H – B – N – D – ?

Tutti sanno che cosa sia Hollywood.
Beh, forse esagero: magari c’è pure qualcuno che non lo sa. Nel caso, chieda.
Hollywood è in America – del Nord. Cioè negli Stati Uniti d’America. Mi pare che sia a Los Angeles. Se sbaglio, fatemi sapere.
Quando l’industria cinematografica Indiana decollò rapidissimamente, e si sviluppò avendo il centro a Bombay, qualcuno ebbe un’idea veramente geniale, destinata ad avere risonanza mondiale e a durare nel tempo: perchè non chiamiamo il centro produttivo cinematografico di Bombay “Bollywood”? Certo il nome evocherà qualcosa, e tutti capiranno che anche noi siamo importanti, moderni, emancipati, artistici, disinibiti, e ricchi. Il nome ebbe fortuna, e crebbe una galassia di giornalisti che nutrivano giornali, radio e TV – ora anche internet – di “gossips” (per chi non sa l’inglese: pettegolezzi) sugli attori e le attrici di Bollywood, proprio come quelli di Hollywood. Forse la risonanza è un poco minore, ma non tanto, se non altro perchè l’India quanto a popolazione non ha da invidiare nulla a nessuno! Difficile invece capire dove sia maggiore la stupidità.
Poi il governo indiano disse che Bombay era un nome spurio, dato dai colonialisti, e lo cancellò sostituendolo con Mumbay. Ma Bollywood non divenne Mollywood, rimase Bollywood…
I particolari non li conosco, ma so per certo che un bel giorno anche in Nigeria ci si chiese: non potremmo anche noi avere un’idea geniale, originale, moderna, tale che basti pronunciare un nome per capire il valore della cinematografia nigeriana? Forse che siamo da meno di americani e indiani? Fu così che si iniziò a parlare di Nollywood. E si va avanti, e tutti capiscono quanto valgano attori, attrici, registi, produttori, costumisti, e comparse nigeriani.
Il Bangladesh non sta a guardare. Vero è che competere con la gigantesca India sarebbe presuntuoso, e che il pubblico bengalese continua a preferire le telenovele e altri programmi televisivi indiani a quelli locali… ma, insomma, forse un nome originale, moderno, trasgressivo, innovativo, emancipato, evocativo potrebbe aiutare – vero? Fu così che si cominciò a parlare di Dhollywood. Per favore, cogliete l’originalità del nome: pur essendo l’iniziale del Bangladesh B, qui noi non abbiamo Bollywood (che si confonderebbe con l’India), ma prendiamo le due (non solo una!) prime lettere del nome dell’immensa capitale Dhaka, e le appiccichiamo al bestione con tante teste che ci chiama “ollywood” + una iniziale.
E allora lasciatemi sognare. In Italia, riusciremo un giorno a liberarci del provincialissimo, banale, ovvio, decrepito nome “Cinecittà”? Ma non ci vergognamo? Che bello sarebbe poter dire con giusta fierezza: Iollywood!

ImmiEmigrati

ImmiEmigrati

Ovviamente, ogni immigrato è anche un emigrato.

Allora, chi è’ che lascia il Bangladesh come emigrante per diventare immigrato altrove?

Partono famiglie benestanti, che vogliono stare ancora meglio. Normalmente hanno le carte in regola perchè – proprio in quanto benestanti – sono accettate volentieri in alcuni paesi. Vedo per non pochi cattolici un processo graduale di trasferimento, magari iniziando dal figlio che riescono a far studiare in Canada, Australia o Malaysia, e poi pian piano ricompongono la famiglia nel nuovo paese.

Partono persone che si mettono in evidenza per capacità professionali; ci sono società internazionali che si fanno avanti offrendo loro un buon stipendio, buon posto, viaggio pagato, visa facile da ottenere e quant’altro occorre. Spesso la meta è un paese del Golfo, dove si lavora a contratto, non si può portare la famiglia e, finito il lavoro, si torna a casa. Le infermiere sono richieste; una scuola per infermiere a Uttara (vicino a Dhaka) fondata e gestita da Americani, accoglie solo ragazze che andranno a lavorare negli USA – ovviamente se passano gli esami.

Partono lavoratori qualificati con appositi corsi relativamente brevi (anche la Caritas organizza corsi di un certo prestigio, in vista di un lavoro all’estero, così pure il governo e vari enti) e anche non qualificati. Ma solo se hanno, o possono procurarsi, i mezzi per pagare intermediatori, biglietti di viaggio, documenti, cioè parecchie migliaia di dollari o euro. Parecchi partono dopo aver venduto l’ultimo campo che avevano, o dopo aver contratto debiti (con le carte in regola, o presso strozzini), garantiti da qualche parente.

Ma allora, fra i partenti non ci sono i poveracci, quelli “veri”? Quelli che non riescono a mantenere la famiglia e tanto meno a far studiare i figli, che non hanno un campo da vendere? Ci sono. Di solito si tratta di giovani che si spostano dal villaggio e affollano zone portuali, stazioni, aree industriali alla ricerca di un lavoro qualunque. Qualcuno li tiene d’occhio, poi un bel giorno li accosta e offre loro di andare a lavorare in Malaysia, Medio Oriente, Taiwan e altrove, in cambio di una somma decisamente modesta in rapporto ai costi di mercato. Diciamo 36.000 taka, circa 400 euro. Il giovanotto o la ragazza ce la mette tutta, vende quello che ha, chiede aiuto a destra e a sinistra e poco dopo si trova con in mano un passaporto (falso), e viene portato in un luogo – solitamente isolato – gestito dai mediatori, dove aspetta di partire. Strettamente proibito allontanarsi. Dopo un po’, gli diranno che l’occasione di lavoro è sfumata, però c’è un’alternativa: un buon posto in Libia. Veramente, per averlo occorrono 5.000 euro, ma niente paura: se non li hai, li restituirai lavorando nei primi due anni – o poco più…

