Inutilità – 1

29 gennaio 2019

Carissimo Franco,
ho potuto guardare in tivù diversi momenti della GMG a Panama. Ieri ho seguito parte della conferenza stampa del papa con i giornalisti, sul volo di ritorno. Una delle domande era sul perchè i giovani, ma in generale molte persone, sono lontane e indifferenti alla chiesa. Mancano i testimoni, ha detto il papa. Non gli eroi, ma chi vive quello che pensa e dice. Io aggiungo che spesso non mi chiedono cosa ne penso, ma solo se continuo a vivere come dicevo e come dico. Ti confesso che è davvero tanto difficile. Sai, per grazia di Dio conosco diverse persone impegnate a dimostrare con la vita la loro fede, ma io no. Io sono dentro queste mura e confido che le mani di chi opera nel mondo siano anche le mie. Dopo i fatidici tre anni tornerà a casa un mio amico missionario comboniano che fa il medico in Sud Sudan. Gli dico sempre che deve farlo anche a nome mio, perchè lì non ho potuto arrivarci. Perciò ti ripeto quanto anche tu sia prezioso. Mi vergogno quasi a dirti che sono con te, perchè io in fondo sto nella mia casa riscaldata con la luce, l’acqua corrente, il cibo sicuro… Scusami lo sfogo, ma mi sento così inutile e mi pare di non avere proprio una vita tanto semplice.
Maria

Aveva circa vent’anni Maria, frequentava l’università con buoni risultati, era appassionata di scoutismo, vivace e comunicativa. Pensava di andare in missione e dedicarsi a chi soffre. Poi… dopo una lunga giornata di mal di testa insopportabile piomba nel buio. Due mesi di incoscienza da cui riemerge per una vita assolutamente nuova ed impensata, con le capacità intellettive intatte, ma paralizzata, incapace anche di inghiottire. Cure interminabili e complesse la conducono a una condizione in cui parla, ma con una certa fatica, può lentamente scrivere al computer, si nutre con un sondino. Il cervello pieno di idee, domande, sogni, il cuore pieno di affetti e sofferenza, un caparbio aggrapparsi alla fede, anche se arida, la tenacia di ricominciare ogni giorno l’indispensabile “prendersi cura di sè” ma anche il comunicare con il mondo, riflettere, tenere aperto un dialogo con Dio senza “devozionismi” e smancerie, a volte conflittuale, mentre cerca di trovare il Vangelo nella sua esistenza, che rimane chiusa fra quattro mura, eppure ostinatamente aperta al mondo che la appassiona, indigna, la scandalizza e la fa fremere per ciò che vorrebbe dire e fare in mezzo a tante stupidità e a ottusi egoismi.

E’ per “colpa” sua, che continuo a scrivere queste “schegge di Bengala”. Qualche anno fa, demotivato e stanco di dibattermi fra troppi impegni, avevo deciso di smettere. Stavo scrivendo l’ultima scheggia, di congedo, quando mi arrivò una sua lettera. Non ci conoscevamo, nè mai avevo sentito parlare di lei. Mi raccontò qualche cosa di sè, mi disse di aver letto vari miei articoli con cui si trovava in sintonia, che le piacevano. Decisi che valeva la pena di continuare: se non per altri, per lei.

Ora le ho chiesto il permesso di far diventare “scheggia” quanto lei mi ha scritto due mesi fa, la mia risposta, la sua replica. Ha accettato volentieri; la ringrazio, anche a nome di chi ci legge.

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Dhaka, 30 gennaio 2019

Carissima Maria,
credo di intuire la tua frustrazione, il “sentirti inutile” perchè – davanti a tante cose che senti giuste e che vorresti fare – ti trovi impotente e “reclusa”.
Per chi, come me, è chiamato a tante attività, e ha tanti rapporti, questa sensazione è meno evidente e frequente, ma ogni tanto affiora – anche con forza: “tutto questo correre, fare, parlare, animare… dove arriva? a che serve?” Si dice che è una goccia in un oceano. E’ meno ancora; ne vale la pena? Non sono forse una trottola impazzita che gira vorticosamente… su sè stessa?

