Oculista

Una scheggia pubblicata in aprile con il titolo “Nebbia”, spiegava confusamente alcuni avvenimenti recenti, a proposito dei quali – causa nebbia – non ero in grado di comunicare nomi di luoghi, persone, entità varie. Facevo pure l’ipotesi che la nebbia non ci fosse solo per me, visto che nessuno diceva il nome di un grosso movimento fondamentalista che tutti conoscono, e che era stato all’origine di vari “mayhem” passati e anche recentissimi. Forse, scrivevo, si trattava di una nebbia benefica, che opportunamente non lasciava identificare il nemico, e quindi impediva di arrivare a rischiosi scontri frontali.

Così fu per alcuni giorni, ma ora bisogna che aggiorni la mia informazione: qualcuno, in alto, ha ricordato il nome che non veniva fuori, e lo ha messo in circolazione. Non solo, ma deve aver pensato che se c’è rischio di scontro frontale… bene, corriamo il rischio. Si è passati ad arresti di numerosi pezzi grossi coinvolti o all’origine dei “mayhem”, con interventi fulminei si è riusciti a scardinare completamente lo stato maggiore del movimento. Dopo la morte del suo anzianissimo leader carismatico, avvenuta alla fine dello scorso anno, faceva gola a tutti un numero così alto di scuole religiose autorizzate a dare diplomi validi, ma libere da qualsiasi controllo governativo, finanziate dall’estero, e con un numero molto alto di giovani pronti a passare a vie di fatto quando ce ne fosse bisogno. La lotta per il controllo del movimento era uscita dai giardini delle moschee: movimenti di politica religiosa radicale, e organizzazioni terroristiche da tempo messe al bando avevano colto al volo l’occasione per far avanzare i loro programmi al riparo del movimento, ed erano entrati senza troppi complimenti anche nella “stanza dei bottoni”. Certamente qualcuno prese decisioni e arringò le folle a nome del movimento, anche se questo era tutt’altro che unanime. Ecco il perché di pestaggi e distruzioni apparentemente illogiche; va bene prendersela con gli indù, i nemici tradizionali, ma con uffici del governo con cui da tempo ci si sorrideva a vicenda… Insomma, situazione quasi fuori controllo, resa pure un po’ “piccante” da storie di trasgressioni sessuali e di pornografia, che il governo non ha pensato bene tenere nell’ombra. Intervenire è stato – penso – relativamente facile ed efficace, perché l’arresto di qualche pezzo grosso recentemente aggregatosi al movimento e salito in alto con carriera fulminea, in ultima analisi deve essere stato gradito a parecchi.

Si sono anche opportunamente rispolverati fascicoli giudiziari risalenti al 2013 – quando ci fu il primo e finora il più grosso “mayhem”: chissà perché, dopo la pace fra governo e movimento, i fascicoli con denunce che riguardavano appunto il “mayhem” erano rimasti tutti fermi sugli scaffali. Ora, passati dagli scaffali alle scrivanie, si sono rivelati pieni di cose interessanti e di occasioni da non lasciarsi scappare.

Insomma, come è successo dopo il massacro terroristico avvenuto in un ristorante di Dhaka qualche anno fa, quando persero la vita 24 persone fra cui nove italiani, pare che la goccia (meglio, il “mayhem”) abbia fatto traboccare il vaso: allora il governo intervenne durissimamente e molto efficacemente contro i terroristi; ora pare abbia deciso di mettere in chiaro chi comanda, anche in rapporto a questo movimento di cui ha riscoperto il nome.

Un nome che io però ancora non riesco a leggere. Ne chiedo scusa. Che io abbia le cataratte agli occhi? Consulterò un oculista.

Risveglio

“Hajan” si chiama il richiamo alla preghiera che cinque volte al giorno viene lanciato dal minareto di ogni moschea, in orario rigidamente fissato giorno per giorno, regolato secondo il sorgere e il tramonto del sole. Le parole sono sempre uguali. Soltanto nel primo richiamo della giornata, quando ancora è buio, si canta un’aggiunta che incoraggia a scuotersi e alzarsi: “La preghiera è meglio del sonno”. Ci sono “muezzin” (annunciatori della preghiera) che cantano bene, altri ovviamente non sono così bravi, o sono decisamente stonati. Però il “problema” non è questo, è piuttosto quando tante moschee vicine lanciano il richiamo allo stesso tempo da altoparlanti ad altissimo volume, provocando una cacofonia incomprensibile che disturba.

Tuttavia, pian piano mi sono abituato a non badare al disturbo, e ad accogliere questo canto come la proclamazione di un aspetto della condizione umana: milioni di persone, donne e uomini, si svegliano per ricominciare una giornata, e il risveglio è accompagnato da un richiamo a non fermarsi all’orizzonte di un quotidiano ben noto, forse monotono, forse doloroso e chiuso, forse sereno e tranquillo – ma comunque ristretto e insufficiente. Il primo pensiero della giornata va a Dio onnipotente, grande, misericordioso e compassionevole, che “sovrasta” ogni realtà creata e a cui ogni essere umano – volente o nolente – è sottomesso. Il richiamo invita a entrare nella giornata non con occhi miopi, ma consapevoli che non siamo i padroni del mondo, e neppure di noi stessi; siamo invitati ad accogliere un’obbedienza a cui comunque non sfuggiamo anche se la ignoriamo o tentiamo di rifiutarla.

Mentre in decine di migliaia di moschee grandi e piccole si accende la luce, e i più fedeli si radunano purificandosi mani e piedi prima di entrare, faccio la doccia e prendo il caffè, poi scendo nella nostra cappella.

Qualche volta è vuota. Allora gusto il piccolo piacere infantile di essere il primo, con una Presenza che è “tutta per me”. È facile ricordare che Gesù raccomanda di pregare “chiudendo la porta” per incontrare nella propria intimità il Padre “che sta nel segreto”. Tutta la grandezza del Creatore proclamata dai muezzin si esprime in qualche modo in quella “stanza” che è la mia esistenza. È lì che incontro l’universo intero. È lì che mi raccolgo rappacificandomi con me stesso e con i miei turbamenti.

Altre volte, due o tre paia di sandali sulla porta della cappella m’informano che qualcuno mi ha preceduto, e questo mi apre ad un’altra dimensione. Anche se solo più tardi questo si esprimerà in una liturgia comune, siamo insieme alla ricerca dell’invisibile che nel mistero dell’Uomo Gesù si esprime in parole, gesti, comportamenti che ce lo rivelano. Il Pane che è dato come vita per tutti ci fa uno in Cristo. Siamo insieme a chiedergli di insegnarci a pregare, non ripetendo tante parole, ma lasciandoci avvolgere dall’amore che fa esistere. È la comunione dei discepoli di Gesù; in tante famiglie, tanti conventi, tante chiese. Di Gesù, perciò per tutti: una comunione che non si chiude su se stessa, ma è comunione già nel fatto stesso di essere umani, e nella ricerca anche con gli uomini nelle moschee e con le loro donne che pregano nelle case, con le cantilene dei monasteri buddisti, con la solitudine di chi non ha nessuno a cui pensa di potersi rivolgere.

Inizia un’altra giornata, “completamente nuova, che nessuno mai ha vissuto finora” diceva p. Davide Maria Turoldo, contento di vivere quella giornata nuova mentre si preparava ad accogliere la morte.

Nebbia

Questa scheggia è un intervallo: una pausa nel racconto del mio storico viaggio con p. Gian Paolo, che riprenderà fra non molto.

Voglio accennare ad alcuni episodi accaduti nel mese di marzo, che i giornali di lingua inglese hanno più volte descritto come “mayhem” (secondo il dizionario: “confusione e paura normalmente causate da comportamenti violenti, o da improvvisi avvenimenti sconvolgenti”). Ma scrivo come quando si viaggia nella nebbia, e faticosamente si individua la strada, ma non si capisce esattamente dove si è. Qui da noi non ci sono cartelli che informino sui nomi dei bazar o dei villaggi che si attraversano; se c’è nebbia, si procede sperando di aver indovinato… Dunque, niente nomi, luoghi, date.