Si parte. Verso un’isola disabitata del Golfo del Bangala, ad esempio, o un luogo nascosto nella foreste della Thailandia orientale: sequestro dei documenti, impossibilità di fuggire, cibo scarsissimo, malaria, e botte. Botte che vengono registrate e mandate al suo villaggio perchè la famiglia le veda e si affretti a pagare un riscatto, altrimenti la va male. Ci sono gruppi organizzati soprattutto nelle zone costiere del Bangladesh, che si occupano di questo compito umanitario: mandare notizie alla famiglia perchè paghi, e loro si incaricano di passare i soldi agli aguzzini. Se pagano, a volte tornano a casa, altre volte vengono riaffidati ad un altro gruppo che ricomincia la storia daccapo; altri ancora proseguono e arrivano in qualche paese ben lontano da quello che gli avevano promesso, senza documenti, né lavoro, né la minima idea di che cosa possa fare. Per molti, alla fine arriva anche la Libia, dove non dormiranno su un letto di rose…

Un’inchiesta, condotta per tre anni da due enti per i diritti civili della Malaysia, ha confermato quello che riempì per qualche settimana le pagine dei giornali negli anni 2014-15: barconi rifiutati dalle guardie costiere di Thailandia, Malaysia, Indonesia, carichi di Rohingya soprattutto, ma anche Bengalesi, portati via con una promessa di lavoro e poi ridotti in schiavitù. Si scoprirono fosse comuni dove venivano gettati quelli le cui famiglie non pagavano, o che morivano di stenti. Poi la Thailandia fece inchieste, scoprì’ che non pochi pezzi grossi malaysiani e thailandesi erano coinvolti, fermò alcune di queste organizzazioni, e non se ne parlò più. L’inchiesta sostiene che dal 2012 al 2015 oltre 170mila persone incapparono in questa rete. Il fenomeno non è finito, e ogni tanto i giornali bengalesi pubblicano la notiziola che un gruppo di ragazzi o ragazze, che era in attesa di essere deportato, è stato scoperto e liberato…

Secessione

Secessione

Il 26 marzo, giorno della proclamazione dell’indipendenza del Bengala Orientale (Pakistan Orientale) dal Pakistan, e della nascita del Bangladesh, si celebra con intensità crescente ogni anno. Si mette sempre più in evidenza il ruolo di Sheikh Mujibur Rahman, padre dell’attuale primo ministro Sheikh Hasina e “Padre della Patria”, popolarmente e affettuosamente noto come “Bongobondhu”, “amico del Bengala” – ucciso in un attentato nel 1975. Si insiste perchè la storia non venga distorta, e qualsiasi contraddizione o critica alla storia ufficiale è distorsione. Si dà importanza ai termini: il prossimo obiettivo è che l’ONU riconosca come “genocidio” la strage effettuata dai Pakistani nella notte fra il 25 e il 26 marzo 1971 – quando l’esercito entrò silenziosamente e senza preavviso nelle università e nei principali luoghi di cultura, uccidendo a freddo tutti i leader e potenziali leader politici e culturali del Bengala.- Quest’anno, il quotidiano “The Daily Star” s’è preso il gusto di festeggiare l’indipendenza dando i numeri. Offre ai lettori alcuni fondamentali dati economici, e sociali, per confrontare la situazione del Pakistan Occidentale e del Pakistan Orientale nel 1971 con quella del Pakistan e del Bangladesh oggi. Il commento è sobrio, ma le cifre sono evidenti: l’indipendenza ha portato il Bangladesh (che fino al 1971 era il “fratello piccolo e povero” del Pakistan Occidentale) a sorpassare il Pakistan in molti campi rilevanti.

Attuale numero di abitanti : Pakistan Occidentale, 207 milioni / Bangladesh, 170 milioni

Aspettativa di vita nel 1972-73: P. Occidentale 54 anni / Bangladesh 47 anni (7 anni in meno)

          Nel 2018-19: Pakistan 66 anni / Bangladesh 73 anni (7 anni in più)

Reddito medio per abitante nel 1972-73: P. Occidentale 180 dollari / Bangladesh 120 dollari

          Nel 2018-19: P. Occidentale 1.641 dollari / Bangladesh 1.827 dollari

Esportazioni nel 1972-73: Pakistan Occidentale 760 milioni di dollari / Bangladesh 377 milioni di dollari

          Nel 2018-19: Pakistan 23 miliardi di dollari / Bangladesh 36,6 miliardi di dollari

Prodotto interno lordo nel 1972-73: P. Occidentale 10,6 miliardi di dollari / Bangladesh 6.28 miliardi

          Nel 2018-19: P. Occidentale 320 miliardi di dollari / Bangladesh 300 miliardi

Dicevo che i commenti del quotidiano sono pochi e sobri: parlano le cifre… Ma un cenno ironico non poteva mancare: riguarda la “infame” affermazione dell’allora Segretario di Stato Americano Henry Kissinger, che nel 1974 affermò: “Il Bangladesh è un cestino senza fondo”. I fatti gli hanno dato torto.

Anniversario

Pian piano, il gruppetto di missionari del PIME in Bangladesh sta smettendo di essere identificato come come “I missionari italiani”. Mentre gli italiani sono diminuiti di numero e aumentati di età, sono arrivati missionari di altri paesi: Cameroun, Brasile, Colombia, India – per ora – mentre sono in attesa di ottenere il visto di entrata e unirsi a noi – oltre a un italiano – un missionario della Guinea Bissau e un altro dall’India. Ogni tanto poi, compaiono missionari del PIME bengalesi, che ritornano per le loro vacanze dalle missioni in cui si trovano: Cameroun, Guinea Bissau, Papua Nuova Guinea, Filippine, direzione generale dell’Istituto a Roma (…perchè, non è una missione anche quella?).