La risposta che trovo non è che la “goccia” tutto sommato è abbastanza grossa (!), o che la trottola – gira gira – arriverà da qualche parte, ma che dobbiamo accettare la nostra condizione di povertà e piccolezza, essere ciò che siamo stati chiamati ad essere e fare ciò che possiamo fare senza far conti e pretendere risultati, ma affidando tutto all’amore di Dio. Ciò che davvero ci sta a cuore (amore, pace, rispetto, fraternità…) non è misurabile, e nemmeno si trasmette su vie chiare e precise come i treni sulle rotaie o le onde radio, ciascuna sulla sua lunghezza. Sono microscopici frammenti di infinito il cui valore sta non nell’essere un po’ meno microscopici, ma nell’essere davvero frammenti di INFINITO, di Dio, di AMORE. Ecco perchè s. Teresa (se non sbaglio) dice che un atto d’amore vale più di tutto, e Paolo dice che qualunque cosa uno faccia, anche la più eroica, vale nulla senza amore. Papa Benedetto ha scritto che la beatitudine di “coloro che piangono” si riferisce a chi piange per i mali del mondo e per non poterli eliminare, ridurre, abolire; è beato perchè piange il pianto di Cristo; è unito a lui che ha percorso instancabilmente tanti villaggi per portare l’annuncio del Regno ed è finito in croce – la tortura più significativa dell’inutilità, quando Gesù è assolutamente impedito di fare qualsiasi cosa perchè tutto ciò che ha fatto è da buttare, e quindi si inchioda e poi si butta via anche Lui. Finisce in croce grazie al tradimento di un discepolo. Si può immaginare un fallimento più grande?

La croce, momento della massima inutilità di Dio.

Non so se circola ancora nelle parrocchie una preghiera diffusa anni fa, che dice che Cristo non ha più mani, ha le tue. Tu dirai che le tue non le ha, perchè non le puoi usare per svolgere le attività che sarebbero di Gesù. Forse la risposta è che le tue sono così unite alle sue che sono insieme, crocifisse, inutili dell’inutilità di Cristo stesso.

Che però ha mosso e muove milioni di persone, perchè sulla croce ama. Quando tu ti dispiaci della tua inattività, lo fai perche ami il bene, le persone povere, sofferenti, ignoranti, e vorresti aiutarle. Nella fede, e sulla pista che Gesù ci ha tracciato, noi diciamo che questo è un “frammento di infinito” del massimo valore, senza il quale tutto il resto non vale, e che invece vale anche se non c’è null’altro.

Qualche piccolo, piccolissimo segno che questo mistero di fede non è assurdo, ci viene donato.
(continua)

p. Franco

Oppressione

Ecco un commento alla scheggia “Benefattori”, del 29 gennaio scorso:

Caro padre Franco, tu parli di questa cosa con il tuo consueto “umorismo disincantato”, ma io sono indignato del comportamento di questi “benefattori”, che in realtà hanno agito come farabutti patentati. Possibile che non ci sia modo di mandarli in galera per usura e violenza privata?

Caro Mario, grazie! So che il mio modo di presentare fatti del genere può sembrare cinico, penso che sia un tentativo per gestire la sofferenza e l’impotenza che sento; e per fare intuire che non si tratta di un caso straordinario, ma quasi “normale”.

Possibile che non ci sia nulla da fare? Di usura non sento mai parlare, ma in casi di violenze sulle donne, o su bambini, qualcuno ha il coraggio, e l’aiuto, per sfidare la situazione. Se il papà della famigliola di cui parlo non fosse gravemente ammalato, e la mamma non fosse costretta a dare tutto il suo tempo per raggranellare ciò che neppure basta a sopravvivere, potrebbero appellarsi a recenti leggi in difesa delle donne e dei bambini, che hanno reso “temibile” una denuncia. Se si appoggiassero a organizzazioni per i diritti, potrebbero persino avere qualche eco su alcuni mezzi di comunicazione. Ma…

Va dato per scontato che una denuncia alla polizia richiede parecchi soldi, e può essere ad alto rischio. Se i “benefattori” stanno politicamente “dalla parte giusta”, tanto per cominciare la polizia rifiuterebbe di accettare una denuncia contro di loro. Rifiutati dalla polizia, e minacciati pesantemente, le vittime capirebbero alla svelta che devono tacere e cambiare indirizzo. E se i “benefattori” non avessero “agganci”? Potrebbero a loro volta sporgere una “contro-denuncia”, accusandoli di qualsiasi cosa venga loro in mente. Poi, mentre la loro denuncia – grazie ad adeguate mance – giace in un cassetto, le vittime saranno coinvolte per anni in udienze, rinvii, carte da bollo, spese con uscieri, falsi testimoni, improvvisati consiglieri, mentre il loro avvocato tirerà per le lunghe più che può, prima di dimostrare che sono innocenti. Conclusione tutt’altro che garantita, se chi denuncia ha i soldi per corrompere il loro avvocato difensore, o il giudice.

