Lasciare

Quando Gesù dice al giovane ricco: “Vai, vendi tutto, dallo ai poveri; poi vieni e seguimi”, quello s’intristisce e se ne va, in silenzio. Forse gli è mancato il coraggio, che certamente occorre per una scelta del genere; o forse gli è mancato quell’appoggio che sarebbe bastato a fargli compiere il salto? Lo pensavo mentre, dal 3 al 6 agosto, partecipavo alle liturgie, celebrazioni, festeggiamenti, spettacoli che hanno animato la parrocchia di Tumilia (Dhaka), e molti di noi missionari del PIME con rispettivi amici e collaboratori, per l’ordinazione presbiterale di Regan John Gomes.
Era lui, infatti, che veniva ordinato e che era deciso a lasciare tutto, partendo per la Guinea Bissau; ma chi “lasciava” di più non era certo lui.
Lo conosco da quando era all’inizio degli studi di college. Dinamico, impulsivo, pieno di energie e interessi, in ricerca, anche critico e “zuccone”… Lo interpellava la nostra vita qui, lontano dal nostro paese e perciò “per forza” dedicati interamente alla gente a cui eravamo stati mandati. Cercava la sua strada, e si è orientato sempre più chiaramente e decisamente al presbiterato missionario nel PIME. Ma non era una scelta facile: primo di 6 fratelli e sorelle, il papà era morto improvvisamente pochi anni prima, e l’unico fratello – molto giovane – era annegato in uno stagno vicino a casa. Ogni volta che andavo a trovarlo, la mamma mi mostrava piangendo le loro fotografie. Quattro sorelle: una suora nel monastero di clausura delle Clarisse adoratrici a Mymensingh; una gravemente handicappata e bisognosa di assistenza, due che studiano ora nel liceo. Regan non doveva lasciare molti campi, o case, o conti in banca, ma questi “beni” ben più preziosi. Se lo ha potuto fare, certamente è perché ha avuto coraggio; ma ancora di più perché questi suoi cari non solo non hanno posto ostacoli, ma lo hanno sostenuto in tutti i modi nella scelta. Durante le celebrazioni osservo la mamma: sempre silenziosa, sembra quasi che voglia scomparire in mezzo agli altri, senza farsi notare. Ricordo quante volte mi ha chiesto: “Come va Regan? E’ buono? Mi raccomando, lo aiuti a realizzare la sua vocazione; non deve pensare a me!” E osservo la zia, avvocato, sorella del papà, che gli ha confermato tante volte: “Problemi in casa ce ne sono, anche economici; ma tu non preoccuparti, ci penso io, la mia famiglia siete voi. Vai avanti.” Mentre siamo affiancati durante la processione di entrata, le chiedo: “E’ contenta ora?” “Sì, tanto” mi risponde.
Abbracciando Regan subito dopo l’ordinazione, gli sussurro: “Sai che la tua mamma non mi ha mai detto: perché Regan non rimane con me? Mi ha sempre detto: preghi perché io lo affido al Signore, e voglio che sia tutto per Lui.” E in un brevissimo incontro durante queste feste, mi ha mormorato: “Sto dando proprio tutto…”