Durante l’assemblea che abbiamo tenuto a Dinajpur (la “capitale” del PIME in Bangladesh) il 26 e 27 febbraio scorsi mi guardavo in giro, e non nascondo che mi sentivo soddisfatto. Mi è venuto in mente che si potrebbe celebrare un anniversario, perchè questa ricchezza di presenze è stata avviata quasi 30 anni fa, settembre-ottobre 1989, quando il PIME ha scelto di aprirsi ad accogliere anche persone provenienti da paesi “a maggioranza non cristiana. Fino a quel momento questo non accadeva per due motivi: il PIME si sentiva in qualche modo legato alle sue origini di istituto che esprime la missionarietà della chiesa italiana, rimanendo in vari modi legato ad essa, e il PIME voleva spendere tutte le sue energie nella fondazione di chiese locali, preoccupandosi di formarne il clero, per cui indirizzava ai seminari diocesani (fondati dal PIME stesso), coloro che chiedevano di unirsi a lui.

L’assemblea generale speciale del 1971 aveva ribadito questi principi, fermando un piccolo inizio di accoglienza di membri indiani, avviato negli anni precedenti. Era la risposta al problema che per gli stranieri era diventato praticamente impossibile ottenere visti per lavorare in India, e per questo si prospettava la necessità di lasciare parrocchie e opere fondate da noi, fino a scomparire gradualmente – come era ormai avvenuto nel Bengala occidentale e sarebbe avvenuto anche nell’Andhra Pradesh, dove avevamo creato tante comunità cristiane, parrocchie, diocesi, scuole, ospedali, centri sociali e così via. Ma la maggioranza ritenne che questo motivo non fosse compatibile con le nostre caratteristiche. Entrare nel PIME per lavorare poi nel proprio paese era qualcosa di inedito, e avrebbe messo in crisi vari aspetti della nostra tradizione, anche spirituale. Fu una scelta difficile e anche dolorosa, specie per coloro che ci credevano, e ancora di più per i confratelli indiani (fra cui diversi miei amici personali); ma ne condividevo le motivazioni, e la sostenni.

Nell’assemblea generale che si svolse 18 anni dopo a Tagaytay (Filippine), si decise invece per l’apertura – e io mi espressi a favore. Voltagabbana? Non penso. Le motivazioni erano altre, e le modalità di apertura furono elaborate in modo da garantire che il PIME rimanesse se stesso, aprendosi però alle realtà diverse nel frattempo maturate e di cui stavamo diventando meglio coscienti.

Quali? Era più chiaro che la missione non si poteva identificare con il partire da “paesi cristiani”, in pratica Europa e Americhe, verso “paesi non cristiani”. I primi erano sempre meno identificabili come tali, e i secondi stavano arricchendosi di chiese che – pur fortemente minoritarie – erano tuttavia vivaci e feconde; ci si era convinti che la missione non è un “di più” doveroso solo per coloro che hanno “vocazioni” in abbondanza, o addirittura preti che rimangono disoccupati; è una dimensione della chiesa stessa, grande o piccola che sia. Il PIME dunque, accogliendo membri di paesi “a maggioranza non cristiana” non doveva aver paura di defraudare quelle chiese, doveva invece aiutarle ad esprimere la loro dimensione missionaria anche all’estero, perchè questo avrebbe contribuito alla loro maturazione e crescita, oltre che a offrire aperture, metodi, mentalità nuove nelle tradizionali “missioni”.

Si stabilì dunque che non si trattava di “cercar vocazioni” per la sopravvivenza dell’istituto; piuttosto, alle chiese che avevamo fondato o in cui operavamo da tempo, potevamo proporre anche il nostro istituto come strumento di missione a dimensione universale. La regola, molto semplice, fu stabilita in questi termini: chi entra nel PIME viene mandato ad operare in paesi diversi dal suo, segno di una chiesa – anche piccola e giovane – che si apre al donare, e stimolo nuovo per la chiesa che lo riceve.

Inoltre, l’accoglienza di missionari da queste chiese doveva essere decisa caso per caso, in armonia con gli episcopati locali.

Si iniziò subito, non mancarono fatiche ed errori; ma ora, guardandomi intorno nell’aula della nostra piccola assemblea, ascoltando gli interventi, pensando a dove lavorano i miei confratelli – sia italiani sia di “paesi a maggioranza non cristiana”, mangiando e pregando insieme… sentivo una grande gioia e soddisfazione. E’ stata una scelta giusta, direi provvidenziale. Io, italiano, entrato nel PIME ben prima che loro nascessero, sono ben contento di ascoltare, guardare, scambiare esperienze, idee e programmi con questi missionari africani, asiatici, latino americani. Insieme, esprimiamo meglio la realtà di una chiesa universale, ovunque a casa propria e ovunque straniera.

Franco Cagnasso

Inutilità – 2

(continua dalla Scheggia “Inutilità – 1″)
Ho interrotto la scheggia precedente al punto in cui dico che abbiamo qualche piccolo segno che l’inutilità, se è vissuta con amore, non vale meno di una vita attiva spesa a fare cose buone. Riprendo: tu dici che conosci persone impegnate “a dimostrare con la vita la loro fede ma io no, io sono dentro queste mura…”.

Ma tu sì, invece!
Credere e amare nelle tue condizioni “dimostra” tanto quanto, e probabilmente più che occuparsi dei migranti o dei bambini abbandonati, cosa che (per fortuna) possono fare e fanno anche molti non credenti. E’, in un certo senso, complementare.

Il credente che può lavorare per qualche obiettivo buono, deve dare il segno che l’obiettivo ha qualcosa di più, ha un “oltre” che viene dalla fede. Ma anche senza credere a questo “oltre”, tante cose più o meno si fanno.