Innumerevoli famiglie di sottoproletariato vivono una miseria che è sempre unita al disprezzo, all’essere indifesi, sfruttati da ogni parte fino all’ultima goccia di sangue. Impegnano tutto il loro coraggio e le loro energie nell’impresa gigantesca di sopravvivere a disoccupazione, fame, mancanza di casa, debiti, malattie, angherie di ogni sorta: dalla “mancia” quotidiana al vigile perchè li lasci pedalare su un rikscio, alla “tariffa” per avere due secchi d’acqua dopo ore in fila, dalla percentuale all’incaricato di vendere il riso a prezzi calmierati, al maestro che vuole soldi per promuovere il figlio a cui non ha insegnato nulla, a chi impone un “affitto” sul terreno demaniale dove hanno la loro baracca… la lista è lunga, lunghissima. Spesso poi sono i poveri stessi che si fanno violenza e s’imbrogliano a vicenda, perchè non conoscono un altro modo di vivere.

I genitori di questo “caso” sono preoccupati anche per la figlia di 14 anni, perchè lo stupro singolo o collettivo per “dare una lezione” a qualcuno non è impossibile. Recentemente, uomini del partito che ha vinto le “elezioni” hanno violentato per vendetta donne che personalmente, o i cui fratelli, o mariti avevano sostenuto gli avversari. Nel 2001, quando l’attuale opposizione andò al potere, i casi furono tanti e gravi: il “metodo” non è prerogativa di una delle due parti…
Nella situazione di cui parlo io la politica non c’entra, ma – nonostante ci siano anche in Bangladesh reazioni indignate e impegni concreti per cambiare la mentalità e punire i colpevoli – che questo sia un metodo efficace e relativamente frequente per agire contro qualcuno è idea diffusa e praticata.

Franco Cagnasso
Dhaka, 18 febbraio 2018

Festa di S. Alberico Crescitelli, PIME – Martire

Fantasie

Supponiamo, fantasticando, che in un paese democratico di questo mondo – uno qualunque, sia chiaro che non mi riferisco a nessuno in particolare – ci sia al potere un partito molto forte, con una coorte di partitelli d’appoggio. Nelle passate elezioni, l’opposizione si era ritirata per protesta lasciando campo libero a loro. Così, per 5 anni partito e partitelli si sono abituati a far da soli, e avrebbero piacere di continuare allo stesso modo. Che si potrebbe consigliare loro? Poichè, come si sa, si tratta di salvaguardare, anzi di aumentare gli spazi democratici, potrebbero anzitutto rassicurare tutti dicendo che le elezioni ci saranno e saranno libere e giuste, con garanzie per tutti. Intanto, continuino a governare, senza badare ai boicottaggi e complotti dell’opposizione continuamente in agguato – i complotti infatti sono antidemocratici. Il governo deve assicurare la giustizia, per questo potrebbero far giudicare e impiccare i sostenitori di un partito antidemocratico che in passato avessero commesso crimini contro l’umanità. Sarebbe anche bene combattere contro la corruzione, facendo processare e condannare al carcere persone che avessero ignobilmente approfittato della loro posizione per intascare soldi. Come per esempio la capo dell’opposizione e molti membri del suo partito. Non si preoccupino troppo se diversi avversari politici “scompaiono” e le famiglie li cercano invano: è un problema “fisiologico” anche nei paesi democratici più avanzati. All’avvicinarsi delle elezioni, ricordino che i dipendenti statali meritano un vistoso aumento di stipendio, e persuadano gli imprenditori ad aumentare un poco quelli dei lavoratori. Non dimentichino di concedere ai principali movimenti religiosi quello che vogliono, anche se non è proprio del tutto costituzionale, e nominino una buona commissione elettorale che vigili notte e giorno sull’imparzialità. Riconoscendo l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale, li aiutino a propagare notizie veritiere, punendo con il carcere i giornalisti che diffondessero notizie false, deformando la realtà o caricaturando chi – al governo – si sta prodigando per il bene di tutti. Proteggano i membri delle forze dell’ordine se persone coinvolte nella droga, o nella politica, dopo essere scomparse, o dopo un arresto, rimangono vittime di “fuoco incrociato” e muoiono: sono cose che capitano.
Si fissi poi la data, concedendo un tempo non troppo lungo per la campagna elettorale, per non dare spazio a disordini e illegalità. Dovendo aumentare la vigilanza, ricordino che aumenta anche l’impegno delle forze dell’ordine, per questo accolgano con gratitudine i giovani di buona volontà che vogliono venire in loro aiuto. Come? Per esempio, se ci sono assembramenti di folla dove si odono discorsi non rispondenti al vero, i giovani intervengano e con bastoni, mazze, spranghe, machete e altri strumenti persuasivi, e facciano capire ai presenti che stanno commettendo un errore e che se ne devono andare. Poi li denuncino per violenza sediziosa. Se certi paesi esteri, maestri del dubbio, volessero mandare “osservatori internazionali”; niente in contrario, anzi! Purtroppo però, c’è poco tempo per espletare le pratiche necessarie ad ottenere il visto di ingresso, e solo pochissimi richiedenti potranno entrare nell’immaginario paese di cui parlo. Gli altri? Spiacenti, ma bisognava chiederlo prima.
Intanto, i corpi di polizia, per guadagnare tempo, preparino i rapporti sull’ordine pubblico durante i comizi tenuti dall’opposizione, prima che i comizi stessi avvengano, così potranno subito denunciare le violenze, e arrestare senza indugio i colpevoli. Il fatto che a volte, fra le centinaia di persone denunciate per violenze e altri gravi reati, ci siano anche nomi di individui defunti da anni, paralitici, o all’estero, non ha rilevanza, perchè si tratta di errori su cui si farà un’inchiesta imparziale. Nei comizi del partito al potere, bisogna avvisare gli uditori che potranno avvicinarsi ai seggi solo coloro che voteranno per loro; a questo scopo, nel giorno delle votazioni, persone di buona volontà si dislocheranno nei punti di accesso ai seggi, persuadendo gli aspiranti votanti a far sapere quali intenzioni abbiano, onde evitare che incorrano in gravi errori e – magari – votino male. Nel giorno fatidico, entrati nei seggi, i rappresentanti del partito di potere noteranno che quelli dei partiti opposti non sono venuti. Pur con dispiacere, decideranno comunque di procedere, per non ostacolare il cammino della democrazia. Anzi, per facilitarlo, provvederanno a introdurre nelle apposite cassette un buon numero di schede pre-votate che rimpiazzino la mancata votazione di chi – per malattia o altri validi motivi – non potesse recarsi alle urne. A sua volta, chi ci va verrà gentilmente sollecitato a non perder tempo: si risparmi la fatica di andare in cabina, appoggi la scheda sul tavolo e tracci la croce sul simbolo del partito giusto; in caso fosse incerto, gli osservatori aiutino indicando con il dito dove si debba appoggiare la matita; se occorre, traccino loro stessi la croce: per la democrazia, siano disposti a svolgere anche i servizi più umili. Grazie a tutto ciò, nel giorno delle elezioni si conteranno (dico a caso, per fare un esempio) soltanto poche vittime, 18 morti, e circa 200 feriti.
Così, il popolo esprimerà il buon senso e il patriottismo che ha sempre dimostrato. Agli oppositori andranno 10 seggi, agli altri 288. E questi ultimi potranno dichiarare con fierezza che i risultati dimostrano una verità evidente – anche se era stata malignamente messa in dubbio da alcuni: si è trattato di un trionfo della democrazia!