Zanzare

Una vignetta mostra una grossa zanzara sollevata sulle zampe posteriori, che ascolta con aria compunta e contrita le parole di un severo “maestro” che – guarda caso – ha le fattezze di un ministro del governo. Il quale, impensierito dal diffondersi delle critiche, ha organizzato un programma di sensibilizzazione e coscientizzazione nelle scuole, e con i mezzi di comunicazione, per risolvere il problema.
Quale? Questa zanzara dall’aria ipocritamente pentita, si chiama Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) ed è portatrice della temuta febbre “dengue”, in circolazione per Dhaka e per tutto il Bangladesh da vari anni. Ma quest’anno la signora s’è sbizzarrita, organizzandosi per un menu a scelta: quando punge può lasciare come ricordo la dengue, o la finora sconosciuta “cikungunia”. La quale non è mortale, e questo è consolante, ma provoca febbre altissima per alcuni giorni, seguita da spossatezza e da forti dolori articolari che spesso durano mesi, e sono ricorrenti. Poiché da tre mesi si diffonde ovunque in Dhaka, e non ci sono sono rimedi specifici (paracetamolo in quantità!), ad un certo punto ha preso il via la protesta contro i due municipi in cui è divisa la città e, per buona misura, anche contro il governo. Il ministro di cui sopra ha sguinzagliato ovunque esperti, a spiegare che non bisogna farsi mordere dalla zanzara: nulla da dire contro le altre, ma dalle Aedes Aegiptia (o Aetiopica?) assolutamente no. Dunque, evitare luoghi infestati, specialmente dalle 7 alle 8 del mattino e dalle 6 alle 7 di sera –orario dei pasti per la bestiola in questione. Poi pulire i posti dove essa depone uova, come il secchio della spazzatura di famiglia o i vasi da fiori…
Non diminuendo però il diffondersi del malanno, le autorità hanno dichiarato che sì, provvederanno a disinfestare strade e giardini, ma bisogna sapere che a mordere i cittadini non sono le zanzare di strada, ma quelle casalinghe – e che nemmeno un ministro può verificare che tutti, in casa loro, stiano sotto una zanzariera. Persuasi da questa ragionevole spiegazione, i cittadini continuano a prendere la cikungunia e a scambiarsi consigli: mangiare limoni e cibi amari, non bere latte, spalmarsi con oli puzzolenti, non avvicinarsi ad ammalati… Ogni tanto un individuo mascherato appare nel quartiere con un enorme e rumorosissimo nebulizzatore. Seguito da un codazzo di bambini urlanti, entra ed esce da vicoli e giardini chiedendo mance e generando nuvole di qualcosa che dice essere insetticida. Intanto, gli esperti discutono anche se la cikungunia sia da considerarsi endemica, pandemica o epidemica. E io purtroppo devo lasciarvi con questo interrogativo senza risposta certa…. Come? No, finora io l’ho scampata.