Per te la domanda è più diretta, radicale, priva di alibi; e così la risposta. Anche tu hai dubbi e difetti, e ogni fede ne ha, ma il contesto in cui la vivi, quello della tua impotenza che ti dà apparire e sentire di essere inutile, parla una lingua “diversa dal solito”, pone domande che molti non si porrebbero. E’ quello che scopro sempre di più frequentando persone handicappate, specialmente mentali, che non si capisce nemmeno se possano credere o no, eppure silenziosamente ti interrogano con la loro stessa esistenza: perchè? a che servono? roba da buttar via? Inutile, anzi, ingombrante e dannosa? La mia amica Naomi, giapponese, che davvero ha la vocazione a stare con loro, mi dice: parlano un unico linguaggio, quello degli affetti, spesso soltanto balbettati ma sinceri, è il linguaggio dell’amore e null’altro; è il linguaggio di Dio…

Tu chiedi a noi, missionari indaffarati, di essere le tue mani. Fai bene a chiederlo!!! Ricordacelo spesso. Ricordaci che il nostro lavoro non basta e spesso può essere inutile e controproducente addirittura, o ambiguo (“lo fanno per convertirci… qualche interesse ce l’hanno di sicuro, ecco perchè aiutano… li paga il Vaticano o l’America… approfittiamone, visto che sono così fessi…). Il nostro lavoro vale se è intriso di quello stesso amore che anche a te viene donato dallo Spirito, e che vivi nella tua condizione di “reclusa”. La tua coerenza sta nel restare fedele – cioè nella fede – nonostante che la vita sia “ingiusta” con te e tu non possa viverla come vorresti; e la mia coerenza sta nel restare fedele nella donazione del mio servizio attivo, nonostante le fatiche e i fallimenti. Non chiediamoci chi vale di più, crediamo che il dono che ci è fatto, di credere, è appunto un dono che ci rende “servi inutili” ma riconoscenti e gioiosi, e perciò testimoni – tanto in Bangladesh quanto nella tua stanza. E possiamo così anche sostenerci a vicenda, vivere la comunione dello Spirito che ci ha fatto sentire in sintonia già prima ancora di conoscerci.

Maria, a noi missionari ricorda anche che dobbiamo essere umili. NON siamo eroi. Sei più “eroica” tu (anche se per fortuna non ti interessa esserlo) che credi e preghi come sei capace di farlo, ogni giorno, nella tua “clausura” forzata. Una cara amica che ho conosciuto a Roma negli anni ’70 e ritrovato poi a Dhaka quando per alcuni anni è stata qui per lavoro, aveva una famiglia disastrosa, con diversi membri afflitti da malattie mentali gravi. Faceva tutto il possibile per loro, con fatica e sofferenze immense, sempre sotto tensione, e senza apparenti risultati. Ci ricordava qualche volta che i fortunati siamo noi perchè se abbiamo difficoltà e fatiche, tuttavia stiamo facendo qualche cosa che abbiamo scelto, che riteniamo abbia un valore. Ma chi si trova in condizioni simili alle sue, fatica e soffre per cose che non vorrebbe, che non ha scelto, per cui magari viene emarginata, non compresa… costoro hanno una vocazione “più alta”, se cercano di accettare con amore. Non lo diceva per vantarsi, ma in condivisione, e io le davo perfettamente ragione. Non so se conosci gli scritti di don Divo Barsotti, il quale insiste spesso che il momento di vicinanza più intima a Cristo è quello della sofferenza, non quello del bene che si fa (e che – potendo – ovviamente bisogna fare!).

Quindi sono io a chiederti: aiutaci. Con la tua pazienza e le tue impazienze, con i tuoi desideri inappagati, con il tuo rammarico di non poter fare, con la vivacità per cui ti interessi di tante cose e persone, ti appassioni, interroghi, tessi rapporti…

Non solo sulla croce, anche in altri momenti Gesù ha fatto capire di sentire la sproporzione fra ciò che poteva fare e ciò che lo circondava: “ebbe compassione delle folle” e chiese aiuto, l’aiuto della preghiera al “padrone della messe”, e l’aiuto degli amici che ha chiamato e che ha mandato. Ma ha, o hanno, messo a posto tutto? No. La storia continua uguale: si sente compassione della folla, ci si muove per quanto si può, e poi si intuisce che ti aspetta la croce e che proprio quella in qualche modo, purificherà l’amore e renderà autentico il servizio.

Mons Van Tuang, arcivescovo di Saigon, imprigionato per il tradimento di un suo prete, e tenuto 16 anni in carcere senza processo, ha salvato la sua salute fisica e mentale dicendo a sè stesso: non perderò tempo ed energie a pensare se e quando potrò uscire; mi impegnerò ad amare coloro che ho vicino. Cioè chi? I carcerieri, visto che non c’è altro… E cercando di farlo, ha amato il mondo intero. E’ morto qualche anno fa, ma anche ora, con le riflessioni che ha lasciato, particolarmente efficaci proprio perchè zampillano da un’esperienza così ingiusta, dolorosa e inutile, aiuta il mondo intero

Un abbraccio grande
p. Franco

3 febbraio 2019
Carissimo Franco,
ricordi il film ALIEN (è dei tuoi tempi, ambientato nello spazio) quando ad un certo punto, ad un malato disteso sul letto, schizzava fuori dalla pancia un mostro tipo polipo? Ecco, così mi sembra sia successo a quanto ti voglio dire: è schizzato fuori.

Spesso ti ho parlato di un mio carissimo amico salesiano che ora è a Chisnau, in Moldavia, come missionario. Prevengo la tua risposta e affermo che siamo tutti missionari e tutto il modo è terra di missione. Ogni luogo ha le sue difficoltà, ma lì è come essere nel deserto: finché eroghi servizi -doposcuola, pomeriggi estivi, merenda…- hai l’oratorio pieno, ma poi, il nulla. Conosco don Tiziano dal 1986 quando arrivò prete novello al nostro oratorio. Pensa che è anche focolarino, ma di quelli doc che non danno sui nervi per il loro ostentato sorriso (d’altra parte, io ho una cognata focus doc!). E’ davvero una persona esplosiva e piena di positività. Condividiamo la passione per Mafalda e quindi io spesso gli racconto vignette di Quino. L’ultima presentava Felipe (amico di Mafalda, quello coi dentoni) che andando a scuola passava per il parco dove c’era la statua di un personaggio famoso. Sul piedistallo c’era scritto: “all’indomito eroe, per le sue preclare imprese”. Felipe lo guarda e pensa: “Così sono capaci tutti”. La bravura sta NELL’ESSERE STANCHI E CONTINUARE A COMBATTERE.