Benefattori

Sei anni di età, sempre allegra e vivace nonostante la grandissima povertà in cui vive e il papà gravemente ammalato di reni, questa volta la bimba entra e si siede senza dire una parola. Ha un cerotto sulla fronte, è tristissima. “Che è successo?” le chiedo. La mamma interviene accarezzandola: “Un maramari…”. Mi sembra strano che un bisticcio fra bambini, anche se “maramari” significa che sono passati alle botte, possa averla ferita e stordita così. Pian piano li accompagno a dirmi di più. La famiglia ha un debito con alcune persone che lavorano in una “Organizzazione non Governativa” di cui non mi dicono il nome, che fa prestiti ai poveri. Avevano chiesto in prestito una grossa somma per curare il papà, ma l’incaricato, considerata l’evidente insolvibilità della famiglia, lo ha negato. Poi, con due impiegati dello stesso ufficio, è andato a trovarli a casa, per mostrare loro quanto fossero spiacenti, e quanto si preoccupassero per la loro situazione. Così tanto, che erano disposti a dare personalmente il prestito che l’ufficio non poteva concedere. Hanno consegnato circa 3.000 euro (lei guadagna circa 50 euro al mese) e – non avendo loro restituito nulla, nel giro di pochi mesi il debito, dicono i “benefattori”, è salito, con gli interessi, a circa 7.000 euro. Gradualmente le esortazioni sono diventate minacce finchè, visto che le parole non fanno effetto, sono passati a vie di fatto. Ogni pochi giorni, la sera, irrompono in casa e li picchiano con un bastone. Hanno picchiato anche il malato, ma soprattutto la moglie. La bambina no, scappa nell’altra stanza e la lasciano stare. Ma questa volta, aprendo la porta con violenza, l’hanno colpita (involontariamente!) alla testa e ha dovuto ricorrere ad un ospedale.
Sinceramente non so perchè lo facciano. Chiunque può capire che non riusciranno mai a pagare, e che le botte non portano soldi in tasca ai debitori – di conseguenza neppure ai creditori. Ma il trattamento, di cui in precedenza mi avevano detto solo qualche cosa, continua e lei è rassegnata. Un principio diffuso qui è che se si vogliono soldi dalla famiglia della moglie, bisogna picchiare la moglie fino a che – impietositi – i famigliari sganciano. Che abbiano scoperto, o abbiano il dubbio che – trattandosi di cristiani – abbiano alle spalle qualche straniero da cui spremere quello che vogliono?

