Riforma

Mario, fedele visitatore delle “Schegge”, dopo aver letto “Interpretazioni” del 22 aprile scorso, mi segnala gentilmente un articolo pubblicato tre giorni dopo da Asianews con il titolo: “Le radici dell’islamismo violento sono nell’islam, parola di un musulmano”, a firma di Kamel Abderrahman. Tratta del rapporto fra islam e islamismo – inteso come la parte fondamentalista, radicale, intollerante e violenta che sta emergendo in tante aree del mondo musulmano e si chiede: è vero, come sostiene la maggioranza dei musulmani, che l’islamismo non è l’islam autentico? Asianews ha toccato l’argomento varie volte, con interventi di studiosi fra i quali mi pare ci sia una certa convergenza. L’A. sostiene con grande passione la tesi, che senza una riforma profonda e radicale, l’islam si stia condannando ad essere ostaggio in balia dell’islamismo radicale violento.
Secondo lui, le radici dell’islamismo si trovano nella tradizione islamica “riscoperta” e rimessa in circolazione in modo acritico. L’islam, nei secoli, ha prodotto una massa enorme di interpretazioni giuridiche del Corano e della Sharia, spesso rigide, legaliste, che danno ampio spazio all’uso della coercizione e della violenza per “difendere”, diffondere, far rispettare l’islam e opporsi agli “infedeli”. Esse vengono tuttora insegnate in migliaia di scuole coraniche, inclusa la prestigiosa università Al Azhar del Cairo. Non è possibile tenere per buoni questi insegnamenti e allo stesso tempo opporsi efficacemente al fondamentalismo violento. L’islamismo non inventa e non vuole inventare nulla di nuovo, vuole soltanto mettere in pratica tutto ciò che è stato insegnato ma non praticato, perché crede che il “ritorno” a quegli insegnamenti sia la via per vivere un islam autentico e risolvere i problemi del mondo. Se l’islam di oggi – sostiene l’Autore – non prende coraggio per analizzare queste radici, sottoporle a verifica critica e razionale, distinguere e tenere ciò che è buono e liberarsi di ciò che non lo è, sarà sempre più chiuso, intollerante, violento.
Caro Mario, tu vuoi sapere che cosa penso di questa valutazione, ma devo deluderti: non sono in grado di vagliarla con competenza. Non ho mai studiato gli autori antichi di cui l’articolo parla, e non so quali sono i riferimenti fondamentali degli insegnamenti di Al Azhar…
Posso solo condividere ciò che percepisco e “fiuto”, vivendo in una metropoli di un Paese a larga maggioranza musulmano, e di tradizione tollerante. Ne ho parlato altre volte nelle “Schegge”: sta crescendo, gradualmente, una mentalità più attenta alle regole e alle espressioni anche esterne, sociali, della religione (ad esempio, abiti delle donne, ma anche degli uomini, desiderio di leggi che indirizzino i fedeli e “proteggano” l’islam…). Si ha la sensazione che l’insegnamento nelle scuole coraniche sia, rispetto al passato, più ripiegato su se stesso, intransigente, e che trovi un’eco sorprendentemente ampia.
Ci sono resistenze e reazioni a questa mentalità? Sì, molte e ben articolate; ma quanto incidono? Tempo fa, mi avvicinò per strada un distinto signore presentandosi come Preside di una università, la cui sede era lì accanto. Mi invitò per un tè e quattro chiacchiere e, quando queste furono interrotte dal lacerante “urlo” di richiamo alla preghiera diffuso dagli altoparlanti della vicina moschea, sorrise sospirando: “Li sente? Tutto il mondo cambia, ma loro no. Com’è possibile che leggi emanate oltre mille anni fa per un popolo tribale che viveva nel deserto, siano da applicare pari pari nel mondo moderno di un popolo completamente diverso? A lei queste cose le posso dire; ma chi le dice a “questi signori” – aggiunse guardando verso la vicina moschea – che non le vogliono sentire?”
E’ di questi giorni l’approvazione di una legge, in Pakistan, che commina carcere e multa a chi viene visto mangiare o bere durante il mese di digiuno del Ramadan. E’ di questi giorni la condanna a due anni di carcere dell’ex governatore di Jakarta per aver offeso l’islam: aveva criticato certe interpretazioni che alcuni ne danno. In Bangladesh il movimento islamista continua ad alzare le sue pretese e il governo (ufficialmente secolare) cerca di accontentarli. La legge che proibiva il matrimonio prima dei 18 anni è stata rivista per ammettere casi in cui, “per il bene dei giovani”, il matrimonio può essere contratto anche a quindici anni. Il bene dei giovani consiste nel fatto che, se hanno avuto rapporti sessuali, si devono assolutamente sposare, anche se in realtà s’è trattato di uno stupro. Così, chi violenta una ragazzina ha diritto di sposarla “per il suo bene”… Questo movimento minaccia gli impresari perché non assumano donne, vuole che si proibisca ogni conversione, che ogni negozio e ufficio gestito da non musulmani, metta a disposizione il Corano e il tempo per la preghiera…