So che è frustrante darti tutto – senza risparmio – e non avere niente. Però mi chiedo quale sia il successo che ci aspettiamo. Sono la prima ad ammettere che mi piacerebbe che tanti venissero ad omaggiarmi (non a elogiarmi), mi sembrerebbe così di avere la garanzia di vivere una solitudine meno anonima. Ma anonima a chi? Quando ero in clan ci domandavamo spesso che differenza ci fosse fra noi e il CAI (club alpino italiano). Entrambi camminiamo in montagna con lo zaino, dormiamo in tenda, mangiamo sul fuoco o buste knorr… e anche tu in fondo cosa fai di diverso da un ragioniere o da un infermiere o da uno psicologo? Sono convinta che la spinta propulsiva sia la differenza. Nel salmo si dice che invano si costruisce la città se non lo fa il Signore. Allora credo non sia tanto spaventoso essere una trottola impazzita, ma impazzire e basta. So che non è facile tararsi continuamente per far rimanere al centro Gesù. Riconosco che io sono molto più fortunata di te, perchè i miei limiti mi mettono sempre al tappeto. Non sono così virtuosa da rinunciare a priori alle scelte più facili, sono loro che decidono per me. Lo so che tu mi capisci se ti dico che Dio sapeva quanto fossi debole e nella mia grande debolezza mi ha resa invincibile, ma non perchè io ne abbia le forze. Le mie forze umane si esaurirebbero in un paio di ore, e il resto del giorno? Io possiedo la testa di una libellula, ma in un fisico da bradipo.
Maria

28 febbraio 2019
Carissima,
Allora, d’accordo: i tuoi amici missionari e io cercheremo di essere le tue mani e i tuoi piedi che non puoi usare come vorresti; tu cercherai di essere il nostro cuore, sempre sollecitato ad amare, anche la gente con cui noi siamo e lavoriamo, ma spesso irritato, deluso, incapace di capire e di accogliere. Quanto al cervello, ognuno usi il suo meglio che può, magari facendosi aiutare da Felipe e da Mafalda.
E Alien? Per i film io sono schizzinosissimo, è raro che mi organizzi per guardarne uno, e il più delle volte me ne vado dopo i primi 10 minuti. Alien non l’ho visto e non lo vedrò… ma ci capiamo lo stesso.
Un abbraccio grande
p. Franco

Inutilità – 1

29 gennaio 2019

Carissimo Franco,
ho potuto guardare in tivù diversi momenti della GMG a Panama. Ieri ho seguito parte della conferenza stampa del papa con i giornalisti, sul volo di ritorno. Una delle domande era sul perchè i giovani, ma in generale molte persone, sono lontane e indifferenti alla chiesa. Mancano i testimoni, ha detto il papa. Non gli eroi, ma chi vive quello che pensa e dice. Io aggiungo che spesso non mi chiedono cosa ne penso, ma solo se continuo a vivere come dicevo e come dico. Ti confesso che è davvero tanto difficile. Sai, per grazia di Dio conosco diverse persone impegnate a dimostrare con la vita la loro fede, ma io no. Io sono dentro queste mura e confido che le mani di chi opera nel mondo siano anche le mie. Dopo i fatidici tre anni tornerà a casa un mio amico missionario comboniano che fa il medico in Sud Sudan. Gli dico sempre che deve farlo anche a nome mio, perchè lì non ho potuto arrivarci. Perciò ti ripeto quanto anche tu sia prezioso. Mi vergogno quasi a dirti che sono con te, perchè io in fondo sto nella mia casa riscaldata con la luce, l’acqua corrente, il cibo sicuro… Scusami lo sfogo, ma mi sento così inutile e mi pare di non avere proprio una vita tanto semplice.
Maria

Aveva circa vent’anni Maria, frequentava l’università con buoni risultati, era appassionata di scoutismo, vivace e comunicativa. Pensava di andare in missione e dedicarsi a chi soffre. Poi… dopo una lunga giornata di mal di testa insopportabile piomba nel buio. Due mesi di incoscienza da cui riemerge per una vita assolutamente nuova ed impensata, con le capacità intellettive intatte, ma paralizzata, incapace anche di inghiottire. Cure interminabili e complesse la conducono a una condizione in cui parla, ma con una certa fatica, può lentamente scrivere al computer, si nutre con un sondino. Il cervello pieno di idee, domande, sogni, il cuore pieno di affetti e sofferenza, un caparbio aggrapparsi alla fede, anche se arida, la tenacia di ricominciare ogni giorno l’indispensabile “prendersi cura di sè” ma anche il comunicare con il mondo, riflettere, tenere aperto un dialogo con Dio senza “devozionismi” e smancerie, a volte conflittuale, mentre cerca di trovare il Vangelo nella sua esistenza, che rimane chiusa fra quattro mura, eppure ostinatamente aperta al mondo che la appassiona, indigna, la scandalizza e la fa fremere per ciò che vorrebbe dire e fare in mezzo a tante stupidità e a ottusi egoismi.

E’ per “colpa” sua, che continuo a scrivere queste “schegge di Bengala”. Qualche anno fa, demotivato e stanco di dibattermi fra troppi impegni, avevo deciso di smettere. Stavo scrivendo l’ultima scheggia, di congedo, quando mi arrivò una sua lettera. Non ci conoscevamo, nè mai avevo sentito parlare di lei. Mi raccontò qualche cosa di sè, mi disse di aver letto vari miei articoli con cui si trovava in sintonia, che le piacevano. Decisi che valeva la pena di continuare: se non per altri, per lei.

Ora le ho chiesto il permesso di far diventare “scheggia” quanto lei mi ha scritto due mesi fa, la mia risposta, la sua replica. Ha accettato volentieri; la ringrazio, anche a nome di chi ci legge.