Schifezze

Gli storici vanno avanti anche a colpi di riletture o revisioni, per nuovi elementi storici acquisiti, o perché cambia il loro punto di vista. Il Bangladesh non fa eccezione, e un bersaglio frequente di queste revisioni sono gli eventi del colonialismo raccontati da chi aveva perso e ora vuol dire la sua. Da questo punto di vista, la storia cambia, e non poco. A sentirla sembra nuova, e ha molto da insegnare.
Poi c’è anche qualche curiosità che sa di stupidaggine – come del resto si trovano anche nei giudizi di storiografi occidentali sui paesi colonizzati. Pochi giorni fa ho letto un lungo articolo che riassume un libro il cui tema è: come mai l’Europa ha conquistato il mondo?
La risposta viene da un autore cui piace viaggiare, e quando viaggia gusta le cucine locali. Gira e gira, un bel giorno arriva in Olanda, dove scopre una cucina orribile, e gli viene una voglia matta dei deliziosi piatti indiani o cinesi. Questa scoperta dolorosa lo fa riflettere sul passato. Formaggi verminosi, pesci puzzolenti… come facevano gli olandesi e altri nord europei a mangiare certe schifezze? Impossibile che ne fossero soddisfatti. Però non avevano alternative: le spezie orientali, che rendono la vita più bella e i piatti più buoni, venivano da lontano, erano rari e costosi. Per questo, stomacati dal loro stesso cibo, decisero di andarsele a prendere, e cominciarono le conquiste. I poveri marinai olandesi morivano come mosche mangiando carne marcia e bevendo birre fetide durante gli interminabili percorsi marittimi, ma tenevano duro, e la loro speranza tenace fece arrivare gli eserciti fino all’Indonesia, mentre gli inglesi cercavano spezie (e magari, per buona misura, anche oppio) conquistando l’India e sottomettendo la Cina. Chiarissimo; ma allora come mai spagnoli e portoghesi andarono in America? Certo non perché disdegnassero le spezie, o la loro cucina fosse migliore, ma perché – come tutti sanno – Cristoforo Colombo sbagliò indirizzo: voleva arrivare in India più in fretta, e senza saperlo si ritrovò in America! Invece delle spezie trovò l’oro, e si accontentò di quello, che si rivelò un’attraente alternativa.
Per buona misura – aggiungo io – dall’America arrivarono patate, mais, pomodori e tacchini – indubbiamente bene accolti dalle massaie europee…

Anniversario

Giorno più, giorno meno, il 4 dicembre scorso si era appena compiuto un anno da quando il Papa venne in Bangladesh, e proprio quel giorno l’arcivescovo di Manila card. Tagle si trovava a Dhaka, dopo una visita ai Rohingya effettuata nella sua qualità di presidente della Caritas Internationalis. – A proposito, sapete che le Caritas nazionali si trovano in 165 paesi del mondo?
I cattolici bengalesi, che pur avendone uno loro, di cui vanno fieri, non sono abituati a bazzicare con cardinali, hanno interpretato la sua venuta come un’occasione per celebrare l’anniversario della venuta di Papa Francesco. Hanno messo in cantiere l’allestimento di un museo permanente della visita papale, e hanno organizzato per Tagle una riedizione delle danze caratteristiche dei vari popoli che formano la Chiesa in Bangladesh, e che avevano effettuato davanti al Papa. Quando dico “organizzato”, dico sul serio. Organizzare normalmente è un loro punto debole: si mettono in movimento quando ormai tutto dovrebbe essere già pronto, tengono con il fiato sospeso fino all’ultimo, sembra sempre che falliranno miseramente, ma poi riescono comunque a cucire insieme lo spettacolo, o qualunque altra cosa in programma. Questa volta, davanti al cardinale, tutto bene: i microfoni funzionavano, le luci si accendevano, le danzatrici erano pronte, harmonium e tobla (tamburi) erano accordati, le danze dei diversi gruppi si sono succedute in tempi rapidi, senza inutili, interminabili intervalli, perfino la coreografia con il fumo alla fine è partita al momento giusto… Tagle deve essersi divertito, era in forma e ha parlato con l’immediatezza, e l’arguzia che lo caratterizzano e che fanno accorrere con un sorriso contenuti di valore.
Circola ovunque la battuta da lui fatta, che oggi non si deve più qualificare nessuno come “vecchio”, e neppure “anziano”: c’è chi si offende; bisogna dire “cronologicamente avanzato”… A noi, cronologicamente avanzati, ha suggerito di guardare con fiducia ai cronologicamente giovani, chiedendo scusa perché stiamo trasmettendo loro un mondo pieno di divisioni e odi, ma incoraggiandoli a tentare di far meglio. Dire che i giovani sono ‘la speranza del futuro” è ovvio e banale, ma cercare di stimolarli ad avere fiducia e coraggio avendo anche noi fiducia e coraggio non è così ovvio.