Perché? Ci sono ben tre ragioni. Simili, ma distinte.

Ragione numero uno. Sembra che da qualche tempo sia in aumento il numero di persone malintenzionate, soprattutto giornalisti, insegnanti, persone che si dice abbiano una certa autorità morale, che approfittano della loro professione o posizione per calunniare, dare notizie piene di pregiudizi, distorcere la realtà, sviare persone semplici e persino – quel che è peggio – infangare il buon nome del paese in cui vivono e le sue autorità politiche. Un’apposita legge approvata di recente considera questi casi, e le autorità sono attente a farla osservare, naturalmente nel rispetto dei diritti di ciascuno: arrestato il colpevole, prendono tutto il tempo necessario per capire e descrivere bene perché proprio lui sia stato arrestato, quali siano i comportamenti illegali che ha avuto, quali i danni che potrebbe provocare se rilasciato. Anche per questo è impensabile concedere la libertà provvisoria, e se i tempi della detenzione senza denuncia, e senza decisione di un tribunale, vanno oltre quelli stabiliti dalla legge, qualunque persona di buona volontà, e onesta, capirà che questo è un dettaglio trascurabile, se messo in rapporto alla necessità di impedire la diffusione di menzogne, per di più “politicamente motivate”. A volte le persone coinvolte vogliono far credere di non capire queste ragioni, peraltro evidenti, per cui con la necessaria fermezza vanno calmate, e persuase che devono attendere e che non è il caso di badare a sottigliezze come otto o dieci mesi in più o in meno, quando la posta in gioco è tanto importante. A volte poi, risulta che le persone accusate erano state male consigliate o volontariamente male informate, e allora bisogna intervenire, cercando e arrestando anche coloro che le hanno spinte a commettere i reati di cui sono accusate, e perciò a mettere in circolazione falsità di ogni tipo. Insomma, voglio stare attento a non commettere – magari inavvertitamente – i loro stessi errori: scrivere qualche cosa che possa essere inteso male…

Ragione numero due. Altre volte (e di questo ho già scritto) persone preoccupate della morale della loro comunità, e della Verità, sotto il nome di una persona che non la pensa come loro mettono su Facebook idee erronee, offensive, malvage, irreligiose, blasfeme, ingiuriose e poi lo fanno sapere in giro, suscitando la giusta indignazione dei benpensanti. La notizia si propaga rapidamente, diffusa da potenti altoparlanti dall’alto di quelli che noi chiameremmo campanili, che denunciano i pericoli che corrono coloro che credono a queste menzogne, i danni per la loro fede, e chiedono con fermezza che il tizio in questione venga arrestato. Infatti, anche se non ha scritto il testo e forse neppure sa che si trova sotto suo nome su Facebook, certamente la pensa così; inoltre il tale è diventato un problema per l’ordine pubblico perché a questo punto molte centinaia o migliaia di persone, radunatesi per manifestare il loro disappunto, rumorosamente esigono che il colpevole o i colpevoli vengano immediatamente puniti. La pena di morte è il minimo, vista la mostruosità del reato; la persona titolare di Facebook dunque va immediatamente arrestata per il bene pubblico. Poi deve capire che – se volesse dimostrare che proprio non c’entra, occorre tempo. Un tempo che – per la sua sicurezza – è meglio che trascorra in prigione. Nel frattempo, i difensori della religione e della verità esprimeranno la loro indignazione assalendo la sua famiglia, bruciando la sua casa, devastando le proprietà di decine di famiglie che appartengono alla sua stessa religione. Premurandosi però (bisogna dirlo a onor del vero) di non procedere a distruzioni e incendi in maniera insensata: la prova che agiscono pacatamente, disinteressatamente e a fin di bene sta nel fatto che – pur nella fatica e nella concitazione, e persino nel rischio che corrono – non dimenticano di sottrarre alle fiamme denaro e oggetti di valore che rischierebbero di rovinarsi. La profanazione poi di qualche tempio è come un’invincibile pulsione che manifesta la profondità spirituale di queste persone, disgustate da questi edifici pieni di statue, che alimentano concezioni false, e idolatrie di ogni tipo.

Ragione numero tre. Può succedere che avvengano cose pubbliche, permesse o addirittura incoraggiate dalle autorità, che sono insopportabili. Per esempio, celebrare il giubileo (50 anni) dell’indipendenza del Bangladesh, evento riprovevole perché ha spezzato l’unità di un paese che era nato in nome della religione, o il centenario della nascita del “padre della Patria”, che ha fomentato e guidato il deprecabile processo di divisione. Lui, quelli che lo seguirono, e quelli che oggi inneggiano a lui si dicono religiosi e praticanti, ma nei fatti mostrano di non rispettare e di non far rispettare gli elementi fondamentali della religione. Non ne seguono scrupolosamente le direttive, ne dimenticano gli obiettivi, avvelenati da interessi inconfessabili o sviati da teorie diaboliche come il secolarismo o addirittura l’ateismo. Bisogna correggerli assalendo con energia i loro uffici, le sedi dei loro partiti, le case delle loro famiglie, i simboli dell’indipendenza, i segni di un modo di pensare e di governare inaccettabili, e trattando come merita la polizia che cerca di fermare questi interventi correttivi.

Interventi di chiara matrice religiosa e di patriottismo autentico, che vengono effettuati da centinaia di migliaia di persone per lo più giovani, educate in scuole serie, finanziate da paesi esteri amici, che sanno dare la dovuta importanza alla tradizione e alla religione, che non hanno paura di menar le mani quando necessario, che non hanno interessi politici: basta che il governo faccia quello che dicono loro, ritirando leggi che non gradiscono e inserendo norme che loro sanno essere giuste, e obbediranno pacificamente e lealmente.

Queste persone, disponibili e coraggiose, fanno parte di una organizzazione che ha un nome ma, come ho spiegato sopra, nella nebbia non sono riuscito a leggerlo; e come me anche altri. Si erano già fatte sentire negli anni passati, occasionalmente, in modo energico. Avevano provocato vari “mayhem”, fra cui uno aveva messo a ferro e a fuoco tutto il centro di Dhaka. La politica, dopo le prime reazioni, aveva deciso di calmarle accogliendo parecchie loro richieste: le loro scuole furono riconosciute, i libri di testo vennero corretti secondo le loro direttive, le leggi sul matrimonio dei minori vennero ritoccate abbassando – “in casi speciali”- l’età minima della sposa, le proposte di legge sulla parità delle donne vennero archiviate… Ci fu un periodo di ottimi rapporti, di sorridente intesa. Purtroppo però, l’intesa sembra ora in pericolo. Il mondo politico è preoccupato, ma capisce che è meglio non fare nomi, non insistere nel dare la colpa a qualcuno, a rischio di calunniare: loro picchiano ma sono amanti della pace, esigono ma sono nella giustizia. E poi – diciamocelo chiaro – se qualcuno volesse lo scontro frontale, non è affatto garantito che loro sarebbero i perdenti. Dunque un po’ di prudenza non guasta.

Insomma, ci risiamo. Spero comunque di non essere frainteso: nessuno pensi che io sto pensando a lui o a lei o a loro. Si tratta certamente di altri, dispersi nella nebbia…

Non è chiaro che cosa io voglia dire in questa insolita scheggia? Bene, benissimo, è proprio ciò che desideravo.

Viaggio – 6

Il PUNTO. Se qualcuno ha perso il filo, niente paura: p. Gian Paolo e io, al secondo giorno di viaggio, stiamo percorrendo la lunga circonvallazione est della città di Bogra, tortuosa e malconcia, ma meno affollata della circonvallazione ovest, più breve, più vecchia, e ormai quasi inghiottita dall’urbanizzazione.

