette con otto lettini in tutto…

Ora rileggo e riprendo alcuni pensieri che Francesco fa emergere, specialmente citando la lettera di Paolo VI “Evangelii Nuntiandi”, “il documento pastorale più grande del dopo-Concilio”.

Il punto chiave è Gesù: «non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati» (Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, 22). Ma non siamo noi che, per iniziativa nostra, e nemmeno soltanto in obbedienza ad un comando, facciamo l’evangelizzazione: “La prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera, viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi diventare – con Lui e in Lui – evangelizzatori» (Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 112).

“Inserirsi nell’iniziativa divina” significa non soltanto parlare, insegnare, ma “trasformazione missionaria della vita e della pastorale». Non si tratta di “cercare nuovi soci per questa “società cattolica”, no, è far vedere Gesù: che Lui si faccia vedere nella mia persona, nel mio comportamento; e aprire con la mia vita spazi a Gesù.”

Infine, ci invita a rileggere la lettera di Paolo VI: “Negli ultimi numeri, quando descrive come dev’essere un evangelizzatore, parla della gioia di evangelizzare. Quando San Paolo VI parla dei peccati dell’evangelizzatore: i quattro o cinque ultimi numeri. Leggetelo bene, pensando alla gioia che lui ci raccomanda”.

La gioia? L’ho letta nei volti dei malati con cui ho appena chiacchierato, donnette timide che si guardano intorno ad occhi sbarrati, ancora stupite di aver trovato qualcuno che le ha accolte, organizzate, accompagnate qui e che domani le accompagnerà a fare i controlli medici di cui hanno bisogno e che da sole non potrebbero mai permettersi. Sono musulmane, come l’unico uomo che fa parte del gruppetto: mantiene moglie e due figli mendicando, perchè ha una gamba amputata. Il loro incontro con Gesù è questo. Mi parlano del medico che anni fa ha avviato questa iniziativa nella loro zona, remota e arretrata: un neozelandese che ha vissuto per e con i poveri, e che – lo sanno bene – era cristiano. Ogni anno trascorreva un mese di riposo, preghiera, meditazione in una missione, e undici mesi fra loro, a servirli. Sanno che anche noi siamo cristiani. Ci guardano cercando di capire, di decifrare l’enigma del nostro comportamento, magari anche soltanto dei nostri sorrisi, della nostra preghiera, del nostro ascoltarli e parlare con rispetto. Si chiacchiera, si scambia qualche battuta scherzosa. Poi una di loro mi prende da parte e mi sussurra: “Sa, noi qui siamo contente, ci volete bene, come ci voleva bene il dottore. E se lei non si offende, glielo dico: noi preghiamo molto per voi”. “Preghiamo”: usa il termine “doa kora”, che è quello della preghiera spontanea, non della preghiera obbligatoria.

Mentre mi allontano con la gioia di questo incontro, mi viene in mente una nota degli Atti degli Apostoli (5, 12-13) a cui non avevo mai prestato attenzione: ““Molti segni e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava”. Perchè “nessuno degli altri osava associarsi?” I commentatori non hanno risposte precise. Era paura? Forse, o forse no. Potrebbe essere, come in queste donnette e in questo mendicante, il pensiero che si tratti di qualcosa che è troppo grande per loro, abituati a essere ultimi, trascurati, rassegnati a rimanere quello che sono – ma capaci di guardare con occhi di riconoscenza e di ammirazione. Non è anche questa evangelizzazione, cioè buona notizia? Qualcuno pensa a te, con affetto, e questo qualcuno è un discepolo di Gesù.

Limbo

“Che fine hanno fatto i Rohingya?” Me lo chiede un’amica, e la risposta è presto data: tutto fermo.

L’ondata di immigrati in fuga del Myanmar risale agli ultimi mesi del 2017. Si dice che fossero 750mila, da aggiungere ai due o trecentomila fuggiti negli anni precedenti. Questa volta, a scatenare l’esercito contro di loro fu un attacco di ribelli Rohingya, che uccisero oltre venti militari di un presidio. Seguirono incendi di villaggi, letteralmente rasi al suolo, uccisioni, arresti, stupri, con l’evidente obiettivo che i Rohingya se ne andassero togliendosi dalla testa l’idea di ritornare.

La prima reazione del Bangladesh fu di tenere i profughi al di là del confine, anche con la forza. Ma presto si scelse la via dell’accoglienza umanitaria. I Rohingya sono musulmani, e la maggioranza dei bengalesi non avrebbe accettato una posizione dura verso di loro. Inoltre, il rifiuto dei profughi avrebbe posto il Bangladesh sul banco degli accusati, insieme ai Birmani, mentre l’accoglienza avrebbe suscitato benevolenza, appoggio politico e aiuti internazionali. Intanto, i due paesi continuavano con il loro ritornello: i Rohinghya non hanno la cittadinanza perchè in passato l’hanno rifiutata, e perchè sono bengalesi, tornino a casa loro – ripete il Myanmar; i Rohingya sono birmani, che tornino a casa loro – ripete il Bangladesh.