Nostalgia

Lasciata la parrocchia e arrivato alla PIME House, ero ancora emozionato dalla sorprendente constatazione che pochi giorni prima avevo compiuto i 75 anni di età quando, mettendo a posto carte e pasticci, è capitato in mano un ricordo della mia ordinazione presbiterale, 1969. Mi ritrovai con il pensiero a quando ormai tutti i miei compagni “ordinandi”, eccetto io, avevano in mano le tradizionali immaginette, e dicevo a me stesso: se le preparo e poi, all’ultimo momento, i “capi” mi dicono che è meglio per me scegliere un altro mestiere? Soldi buttati! Cautelosa avarizia, con un pizzico di fastidio: provavo fastidio a pensarci.
Alla fine arriva il “via libera” e vado in libreria a cercare qualcosa. Scelgo tre o quattro “immaginette” con fotografie e frasi che mi piacciono, anche se non hanno a che fare con il mio diventare missionario prete. Che cosa vi feci scrivere dietro, ve lo dico un’altra volta. Per ora fermiamoci a questa che ho in mano: è la foto di uno svettante campanile, sullo sfondo di un cielo limpido e di una montagna aspra e rocciosa che si trova chissà dove. La frase è di Guy de Larigaudie, un autore che allora circolava parecchio fra gli scout: “Il mondo non è proporzionato alla nostra statura, e noi abbiamo talvolta il cuore gonfio di un’immensa nostalgia del cielo”.
La sceglierei ancora, ora che ho 75 anni?
Sì. Dice che io allora sceglievo – e ho poi seguito – una strada di impegno, servizio, opere, spirituali e non, ma tutto questo non era tutto, e non era neppure il centro; nel profondo, il senso dell’infinito che mi circonda e lo struggimento del mio limite, della mia “infinita” piccolezza non mi ha mai abbandonato. Ne ho nostalgia, un desiderio che sa di non potersi mai del tutto compiere, ma ha sempre bisogno di cercare, esplorare, andare oltre. Ha bisogno di sapere che non sarà mai assopito, che non si placherà. E’ la nostalgia del cielo che vivo quando parlo con un bimbo, quando ascolto un anziano, quando aiuto un povero o m’arrabbio con lui, quando guardo un albero, un filo d’erba, viaggio in mezzo alla folla, mi angoscio per una sofferenza, per un’ingiustizia, ascolto musica; quando mi risuona nella mente il singhiozzo – l’unico – di mio padre mentre pregavamo accanto alla salma di mia sorella, morta a 26 anni di età; quando mi stordisco guardando il mare o le montagne, quando mi siedo a pregare, quando mi rallegro e mi diverto, sempre con un sottile senso di incompletezza, di caducità, il bisogno di “altro”. La missione, per me, è stata soprattutto ricerca. Sempre con una grande, appassionata nostalgia.
Ora questo cielo si è inevitabilmente fatto più vicino, e io spero di toccarlo non per possederlo, non per mettermi tranquillo, ma per lasciarmi conquistare, possedere dalla gioia sempre nuova e sorprendente di esistere, di vivere, di amare, di non essere appagato.
Sì, amo enormemente la vita, per questo desidero il cielo, e non finirò mai di desiderarlo e cercarlo.