Mistero

Chiedo scusa a Mario, perché soltanto pochi giorni fa ho trovato due suoi “commenti” interessanti del 9 e 20 giugno, in cui riprende le riflessioni di alcune “schegge” sul mondo islamico in Bangladesh, e altrove. Mario scrive: “Credo che per noi cristiani sia un mistero, tra i tanti, il nascere ed il prosperare di una religione come l’islam fondata da un profeta che era un capo religioso, politico e militare (definito da alcuni “un signore della guerra che non si faceva scrupolo di sterminare i propri nemici, con un harem di cui faceva parte, tra le altre, una sposa bambina”) e che si è diffusa (…) soprattutto grazie alla forza delle armi, ed attraverso conversioni forzate. Ma che, al tempo stesso, è professata oggi, tra gli altri, da uomini e donne che sono persone di pace, e persino santi e sante, secondo i criteri che ci dà il Vangelo per definire i santi”.
Mario continua toccando vari temi interessanti, che forse riprenderò, ma per ora mi fermo qui. Sì, credo proprio che la presenza dell’Islam sia un mistero. Se non sbaglio persona, il priore del monastero di Toumliline, decapitato dai terroristi insieme agli altri monaci durante la guerra civile in Algeria, scriveva che il pensiero della sua morte era accompagnato da un desiderio profondo, di riuscire – appena passata quella soglia – a vedere l’islam con gli occhi di Dio, di capirci qualche cosa. I tentativi di offrire una risposta teologica a questo “mistero”, sono stati molti, e veramente disparati. Da chi ha considerato Maometto come l’Anticristo, a chi vorrebbe che fosse considerato come i grandi profeti dell’Antico Testamento. A proposito, se è vero che Maometto ha fatto ricorso alla guerra, ha condannato a morte alcuni avversari, ha dato norme per la guerra (e qui la distanza da Gesù, dalla sua vita e dal suo insegnamento è davvero abissale), non credo però che sia giusto dire che “non si faceva scrupolo di sterminare i propri nemici”. Anche in questo, come in altri campi, si può ritenere che la sua opera abbia contribuito a “umanizzare” la disumanità della guerra – come in seguito contribuiranno le norme internazionali contro l’uso dei gas asfissianti, o quelle sul trattamento dei prigionieri di guerra, ecc. E lasciatemi anche aggiungere che in fatto di “sterminio” abbiamo la storia di Elia a ricordarci che l’uso della violenza non era considerato in contrasto con il dono e la missione di un profeta…
Qualcuno ha voluto considerare l’islam come una “eresia cristiana”, o come una specie di rimedio, che ha introdotto il monoteismo in un mondo pieno di idoli, colmando la lacuna lasciata dai cristiani che – divisi tra loro – non hanno saputo evangelizzare il mondo arabo. Molti “orientalisti” occidentali, fra cui alcuni profondamente cristiani, hanno ammirato molto l’islam dei sufi, a volte leggendo tutta la realtà dell’islam in questo ottica mistica e non politica, che in realtà era osteggiata dalla maggioranza dei musulmani e dei suoi leaders.
Non vado oltre, perché parlerei a vanvera. Aggiungo però che una “valutazione” di questo mistero preferisco farla proprio a partire dall’ultima osservazione che fa Mario, cioè dalle persone che lo vivono. Certo, ci sono i terroristi, o gli opportunisti, ma non pochi trovano nell’islam gli elementi che permettono una vita morale e spirituale degna di tutto rispetto, e anche di ammirazione. E’ questo anche l’approccio del Vaticano II, che non ha parlato – come spesso si dice – di “dialogo fra le religioni”, ma del rapporto con i seguaci di altre religioni, esprimendo rispetto per queste religioni perché in esse, e attraverso di esse, tante persone cercano risposte ai misteri, problemi, desideri più profondi, al senso della vita e del destino di ciascuno, ecc. In esse – aggiungo – alcuni vivono una santità (come Mario segnala) che ritengo frutto dello Spirito, il quale opera liberamente, oltre e spesso nonostante le strutture, le ideologie, le gabbie dogmatiche in cui un molti ci troviamo. L’islam, pensa qualcuno, è anche una sollecitazione, uno stimolo a noi cristiani a non banalizzare il rapporto con Dio, mantenendo forte il senso del mistero, dell’adorazione e dell’obbedienza, ricordando che l’incarnazione di Cristo ci permette una familiarità (Cristo nostro fratello, Dio nostro Padre) che è puro dono, stupefacente, da contemplare con adorante meraviglia, accompagnata dalla riconoscenza perché ci è dato di crederlo e viverlo; a differenza di altri, che pure sono a volte più rispettosi, e devoti di noi.

Amloki

E’ un piccolo frutto, la buccia verde chiaro, e la consistenza, fanno pensare a un chicco d’uva perfettamente rotondo. Sui mercati quasi non si trova, perché non può certo fare concorrenza con il mango o con i lichi, però i bimbi ne vanno alla ricerca. Lo infilano in bocca, mordono, strizzano gli occhi e storcono le labbra perché il succo è aspro e amaro; ma se non lo sputi subito – dicono – dopo un po’ ti lascia il dolce in bocca…
Il “calciobalilla” – come si chiamava una volta – o il “calcetto” classico degli oratori di un tempo continua ad avere un successo strepitoso nella parrocchia di Mirpur, dove ogni tanto compaiono facce nuove, ragazzi e ragazze di altre scuole incuriositi dai racconti fantastici di quanto ci si diverta con questo gioco mai visto altrove. Purtroppo, i grandi ogni tanto decidono che hanno bisogno di un po’ di silenzio (ma che cosa mai se ne faranno del silenzio lo sanno solo loro…) e sequestrano le palline, a volte anche per due o tre ore di seguito! Che fare?
L’altro giorno trovo un gruppetto di piccolissimi urlanti che giocano in punta di piedi per riuscire a vedere almeno una parte del campo. Sono accaniti, ma devono spesso interrompersi perché la pallina è molto piccola e i piedi dei calciatori non la raggiungono. Sembra una biglia di vetro un po’ malconcia, e io ora dovrei passare alla meritata punizione sequestrandola, ma mi viene un dubbio, e me ne vado lentamente, seguito da un inatteso silenzio. Poi una vocetta mi chiama: “Padre!”; mi volto indietro e vedo un bimbo che viene verso di me a mano tesa e mi offre il corpo del reato: “Lo puoi mangiare”. Ringrazio e mi allontano mentre il gruppetto riprende a parlottare. Poi, il più grande mi raggiunge e mi raccomanda: “Però prima lavalo…”