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Dhaka, 30 gennaio 2019

Carissima Maria,
credo di intuire la tua frustrazione, il “sentirti inutile” perchè – davanti a tante cose che senti giuste e che vorresti fare – ti trovi impotente e “reclusa”.
Per chi, come me, è chiamato a tante attività, e ha tanti rapporti, questa sensazione è meno evidente e frequente, ma ogni tanto affiora – anche con forza: “tutto questo correre, fare, parlare, animare… dove arriva? a che serve?” Si dice che è una goccia in un oceano. E’ meno ancora; ne vale la pena? Non sono forse una trottola impazzita che gira vorticosamente… su sè stessa?

La risposta che trovo non è che la “goccia” tutto sommato è abbastanza grossa (!), o che la trottola – gira gira – arriverà da qualche parte, ma che dobbiamo accettare la nostra condizione di povertà e piccolezza, essere ciò che siamo stati chiamati ad essere e fare ciò che possiamo fare senza far conti e pretendere risultati, ma affidando tutto all’amore di Dio. Ciò che davvero ci sta a cuore (amore, pace, rispetto, fraternità…) non è misurabile, e nemmeno si trasmette su vie chiare e precise come i treni sulle rotaie o le onde radio, ciascuna sulla sua lunghezza. Sono microscopici frammenti di infinito il cui valore sta non nell’essere un po’ meno microscopici, ma nell’essere davvero frammenti di INFINITO, di Dio, di AMORE. Ecco perchè s. Teresa (se non sbaglio) dice che un atto d’amore vale più di tutto, e Paolo dice che qualunque cosa uno faccia, anche la più eroica, vale nulla senza amore. Papa Benedetto ha scritto che la beatitudine di “coloro che piangono” si riferisce a chi piange per i mali del mondo e per non poterli eliminare, ridurre, abolire; è beato perchè piange il pianto di Cristo; è unito a lui che ha percorso instancabilmente tanti villaggi per portare l’annuncio del Regno ed è finito in croce – la tortura più significativa dell’inutilità, quando Gesù è assolutamente impedito di fare qualsiasi cosa perchè tutto ciò che ha fatto è da buttare, e quindi si inchioda e poi si butta via anche Lui. Finisce in croce grazie al tradimento di un discepolo. Si può immaginare un fallimento più grande?

La croce, momento della massima inutilità di Dio.

Non so se circola ancora nelle parrocchie una preghiera diffusa anni fa, che dice che Cristo non ha più mani, ha le tue. Tu dirai che le tue non le ha, perchè non le puoi usare per svolgere le attività che sarebbero di Gesù. Forse la risposta è che le tue sono così unite alle sue che sono insieme, crocifisse, inutili dell’inutilità di Cristo stesso.

Che però ha mosso e muove milioni di persone, perchè sulla croce ama. Quando tu ti dispiaci della tua inattività, lo fai perche ami il bene, le persone povere, sofferenti, ignoranti, e vorresti aiutarle. Nella fede, e sulla pista che Gesù ci ha tracciato, noi diciamo che questo è un “frammento di infinito” del massimo valore, senza il quale tutto il resto non vale, e che invece vale anche se non c’è null’altro.

Qualche piccolo, piccolissimo segno che questo mistero di fede non è assurdo, ci viene donato.
(continua)

p. Franco

Oppressione

Ecco un commento alla scheggia “Benefattori”, del 29 gennaio scorso:

Caro padre Franco, tu parli di questa cosa con il tuo consueto “umorismo disincantato”, ma io sono indignato del comportamento di questi “benefattori”, che in realtà hanno agito come farabutti patentati. Possibile che non ci sia modo di mandarli in galera per usura e violenza privata?

Caro Mario, grazie! So che il mio modo di presentare fatti del genere può sembrare cinico, penso che sia un tentativo per gestire la sofferenza e l’impotenza che sento; e per fare intuire che non si tratta di un caso straordinario, ma quasi “normale”.

Possibile che non ci sia nulla da fare? Di usura non sento mai parlare, ma in casi di violenze sulle donne, o su bambini, qualcuno ha il coraggio, e l’aiuto, per sfidare la situazione. Se il papà della famigliola di cui parlo non fosse gravemente ammalato, e la mamma non fosse costretta a dare tutto il suo tempo per raggranellare ciò che neppure basta a sopravvivere, potrebbero appellarsi a recenti leggi in difesa delle donne e dei bambini, che hanno reso “temibile” una denuncia. Se si appoggiassero a organizzazioni per i diritti, potrebbero persino avere qualche eco su alcuni mezzi di comunicazione. Ma…

Va dato per scontato che una denuncia alla polizia richiede parecchi soldi, e può essere ad alto rischio. Se i “benefattori” stanno politicamente “dalla parte giusta”, tanto per cominciare la polizia rifiuterebbe di accettare una denuncia contro di loro. Rifiutati dalla polizia, e minacciati pesantemente, le vittime capirebbero alla svelta che devono tacere e cambiare indirizzo. E se i “benefattori” non avessero “agganci”? Potrebbero a loro volta sporgere una “contro-denuncia”, accusandoli di qualsiasi cosa venga loro in mente. Poi, mentre la loro denuncia – grazie ad adeguate mance – giace in un cassetto, le vittime saranno coinvolte per anni in udienze, rinvii, carte da bollo, spese con uscieri, falsi testimoni, improvvisati consiglieri, mentre il loro avvocato tirerà per le lunghe più che può, prima di dimostrare che sono innocenti. Conclusione tutt’altro che garantita, se chi denuncia ha i soldi per corrompere il loro avvocato difensore, o il giudice.