Casalingo

Se qualche amico dall’estero viene a trovarci, siamo contenti. Addirittura deliziati se in valigia mette qualche salame, formaggi, e caffè. Si accettano anche cioccolato fondente e altre leccornie non troppo sensibili al caldo…
Volenti o nolenti, tutti devono effettuare la prima tappa a Dhaka. Così gustano le strade deserte se arrivano entro le cinque del mattino o partono alle 2 di notte, mentre gustano le delizie del traffico indescrivibile della capitale nelle visite che faranno durante il giorno – e non le dimenticheranno facilmente. Sbarcati e ritirate le valigie, qualcuno (di solito l’amico missionario che vi ha invitato) vi accompagna alla “PIME House” che ora, dopo qualche anno di sonnolenza per lo scarso uso, ha ripreso vita. Vi abitano i dodici giovani di college che cercano la loro strada nella vita, l’educatore p. Francesco, i giovani padre Brice (camerunese) e p. Papu che studiano il bengalese, quasi sempre qualche ospite che risiede con noi mentre studia, o preti diocesani di passaggio a Dhaka per vari motivi. Ma soprattutto, da qualche giorno in qua, chi viene ha l’inestimabile fortuna di incontrare il sottoscritto se, assentatosi per qualche ragione, non sta vagando in altre aree del Bangladesh. Sì, se non sono assente, sono io a fare “gli onori di casa”, perché sono diventato – o meglio – sto cercando di diventare “casalingo”, con il solenne titolo di “Rettore” della casa. Non penserete certo di scegliere la stanza che volete: no, decido io. Non mangerete all’ora che vi piace: dico io quando sono i pasti e quale il menu. Se vi manca qualcosa, avete il permesso di comprarvelo – ma nel caso non sappiate come fare, potete ricorrere a me – che troverò qualcuno a cui farlo comprare. Volete sapere se si può bere l’acqua del rubinetto? Vi darò informazioni precise e sicure.
Vi risparmio la lista delle mie incombenze: sto ancora imparando quanto sia lunga. Ma non temete, c’è sempre qualcuno a cui posso far fare quello che vi serve. Se poi volete dare una mano anche voi, penso che non mi opporrò.
Ma spero proprio che, come finora è sempre successo con i miei predecessori, vi troverete bene, si faranno interessanti chiacchierate, si scambieranno informazioni di ogni genere. E soprattutto, siate benevoli: sto imparando un nuovo mestiere.

Rischio

Rispondo con questa “scheggia” a un affezionato lettore e commentatore, che a proposito di un mio scritto sulle elezioni in Bangladesh* aveva chiesto (6 dicembre 2018):

Caro padre Franco,
quali sono le prospettive per i cristiani?
Io sono rimasto impressionato da quello che sta succedendo in Pakistan, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere l’impiccagione di una innocua madre di famiglia, che potrebbe (ma la cosa, se ho ben capito, è stata negata dalla sentenza della Corte Suprema) avere chiesto ad altre donne cosa aveva fatto Maometto per loro.
Soprattutto, mi ha impressionato la mancanza di reazioni, di una contro-manifestazione del cosiddetto Islam moderato… mi sembra di capire che, mentre esistono molte persone che non approvano il radicalismo, ben poche sono disposte a rischiare la pelle per i cristiani.
C’è il rischio che anche il popolo bengalese si incammini per la strada del fondamentalismo e della persecuzione delle altre religioni?

Carissimo,
condivido la preoccupazione, credo che il rischio di cui parli ci sia. Ci sono però anche circostanze diverse. Il Pakistan è nato per dare ai musulmani una nazione, uno stato separato, per loro. L’attuale Bangladesh ne faceva parte, ma poi s’è staccato, rifiutando questo modello. Il popolo Pakistano è formato da gruppi etnici numerosi e diversi, in conflitto fra loro per motivi storici, etnici, economici, politici, ecc. ma i conflitti sono aggravati da componenti religiose: tutti musulmani sì, ma con grandi diversità di interpretazione della fede islamica, con contrasti anche molto violenti fra loro. Una miscela pericolosissima. Il contesto è dunque molto più frazionato e violento che in Bangladesh, dove c’è un tessuto culturale e religioso più omogeneo, e la tradizione dei gruppi pakistani è molto più radicale. Non è vero che non ci siano state manifestazioni contro queste tendenze, ma ovviamente sono meno spettacolari, numerose, scomposte – e quindi catturano poco l’attenzione del giornalismo. Ci sono musulmani che rischiano (e perdono la vita) per la libertà religiosa e anche per Asia Bibi. Ma fanno poco chiasso. C’è pure – come dici tu e come si trova ovunque, in ogni paese, cultura, religione – chi non è d’accordo ma non vuol rischiare. Il tema dell’apostasia (che però non è il caso di Asia Bibi, condannata e poi assolta dall’accusa di blasfemia) è particolarmente delicato, perchè la condanna a morte dell’apostata è decretata dal Corano stesso, nell’interpretazione di molti, anche non radicali. C’è chi non la condivide ma non sa come “contraddire” il Corano e tace, chi la ritiene giusta perchè è un “troppo” che mette a rischio l’Islam. Qualcuno sostiene che questa condanna era legata ai tempi, quando Islam e stato coincidevano e quindi l’apostasia religiosa coincideva con il tradimento (durante la prima guerra mondiale – e non solo – i soldati italiani che lasciavano le trincee venivano fucilati); oggi dunque non sarebbe più così e quindi la condanna coranica dell’apostata non andrebbe seguita alla lettera… ma oggi però ci sono anche molti che vorrebbero tornare a questa unità/identità, e quindi niente clemenza per il traditore…
Tornando al Bangladesh, l’aria che tira è verso un Islam più conservatore e chiuso.
L’estremismo è accanitamente combattuto da chi ha la responsabilità politica oggi, e da chi ha ereditato il pensiero che ha portato all’indipendenza: si tratta di moltissime persone di ogni categoria, anche se, non si può negare, sembra stiano perdendo terreno, e devono fare concessioni che loro stessi non gradiscono. Bisogna tenere in mente che chi combatte più efficacemente l’estremismo (e per questo finora non ha preso piede) sono i musulmani stessi: se fossero soltanto cristiani, indù e minoranze etniche, avrebbero già straperso!
In sintesi: il rischio c’è, ma la speranza che il peggio non avvenga è forte e fondata.
Un saluto cordialissimo e una preghiera
p. Franco