Golapi

Di studiare non le va molto, a fatica arriverà alla fine del liceo, e solo perché costretta. Da che cosa? A Golapi (Rosa), una giovane Orao, piccoletta e di poche parole, ma simpatica e arguta, piace girare nei villaggi, mescolarsi con le donne, i bambini, visitare i malati, parlare loro di Gesù. E lo fa. Un bel giorno una suora le dice: puoi farti suora, così ti dedichi completamente a predicare Gesù. L’idea le va, ma è nuova, le Suore del PIME sono arrivate da poco, tutte italiane; inoltre… “Io sono ignorante”. Con il papà d’accordo e la mamma titubante, riprende a studiare stando all’ostello, e a pezzi e bocconi supera l’esame di liceo. Quando due suore da poco arrivate chiedono all’ostello se c’è una ragazza disposta ad accompagnarle, dopo qualche esitazione si fa avanti. Lavorano insieme per un bel po’. Qualcuno le aveva detto: “le suore devono obbedire alle regole, ma tu non hai salute, non ce la faresti”. Ora ci ripensa: ma come, non sono suora, ma vivo con loro e come loro e sto bene! Anzi: essendo giovane, quando le suore viaggiano sul carro da buoi, lei e il catechista accompagnano a piedi – e di chilometri ne fanno tanti! Poi, finalmente, il salto: la accolgono, e la mandano in India perché in Bangladesh (allora Pakistan) l’Istituto non ha ancora programmi formativi. L’esperienza internazionale la entusiasma e le dà coraggio, aiutandola a superare il disagio di appartenere ad un gruppo aborigeno minoritario. Nel 1964 pronuncia i primi voti, nel ’70, quando ha 39 anni, i voti definitivi: la prima suora del PIME dal Pakistan, che sta per diventare Bangladesh.
Da allora, Golapi continua a fare proprio quello che aveva sognato: gira i villaggi parlando di Gesù, e non si stanca. Compila diligentemente vari quadernetti, dove annota con precisione luoghi e persone visitati, argomenti trattati, confessioni, lezioni, compagni di visita. Dice: “Quando morirò, come farà s. Pietro a riconoscermi in mezzo a tanta gente sulla porta del paradiso? Gli mostrerò i quadernetti, e saranno la mia carta di identità” Prega molto, senza ostentazione, rimane normalmente piuttosto silenziosa, ma spiega che le hanno detto che nel silenzio si ascolta Dio, e quindi tace – però “dentro sono contentissima.”
Dopo tanti anni nei villaggi, formando una coppia “famosa” con l’italiana suor Maria Assunta, tutte e due vengono trasferite a Dhaka, in un’area che si sta rapidamente popolando. L’ambiente cambia, ma lo stile rimane: girare di casa in casa, scovare i più lontani, i più poveri, i malati, e parlare di Gesù, fare catechesi, preparare a battesimo, cresima, matrimonio… Finchè le gambe smettono di obbedirle e deve rimanere in casa, a pregare e fare quello che può. La sera del 29 giugno, festa di s. Pietro e Paolo, partecipa, in carrozzella, all’adorazione eucaristica. Alla fine le dicono: “Saluta Gesù, è ora di andare.” Congiunge le mani nel saluto bengalese e improvvisamente il respiro diventa affannoso. La portano subito in stanza, la sdraiano – e spira in silenzio. Aveva 85 anni. Credo che ora s. Pietro stia sfogliando il diario di suor Golapi, e magari lo commentano insieme…

V.I.P.

