Integratore

Bastano pochi giorni di osservazione per capire che si tratta di un topo decisamente audace, che ha trovato la strada per entrare in cucina e mangiarsi quello che vuole… Trappole? Veleni? I nostri giovani conoscono altri metodi. Analizzano le abitudini del roditore, si appostano, lo colgono in flagrante e con un unico colpo bene assestato lo neutralizzano. Poi ci vogliono due patate, un po’ di spezie, la divertita complicità della cuoca, e a mezzogiorno il topo comparirà in tavola sotto forma di spezzatino. Buono, anche se un po’ troppo piccante per i miei gusti.

Quest’arte l’hanno imparata da piccoli, quando – dopo il taglio del riso – scorrazzavano per i campi alla ricerca delle tane dove i topi avevano accumulato le scorte di riso per i tempi di magra. Scoprirne una voleva dire mangiarsi il riso, e anche il topo arrostito.

Che orrore! Fino a questo punto tirano cinghia i vostri studenti?

Su molte scatole di pillole e polveri varie vendute in farmacie italiane, si trova una scritta che dice più o meno così: questo prodotto non sostituisce una dieta sana ed equilibrata, ma può aiutare a… Seguono parole vaghe, intese a suggerire che poi si sta meglio ma – per carità – noi non garantiamo nulla. E c’è pure la raccomandazione: Non superare le dosi giornaliere indicate. Mi pare si chiamino “integratori alimentari” e che vadano abbastanza di moda.

Ecco, la nostra dieta è sana ed equilibrata, ma perchè non fare uso di questi “integratori alimentari” che tolgono dalla circolazione roditori importuni? Quanto alla dose… il topo era grosso e ben pasciuto, ma anche se qualcuno non ha partecipato al banchetto, un topo per sette commensali certamente non supera la dose giornaliera indicata: piccola, ma insaporita dal ricordo di epiche giornate di caccia con gli amici ai tempi dell’infanzia…

Parlare

Takbir Huda, un commentatore del quotidiano Daily Star, sul numero del 20 aprile racconta di essere andato, venerdì 12 aprile, alla settimanale riunione di preghiera (jumu’ah) nella moschea del suo quartiere, una delle più grandi di Dhaka. L’Iman predicatore – scrive Takbir – ha toccato vari temi, spiegando le regole del digiuno del prossimo Ramadan; ha anche affermato che sedersi sulla riva del lago per fare il picnic è contro le regole del Corano.- In quei giorni erano in fermento, e lo sono ancora oggi, molti ambienti giovanili, e i media hanno un argomento che non lasciano cadere, mentre la polizia e i politici si sono svegliati da un torpore non involontario, e si danno da fare per portare alla luce (o forse per coprire meglio) ciò che è accaduto in una grossa madrassa (scuola coranica) di Feni, cittadina dell’est Bangladesh. Là, una diciottenne studentessa della madrassa, Nusrat, che proprio in quel giorno avrebbe sostenuto l’esame di più alto livello “Alim”, è stata attirata sul tetto di un edificio amministrativo della scuola, legata, cosparsa di cherosene e data alle fiamme. E’ morta quattro giorni dopo, facendo in tempo a dire molte cose.

Di Nusrat ho visto pubblicata una sola fotografia, sempre la stessa, probabilmente scattata “in posa” in un negozio fotografico: capo velato, evidentemente non per coprire i capelli, ma per mettere in risalto un viso con labbra pesantemente truccate, e sguardo obliquo da donna fatale… Dava fastidio questo atteggiamento “poco islamico”? Forse sì, ma c’era altro. Nusrat era da tempo vittima delle pesanti molestie sessuali del direttore della scuola, uomo di prestigio, prima membro del partito Jamaat-ul-Islam e poi dell’Awami League, che è al potere. Stanca di resistergli, Nusrat si era messa d’accordo con la famiglia ed era andata a denunciarlo. La polizia ha registrato di nascosto il suo colloquio con l’ufficiale; in realtà un interrogatorio pieno di allusioni pesanti e di sottintesi molto chiari; poi lo ha messo “in rete”, dove è subito diventato “virale” mentre lei e la famiglia hanno iniziato a ricevere minacce. Tuttavia, forse Nusrat è riuscita a trovare qualcuno che si è messo dalla sua parte, e il Direttore della Scuola è stato arrestato. Immediatamente, centinaia di studenti della madrassa hanno organizzato manifestazioni di protesta per il suo arresto, sfilando per chiedere il suo rilascio “immediato e senza condizioni”, e la punizione della ragazza. La quale, invece di ritirare, ha confermato la denuncia. Due gruppi di studenti hanno avuto il permesso di parlare al Direttore in carcere, e pochi giorni dopo oltre 15 di loro, maschi e femmine, si sono organizzati per liberare la madrassa da una simile peste. Sul tetto, le hanno ingiunto di ritirare la denuncia, e anche di “concedersi” al leader del gruppo. Non ha ceduto, l’hanno bruciata viva.