Chi dice che l’islamismo “non è il vero islam” è sincero, perché nella sua esperienza queste chiusure e violenze non ci sono; ma – sostiene l’A. – in realtà chiusure e violenze sono fondate su norme ampiamente diffuse, e che portano a queste conclusioni, se non vengono sottoposte a una radicale revisione critica. Revisione temutissima e osteggiata perché, secondo alcuni, sarebbe di per sé offesa alla sacralità del Corano; ma anche perché il fondamentalismo ha il terrore della modernità e della critica, convinto che essi vogliano “svuotare dall’interno” l’islam e la sua cultura, come l’occidente ha fatto – secondo loro – con il cristianesimo..
Anche nella vasta galassia del mondo cristiano ci sono interpretazioni molto diverse, e ci sono state guerre fratricide; ci sono stati movimenti radicalizzatisi attorno a uno o più aspetti della Bibbia, che – interpretati alla lettera, fuori contesto, e senza spirito critico – hanno alimentato fanatismi, eresie, conflitti. Oggi il fenomeno nel mondo islamico ha dimensioni gigantesche, diffuse dalle Filippine alla Nigeria, dal Kossovo alla Somalia. La Primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha sentito il bisogno, recentemente, di sottolineare che i musulmani devono smettere di massacrarsi fra loro, imparare a rispettarsi e a risolvere le difficoltà attraverso il dialogo. Non sono solo i musulmani ad avere bisogno di questo, ma certo anche loro!
Ho scritto, qualche tempo fa, che è in atto un “braccio di ferro” interno al mondo islamico, fra modernità da una parte, e ritorno al passato dall’altra. L’A. sa bene che molti musulmani vogliono reagire. Il punto debole della reazione è – sostiene – che non si prendono le distanze dalle fonti che sono all’origine di interpretazioni letteraliste. Mi permetto di aggiungere che nel mondo islamico un lavoro del genere è già stato avviato da studiosi che rischiano in proprio, e sono – a dir poco – emarginati; altri senza dubbio si aggiungeranno per un’opera “ciclopica”, certamente molto lunga e dolorosa, che ripercorrerà forse, a grandi linee, i travagli del mondo cristiano a partire dall’epoca così detta “dei lumi”. Cammini come questi non sono mai conclusi: sono i cammini spesso convulsi e confusi della storia.

Indagini

Giugno 2016: nel quartiere di Mirpur – Dhaka – un grosso gruppo di esagitati assalta un’abitazione, sfonda porte, saccheggia, pesta e scappa. Segue denuncia alla polizia con indicazione dei nomi di chi ha, o si pensa abbia partecipato partecipato al misfatto.
27 febbraio 2017: dopo otto mesi di accurate indagini, la polizia riformula la lista e la inoltra alla magistratura, indicando 22 nomi di imputati, fra cui un certo Rubel (saccheggio con furto di 25.000 taka, due catene d’oro, un cellulare), suo padre Abdul Kashem, e tale Arifur Rahman. Per Rubel e Arifur, che risultano latitanti, chiede il mandato di cattura.
La giustizia fa il suo corso, e il 9 marzo Rubel risponde alla convocazione. Si presenta al magistrato, si guarda intorno smarrito, e scoppia in un pianto dirotto con singhiozzi irrefrenabili. Non è il pianto che turba il giudice: sa bene che spesso si tratta di una commedia per impietosire, o di una reazione nervosa, o dell’espressione di un doveroso pentimento per le iniquità compiute. Ciò che lo lascia perplesso è il fatto assolutamente improprio che l’imputato sia entrato in aula in braccio ad una giovane donna la quale, interpellata, dichiara di essere sua madre, la madre di Rubel, il quale Rubel è proprio il marmocchio che – nonostante le sue coccole – continua a strillare disperatamente. Ha 11 mesi e 6 giorni di età, perciò “all’epoca dei fatti” (come si dice in gergo) di cui si sta per discutere, aveva circa tre mesi di età. Il magistrato ritiene il caso insolito, da chiarire, e invita altri accusati a farsi avanti per poi decidere. Vengono, e fra essi un anziano che si dichiara padre di Arifur e afferma di poter chiamare numerosi testimoni per provare che suo figlio è morto tragicamente, per attacco cardiaco, all’età 27 anni, tre anni fa; di conseguenza, “all’epoca dei fatti” era già da tempo defunto e incapace di delinquere.
Il magistrato rinvia l’udienza, e convoca l’ispettore di polizia responsabile dell’indagine, il quale risulta essere gravemente infermo e impossibilitato a presentarsi. Il suo superiore, interpellato dai giornalisti, dichiara senza esitare: “Deve esserci stato un errore”.