Innumerevoli famiglie di sottoproletariato vivono una miseria che è sempre unita al disprezzo, all’essere indifesi, sfruttati da ogni parte fino all’ultima goccia di sangue. Impegnano tutto il loro coraggio e le loro energie nell’impresa gigantesca di sopravvivere a disoccupazione, fame, mancanza di casa, debiti, malattie, angherie di ogni sorta: dalla “mancia” quotidiana al vigile perchè li lasci pedalare su un rikscio, alla “tariffa” per avere due secchi d’acqua dopo ore in fila, dalla percentuale all’incaricato di vendere il riso a prezzi calmierati, al maestro che vuole soldi per promuovere il figlio a cui non ha insegnato nulla, a chi impone un “affitto” sul terreno demaniale dove hanno la loro baracca… la lista è lunga, lunghissima. Spesso poi sono i poveri stessi che si fanno violenza e s’imbrogliano a vicenda, perchè non conoscono un altro modo di vivere.

I genitori di questo “caso” sono preoccupati anche per la figlia di 14 anni, perchè lo stupro singolo o collettivo per “dare una lezione” a qualcuno non è impossibile. Recentemente, uomini del partito che ha vinto le “elezioni” hanno violentato per vendetta donne che personalmente, o i cui fratelli, o mariti avevano sostenuto gli avversari. Nel 2001, quando l’attuale opposizione andò al potere, i casi furono tanti e gravi: il “metodo” non è prerogativa di una delle due parti…
Nella situazione di cui parlo io la politica non c’entra, ma – nonostante ci siano anche in Bangladesh reazioni indignate e impegni concreti per cambiare la mentalità e punire i colpevoli – che questo sia un metodo efficace e relativamente frequente per agire contro qualcuno è idea diffusa e praticata.

Franco Cagnasso
Dhaka, 18 febbraio 2018

Festa di S. Alberico Crescitelli, PIME – Martire

Fantasie

Supponiamo, fantasticando, che in un paese democratico di questo mondo – uno qualunque, sia chiaro che non mi riferisco a nessuno in particolare – ci sia al potere un partito molto forte, con una coorte di partitelli d’appoggio. Nelle passate elezioni, l’opposizione si era ritirata per protesta lasciando campo libero a loro. Così, per 5 anni partito e partitelli si sono abituati a far da soli, e avrebbero piacere di continuare allo stesso modo. Che si potrebbe consigliare loro? Poichè, come si sa, si tratta di salvaguardare, anzi di aumentare gli spazi democratici, potrebbero anzitutto rassicurare tutti dicendo che le elezioni ci saranno e saranno libere e giuste, con garanzie per tutti. Intanto, continuino a governare, senza badare ai boicottaggi e complotti dell’opposizione continuamente in agguato – i complotti infatti sono antidemocratici. Il governo deve assicurare la giustizia, per questo potrebbero far giudicare e impiccare i sostenitori di un partito antidemocratico che in passato avessero commesso crimini contro l’umanità. Sarebbe anche bene combattere contro la corruzione, facendo processare e condannare al carcere persone che avessero ignobilmente approfittato della loro posizione per intascare soldi. Come per esempio la capo dell’opposizione e molti membri del suo partito. Non si preoccupino troppo se diversi avversari politici “scompaiono” e le famiglie li cercano invano: è un problema “fisiologico” anche nei paesi democratici più avanzati. All’avvicinarsi delle elezioni, ricordino che i dipendenti statali meritano un vistoso aumento di stipendio, e persuadano gli imprenditori ad aumentare un poco quelli dei lavoratori. Non dimentichino di concedere ai principali movimenti religiosi quello che vogliono, anche se non è proprio del tutto costituzionale, e nominino una buona commissione elettorale che vigili notte e giorno sull’imparzialità. Riconoscendo l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale, li aiutino a propagare notizie veritiere, punendo con il carcere i giornalisti che diffondessero notizie false, deformando la realtà o caricaturando chi – al governo – si sta prodigando per il bene di tutti. Proteggano i membri delle forze dell’ordine se persone coinvolte nella droga, o nella politica, dopo essere scomparse, o dopo un arresto, rimangono vittime di “fuoco incrociato” e muoiono: sono cose che capitano.
Si fissi poi la data, concedendo un tempo non troppo lungo per la campagna elettorale, per non dare spazio a disordini e illegalità. Dovendo aumentare la vigilanza, ricordino che aumenta anche l’impegno delle forze dell’ordine, per questo accolgano con gratitudine i giovani di buona volontà che vogliono venire in loro aiuto. Come? Per esempio, se ci sono assembramenti di folla dove si odono discorsi non rispondenti al vero, i giovani intervengano e con bastoni, mazze, spranghe, machete e altri strumenti persuasivi, e facciano capire ai presenti che stanno commettendo un errore e che se ne devono andare. Poi li denuncino per violenza sediziosa. Se certi paesi esteri, maestri del dubbio, volessero mandare “osservatori internazionali”; niente in contrario, anzi! Purtroppo però, c’è poco tempo per espletare le pratiche necessarie ad ottenere il visto di ingresso, e solo pochissimi richiedenti potranno entrare nell’immaginario paese di cui parlo. Gli altri? Spiacenti, ma bisognava chiederlo prima.
Intanto, i corpi di polizia, per guadagnare tempo, preparino i rapporti sull’ordine pubblico durante i comizi tenuti dall’opposizione, prima che i comizi stessi avvengano, così potranno subito denunciare le violenze, e arrestare senza indugio i colpevoli. Il fatto che a volte, fra le centinaia di persone denunciate per violenze e altri gravi reati, ci siano anche nomi di individui defunti da anni, paralitici, o all’estero, non ha rilevanza, perchè si tratta di errori su cui si farà un’inchiesta imparziale. Nei comizi del partito al potere, bisogna avvisare gli uditori che potranno avvicinarsi ai seggi solo coloro che voteranno per loro; a questo scopo, nel giorno delle votazioni, persone di buona volontà si dislocheranno nei punti di accesso ai seggi, persuadendo gli aspiranti votanti a far sapere quali intenzioni abbiano, onde evitare che incorrano in gravi errori e – magari – votino male. Nel giorno fatidico, entrati nei seggi, i rappresentanti del partito di potere noteranno che quelli dei partiti opposti non sono venuti. Pur con dispiacere, decideranno comunque di procedere, per non ostacolare il cammino della democrazia. Anzi, per facilitarlo, provvederanno a introdurre nelle apposite cassette un buon numero di schede pre-votate che rimpiazzino la mancata votazione di chi – per malattia o altri validi motivi – non potesse recarsi alle urne. A sua volta, chi ci va verrà gentilmente sollecitato a non perder tempo: si risparmi la fatica di andare in cabina, appoggi la scheda sul tavolo e tracci la croce sul simbolo del partito giusto; in caso fosse incerto, gli osservatori aiutino indicando con il dito dove si debba appoggiare la matita; se occorre, traccino loro stessi la croce: per la democrazia, siano disposti a svolgere anche i servizi più umili. Grazie a tutto ciò, nel giorno delle elezioni si conteranno (dico a caso, per fare un esempio) soltanto poche vittime, 18 morti, e circa 200 feriti.
Così, il popolo esprimerà il buon senso e il patriottismo che ha sempre dimostrato. Agli oppositori andranno 10 seggi, agli altri 288. E questi ultimi potranno dichiarare con fierezza che i risultati dimostrano una verità evidente – anche se era stata malignamente messa in dubbio da alcuni: si è trattato di un trionfo della democrazia!