Come mai nessuno ha sentito le sue urla? Si chiede il giornalista. Come mai la polizia – anzichè indagare e agire – ha cercato di ridicolizzare e svergognare la ragazza? Come mai il direttore della madrassa si sentiva così ben “coperto” da decidere di farla ammazzare in quel modo? Come mai un sostegno così massiccio, un’omertà così disgustosa da parte di centinaia di studenti? E si chiede pure: un fatto del genere, di cui tutta la città parla, non merita una parola nel sermone settimanale, dove si criticano coloro che vanno a fare il picnic al lago piuttosto che coloro che insidiano, ammazzano, collaborano, tacciono?

Forse sta avvenendo una svolta, nella mentalità del Bangladesh. Le notizie di stupri, anche di gruppo, pestaggi, uccisioni, suicidi di donne, anche di bambine sono sempre più frequenti. Non credo che ci sia nulla di nuovo, se non il fatto che se ne parli, e che si facciano più intense le iniziative perchè questi comportamenti non passino sotto silenzio, come “mali inevitabili”, o forse neppure tanto come mali, visto che “così sono fatti gli uomini”, e tocca alle ragazze o alle famiglie stare attenti…

Per me questi eventi angoscianti sono anche un invito a pensare a ciò che avviene “a casa nostra”. Ci hanno costretto, non importa se a volte con molta ipocrisia e con evidenti fini di lucro, a scovare fra noi la pedofilia, le sue coperture e anche complicità. Ci siamo scoperti affetti da una miopia ingenua, ma assai dannosa.

Se Takbir Huda mi chiedesse: voi cattolici, nelle omelie domenicali, ne avete parlato? Dovrei rispondergli che ci sono state iniziative di coscientizzazione, piani di intervento educativi, disposizioni precise di vescovi e superiori; ma nel rapporto diretto, nella pastorale ordinaria con le comunità dei fedeli, mi sembra di no – salvo eccezioni che non saprei indicare.

Dissociazione

Samuel, fino a pochi mesi fa, faceva parte del gruppo di studenti di College che vivevano con il PIME in parrocchia. Poi ha lasciato, e sta cercando una strada per realizzare altrove la sua voglia di aiutare il prossimo in necessità. Si è accollato la responsabilità di sistemare una scuola in condizioni precarie, a rischio di chiusura, caparbiamente tenuta aperta da vari insegnanti volontari, per assistere ogni mattina oltre cento giovani “diversamente abili”, in una zona rurale molto povera del sud. Ha partecipato qui a Dhaka ad una settimana di formazione per giovani coinvolti in opere sociali, organizzato e finanziato dal governo, iniziato proprio la vigilia di Pasqua. “Un buon corso – mi dice – bene impostato e interessante.” Unico cristiano fra i 72 altri partecipanti, da loro – musulmani – è venuto a sapere delle stragi di cristiani in varie chiese, e in vari hotel dello Sri Lanka. Unanime il dolore e la partecipazione che tutti hanno espresso, senza ombre di giustificazione: è una vergogna che dicano di agire in nome dell’islam. Certo quello non è il nostro islam… Ma questo atteggiamento, che ritengo ampiamente maggioritario, non è ancora riuscito ad esprimersi in azioni comuni, di massa. Troppa paura di essere considerati musulmani tiepidi, filo occidentali? Imbarazzo davanti a chi li accuserebbe di ignorare i morti innocenti dei bombardamenti americani?

Pasqua

Pinerolo (Torino), 1954. Dopo le vacanze estive al termine delle elementari, vengo a sapere che Zanni, un mio compagno di classe, non s’è iscritto alla “Scuola di Avviamento Professionale”; è morto per un’appendicite acuta. Abitava lontano dall’ospedale, i suoi erano poveri, non sapevano come portarlo, temevano di non poter affrontare la spesa… Ho pensato a lui tante volte!