Nel lasciare la città, è d’obbligo una tappa per rifornirsi di CNG (Compressed Natural Gas), perché la distribuzione del gas non raggiunge le aree più a nord. Poi, lungo la strada diretta a Rangpur, a tratti orribile causa lavori in corso, attraversiamo Mohasthan, un grosso bazar affiancato da un collinetta decisamente improbabile, visto che per centinaia di chilometri intorno tutto è pianura. Sulla collina c’è un centro di pellegrinaggi che ha l’aria di essere molto frequentato; ritengo sia di musulmani sufi, ma non lo so con certezza. Ho visto fotografie e letto informazioni su analoghe collinette in Bangladesh: erano centri monastici, abbandonati quando il buddismo è quasi scomparso dal Bengala; in questi ultimi anni ne hanno scoperti alcuni e gli archeologi se ne stanno interessando. A proposito di Mohasthan, molti anni fa un anziano maestro cristiano mi disse che sulla collina c’era un pozzo miracoloso: se un defunto veniva calato nel pozzo, ritornava in vita. Così facevano i primi monaci, così continuarono a fare gli hindu che subentrarono. “E ora, con i musulmani?” chiesi io. Non sapeva, ma secondo lui e altri, anche loro usavano il pozzo allo stesso modo, senza dirlo in giro…Voci di popolo…

Arriviamo poi a Gobindogonj, affollato bazar, che pare essere centro di un’area turbolenta, teatro di soprusi e occupazioni di terre di gruppi aborigeni in parte cristiani, e anche di conflitti politico-economici, con numerosi omicidi.

Noi tiriamo dritto, mentre per andare a Dinajpur dovremmo piegare a sinistra, e passare accanto alla missione di Mariampur, una delle più grandi nella diocesi. Per me è legata al ricordo di un caro amico, p. Carlo Menapace. Ricordarlo è sempre un piacere, direi un incoraggiamento, anche se venato di nostalgia. Era nato nel 1942, un anno prima di me, a Tassullo (Trento), e mi aveva preceduto di un anno nel diventare membro del PIME (1967), nell’essere ordinato prete (1968), nel partire per il Bangladesh (1978). Mariampur è stata la sua prima e unica missione, all’inizio come assistente, e poi come parroco. Negli anni in cui cercavamo “vie nuove” e guardavamo con sospetto la “struttura” della parrocchia, sospettata di essere chiusa su se stessa e di sottrarre energie alla prima evangelizzazione, lui si era tuffato senza distrazioni proprio in quella “struttura”, ma fu capace di non lasciarsene paralizzare. Anzi…

Ci vedevamo in occasione di incontri o ritiri spirituali del PIME, arricchendo di chiacchierate tutti gli spazi di tempo possibili. Sapeva cogliere nella gente gli aspetti buoni e positivi che molti non vedono o cui non danno valore. “Ingenuità”, diceva qualcuno, ma si trattava dello sguardo di un uomo dal cuore puro, appassionato del Vangelo, e perciò degli altri… tutti.

Andai a trovarlo in parrocchia in un periodo in cui era solo, penso poco dopo il 1981. La prima sera, a cena, ero affamato, e gustai moltissimo una rarità: una minestra di verdure varie, proprio buona. Ero stupito: “Sei tu che gli hai insegnato a cucinare?” “No – rispose – una suora. Lui ha imparato bene, gli ho detto che mi piaceva molto, e ormai sono più di due anni che ogni sera mangio questa minestra, sempre rigorosamente identica. È un menu un po’ monotono – aggiunse ridendo – ma il cuoco ne è fierissimo, come deluderlo?” Trascorsi con lui tre giorni, aiutandolo a tenere un incontro con i catechisti, ascoltandolo molto. Era appassionato di ciò che faceva, soprattutto del “suo” popolo, che erano i membri della parrocchia, certo, ma non soltanto loro. Mentre passeggiavamo fra la casa e la chiesa (costruita anni prima, sul modello di non ricordo quale chiesa lombarda) passò accanto a noi un ragazzo; Carlo lo chiamò, e scambiammo quattro parole; era un po’ imbarazzato ma contento della nostra attenzione. Mentre se ne andava, p. Carlo mi chiese: “Secondo te, quanti anni ha?”. “Difficile dirlo – risposi – 12 o 13?”. “Ne ha certamente più di 20, ma è come un… bonsai: la denutrizione gli ha impedito di svilupparsi. Sono parecchi i giovani nelle sue condizioni. Che lavoro può fare? Certo non il manovale, ma a scuola non è potuto andare, e anche lo sviluppo dell’intelligenza è stato rallentato. Vorrei inventare qualche cosa per questi “figli della fame”… Ancora oggi, a Mariampur, c’è una piccola scuola tecnica, che dopo qualche anno di chiusura il Vescovo mons. Sebastian ha voluto riaprire. Insegna a ragazzi che non hanno altre possibilità i rudimenti di qualche attività utile: riparare una bicicletta o un riksciò, per i più bravi magari dare un’occhiata ad una pompa idraulica difettosa. P. Carlo aveva idee, era capace di organizzare e avviare iniziative: non fece grandi progetti, ma “piccole” cose che erano ritagliate apposta per i bisogni del momento; fra l’altro anche un impianto di biogas, forse il primo della zona.

Non è raro trovare persone di Marianpur che dicono con fierezza di essere stati suoi “discepoli” (e fra loro anche mons. Sebastian), o di aver sentito parlare di lui dai genitori, e io mi sono chiesto quale fosse il centro del suo interesse, e quale il motivo della sua popolarità. Il suo obiettivo fondamentale era accompagnare la sua gente alla preghiera, a un rapporto vivo con Gesù scoperto nei Vangeli. Anche a Mariampur, come in ogni altra missione, c’erano un ostello maschile e uno femminile. Di solito gli ostelli vengono affidati a un “boarding master” o a una “didi moni” (un laico o una laica responsabili) i quali devono organizzarli, farli studiare, tenere la disciplina, e anche “farli pregare”, vigilando perché tutti siano presenti alla Messa quotidiana, guidando le preghiere del mattino, della sera, ai pasti, attenti a far pronunciare bene le parole, sostenuti da una cantilena che aiuta la memoria. P. Carlo preparava personalmente questi momenti, e non li “faceva pregare”, ma pregava con loro. Ogni giorno una frase del Vangelo, una parola di commento, una breve preghiera ripetuta perché “entrasse” nella mente e nel cuore, o una ripresa della liturgia domenicale, o una riflessione su qualcosa che era accaduto. Era contento di pregare con loro: la preghiera non era un dovere, o qualcosa da insegnare, era un momento di incontro con Gesù insieme a loro. P. Carlo, senza ostentazione, sapeva trasmettere la fede con cui lui stesso cercava il Maestro. Vedeva e valorizzava i progressi anche minimi della sua gente: una riconciliazione, una collaborazione, un aiuto, un consiglio…

Stava anche preparando un sottocentro della vastissima parrocchia che era affidata a lui, per sistemarvi un gruppetto di laiche animate a dedicarsi all’evangelizzazione; già collaborava bene con le Suore di Maria Bambina, e vedeva in questa iniziativa una possibilità in più di valorizzare le donne nella missione della Chiesa.

Poi… gli diagnosticarono un tumore maligno, e dovette ritornare in Italia. Con fatica volle rivedere uno per uno tutti i “suoi villaggi”, spiegando perché se ne andava. Prima che partisse ci trovammo, e mi disse: “Tu sai che mons. Michael è un uomo spiccio, concreto, e non ha tanto l’aria “spirituale”… eppure proprio lui mi ha detto la cosa più semplice e più utile, che porto con me come un messaggio prezioso.” Michael Rozario era stato il primo vescovo bengalese della diocesi di Dinajpur, diventando poi arcivescovo a Dhaka. “Gli ho detto quale è la mia condizione. Ha taciuto un momento, poi mi ha stretto la mano dicendomi: “P. Carlo, tieni cara la fede che hai. Lotta con tutte le tue forze per vivere, e noi ti aiutiamo con la preghiera. Ma se la malattia prevale, affrontala da uomo e da credente, non lasciare che sconfigga il tuo spirito”.