Benefattori

Sei anni di età, sempre allegra e vivace nonostante la grandissima povertà in cui vive e il papà gravemente ammalato di reni, questa volta la bimba entra e si siede senza dire una parola. Ha un cerotto sulla fronte, è tristissima. “Che è successo?” le chiedo. La mamma interviene accarezzandola: “Un maramari…”. Mi sembra strano che un bisticcio fra bambini, anche se “maramari” significa che sono passati alle botte, possa averla ferita e stordita così. Pian piano li accompagno a dirmi di più. La famiglia ha un debito con alcune persone che lavorano in una “Organizzazione non Governativa” di cui non mi dicono il nome, che fa prestiti ai poveri. Avevano chiesto in prestito una grossa somma per curare il papà, ma l’incaricato, considerata l’evidente insolvibilità della famiglia, lo ha negato. Poi, con due impiegati dello stesso ufficio, è andato a trovarli a casa, per mostrare loro quanto fossero spiacenti, e quanto si preoccupassero per la loro situazione. Così tanto, che erano disposti a dare personalmente il prestito che l’ufficio non poteva concedere. Hanno consegnato circa 3.000 euro (lei guadagna circa 50 euro al mese) e – non avendo loro restituito nulla, nel giro di pochi mesi il debito, dicono i “benefattori”, è salito, con gli interessi, a circa 7.000 euro. Gradualmente le esortazioni sono diventate minacce finchè, visto che le parole non fanno effetto, sono passati a vie di fatto. Ogni pochi giorni, la sera, irrompono in casa e li picchiano con un bastone. Hanno picchiato anche il malato, ma soprattutto la moglie. La bambina no, scappa nell’altra stanza e la lasciano stare. Ma questa volta, aprendo la porta con violenza, l’hanno colpita (involontariamente!) alla testa e ha dovuto ricorrere ad un ospedale.
Sinceramente non so perchè lo facciano. Chiunque può capire che non riusciranno mai a pagare, e che le botte non portano soldi in tasca ai debitori – di conseguenza neppure ai creditori. Ma il trattamento, di cui in precedenza mi avevano detto solo qualche cosa, continua e lei è rassegnata. Un principio diffuso qui è che se si vogliono soldi dalla famiglia della moglie, bisogna picchiare la moglie fino a che – impietositi – i famigliari sganciano. Che abbiano scoperto, o abbiano il dubbio che – trattandosi di cristiani – abbiano alle spalle qualche straniero da cui spremere quello che vogliono?

Schifezze

Gli storici vanno avanti anche a colpi di riletture o revisioni, per nuovi elementi storici acquisiti, o perché cambia il loro punto di vista. Il Bangladesh non fa eccezione, e un bersaglio frequente di queste revisioni sono gli eventi del colonialismo raccontati da chi aveva perso e ora vuol dire la sua. Da questo punto di vista, la storia cambia, e non poco. A sentirla sembra nuova, e ha molto da insegnare.
Poi c’è anche qualche curiosità che sa di stupidaggine – come del resto si trovano anche nei giudizi di storiografi occidentali sui paesi colonizzati. Pochi giorni fa ho letto un lungo articolo che riassume un libro il cui tema è: come mai l’Europa ha conquistato il mondo?
La risposta viene da un autore cui piace viaggiare, e quando viaggia gusta le cucine locali. Gira e gira, un bel giorno arriva in Olanda, dove scopre una cucina orribile, e gli viene una voglia matta dei deliziosi piatti indiani o cinesi. Questa scoperta dolorosa lo fa riflettere sul passato. Formaggi verminosi, pesci puzzolenti… come facevano gli olandesi e altri nord europei a mangiare certe schifezze? Impossibile che ne fossero soddisfatti. Però non avevano alternative: le spezie orientali, che rendono la vita più bella e i piatti più buoni, venivano da lontano, erano rari e costosi. Per questo, stomacati dal loro stesso cibo, decisero di andarsele a prendere, e cominciarono le conquiste. I poveri marinai olandesi morivano come mosche mangiando carne marcia e bevendo birre fetide durante gli interminabili percorsi marittimi, ma tenevano duro, e la loro speranza tenace fece arrivare gli eserciti fino all’Indonesia, mentre gli inglesi cercavano spezie (e magari, per buona misura, anche oppio) conquistando l’India e sottomettendo la Cina. Chiarissimo; ma allora come mai spagnoli e portoghesi andarono in America? Certo non perché disdegnassero le spezie, o la loro cucina fosse migliore, ma perché – come tutti sanno – Cristoforo Colombo sbagliò indirizzo: voleva arrivare in India più in fretta, e senza saperlo si ritrovò in America! Invece delle spezie trovò l’oro, e si accontentò di quello, che si rivelò un’attraente alternativa.
Per buona misura – aggiungo io – dall’America arrivarono patate, mais, pomodori e tacchini – indubbiamente bene accolti dalle massaie europee…