La pronuncia italiana è come un soffio: “vip”. In inglese “vi ai pi” va già meglio, ma certo non esprime la solennità del significato del tronfio acronimo V.I.P.: Very Important Person! Espressione che cede il passo soltanto davanti al superlativo del superlativo, che incute sacro timore: V.V.I.P.: Very, Very Important Person. Persona molto, molto importante!
L’autobus di super lusso con aria condizionata, tre soli sedili per ogni fila, WiFi (se si dice così, e chi non sa che cosa sia, peggio per lui/lei), bottiglia di acqua e biscotti omaggio, copertina, sedile pulito… deve partire per Rajshahi alle 14.00. Essendo di lusso, l’autista alle 14.01 è già presente sul posto, e i passeggeri incominciano ad arrivare. Verso le 14.15 sembra che tutto sia pronto, salvo due posti sono ancora vuoti. Con qualche esitazione, sapendo che l’autobus di lusso dev’essere puntuale, alle 14.20 si parte.
Alle 16.04 l’aiutante che assiste i passeggeri riceve una telefonata imperiosa: “Avete lasciato a terra due V.I.P! Fermatevi immediatamente e aspettateli”. Nessuno fiata, mentre l’autista parcheggia vicino a un negozietto dove ci si può consolare con un tè. Il tempo passa… Qualcuno incomincia a chiedersi come faranno i due V.I.P. a raggiungerli così lontani, le signore sussurrano che è tardi, sta a vedere che arriviamo con il buio. Una di loro prende coraggio, e telefona ad un amico poliziotto informandolo di ciò che accade. Il poliziotto interessa i superiori, e poco dopo l’autista in persona riceve per telefono un ordine perentorio, ripartire subito e arrivare al più presto. Romba il motore, stridono gli pneumatici… Ma i V.I.P., su auto a noleggio, arrivano poco dopo là dove l’autobus avrebbe dovuto aspettarli. Stupore, indignazione, ira, interessamento di massime autorità, che minacciosamente intimano all’autista: “Fermarsi subito e attendere finché non arrivano”. L’aiutante, imbarazzato, informa i passeggeri, che sospirano e tacciono. Di nuovo fermi. La signora di cui sopra, dopo un attimo di riflessione, ha un colpo di genio. Chiama l’aiutante, gli dice di chiamare anche l’autista, sussurra loro qualche cosa, poi si alza e proclama a voce alta, chiara e sicura: “Voi non sapete chi sono io! IO sono una V.I.P., e non vi dico che cosa succederà se mi fate arrivare quand’è già buio”.
Una V.I.P. contro due V.I.P. – direte voi. Sarà, però l’autista non fiata, si mette al volante e parte, per fermarsi soltanto all’arrivo, anzi – dieci metri oltre. Vale dunque il principio che una V.I.P. presente conta più di due V.I.P. assenti…

Picnic?