Fu proprio così. Rividi P. Carlo in Italia, molto provato, ma sereno. Mi raccontò dell’angoscia delle sale di attesa dove diversi ammalati di tumore aspettano “risultati” spesso pesanti come il piombo; e mi parlò anche con ammirazione di un’infermiera che si impegnava a strappare un sorriso a chi era nelle condizioni peggiori. “La gente di Mariampur mi ricorda – aggiunse – e questa è una medicina potente. Tanti mi scrivono, così passo tanto tempo a leggere le lettere in bengalese, spesso con grafia incerta. Traduco e scrivo tutto qui, in questo quaderno che è solo per me. Leggo e rileggo, e ogni volta arriva un ricordo nuovo, nasce in me una preghiera nuova…” Strappò ai medici il permesso di ritornare per qualche settimana, e fu un pellegrinaggio di saluto, abbreviato dall’aggravarsi delle sue condizioni. Qualcuno gli scattò una fotografia che lo riprese di spalle, mentre pedalava faticosamente su un sentiero fangoso, tenendo sul portabagagli della bici una grossa croce di legno da consegnare alla gente in attesa della sua visita. Una fotografia che dice tanto, tantissimo della sua vita, e che circola ancora adesso fra noi. Morì poco dopo il suo ritorno in Italia, a Cles, nel 1991. Dopo tanto tempo, a Marianpur e in vari “sotto-centri”, ancora organizzano ogni anno una giornata di ricordo e preghiera per lui, animata da un torneo di calcio: il “Menapace Football Tournament”.

Pochi chilometri prima di raggiungere Rangpur, il centro urbano più grande del nord, chiedendo a destra e a sinistra riusciamo a imboccare una stradetta, a sinistra, che con qualche giravolta e molte informazioni raccolte da passanti, ci permette di arrivare a Khalisha verso la una, accolti dalle Suore dell’Immacolata (PIME) che hanno qui una comunità con tre suore bengalesi e due indiane. Accoglienza come sempre piena di cordialità, e pranzo arricchito da una conversazione interessante, che ci aggiorna reciprocamente di tanti avvenimenti grandi e piccoli. Poi, senza sentir ragioni, spediscono il vecchietto (che sarei io) a riposare, mentre p. Gian Paolo viene accompagnato a compiere il suo rapido ma intenso “pellegrinaggio” tra famiglie che conosce o che vuole conoscere. Khalisha, era un sottocentro di Boldipukur, dal quale si staccò quando p. Giovanni Vanzetti – che si era sempre dedicato alla popolazione Orao – si stabilì là e ne fece nascere una nuova parrocchia, nel 1980. Non era alla prima esperienza. Era tenace, convinto, molto sensibile schivo, affezionato alla sua terra e diocesi di origine, Saluzzo (Cuneo), con cui teneva molti rapporti e da cui si sentiva “mandato”. Proprio non aveva l’aria del leader energico e indaffarato, al contrario, a tratti sembrava addirittura impacciato; ma una dopo l’altra fondò tre missioni nuove, tutte in area a prevalenza Orao – il popolo a cui era più affezionato nonostante i numerosi contrasti e grattacapi che dovette affrontare: prima a Pathorghata (1962), zona archeologica su terreni contesi; poi Khalisha (1980), e alla fine Lohanipara (2007). Delle strutture che mise in piedi, tutte di modeste dimensioni e costruite in economia, a Khalishanon rimane praticamente nulla, ma il lavoro di evangelizzazione e pastorale non è stato cancellato.
(continua)

Viaggio – 5

Ci lasciamo alle spalle la strada a quattro corsie ben asfaltate, procedendo verso nord con tratti molto malmessi, altri in corso di rifacimento, e tanti ponti in costruzione. Il terreno in Bangladesh è quasi ovunque morbido, e il lavoro per costruire o asfaltare le strade è complesso: prima di tutto, quasi ovunque la strada deve essere sopraelevata di alcuni metri rispetto al terreno circostante, perché non finisca allagata alle prime piogge. Si sposta dunque un’enorme massa di terra, e poi si scava in profondità nella striscia sopraelevata, preparando il “letto” a vari spessi strati di sabbia e di terra, pazientemente spianati e compressi uno dopo l’altro, fino a mettere poi ghiaia di mattoni (o di pietra), anche questa da comprimere e spianare; e finalmente arriva l’asfalto; ma se si vuole un lavoro che duri a lungo bisogna ricorrere ai lastroni di cemento. Inoltre, se si tratta – come in questo caso – di allargare una strada già esistente, bisogna anche liberarsi delle case costruite sui margini: si demoliscono, o almeno si “affettano”, abbattendo la parte che dà fastidio, e recuperando in qualche modo il resto – se possibile.

Attraversiamo un’area dove si dice che venga prodotto il miglior “doi” di tutto il Bangladesh, poi prendiamo la circonvallazione nuova di Bogra, una città in crescita di cui ho parlato in una scheggia della serie “Charles de Foucauld”, perché vi ho trascorso quasi due anni(1981-82 se non sbaglio) con p. Achille Boccia e p. Gianni Zanchi. Cercavamo – nel linguaggio che si usava nel primo periodo del dopo-Concilio Vaticano – “vie nuove” per l’evangelizzazione, anche là dove non ci si poteva appoggiare ad una presenza cristiana cui offrire un servizio pastorale. A Bogra infatti c’era un’unica famiglia cattolica, e poche altre di diverse denominazioni cristiane; tutti erano hindu e soprattutto musulmani; stranieri non se ne vedevano. Qualcuno ci disse perplesso: che cosa andate a fare a Bogra, dove non c’è nessuno?

Quel tentativo ebbe vita breve per ragioni diverse, una delle quali era la mia incapacità ad agganciare rapporti basati soltanto sul desiderio di conoscersi e dialogare: suscitavo sospetti, o non riuscivo a smuovere l’indifferenza. P. Achille e p. Gianni riuscirono a combinare qualche cosa più di me, ma anche loro dovettero rinunciare: Achille per malattia, Gianni perché eletto superiore regionale del PIME in Bangladesh. Fu una ritirata un po’ triste, ma per fortuna non ci mancavano alternative; inoltre, in seguito venimmo a sapere che qualche piccola cosa era rimasta. Nel 1988 infatti, rimessa in sesto la salute, p. Achille riprese il discorso, con un’idea un po’ più precisa: organizzare un luogo dove i cristiani si riunissero a pregare, proprio in mezzo ai musulmani; pregare per loro e anche con loro, nell’intenzione e nella collocazione. Mentre si stava sistemando, gli capitò di incontrare uno dei giovani che era stato con lui volontario per aiutare le famiglie con disabili. Da lui seppe che, dopo la sua partenza, un medico a cui si rivolgevano per disabili ammalati, aveva chiesto come mai non si fosse più visto nessuno. Il giovane rispose che il Padre straniero era andato via, e questo fece riflettere il medico: “Perché stare con le mani in mano aspettando che ritorni uno straniero per fare ciò che dovremmo fare noi?” E in qualche modo diede continuità all’iniziativa che era stata forzatamente abbandonata, ma aveva lasciato, a nostra insaputa, un seme che era germogliato.

Achille affittò una casa (per la cronaca, un ex pastificio…) e si mise a disposizione per guidare ritiri spirituali. In Bangladesh allora non erano disponibili luoghi e strutture predisposte a questo scopo, e lui ne propose uno… assurdo: un ritiro spirituale in una casa qualunque, senza giardino in cui passeggiare, senza cappella bella e accogliente, in un quartiere dove non mancavano rumore e distrazioni, a due passi da “Sat Matha”, il punto più trafficato della città. Si fece autore, editore e diffusore di “Atma o Jibon” (Spirito e Vita), una rivista di spiritualità che scriveva tutta lui, a mano, in bengalese, mandandone fotocopie a chi era interessato. Trovò persone che desideravano e apprezzavano il suo impegno, ed ebbe richieste di guidare giornate o settimane di preghiera e ritiro per catechisti, seminaristi, suore e preti. Si trattava di una proposta originale non solo per il luogo, ma anche per il metodo, che comprendeva tra l’altro una meditazione passeggiando al bazar, e offriva prospettive inedite e stimolanti, che aiutavano a non considerare la vita spirituale semplicemente come una parentesi diversa, e un po’ astratta, rispetto alla vita “normale”, e anche a interiorizzare il fatto che noi cristiani siamo una presenza numericamente insignificante, ma che non deve chiudersi a riccio.