Kaliakoir (Bangladesh), 20 aprile 2019, mattino della Vigilia di Pasqua. Prodip, padre di cinque bambini piccoli, si sente dire dal medico dell’ospedale locale: “Tua moglie per la terza volta ha un attacco di appendicite acuta. Se non la fai operare subito, la perdi. Se non puoi pagare per i due giorni di degenza già fatti, e per l’operazione, portatela via subito. Ti ho già ridotto il costo da 30 a 26mila taka, di più non posso fare”.

Mentre mi preparo per andare alla Veglia pasquale, alle 21, Prodip mi telefona: “Mia moglie è stata operata, sta bene. Padre, non so che cosa dirti. Grazie. Ci hai dato una vita nuova!”

Giro voi il loro grazie. Anche per me, questo fatto è un poco di vita nuova. Una Pasqua.

Pregiudizi

Dal 2003 fino ad oggi aiuto economicamente, e con i miei saggi consigli, un ostello per bambini poverissimi della popolazione Marma, di religione buddista. Conosco bene il fondatore e direttore, di cui mi sento amico e di cui ho parlato in qualche scheggia. Del “comitato” che lo aiuta fanno parte anche due monaci buddisti di una pagoda nella cittadina di Bandarban, nel sud.
Non molto tempo fa, quasi in contemporanea, io venni accostato da una suora e lui, il direttore, dall’abate di una pagoda.
La suora disse a me, con rammarico e con insistenza, che sbagliavo ad aiutare quell’ostello, perchè i monaci picchiano i bambini regolarmente, con il bastone. Lo sapeva per certo, ed era in pena per i bambini.
L’abate disse al mio amico che sbagliava ad appoggiarsi ad un prete cattolico, che aveva come unica intenzione quella di convertire lui e tutti i bambini.
Entrambi erano molto convinti, sicurissimi. Neppure riuscii a dire alla suora che i due monaci lasciavano il monastero e andavano all’ostello, al massimo per due o tre ore al mese. Ancor meno riuscii a dire all’Abate che stesse tranquillo: mi guardo bene dal vendere la mia religione comprando le conversioni…
Ma, tant’è: loro lo sapevano di sicuro!

Prospettiva

Per qualunque cosa, c’è sempre un’altra prospettiva, e conoscerla fa bene.
Dopo questa profonda considerazione filosofica, vengo al punto. La giovane primo ministro della Nuova Zelanda, di cui ricordo il volto (un volto disastrosamente poco adatto a un politico, perchè dà la penosa sensazione che pensi prima di parlare…) ma non il nome, ha commosso il mondo, almeno il mondo islamico del sud Asia, dopo la tragedia accaduta a Christchurch, nel suo Paese, quando un fondamentalista cristiano ha ucciso in due moschee 40 musulmani radunati in preghiera e ne ha feriti 19. La commozione non viene dal fatto che abbia pronunciato nuove, più indignate parole per stigmatizzare l’accaduto, ma perchè:
– Non ha detto “vedremo, aspettiamo di capire, forse è un pazzo isolato, ecc.” Ha subito parlato di terrorismo. Non ha parlato di “musulmani” immigrati colpiti da un cristiano di nazionalità australiana, ma di “noi neozelandesi” colpiti da questo atto terroristico, usando in ogni intervento questo “linguaggio inclusivo” che evita il “noi e loro”.
– Ha fatto in modo che il nome dell’attentatore non venisse diffuso e il suo volto non venisse fotografato: un metodo intelligente e non violento per frustrare un narcisista come lui.
– Non si è presentata con l’atteggiamento del generale che arringa le truppe per sconfiggere il nemico, sicuro che “la vittoria sarà nostra…” ma come una persona sinceramente addolorata e preoccupata, che invoca il buon senso delle persone di pace, l’unità di tutti, e che fa subito approvare una legge per controllare meglio a chi vanno in mano le armi che si producono e vendono.
– Quando il presidente turco Erdogan – noto per la sua delicatezza e per il suo tatto – ha detto che avrebbe fatto introdurre la pena di morte in Nuova Zelanda perchè il colpevole venga impiccato, e che spedirà a casa in una bara chiunque accosti la Turchia con animo anti-islamico, lei ha risposto: “ Chiederò al mio ministro degli esteri di andare di persona a parlargli, per capire bene che cosa dice e perchè”
– Quando nelle moschee s’è pregato per i defunti, ha partecipato stando insieme ad altri, all’esterno, anche lei silenziosamente in preghiera, con il capo coperto.
A ben vedere, niente di straordinario. Ma molti musulmani si sentono assediati dalla “islamofobia” di chi vede solo il terrorismo di origine islamica, di chi ha paura dell’islam e tenta di isolarne tutti i fedeli, di chi non vede o non capisce comportamenti che polarizzano le differenze, colpevolizzano i musulmani e offrono pretesti per il terrorismo – che ha anche altre origini, ragioni e matrici. Perchè – si chiede qualcuno – dopo una strage in una scuola americana si parla di malato mentale, e dopo una strage in una scuola pakistana nessuno parla di far ricorso allo psichiatra?