Franco Cagnasso

Elezioni

Cinque anni fa le elezioni parlamentari furono precedute da disordini gravissimi, con bombe incendiarie gettate negli autobus affollati, interminabili blocchi di ogni circolazione, e altre amenità del genere. Ma il partito al potere, Awami League (AL), non cedette di un millimetro, e organizzò le elezioni come le voleva. Il principale partito di opposizione, BNP, per protesta ritirò i suoi candidati, così AL s’impossessò del parlamento, pregando un terzo attore della vicenda, l’ondivago Jonota Party (Partito Popolare), di svolgere il ruolo di oppositore.
Cinque anni al potere senza opposizione organizzata hanno cambiato di molto il quadro politico e sociale. Siamo in pieno boom economico. I leader del principale partito islamico, Jamaat-ul-Islam, sono stati processati e impiccati per crimini compiuti durante la guerra del 1971; la leader del BNP è in carcere. Condannata a 5 anni di reclusione, ha fatto ricorso chiedendo l’assoluzione, e recentemente la Corte di livello superiore ha portato la condanna da 5 a 10 anni, mentre vari altri processi l’attendono, per altre accuse di reati. Ultimamente le retate di membri e leader del BNP non si contano più, le carceri sono stracolme di persone, soprattutto giovani, catturati per impedire manifestazioni e per intimidazione. In non pochi casi, la polizia ha denunciato per violenze persone residenti all’estero da anni, o a letto per sopravvenuta paralisi…
Ma la gente sperimenta una pace relativa, la classe medio-alta apprezza la rapida crescita economica, e diversi servizi pubblici – soprattutto strade – sono in corso di miglioramento. A Dhaka enormi pali di cemento crescono a fianco o al centro di strade affollatissime: reggeranno la nuova lunga metropolitana sopraelevata, che si attende con curiosità e speranza.
Le opposizioni hanno creato una coalizione variopinta di idee e tendenze, promettendo che questa volta – qualunque cosa succeda – dalle elezioni non si ritireranno: un coacervo tenuto insieme dalla paura. In tutto, la coalizione di maggioranza e quella di opposizione, più qualcuno che corre per conto proprio, contano 126 (centoventisei) partiti, molti dei quali ovviamente piccolissimi, e neppure registrati come tali; si accodano ai partiti maggiori per ottenere posti come candidati.
Intanto, continua la caccia agli spacciatori di droga: oltre 400 persone uccise negli ultimi 10 mesi, in cosiddetti “scontri a fuoco” con le forze dell’ordine.
La data delle elezioni era stata fissata al 23 dicembre; le opposizioni hanno chiesto di rinviarla di un mese, la Commissione Elettorale ha rinviato di una settimana: 30 dicembre.
Severe norme a proposito della propaganda elettorale, emanate qualche anno fa, stabilivano fra l’altro che i cartelli elettorali dei candidati fossero solo in bianconero e di piccole dimensioni; niente colla sui muri. Ne seguì un periodo in cui, per le elezioni locali, sventolavano ovunque fogli con nomi, facce e simboli attaccati a lunghi fili sopra le strade, sui portoni, ai cavi telefonici, di internet, ecc.. Ora sono tornati i colori su grandi fogli appiccicati ovunque e – guarda caso – sono tutti della maggioranza, che può permettersi di non osservare le regole.
Come andrà a finire? L’opposizione sembra debolissima, ma alcuni sostengono che si è defilata per sfuggire ai maltrattamenti; al momento giusto verrà fuori dall’ombra e avrà l’appoggio delle innumerevoli persone stanche della corruzione e delle prepotenze. Le minoranze hanno paura.