Poi Achille dovette di nuovo lasciare Bogra (1999) e p. Carlo Dotti, con l’aiuto di P. Francesco Rapacioli, continuò i programmi di ritiri. Ma le situazioni evolvono, ed era iniziata la “concorrenza” di altre strutture più comode e accessibili. I ritiri si diradavano, e con p. Dotti, poi p. Meli e infine p. Buzzi la casa divenne sede di un ostello per studenti in ricerca vocazionale, e un centro pastorale per i cristiani che gradualmente aumentavano di numero, venendo a lavorare nella città. Infine, il gruppo vocazionale venne trasferito a Dinajpur, e il PIME passò tutto quanto alla diocesi di Rajshahi, che vi manda un prete diocesano. Il servizio di doposcuola per i poveri che da anni si svolgeva tutti i pomeriggi venne trasformato in una vera e propria scuola elementare intitolata a S. Silvia.

Vorremmo passare a salutare p. Lipon, il giovane prete – mio ex alunno – attualmente residente lì, e sentire come va; ma entrare in città richiede tanto tempo, e dobbiamo rinunciarvi: con rammarico, si tira dritto…
(continua)

Viaggio – 4

CORREZIONE. Nella scheggia “Viaggio – 1”, ho scritto che siamo partiti da Dhaka sabato 16 gennaio 2021. Giusto. Nella scheggia “Viaggio – 2” ho scritto che siamo ripartiti da Zirani domenica 27 gennaio. Sbagliato. Siamo rimasti a Zirani soltanto una notte, perciò siamo ripartiti domenica 17 gennaio 2021, non il 27. Mi scuso e auguro a tutti… buon viaggio…

Oltre Mirzapur e l’ospedale Kumudini, si procede verso ovest sulla strada ora a quattro corsie, salvo qualche lungo tratto con lavori in corso. Molta campagna, villaggi, bazar, risaie a perdita d’occhio. Non sono al corrente di alcuna presenza di comunità cristiane in quest’area del Bangladesh. Dopo oltre un’ora, si arriva al Jamuna – nome locale del fiume che conosciamo come Brahmaputra (Figlio di Brahma). Scende dal nord, più a sud incontra il Gange e, insieme, i due fiumi formano il grande delta, una “ragnatela” di corsi d’acqua che sfociano nel golfo del Bengala.

Nel 1998 è stato inaugurato il ponte che collega le due rive del Jamuna, collegando le regioni est e ovest, via strada e per ferrovia. È un’opera di ingegneria molto complessa, lunga quasi 5 chilometri (4.800 metri), su cui tutto ciò che so mi è stato spiegato da p. Carlo Buzzi. Durante gli anni in cui veniva costruito, p. Carlo si coinvolse con maestranze e lavoratori stranieri e bengalesi, facendo loro da “cappellano”, non so se ufficiale oppure no, e scoprendone i “segreti”. Mi ha spiegato alcuni complessi problemi tecnici per la costruzione, soprattutto quello delle sponde. L’enorme massa d’acqua che scende dall’Himalaya, durante la stagione delle piogge erode le sponde sabbiose facendo crollare interi villaggi, forma nuove isole, muta i giochi delle correnti, e metterebbe gravemente a rischio la stabilità del ponte. È stato necessario un grande lavoro per consolidare le sponde, “fermarle” con muraglioni enormi; inoltre, con il fiume in piena si formano vortici profondissimi che possono “rosicchiare” il fondo al di sotto dei muraglioni facendoli crollare.
Perciò speciali barconi perlustrano le rive per identificare i gorghi e dare l’allarme a grosse chiatte, che accorrono per scaricare nei vortici blocchi di cemento e così “scombinarli” (linguaggio da incompetente, ma spero che sia chiaro) per impedire l’erosione. Anche i piloni sono costruiti con particolari accorgimenti che li rendono stabili nonostante il fondo sabbioso.

Oggi la nebbia ci impedisce di vedere il maestoso panorama del fiume, fino a qualche anno fa ingentilito dalle vele di barche da pesca e chiatte da trasporto che lo percorrevano, ora sostituite da motori. C’è acqua a perdita d’occhio o, nella stagione secca, grandi isole sabbiose che affiorano, in poco tempo coprendosi di verde brillante, dove povera gente dalle due rive si avventura per coltivare qualcosa o pascolarvi mucche – nella speranza che non arrivino impreviste violente piogge fuori stagione e tutto venga spazzato via…

Frequentando chi lavorava per il ponte, p. Carlo si interessò anche ai guardiani notturni delle numerose, piccole fabbriche di tessuti, tecnicamente ancora molto rudimentali, che si trovano oltre la sponda ovest del fiume. Si tratta di cristiani, che appartengono alla popolazione “Mandi” (chiamati anche Garo), e provengono dal nord est del Bangladesh. Uno dopo l’altro, hanno conquistato la fiducia dei proprietari, in qualche modo ottenendo il “monopolio” di questo poco ambito mestiere, per lo più lavorando lontani dalle famiglie, guardiani durante la notte e conduttori di riksciò durante il giorno. I Mandi gli dissero che volevano un prete con loro e che ne valeva la pena perché erano parecchi, un migliaio. Presto p. Carlo si accorse che in realtà si trattava di un centinaio di persone e non di più, ma non li volle deludere. Perciò aggiunse anche questo ai molti impegni che già aveva nella vasta area, quasi priva di cristiani, della missione di Gulta, diocesi di Rajshahi. Fra l’altro, aveva aperto e sosteneva piccole scuole in vari villaggi di aborigeni, e altre fra i poveri, fra cui molti fuori casta hindu, nel capoluogo Sirajgonj, cittadina sulla riva del fiume, sempre a rischio di venire inghiottita dalle sue acque… Una curiosità: a Sirajgonj p. Carlo si dedicò anche ai… defunti, “riscattando” con grande fatica e sistemando un cimitero cristiano lasciato dai coloni britannici e da decenni completamente abbandonato e indecoroso, che ora si presenta bene ed è un dignitoso testimone della storia, oltre che quasi una curiosità turistica.

Fuori città, a pochi chilometri dalla strada che stiamo percorrendo, p. Carlo diede vita ad un villaggetto dove i bambini mandi vanno a scuola, e pure gli adulti, da soli o con la famiglia, hanno un punto di appoggio. Poco lontano, su un altro terreno, ha costruito una chiesetta e spazi per incontri, catechesi, attività varie. Un “centro mandi”, piccola isola cristiana fra bengalesi hindu e musulmani.

Sarebbe bello passare a salutarli, si è sempre bene accolti; ma oggi proprio non possiamo. Proseguiamo in fretta per quasi un’altra ora, arrivando allo svincolo dove la strada si dirama verso nord, ovest e sud.

A questo punto è quasi automatico fermarsi al “Food Village” (Villaggio del Cibo) che, insieme al suo gemello posto a qualche chilometro verso nord, in Bangladesh è forse l’unica struttura di ristorazione paragonabile ai nostri “Autogrill”. Nelle ore di punta, anche in piena notte c’è una ressa incredibile di autobus e di passeggeri che approfittano del servizio di bar, ristorante, toeletta, vendita di ottimo “doi” (una deliziosa specie di yogurt), bancarelle con frutta, kebab, ecc. ecc. e da qualche tempo anche un caffè dalla macchinetta automatica che è il meglio della produzione locale. Perfino gli italiani, che in materia sono schizzinosissimi e si ritengono gli unici al mondo che sanno preparare un caffè degno di questo nome, quando lo assaggiano arricciano il naso, ma ammettono a mezza bocca: “Non è un caffè, ma si può bere”. Io non lascio scappare l’occasione per gustare uno o due “tanduri”, specie di piadine emiliane croccanti e leggere che, servite calde, sono ottime. Ma il timore che il Covid 19 sia in agguato nella ressa del Food Village è più forte della golosità, e questa volta Gian Paolo e io ci limitiamo al caffè automatico con bicchierino in plastica. Poi ripartiamo, prendendo la strada che va a nord.
(continua)

Viaggio – 3

Pochi chilometri oltre la scuola e l’ostello degli Avventisti, attraversiamo un bazar da dove si diparte una strada che percorsi anni fa, alla ricerca di una zona ancora afforestata dove, a quanto avevo sentito dire, si trovavano famiglie non cristiane e cristiane di varie denominazioni. Appartengono ad una popolazione in parte assimilata ai bengalesi – specialmente indù – insediatasi in ordine sparso in varie aree del Bangladesh. Le sue origini sono discusse, le tradizioni indebolite fino a scomparire; culturalmente, socialmente ed economicamente il gruppo è in gravi difficoltà.