H – B – N – D – ?

Tutti sanno che cosa sia Hollywood.
Beh, forse esagero: magari c’è pure qualcuno che non lo sa. Nel caso, chieda.
Hollywood è in America – del Nord. Cioè negli Stati Uniti d’America. Mi pare che sia a Los Angeles. Se sbaglio, fatemi sapere.
Quando l’industria cinematografica Indiana decollò rapidissimamente, e si sviluppò avendo il centro a Bombay, qualcuno ebbe un’idea veramente geniale, destinata ad avere risonanza mondiale e a durare nel tempo: perchè non chiamiamo il centro produttivo cinematografico di Bombay “Bollywood”? Certo il nome evocherà qualcosa, e tutti capiranno che anche noi siamo importanti, moderni, emancipati, artistici, disinibiti, e ricchi. Il nome ebbe fortuna, e crebbe una galassia di giornalisti che nutrivano giornali, radio e TV – ora anche internet – di “gossips” (per chi non sa l’inglese: pettegolezzi) sugli attori e le attrici di Bollywood, proprio come quelli di Hollywood. Forse la risonanza è un poco minore, ma non tanto, se non altro perchè l’India quanto a popolazione non ha da invidiare nulla a nessuno! Difficile invece capire dove sia maggiore la stupidità.
Poi il governo indiano disse che Bombay era un nome spurio, dato dai colonialisti, e lo cancellò sostituendolo con Mumbay. Ma Bollywood non divenne Mollywood, rimase Bollywood…
I particolari non li conosco, ma so per certo che un bel giorno anche in Nigeria ci si chiese: non potremmo anche noi avere un’idea geniale, originale, moderna, tale che basti pronunciare un nome per capire il valore della cinematografia nigeriana? Forse che siamo da meno di americani e indiani? Fu così che si iniziò a parlare di Nollywood. E si va avanti, e tutti capiscono quanto valgano attori, attrici, registi, produttori, costumisti, e comparse nigeriani.
Il Bangladesh non sta a guardare. Vero è che competere con la gigantesca India sarebbe presuntuoso, e che il pubblico bengalese continua a preferire le telenovele e altri programmi televisivi indiani a quelli locali… ma, insomma, forse un nome originale, moderno, trasgressivo, innovativo, emancipato, evocativo potrebbe aiutare – vero? Fu così che si cominciò a parlare di Dhollywood. Per favore, cogliete l’originalità del nome: pur essendo l’iniziale del Bangladesh B, qui noi non abbiamo Bollywood (che si confonderebbe con l’India), ma prendiamo le due (non solo una!) prime lettere del nome dell’immensa capitale Dhaka, e le appiccichiamo al bestione con tante teste che ci chiama “ollywood” + una iniziale.
E allora lasciatemi sognare. In Italia, riusciremo un giorno a liberarci del provincialissimo, banale, ovvio, decrepito nome “Cinecittà”? Ma non ci vergognamo? Che bello sarebbe poter dire con giusta fierezza: Iollywood!

ImmiEmigrati

ImmiEmigrati

Ovviamente, ogni immigrato è anche un emigrato.

Allora, chi è’ che lascia il Bangladesh come emigrante per diventare immigrato altrove?

Partono famiglie benestanti, che vogliono stare ancora meglio. Normalmente hanno le carte in regola perchè – proprio in quanto benestanti – sono accettate volentieri in alcuni paesi. Vedo per non pochi cattolici un processo graduale di trasferimento, magari iniziando dal figlio che riescono a far studiare in Canada, Australia o Malaysia, e poi pian piano ricompongono la famiglia nel nuovo paese.