L’accoglienza fu sempre accompagnata da disposizioni – tuttora in vigore – perchè i profughi non lascino i campi, non abbiano un impiego, non frequentino scuole e non ricevano documenti bengalesi; anche l’uso dei telefoni cellulari è proibito. Accorsero numerose organizzazioni internazionali, governative, e non governative che si spartirono gli impegni: sistemazione logistica, cibo, igiene, salute, problemi ecologico-ambientali, istruzione, ecc. Fiumi di denaro invasero la zona del Cox Bazar, dove i campi sono collocati, facendo schizzare in alto i prezzi di hotel, ristoranti, case in affitto, beni di consumo… mentre una bella fetta di ciò che era destinato ai profughi finiva sui mercati fuori dei campi. Le disposizioni severissime ovviamente non riuscirono a “sigillare” quasi un milione di persone nel ristretto spazio collinare in cui sono ospitati. I Rohingya, la cui fama fra i bengalesi locali era già tutt’altro che buona, divennero temuti per la loro disponibilità a spacciare droga, e a servire per vari tipi di “lavori sporchi”, fra cui la tratta di persone (donne e ragazzi). All’interno dei campi la sicurezza divenne un problema sempre più grave; dicono che dal tramonto fino al giorno seguente le forze dell’ordine bengalesi non si fanno vedere: tutto è in mano ai boss Rohingya. Non mancarono la propaganda e l’addestramento di terroristi, inquadrati in gruppi e gruppuscoli di varie denominazioni, tanto che il governo espulse quattro organizzazioni non governative islamiche, accusate di propagandare il terrorismo. Sull’altro versante, gruppi conservatori si opposero in maniera sempre più forte a organizzazioni non governative che – come il BRAC, la Caritas, World Vision, si occupano di educazione anche delle donne, di diritti, di contraccettivi, ecc.

Sul piano politico, il Bangladesh cercava appoggi a destra e a sinistra, ottenendo tantissimi elogi e incoraggiamenti, ma non riuscì a scalfire due macigni posti sulla sua strada: la Cina e l’India, che trovano conveniente appoggiare il Myanmar. Il quale, a sua volta, ha sempre risposto in modo evasivo, tirando per le lunghe senza mai dire “no” a chi parlava di rimpatri. Disse che potevano rimpatriare quelli che avevano documenti e titoli per avere la cittadinanza (pochissimi); poi che doveva preparare villaggi e strutture per accoglierli; poi che avrebbe effettuato rientri sperimentali. Nell’autunno scorso sembrava che fosse pronto il posto per qualche migliaio di profughi. Ma i prescelti declinarono l’invito: “Non ci fidiamo, e vogliamo la cittadinanza”.

D’altra parte, se il Bangladesh scegliesse di cambiare politica e di integrare i Rohingya, si scontrerebbe con la dura opposizione dei bengalesi della regione, irritati da questa ingombrante presenza.

Nei mesi scorsi si parlò di sistemare circa centomila profughi su un’isola quasi disabitata sul delta del Gange/Bramaputra. Un’isola affiorata recentemente, a pelo d’acqua, dove per garantire la sicurezza sarebbero necessarie non poche opere costose. Non si parlava di integrazione, però chi volontariamente avesse accettato di andare lì in attesa di una soluzione definitiva, avrebbe potuto lavorare e gestire la propria vita con una relativa autonomia – sempre dentro i confini dell’isola. Ma nessuno ha accettato la proposta, e del progetto non si sente più parlare.

È davvero un problema spinoso, e per ora il Bangladesh deve accontentarsi degli elogi (e dei soldi) per la sua scelta di accoglienza, nonchè del fatto che probabilmente l’ONU dichiarerà che il Myanmar ha commesso un vero e proprio genocidio: una piccola consolazione…

Dunque? Dunque siamo in stallo. Non si dice apertamente, ma si sa che… non si sa che pesci prendere. Chi ha paura sono gli aborigeni che vivono nell’area a nord di Cox Bazar, una quindicina di gruppi etnici, animisti, buddisti e anche cristiani. Già hanno sul collo il fiato di bengalesi che occupano le loro terre abusivamente con il consenso e l’appoggio delle autorità; ora vedono aggiungersi questi profughi venuti da lontano, che non hanno nulla da perdere e che – pur essendo mal visti – sono comunque più vicini ai bengalesi di quanto siano loro, per ragioni di lingua (simile al dialetto parlato a Chittagong), religione, tradizioni. Per quel che può valere la mia opinione, anche io penso che succederà proprio così: si sistemeranno gradualmente nel Chittagong Hill Tracts, a spese delle minoranze che vi abitano da secoli.