Cercai la casa di una famiglia che conoscevo, e in breve tutti seppero che era arrivato uno straniero. Iniziò una raffica di inviti pressanti, perché ciascuno voleva esprimere la sua gioia e offrire un tè, per passare poi, senza altri preamboli, a richieste molto concrete e insistenti: riparazione della casa, terreno per una cappella (vorremmo proprio diventare cattolici!), cure mediche, scuola per i figli, acquisto di una mucca, e via chiedendo. M’indicarono anche una casa, un po’ in disparte, per visitare un’ammalata. Era sui vent’anni, debilitata, in condizioni che apparivano gravi. Mi assicurarono che aveva fatto diversi esami in vari ospedali, ma occorrevano soldi per farne ancora. “Potreste accompagnarla al nostro centro per i malati di tubercolosi”. “No, non ha la tubercolosi, dacci i soldi, ci pensiamo noi”. L’ammalata mostrò di ricevere volentieri una benedizione, poi telefonai a suor Berchmans, allora direttrice del Centro Assistenza Malati, che mandò l’ambulanza per portarla a Rajshahi (circa 100 chilometri di distanza), dove sapevo che avrebbero fatto le cose bene. In seguito, suor Berchmans mi disse che la giovane aveva rischiato di morire durante il viaggio, ma ce l’aveva fatta, ed effettivamente aveva una grave forma di tubercolosi ormai avanzata. Dopo pochi mesi stava bene e ritornò a casa.

Da allora la mia fama (!) si è diffusa, e ancora oggi, dopo oltre 10 anni, ogni tanto qualcuno telefona dicendomi che ci conosciamo benissimo, ci siamo visti proprio in quel giorno famoso, e ora lui o lei si aspetta… no, non una benedizione, ma che io l’aiuti con qualche donazione più concreta: se avevo aiutato allora, perché non anche adesso? Che cosa sono queste preferenze?… Molti pensano di aver diritto a ricevere aiuti economici, perché questo è “il mestiere” dei missionari – se così non fosse, perché mai vengono qui? E a quale scopo mio zio s’è fatto battezzare, mio cugino ha “confessato che Gesù è il salvatore” e il Pastore tal dei tali ha fatto riparare i tetti delle case a chi va nella sua chiesa? A parere non solo mio, l’approccio con questo popolo da parte dei missionari di diverse confessioni è avvenuto in modo concorrenziale e decisamente sbagliato, e pur non essendone l’unica causa, ha contribuito ad accrescere una mentalità passiva e dipendente, che non li ha aiutati affatto, e che ha reso i rapporti ambigui e difficili. Mi piacerebbe ritornare a quel villaggio, ma non lo faccio per non rinvigorire la “caccia”, che saltuariamente continua con ammirevole tenacia, nonostante tutti i miei “no”…

Più avanti, proseguendo su una circonvallazione, lasciamo alla nostra sinistra Mirzapur, la cittadina dove si trova una delle opere benefiche meglio organizzate ed efficaci che io conosca in Bangladesh. Si tratta del “Kumudini”: ospedale ampio e di buona qualità, con prezzi contenuti, scuola infermiere, e ora anche corsi di laurea in medicina. Kumudini è il nome di una donna che all’inizio del secolo scorso morì dando alla luce il figlio, Ranada Prasad Shaha. Di famiglia indù molto ricca, Shaha custodì in sé la pena per la morte della mamma che non aveva potuto conoscere, e decise di fare qualche cosa per migliorare i servizi sanitari del Bengala (allora parte dell’India e colonia britannica), specialmente per le donne. Creò una fondazione che 88 anni fa incominciò i suoi servizi con grande attenzione ai poveri.

Nel 1971, quando le opere della Fondazione erano parecchie e stimate, durante la guerra che portò il Bangladesh all’indipendenza l’esercito Pakistano sequestrò Shaha e suo figlio, e fino ad ora nessuno sa come e dove siano stati uccisi. Era la “politica” del Pakistan: battere la rivolta decapitando il Bengala dei suoi uomini migliori. Ma la fondazione è sopravvissuta grazie all’impegno di altri famigliari, e ora gestisce diversi ospedali, scuole, ostelli femminili, e centri di ricerca in varie parti del Paese. La più recente iniziativa è un nuovo ospedale a sud di Dhaka, con trecento letti e una sezione specializzata per cura e ricerca sui tumori, con 50 posti.

L’ambiente e l’atmosfera al Kumudini sono aperti, professionalmente buoni, attenti alle persone. I corsi per infermiere e infermieri sono considerati ottimi. Fratel Joseph Aind, missionario del PIME ora in Cameroun, li ha frequentati anni fa come parte della sua preparazione, e ne è rimasto soddisfatto – non solo perché circondato da ben 70 studentesse… Pure chi non può pagare è ammesso: rimborserà lavorando, non ricordo se per due o tre anni, con stipendio ridotto al Kumudini stesso. Fra le studenti, sono numerose le suore e giovani cristiane, a cui viene dato spazio per vita comune, preghiera, celebrazione domenicale della Messa – responsabilità che ultimamente è ricaduta proprio su p. Gian Paolo, che viene spesso qui a celebrare o per accompagnarvi ammalati.
(continua)

Viaggio – 2

Per fortuna ci siamo attrezzati con abiti invernali, perché il vento che soffia a Zirani nella serata del 26 gennaio entra allegramente nelle stanze, costruite pensando solo come evitare il caldo, e ci intirizzisce. Ogni anno il freddo invade il Bangladesh brevemente, ma fa soffrire milioni di persone non attrezzate ad affrontarlo, dà a partiti politici e benefattori l’occasione per distribuire coperte ai poveri, mentre commercianti improvvisati espongono lungo le strade mucchi di golf, maglie e indumenti che verranno usati per pochi giorni e poi lasciati in qualche angolo per undici mesi…

Siamo alla prima tappa del viaggio Dhaka-Dinajpur, al Centro Gesù Lavoratore, nel cuore di un’ampia zona trasformatasi rapidamente da rurale ad industriale, a circa 40 chilometri da Dhaka, con fabbriche ed edifici grandi e piccoli costruiti in ordine sparso.

Il Centro ha un cortile interno relativamente grande, usato per giochi, incontri, liturgie, e due edifici che ospitano la chiesa, la comunità delle suore del PIME e i due padri, un ostello per lavoratrici, e uno per lavoratori, un asilo nido, qualche ufficio, la cucina all’aperto che serve tutti.

È stato progettato e realizzato per venire incontro alle esigenze di cui i nostri missionari – p. Baio, p. Gualzetti, p. Ballan – si rendevano conto mentre avviavano la nuova parrocchia urbana di Mirpur, cercando contatti ovunque si potessero avere, anche molto lontani dalla sede parrocchiale. Trovavano tanti immigrati cristiani isolati e smarriti, con possibilità praticamente nulle di frequentare comunità cristiane. A loro volta, i responsabili della scuola tecnica di Dinajpur, specialmente Fratel Massimo, vedevano l’urgenza di preparare i ragazzi, provenienti da zone rurali tradizionali, non solo ad essere buoni meccanici, carpentieri, elettricisti, ma ad entrare nella giungla suburbana, nel mondo del lavoro, per trovare un impiego e per vivere in modo dignitoso e sereno in quell’ambiente per loro del tutto sconosciuto. Pensa e ripensa, i missionari di Dhaka e di Dinajpur hanno unito le forze passando ai fatti. Trovare e comprare il posto adatto e disponibile non è stato facile, ma ce l’hanno fatta, e l’iniziativa è partita: con gli ostelli, dove i giovani possono rimanere per un certo tempo, mentre cercano lavoro e poi una abitazione adatta; e organizzando interventi pastorali e sociali adeguati.