Partono persone che si mettono in evidenza per capacità professionali; ci sono società internazionali che si fanno avanti offrendo loro un buon stipendio, buon posto, viaggio pagato, visa facile da ottenere e quant’altro occorre. Spesso la meta è un paese del Golfo, dove si lavora a contratto, non si può portare la famiglia e, finito il lavoro, si torna a casa. Le infermiere sono richieste; una scuola per infermiere a Uttara (vicino a Dhaka) fondata e gestita da Americani, accoglie solo ragazze che andranno a lavorare negli USA – ovviamente se passano gli esami.

Partono lavoratori qualificati con appositi corsi relativamente brevi (anche la Caritas organizza corsi di un certo prestigio, in vista di un lavoro all’estero, così pure il governo e vari enti) e anche non qualificati. Ma solo se hanno, o possono procurarsi, i mezzi per pagare intermediatori, biglietti di viaggio, documenti, cioè parecchie migliaia di dollari o euro. Parecchi partono dopo aver venduto l’ultimo campo che avevano, o dopo aver contratto debiti (con le carte in regola, o presso strozzini), garantiti da qualche parente.

Ma allora, fra i partenti non ci sono i poveracci, quelli “veri”? Quelli che non riescono a mantenere la famiglia e tanto meno a far studiare i figli, che non hanno un campo da vendere? Ci sono. Di solito si tratta di giovani che si spostano dal villaggio e affollano zone portuali, stazioni, aree industriali alla ricerca di un lavoro qualunque. Qualcuno li tiene d’occhio, poi un bel giorno li accosta e offre loro di andare a lavorare in Malaysia, Medio Oriente, Taiwan e altrove, in cambio di una somma decisamente modesta in rapporto ai costi di mercato. Diciamo 36.000 taka, circa 400 euro. Il giovanotto o la ragazza ce la mette tutta, vende quello che ha, chiede aiuto a destra e a sinistra e poco dopo si trova con in mano un passaporto (falso), e viene portato in un luogo – solitamente isolato – gestito dai mediatori, dove aspetta di partire. Strettamente proibito allontanarsi. Dopo un po’, gli diranno che l’occasione di lavoro è sfumata, però c’è un’alternativa: un buon posto in Libia. Veramente, per averlo occorrono 5.000 euro, ma niente paura: se non li hai, li restituirai lavorando nei primi due anni – o poco più…

Si parte. Verso un’isola disabitata del Golfo del Bangala, ad esempio, o un luogo nascosto nella foreste della Thailandia orientale: sequestro dei documenti, impossibilità di fuggire, cibo scarsissimo, malaria, e botte. Botte che vengono registrate e mandate al suo villaggio perchè la famiglia le veda e si affretti a pagare un riscatto, altrimenti la va male. Ci sono gruppi organizzati soprattutto nelle zone costiere del Bangladesh, che si occupano di questo compito umanitario: mandare notizie alla famiglia perchè paghi, e loro si incaricano di passare i soldi agli aguzzini. Se pagano, a volte tornano a casa, altre volte vengono riaffidati ad un altro gruppo che ricomincia la storia daccapo; altri ancora proseguono e arrivano in qualche paese ben lontano da quello che gli avevano promesso, senza documenti, né lavoro, né la minima idea di che cosa possa fare. Per molti, alla fine arriva anche la Libia, dove non dormiranno su un letto di rose…

Un’inchiesta, condotta per tre anni da due enti per i diritti civili della Malaysia, ha confermato quello che riempì per qualche settimana le pagine dei giornali negli anni 2014-15: barconi rifiutati dalle guardie costiere di Thailandia, Malaysia, Indonesia, carichi di Rohingya soprattutto, ma anche Bengalesi, portati via con una promessa di lavoro e poi ridotti in schiavitù. Si scoprirono fosse comuni dove venivano gettati quelli le cui famiglie non pagavano, o che morivano di stenti. Poi la Thailandia fece inchieste, scoprì’ che non pochi pezzi grossi malaysiani e thailandesi erano coinvolti, fermò alcune di queste organizzazioni, e non se ne parlò più. L’inchiesta sostiene che dal 2012 al 2015 oltre 170mila persone incapparono in questa rete. Il fenomeno non è finito, e ogni tanto i giornali bengalesi pubblicano la notiziola che un gruppo di ragazzi o ragazze, che era in attesa di essere deportato, è stato scoperto e liberato…