Tutti gli anni si ridiscute: “Dove fare il picnic che fa parte del programma Samuel?” Il programma ha a disposizione 9 giornate, distribuite su un anno intero, per aiutare una settantina di giovani a riflettere sulla loro vita, sul loro futuro, sulla vocazione. Fra le 9 giornate, una ingolosisce, perché ha la faccia di un picnic – anche se nasconde una motivazione segreta: far incontrare i giovani con qualche esempio di impegno un po’ differente da quelli che già conoscono. Quattro suore di quattro congregazioni diverse, due pimini, un prete diocesano e qualche “osservatore” di provenienza variabile, riconsideriamo i pro e i contro delle varie possibilità: destinazioni, distanze, condizioni delle strade, costi, emergenze in caso di pioggia, e compagnia. E poi si decide: andiamo a Mymensingh: come l’anno scorso, come due anni fa, come tre anni fa… Tanto tutti i giovani ogni anno cambiano, e d’altra parte solo Mymensingh – una cittadina a 150 chilometri a nord di Dhaka – ha un menu così vario e insolito per la Chiesa del Bangladesh, piuttosto monotona in fatto di iniziative: parrocchie, scuole, dispensari medici, cooperative di risparmio – punto.
Che cosa c’è di diverso a Mymensingh? C’è la Comunità di Taizé, con Fratelli di appartenenze ecclesiali e nazionali diverse che vivono e lavorano insieme, specialmente fra i poveri e i giovani: una vocazione ecumenica che è ancora una perla rarissima. Si ascolta la loro esperienza, presentata con grande semplicità e convinzione, si prega con uno stile un po’ insolito e gradevole, si passa un po’ di tempo lungo un fiume con una brezza deliziosa.
E poi varie “gemmazioni” delle attività dei Fratelli. A poca distanza, la Comunità dell’Arche, che raccoglie persone con disabilità mentale, organizzate in tre gruppetti tipo famiglia, con l’aiuto di volontari. Qui le religioni si incontrano e convivono, rispettate e incoraggiate, senza miscugli e senza barriere. Basta poco per intuire che i disabili mentali non sono “oggetto di assistenza”, ma persone a cui si chiede di esprimere tutto ciò che possono, che ricevono e danno affetto. Ci si può incontrare anche con “Amici della Pace”, un’associazione nata fra gli studenti di varie religioni, che hanno un programma di sensibilizzazione e formazione alla pace anche in condizioni di tensioni nei villaggi, nelle scuole, ovunque si può. Seguono 10 “decisioni” fra le quali – mi dice una ragazza musulmana – quella che preferisce è la volontà di vivere una vita sobria, perché è profondamente liberante. E c’è pure un’associazione insolita, chiamata “Svegliamoci!”, che raccoglie solo persone del gruppo etnico Mandi, e solo cristiani (lo sono quasi tutti i Mandi…). Lo scopo? Intercettare Mandi che vivono isolati, bevono o si drogano, sono trascurati in ospedale, non possono studiare… e dire loro: “Non sai che noi siamo i migliori? Dai che ci tiriamo su!” Un messaggio sorprendente per popoli di minoranza spesso angustiati dal complesso di inferiorità, o da una rabbia troppo a lungo inghiottita.
E poi, prima di ripartire, una visita e una chiacchierata con le Suore del Monastero di Clausura, le “Clarisse adoratrici”, che suscitano un’infinita curiosità e non poche domande, a cui arrivano risposte di semplicità sconcertante. “Suora, perché ha deciso di chiudersi qui dentro?” chiede una ragazza. “Perché é bello stare con Gesù”. “Non so se posso chiederlo – balbetta un ragazzo – ma vorrei sapere… quali programmi potete vedere alla televisione?” “Beh, la televisione qui non c’è”. Il ragazzo quasi sviene e poi balbetta “Ma come fanno?”
Il tutto in una giornata: partenza alle 5.30, una banana e una specie di pagnottella dolce lungo il viaggio, arrivo alle 10, programma con Taizé, L’Arche, Amici della Pace, Associazione Svegliamoci, preghiera con i Fratelli, un piattone di risotto, una passeggiata al fiume, trasbordo dall’altro capo della città, Messa in cattedrale, colloqui al monastero, partenza, e in viaggio un pacchettino di biscotti. Tutti contenti, e noi gongoliamo perché nessuno dice: ma che razza di picnic è questo? Faremo poi una valutazione, discuteremo i pro e i contro, e… decideremo che anche il prossimo anno si tornerà a Mymensingh.