Si potrebbe dire che il Centro è come una parrocchia, ma disegnata sulle esigenze dei lavoratori, di cui le parrocchie tradizionali – rurali o urbane – non sono abituate a tener conto. L’adattamento più evidente è quello di svolgere la liturgia domenicale il venerdì, che in Bangladesh è il giorno di riposo settimanale, perché solo il venerdì le fabbriche concedono un giorno, o almeno qualche ora libera. Ma è importante anche stabilire rapporti di collaborazione con le parrocchie di origine, che sono legate agli usi tradizionali, specialmente per i matrimoni. I giovani che si trasferiscono lontano, per ragioni di lavoro ed economiche non possono seguire queste regole (incontri tra famiglie, visite, offerte di regali…),e per questo rinviano o si adattano a convivere, in attesa di poter celebrare secondo le regole… Le iniziali difficoltà ad intendersi con le parrocchie di origine, con pazienza si sono quasi superate; ora a Zirani si interviene con corsi prematrimoniali e celebrazioni che liberano i giovani da questi problemi. La presenza di un Centro “per loro”, attrae molti, non soltanto cristiani, specie appartenenti a gruppi etnici di minoranza, che trovano possibilità di aggregazione e di iniziative varie – dal torneo di calcio alle conferenze sulla giustizia sociale, dalla celebrazione di feste all’attenzione per gli ammalati… Insomma, un’iniziativa indovinata e, dopo iniziali perplessità e critiche, apprezzata. Ormai non sono pochi a dire che ce ne vorrebbe altre simili in altre zone.

La mattina del 27, domenica, Gian Paolo e io celebriamo l’Eucaristia alle 5.30 e partiamo con il buio. È stagione di nebbie, e infatti oggi c’è nebbia, ma non troppo fitta, e si può viaggiare bene. Proseguiamo sulla strada che sale verso nord. Recentemente sono stati fatti lavori molto impegnativi per migliorare la viabilità in Bangladesh. Questa strada, che collega il resto del Paese con tutto il quadrante nord ovest, chiamato “Uttorbongo”, ha ora molti tratti larghi e scorrevoli; rimangono da completare gli attraversamenti dei centri abitati, e per questo un buon numero di sovrappassi sono ora in costruzione.

Dopo pochi chilometri c’è lo svincolo di “Chondra”, con la direzione e parecchi stabilimenti della Walton, una ditta in rapida crescita. Proprietà di quattro fratelli bengalesi, produce materiale e macchinario elettrico, frigoriferi, televisori, motociclette e dicono che stia ora puntando anche sulle automobili.

A Chondra prendiamo la direzione ovest, verso il fiume Brahmaputra. La zona ci è nota anche per un grande ostello con scuola gestito dagli “Avventisti del Settimo Giorno”, che ospita centinaia di studenti di varie provenienze cui offrono un buon servizio, ma con l’esplicito obiettivo di convertirli, anche allettandoli con facilitazioni, sconti e privilegi vari.

(continua)

Viaggio – 1

Qualche settimana fa mi lanciai in un coraggioso esperimento: “ispirato” dalla notizia della prossima canonizzazione di Charles de Foucauld, scrissi alcune schegge a puntate (assoluta novità editoriale), e per di più parlando della mia storia personale. Pensavo che l’iniziativa mi avrebbe fatto perdere almeno un milione dei miei affezionati lettori, invece… ne ho guadagnati 2 (no, non due milioni, due lettori!). Ingolosito dallo strepitoso successo, riprovo, narrando a puntate un viaggio compiuto recentemente: un modo per parlare di dove siamo e che cosa facciamo, cioè qualche cosa che forse finora ho “scheggiato” poco…

P. Gian Paolo Gualzetti, lecchese fino al midollo, è un ottimo autista e un famoso viaggiatore. Gestendo un pulmino avuto in regalo da Gisella e Vittorio con amici, trasporta passeggeri e merci di ogni tipo, e quando parte sa dove arriverà. Ciò che non sa esattamente è quando, e ancor meno dove, e con chi, farà tappa. Partendo, prevede sempre qualche “piccola” deviazione con visita, ma viaggiando vengono in mente altre possibilità, i ricordi si risvegliano, deviazioni e tappe diventano una tentazione. A Dhaka, dove ha fondato una parrocchia di “urbanizzati”, Gian Paolo ha conosciuto persone provenienti da tutto il Bangladesh, e ora che dirige il “Centro Gesù Lavoratore” in località Zirani (quaranta chilometri a nord ovest di Dhaka) ne conosce molti altri, quasi tutti giovani, alcuni dei quali sono vissuti con lui e con le suore del PIME al Centro. Li ricorda e li incontra volentieri, oppure passa a salutare mamme, sorelle e papà portando e ricevendo notizie. Di solito non avvisa: meglio arrivare all’improvviso, piuttosto che mobilitare la famiglia intera per assassinare polli, impastare dolci, preparare collane di fiori per l’accoglienza, radunare il vicinato… e poi sentirsi in colpa se non si fa abbastanza onore mangiando a quattro palmenti, a rischio di addormentarsi poi mentre guida verso la meta. Ogni crocicchio, bivio, viottolo gli fa venire in mente… ah, da queste parti abita la famiglia di Shilpy, che è venuta a Zirani dimenticando a casa il golf… passiamo, lo prendo e glielo porto… Più avanti c’è una coppia che ho sposato sei mesi fa… I passeggeri, se non sono nervosi e affrettati, scoprono villaggetti, famiglie, giovani e anziani che accolgono volentieri, fanno festa, danno notizie ne ricevono, garantite dall’autorevolezza del Padre…

Questa volta è toccata me, unico passeggero di un viaggio Dhaka-Dinajpur – circa 350 km, senza contare le digressioni. Si parte alle 9.40 di sabato 16 gennaio. Orario insolito: Gian Paolo, noto lavoratore notturno, era abituato a viaggiare solo di notte, ma ora parte la mattina prestissimo, perché con il passare del tempo anche la notte è diventata sovraffollata di traffico come il giorno, e tutti viaggiano con gli abbaglianti accesi: un fastidio incredibile e un rischio notevole. Solo tra la fine della notte e l’inizio della giornata, si può trovare una strada quasi libera e viaggiare abbastanza velocemente. Attraversiamo la vasta area industriale di Savar. Ogni volta, arrivando al bazar più grande della città, torna alla mente la strage di 1.200 operai che avvenne qualche anno fa proprio lì, quando crollò un palazzo di cinque piani che ospitava varie fabbriche, e anche il Centro Gesù lavoratore ebbe le sue vittime. Più avanti si attraversa la EPZ – area industriale “a statuto speciale, la cui produzione è esclusivamente destinata all’esportazione, tanto che le merci sono sottoposte a controlli doganali. Nelle ore di cambio dei turni di lavoro, fiumi di lavoratrici e di lavoratori entrano ed escono in fretta, a piedi, o scendendo da autobus fatiscenti che si fermano in tutte le possibili posizioni ostruendo le strade. Si ricorda allora una carissima coppia di amici italiani che aveva avviato là una fabbrica di tessuti, a mio parere un “esperimento” di vera missionarietà laicale. Fabbricare tessuti… missionarietà laicale? Sì. Hanno realizzato una realtà industriale che cercava il profitto, come fa ogni azienda seria, ma dando assoluta importanza ai rapporti umani, alla sicurezza, alla giustizia, all’onestà, al rispetto e alla fiducia, alla sostenibilità ecologica. Impegni non piccoli, perseguiti con tenacia, fatica e successo, finché problemi di famiglia li hanno costretti a vendere e tornare in Italia. Ora la fabbrica continua a produrre, ma la buona fama che aveva (chi lavorava “da Berto” era invidiato da tutti!) e la stima che riscuoteva si stanno dissolvendo nella normalità…

Arriviamo al Centro Gesù lavoratore in meno di due ore, non c’è male, visto l’orario. Ci accoglie P. Piero Parolari, compagno di servizio in questa iniziativa unica in Bangladesh, che pian piano si sta facendo conoscere e anche apprezzare dal clero locale, all’inizio indifferente o sospettoso. Un’occhiata ai due edifici del Centro inevitabilmente fa pensare a Alberto Malinverno, l’ingegnere volontario dell’ALP (Associazione Laici PIME) che li ha disegnati e ne ha curato la costruzione, dando un tocco che i vari architetti dilettanti della nostra comunità non sanno a dare. Passiamo a salutare le tre suore che stanno qui, fra cui suor Pauline, in attesa di partire – virus permettendo – come missionaria in Brasile. Un’attesa dinamica a dire il vero, perché suor Pauline conosce quasi tutti, e non le piace star ferma ad aspettare che qualche cosa succeda…

Dopo pranzo, accogliamo anche noi il pulmino delle Suore che arrivano da Khulna: sono in corso “trasferimenti” di superiore delle loro comunità – un andirivieni che ogni anno avviene a gennaio.