Secessione

Secessione

Il 26 marzo, giorno della proclamazione dell’indipendenza del Bengala Orientale (Pakistan Orientale) dal Pakistan, e della nascita del Bangladesh, si celebra con intensità crescente ogni anno. Si mette sempre più in evidenza il ruolo di Sheikh Mujibur Rahman, padre dell’attuale primo ministro Sheikh Hasina e “Padre della Patria”, popolarmente e affettuosamente noto come “Bongobondhu”, “amico del Bengala” – ucciso in un attentato nel 1975. Si insiste perchè la storia non venga distorta, e qualsiasi contraddizione o critica alla storia ufficiale è distorsione. Si dà importanza ai termini: il prossimo obiettivo è che l’ONU riconosca come “genocidio” la strage effettuata dai Pakistani nella notte fra il 25 e il 26 marzo 1971 – quando l’esercito entrò silenziosamente e senza preavviso nelle università e nei principali luoghi di cultura, uccidendo a freddo tutti i leader e potenziali leader politici e culturali del Bengala.- Quest’anno, il quotidiano “The Daily Star” s’è preso il gusto di festeggiare l’indipendenza dando i numeri. Offre ai lettori alcuni fondamentali dati economici, e sociali, per confrontare la situazione del Pakistan Occidentale e del Pakistan Orientale nel 1971 con quella del Pakistan e del Bangladesh oggi. Il commento è sobrio, ma le cifre sono evidenti: l’indipendenza ha portato il Bangladesh (che fino al 1971 era il “fratello piccolo e povero” del Pakistan Occidentale) a sorpassare il Pakistan in molti campi rilevanti.

Attuale numero di abitanti : Pakistan Occidentale, 207 milioni / Bangladesh, 170 milioni

Aspettativa di vita nel 1972-73: P. Occidentale 54 anni / Bangladesh 47 anni (7 anni in meno)

          Nel 2018-19: Pakistan 66 anni / Bangladesh 73 anni (7 anni in più)

Reddito medio per abitante nel 1972-73: P. Occidentale 180 dollari / Bangladesh 120 dollari

          Nel 2018-19: P. Occidentale 1.641 dollari / Bangladesh 1.827 dollari

Esportazioni nel 1972-73: Pakistan Occidentale 760 milioni di dollari / Bangladesh 377 milioni di dollari

          Nel 2018-19: Pakistan 23 miliardi di dollari / Bangladesh 36,6 miliardi di dollari

Prodotto interno lordo nel 1972-73: P. Occidentale 10,6 miliardi di dollari / Bangladesh 6.28 miliardi

          Nel 2018-19: P. Occidentale 320 miliardi di dollari / Bangladesh 300 miliardi

Dicevo che i commenti del quotidiano sono pochi e sobri: parlano le cifre… Ma un cenno ironico non poteva mancare: riguarda la “infame” affermazione dell’allora Segretario di Stato Americano Henry Kissinger, che nel 1974 affermò: “Il Bangladesh è un cestino senza fondo”. I fatti gli hanno dato torto.

Anniversario

Pian piano, il gruppetto di missionari del PIME in Bangladesh sta smettendo di essere identificato come come “I missionari italiani”. Mentre gli italiani sono diminuiti di numero e aumentati di età, sono arrivati missionari di altri paesi: Cameroun, Brasile, Colombia, India – per ora – mentre sono in attesa di ottenere il visto di entrata e unirsi a noi – oltre a un italiano – un missionario della Guinea Bissau e un altro dall’India. Ogni tanto poi, compaiono missionari del PIME bengalesi, che ritornano per le loro vacanze dalle missioni in cui si trovano: Cameroun, Guinea Bissau, Papua Nuova Guinea, Filippine, direzione generale dell’Istituto a Roma (…perchè, non è una missione anche quella?).