Ripartire

La partenza sembrava proprio in salita per il Missionario Laico Fratel Lucio quando, anni fa, tornò in Bangladesh con la precisa intenzione di dedicarsi ai bambini “di strada”. Era già stato nel Paese, poi aveva lavorato in Italia, e poi ancora in Brasile, dove si era bene inserito in una organizzazione che assiste appunto i bambini senza dimora, specie visitandoli di notte lungo le strade. Inserito bene sì, ma lui voleva il Bangladesh, la presenza nel mondo non cristiano, e alla fine, dopo una sosta di alcuni mesi in India dove si coinvolse in un’altra organizzazione per bambini di strada e ne studiò il metodo, ecco il sospirato rientro. Ma da dove cominciare? E con chi? La comunità non mostrava entusiasmo per un progetto che appariva vago, e Lucio sembrava procedere a tentoni, a volte sbagliando la mira. Ma pian piano qualcosa prese forma, e l’impegno per questi ragazzi, che a Dhaka sono tantissimi e che molti disprezzano, divenne concreto. Lucio non ha voluto strutture dove accoglierli, ha preferito incontrarli, conoscerli e aiutarli lungo le strade, con il desiderio di far compiere a ciascuno quel cammino che poteva compiere. Per qualcuno si trattava solo di qualche incontro, di qualche medicina o un momento di gioco; per altri di qualcosa in più fino – in qualche caso – al ritrovare la propria famiglia e la propria casa. Per fare tutto questo, Lucio ha messo insieme una organizzazione di volontari, per lo più studenti ma non soltanto, tenendoli accuratamente lontani dall’idea di servire i ragazzi attraverso l’uso di grosse risorse economiche. Niente aiuti dall’estero; al contrario, la gioia di donare tempo e anche risorse economiche, e di stimolare altri a farlo: medici, avvocati, poliziotti… Un volontariato così autentico era forse un caso unico in Bangladesh, e molti lo ritenevano impossibile. Ma ha funzionato, coinvolgendo decine e decine di giovani e adulti, che a loro volta hanno collaborato nel sensibilizzare la società al problema e al valore dei ragazzi che vivono in strada. I media sono stati spesso coinvolti, e anche le autorità. Un altro aspetto non unico, ma certo raro e interessante, è la collaborazione interreligiosa creata da questa iniziativa. Lucio è noto a tutti come un missionario cattolico, ma ha lavorato circondato da volontari di tutte le religioni presenti in Bangladesh, e non credenti: una esperienza di tutto rispetto.
E poi? E poi un bel giorno Lucio ha pensato che ora i tempi erano maturi: altri potevano prendere la responsabilità di continuare a Dhaka, e lui – con qualche volontario – poteva staccarsi, per tentare di ripartire altrove. Si è congedato dalla sua abitazione nella baraccopoli e ha preso una vacanza, dopo di che ricomincerà daccapo, forse a Chittagong, forse a Sylhet. Auguri!