Poi, pomeriggio tranquillo, guardando i cambiamenti che avvengono attorno. Lo spazio accanto a noi a sinistra era stato riempito di “container” vecchi, scassati, arrugginiti, messi lì come segno di possesso da parte di uno dei vari che si contendono la proprietà del terreno. Ora i container sono spariti, ma non so chi abbia “vinto”… Dalla parte opposta, c’è un fiumiciattolo lento, perennemente blu intenso per gli scarichi di alcune tintorie. Il terreno fra il fiume e il nostro recinto, regno di anitre e topi, ora è completamente occupato da mucchi di spazzatura accanitamente ispezionati da selezionatori che recuperano e rivendono quasi tutto. Il riciclaggio artigianale è un’arte molto praticata in Bangladesh, attuata con grande ingegnosità da molti poveri, soprattutto bambini e donne, con altissimo rischio per la salute. Dietro il nostro edificio, una miriade di stanzette precarie affittate a lavoratori con pochi mezzi, e davanti uno spazio non grande ma considerato campo da calcio, e pure giardino di giochi per i bambini dell’asilo nido che permette a numerose mamme e papà di andare al lavoro, lasciando i figli in buone mani. Pochi anni fa c’erano risaie ovunque, ora il panorama è complesso: industrie, discariche, spazi vuoti, negozietti.

Una piccola moschea là vicina ha altoparlanti ben orientati, potentissimi; il richiamo alla preghiera del tramonto accompagna l’inizio della celebrazione della nostra Messa; siamo solo in tre, tutti sono negli stabilimenti, in cucina, sulle strade, al bazar, qualche devoto alla moschea… (continua)

Insieme

“Da gennaio a dicembre 2020, da Rancio ci hanno lasciato otto confratelli. Nel solo mese di gennaio di quest’anno 2021, altri otto confratelli ci hanno lasciato. Cinque sono ancora all’ospedale: Fratel Agostino Sacchi, suor Samuela, p. Chiesa, p. Andena, p. Trobbiani.”. Questo il laconico messaggio ricevuto a fine gennaio da p. Quirico Martinelli, missionario in Bangladesh, attualmente rettore della comunità di Rancio. Era stato preceduto dalle notizie sulle ultime ore, e sulla morte, di p. Luigi Carlini.

A Rancio, quartiere di Lecco, c’è la casa per missionari anziani e ammalati del PIME; dopo mesi di vita “blindata” per proteggersi, il virus è entrato e l’ha fatta da padrone. Ma che c’entra questo con una scheggia che si definisce “di bengala”?

C’entra, perché ha fatto emergere qualcosa che noi, missionari del PIME in Bangladesh, raramente esprimiamo. Ci sentiamo donati al Bangladesh, paese che critichiamo e di cui brontoliamo forse, ma che amiamo e da cui non vogliamo staccarci; allo stesso tempo, nel profondo, ci sentiamo del PIME. Un’istituzione, certo; ma ciò che ci tocca sono le persone che ne fanno parte. I nomi che si susseguivano nei “bollettini” di malattie e di morti mandati da p. Quirico sono tutti di persone che conosco bene, che hanno lavorato ai quattro angoli del mondo, alcuni dei quali non ho rivisto da molti anni, ai quali voglio bene. La loro sofferenza e la loro morte hanno portato a galla con dolore, ma anche con un senso di gioia e di gratitudine, la mia ammirazione per loro. Prima che se ne andasse anche p. Carlini, un intenso articolo di p. Gianni Criveller aveva parlato degli altri, con pennellate cariche di simpatia, includendo anche p. Pippo Filandia l’unico che è morto per il virus non a Lecco, ma a Catania, città di cui era originario.

Conoscevo bene p. Carlini; nel messaggio che dà notizia della sua “partenza” e che riassume molto brevemente la sua vita, p. Marco – segretario generale del PIME (caro p. Marco, immagino la tua pena e fatica nel preparare in un solo mese ben nove necrologi!) – riprende un suo pensiero da un’intervista che aveva concesso a Mondo e Missione, quando la salute lo aveva costretto a ritornare definitivamente in Italia, dopo48 anni di servizio nell’Amazzonia brasiliana: “Il Signore mi ha dato la grazia di saper camminare insieme alle persone, accanto a loro. Con tutti, anche con chi sta in una prigione. Un giorno, in prigione, un uomo pianse molto con me perché vedeva che ero trattato come un detenuto. Ma io anche lì ho sempre agito nello stesso modo: è la relazione personale che crea lo spazio per mostrare il volto di Dio. Se fossi entrato nelle carceri tra i detenuti in un modo diverso, loro non avrebbero accolto questo spazio di misericordia, questa occasione per la conversione. Quando Gesù diceva: Fai questo in memoria di me, non stava solo chiedendo di dire Messa, ma stava chiedendo di portare Messa nella vita, nella vita di tutti i giorni. In questo cammino sono anche cresciuto e cambiato. Cresciuto e cambiato molto».

Proprio così. Ognuno s’immerge nell’ambiente che il Signore ha affidato al suo servizio missionario, in paesi lontani; in questa immersione si cresce e si cambia “da missionari”, perché i cambiamenti sono condizionati insieme dal messaggio di cui vogliamo essere testimoni, e dall’ambiente in cui ci troviamo. Le differenze fra noi in un certo senso aumentano, ma non ci si dimentica! Gli anni di seminario, esperienze fatte in comune, come i sei anni che ho trascorso nella Direzione Generale con P. Severino Crimella e a P. Amadio Bortolotto, o la conoscenza fatta con p. Bruno Mascarin e con il suo silenzioso, intenso zelo missionario sulle rive del Rio delle Amazzoni… Queste morti hanno fatto affiorare sentimenti profondi, legami di comune vocazione e impegno di cui quasi non ci si rende conto, ma sono forti. Quando ci arrivano brandelli di notizie sui missionari di altri paesi, notizie gioiose o tristi, di successi o di crisi, sembra che non ci facciamo caso, ma in realtà sentiamo che ci riguardano e ci toccano, ne siamo orgogliosi e contenti, o perplessi e dispiaciuti.
Noi missionari del PIME siamo pochi, poco più che quattro gatti, sparpagliati in 19 paesi di cinque continenti; non parliamo molto del nostro istituto, non ci sentiamo a nostro agio etichettando tutto ciò che facciamo; ma ci siamo. Ciascuno, pure se almeno in parte “riplasmato” nel mondo a cui è stato inviato, sa che ci sono altri con cui ci si vuol bene, e che abbiamo in comune la “follia” di voler amare Gesù nella gente con cui ci troviamo. Siamo lontani, non ci incontriamo in alcuni casi per decenni, ma qualche cosa che ci accomuna pur nelle nostre grandi diversità c’è. E basta un’eco anche occasionale e leggera, oppure la notizia triste di una morte che non aspettavamo, per farci capire che siamo “sparpagliati” – come dicevo – ma non dispersi: siamo insieme.