Durante l’assemblea che abbiamo tenuto a Dinajpur (la “capitale” del PIME in Bangladesh) il 26 e 27 febbraio scorsi mi guardavo in giro, e non nascondo che mi sentivo soddisfatto. Mi è venuto in mente che si potrebbe celebrare un anniversario, perchè questa ricchezza di presenze è stata avviata quasi 30 anni fa, settembre-ottobre 1989, quando il PIME ha scelto di aprirsi ad accogliere anche persone provenienti da paesi “a maggioranza non cristiana. Fino a quel momento questo non accadeva per due motivi: il PIME si sentiva in qualche modo legato alle sue origini di istituto che esprime la missionarietà della chiesa italiana, rimanendo in vari modi legato ad essa, e il PIME voleva spendere tutte le sue energie nella fondazione di chiese locali, preoccupandosi di formarne il clero, per cui indirizzava ai seminari diocesani (fondati dal PIME stesso), coloro che chiedevano di unirsi a lui.

L’assemblea generale speciale del 1971 aveva ribadito questi principi, fermando un piccolo inizio di accoglienza di membri indiani, avviato negli anni precedenti. Era la risposta al problema che per gli stranieri era diventato praticamente impossibile ottenere visti per lavorare in India, e per questo si prospettava la necessità di lasciare parrocchie e opere fondate da noi, fino a scomparire gradualmente – come era ormai avvenuto nel Bengala occidentale e sarebbe avvenuto anche nell’Andhra Pradesh, dove avevamo creato tante comunità cristiane, parrocchie, diocesi, scuole, ospedali, centri sociali e così via. Ma la maggioranza ritenne che questo motivo non fosse compatibile con le nostre caratteristiche. Entrare nel PIME per lavorare poi nel proprio paese era qualcosa di inedito, e avrebbe messo in crisi vari aspetti della nostra tradizione, anche spirituale. Fu una scelta difficile e anche dolorosa, specie per coloro che ci credevano, e ancora di più per i confratelli indiani (fra cui diversi miei amici personali); ma ne condividevo le motivazioni, e la sostenni.

Nell’assemblea generale che si svolse 18 anni dopo a Tagaytay (Filippine), si decise invece per l’apertura – e io mi espressi a favore. Voltagabbana? Non penso. Le motivazioni erano altre, e le modalità di apertura furono elaborate in modo da garantire che il PIME rimanesse se stesso, aprendosi però alle realtà diverse nel frattempo maturate e di cui stavamo diventando meglio coscienti.

Quali? Era più chiaro che la missione non si poteva identificare con il partire da “paesi cristiani”, in pratica Europa e Americhe, verso “paesi non cristiani”. I primi erano sempre meno identificabili come tali, e i secondi stavano arricchendosi di chiese che – pur fortemente minoritarie – erano tuttavia vivaci e feconde; ci si era convinti che la missione non è un “di più” doveroso solo per coloro che hanno “vocazioni” in abbondanza, o addirittura preti che rimangono disoccupati; è una dimensione della chiesa stessa, grande o piccola che sia. Il PIME dunque, accogliendo membri di paesi “a maggioranza non cristiana” non doveva aver paura di defraudare quelle chiese, doveva invece aiutarle ad esprimere la loro dimensione missionaria anche all’estero, perchè questo avrebbe contribuito alla loro maturazione e crescita, oltre che a offrire aperture, metodi, mentalità nuove nelle tradizionali “missioni”.

Si stabilì dunque che non si trattava di “cercar vocazioni” per la sopravvivenza dell’istituto; piuttosto, alle chiese che avevamo fondato o in cui operavamo da tempo, potevamo proporre anche il nostro istituto come strumento di missione a dimensione universale. La regola, molto semplice, fu stabilita in questi termini: chi entra nel PIME viene mandato ad operare in paesi diversi dal suo, segno di una chiesa – anche piccola e giovane – che si apre al donare, e stimolo nuovo per la chiesa che lo riceve.

Inoltre, l’accoglienza di missionari da queste chiese doveva essere decisa caso per caso, in armonia con gli episcopati locali.

Si iniziò subito, non mancarono fatiche ed errori; ma ora, guardandomi intorno nell’aula della nostra piccola assemblea, ascoltando gli interventi, pensando a dove lavorano i miei confratelli – sia italiani sia di “paesi a maggioranza non cristiana”, mangiando e pregando insieme… sentivo una grande gioia e soddisfazione. E’ stata una scelta giusta, direi provvidenziale. Io, italiano, entrato nel PIME ben prima che loro nascessero, sono ben contento di ascoltare, guardare, scambiare esperienze, idee e programmi con questi missionari africani, asiatici, latino americani. Insieme, esprimiamo meglio la realtà di una chiesa universale, ovunque a casa propria e ovunque straniera.

Franco Cagnasso