Un mondo a sé

Da tempo ci si preoccupa perché nessuno sa quali siano i programmi e quale tipo di islam sunnita insegnino le 14.000 “Qwami madrasse” (scuole coraniche) spuntate in tutto il Bangladesh in questi ultimi decenni, con finanziamenti esteri. Alcuni tentativi del governo di vederci chiaro sono falliti di fronte alla reazione furiosa e minacciosa dei responsabili, che non accettano controlli di sorta. Ultimamente, la Primo Ministro ha promesso di equiparare i titoli di studio della Qwami madrasse a quelli statali, una concessione data “al buio”, che non si sa quale effetto pratico possa avere, se non quello di compiacere gli elettori religiosi.
Una recente inchiesta giornalistica (The Daily Star, 19 maggio 2017) ha alzato un poco il velo su ciò che accade in queste scuole, che contano un milione e quattrocentomila studenti. Il corso di studi completi, residenziali, dura 20 anni; tutto sembra organizzato “a porte chiuse” per creare un mondo a sé, che preservi e inculchi la santità dell’islam, senza contaminazioni esterne. Nei primi 5 anni, corrispondenti alle elementari, i bambini studiano 4 lingue: bengalese, inglese, arabo e urdu, specialmente queste ultime due. In quinta, iniziano anche con il persiano; si insegnano pure matematica, storia e scienze sociali. Dopo la quinta, il 90% degli studenti non passa alla sesta, ma affronta un corso intensivo, della durata di 4 o 5 anni, per memorizzare il Corano, naturalmente in canto. Un esercizio, dicono, che accrescerebbe molto la capacità intellettuale dei giovani, la loro attenzione, pazienza e perseveranza. Finito questo, quindi dopo 9 anni di studi, si riprende il curriculum dalla sesta, dedicandosi a persiano, arabo e urdu – le principali lingue in cui la cultura islamica si esprime. Si danno pure esami sulla legislazione islamica, logica e filosofia; il bengalese si accontenta di un esame. La storia è “cucinata” in casa, e – ad esempio – si parla molto della scissione dall’India che diede origine al Pakistan (1947), ma si tace completamente sulla guerra che portò alla creazione di un Bangladesh indipendente e secolare, distaccandosi dal Pakistan (1971). Dalla classe nona alla dodicesima (cioè dal tredicesimo al sedicesimo anno di studio) ci si concentra sulla sharia e sulla filosofia islamica, finché, negli ultimi anni, ogni altra materia viene messa da parte.
Durante tutti gli studi, è proibita ogni lettura che non sia dei libri di testo, e colloqui con persone esterne richiedono il permesso. Si crea una “classe” di giovani che fa storia a sé, molto solidale, orgogliosa e unita, da cui è facile trarre elementi per impegni politici in partiti islamici.
Aggiungo che una mia visita – anni fa – ad una scuola coranica del sud, allora abbastanza aperta da permettere a me, uno straniero non musulmano, di entrare, ascoltare e fare domande, mi ha impressionato per la durezza della vita che questi ragazzi affrontavano. Ambiente poverissimo, orari per il sonno assolutamente insoliti, studiati in modo da facilitare la memorizzazione; ricreazione (gioco a calcio) ridottissima, spazi molto ristretti, nessuna “privacy”.
Con questa preparazione, i giovani possono poi dedicarsi a studi islamici, “offrendo soluzioni a problemi religiosi”, insegnare in altre madrasse, guidare comunità nelle moschee – ma non hanno altri sbocchi, nonostante la formale equiparazione concessa dalla Primo Ministro.
“Con questo sistema educativo isolato – commenta un professore universitario – le prospettive per una possibile radicalizzazione sono allarmanti”.

Effetto Cardinale

Ogni anno, leaders e rappresentanti di tutte le denominazioni cristiane, grandi e piccole, presenti in Bangladesh, si radunano per una mezza giornata di riflessione e preghiera insieme, intesa a esprimere in qualche modo quell’unità di cui si sente il bisogno ma non si sa come e dove cercare. Quest’anno l’incontro è avvenuto nella sede della conferenza episcopale cattolica, il 27 maggio, sul tema “Unità centrata su Cristo”. C’era una grossa novità rispetto alla volta precedente: pochi mesi fa il Papa ha nominato Cardinale l’arcivescovo di Dhaka mons. Patrick D’Rozario – il primo Cardinale in tutta la relativamente breve storia della Chiesa cattolica in Bangladesh. Mons. Patrick è sempre stato attento all’ecumenismo – come pure ai rapporti con membri di altre religioni – e già aveva una certa leadership morale nella piccola e variegata galassia di denominazioni cristiane. Questa nomina ha colto tutti di sorpresa, ed è stata una sorpresa piacevole, che ha dato il via non solo a congratulazioni formali, ma all’affermazione che mons. Patrick è Cardinale non solo dei Cattolici, ma “di e per tutti noi”, ed è quindi un punto di unione da tenere prezioso.