In cammino

Per ora siamo ancora alle dita di una mano, però siamo arrivati al mignolo, e la prossima volta le dita non basteranno più: sono 5 i bangladeshi che fanno parte del PIME, un missionario laico (Fratello), tre padri, e un diacono che il 4 agosto verrà ordinato prete. C’è speranza che la piccola chiesa del Bangladesh continui sulla strada iniziata, magari con il contagocce, ma senza fermarsi. Partendo dalla fine, oltre al diacono, tre seminaristi stanno studiando nel seminario di Monza, quattro – terminata la filosofia a Dhaka – stanno armeggiando con i documenti per il gran salto verso l’Italia; altri tre li rimpiazzano, passando dalla comunità formativa, dove mi trovo pure io, alla filosofia nel seminario nazionale. Il cammino è lungo…
C’è chi mi chiede se questi giovani vengono a noi per uscire dalla povertà. Fermo restando che alcuni di loro vengono da famiglie benestanti, mentre altri si sono pagati gli studi lavorando sodo, e che Gesù ha scelto i suoi discepoli in mezzo a tutte le categorie sociali ed economiche, la domanda è legittima. Anche per questo il PIME, a livello pre-filosofico, non ha seminari veri e propri, ma due piccole comunità formative in cui spieghiamo che il nostro obiettivo non è direttamente il formare preti e missionari, ma formare uomini e cristiani capaci di rispondere al Signore – là dove li chiama. La vita e le attività che svolgono con noi in parrocchia li aiutano a responsabilizzarsi, capire senza bisogno di tante lezioni, misurarsi con la realtà e confrontarsi non solo con noi “formatori”, ma con i fedeli della parrocchia, che li vedono, li stimano, li rimproverano quando occorre. Poi fanno la loro scelta. Per qualcuno, il motivo che li spinge ad unirsi al PIME è la gratitudine: abbiamo ricevuto tanto, voglio “ricambiare” impegnandomi come missionario. Uno di loro, già con il “Master” (laurea) in economia, non ci conosceva, ma quando ha saputo che la sua parrocchia è stata la prima fondata dai nostri missionari, nella seconda metà del 1800, e che fra i primi battezzati c’erano i suoi tris-nonni, ha scelto il PIME. E chissà che non tocchi proprio a lui di fondare una comunità cristiana in qualche altra parte del mondo, mettendo il seme per un suo “successore” come missionario, nel 2150 – o giù di lì?

Pitor

Nella scheggia “Volti e nomi”, di qualche settimana fa, c’è un’omissione di cui mi rammarico. Ho scritto tenendo sotto gli occhi la fotografia che appare nel “blog”, ma in una sua edizione “tagliata”: mancava la parte destra. Per questo non vi ho detto che l’ultima persona a destra si chiama Pitor, ed è un giovane speciale. Sorride sempre, a denti stretti. Non perché sorrida forzatamente, al contrario, ha un sorriso molto spontaneo, dolce, direi “luminoso”. Ma da anni lo tormenta una malattia che gli contrae i muscoli rendendoli duri come legno, deformandogli le ossa e impedendogli i movimenti. Peggiora giorno dopo giorno. Fino a poco fa riusciva ancora a preparare corone del rosario, ora non più; la bocca si è serrata, per cui mangia solo cibi semiliquidi e – come dicevo – sorride e parla “a denti stretti”. Non riesce a sedersi, la carrozzella con le ruote gli serve per appoggiarsi e per fare qualche passo faticoso con una lenta, strana andatura da burattino. Quando arrivo a Snehanir, è il primo che saluto, perché ha una stanza a fianco del cancello di entrata, il posto del portinaio – suo incarico ufficiale. Con lui c’è sempre qualcuno dei ragazzi della comunità, e anche qualcuno di fuori; non c’è bisogno di fare turni, non lo lasciano solo, e se qualcuno bussa al cancello uno di loro scatta (correndo, o manovrando la carrozzella) e apre – così rimane lui, Pitor, il titolare dell’incarico, e nessuno dice che bisogna incaricare qualcun altro perché lui non ce la fa più. “Pitor ciao, come va?” gli chiedo. “Bene bene, grazie!” Sembra uno scherzo, e invece lui lo dice convinto. “I tuoi dolori?”. “Ci sono” mormora, e aggiunge: “Se oggi celebri la Messa, ricordati di portare la Comunione anche a me”.

Brivido

Il vicepresidente e un altro eminente “pezzo grosso” delle due principali moschee di Mecca e Medina, all’inizio di aprile sono venuti in visita in Bangladesh e sono stati ricevuti dalla Primo Ministro. Hanno espresso la loro soddisfazione, perché in 20  anni molte cose in Bangladesh sono cambiate in meglio e non c’è più ragione di esserne scontenti. Hanno notato con piacere che il governo mette un grande impegno per diffondere l’islam, e hanno promesso di sostenere il programma di costruire un centro di studi islamici in ogni provincia. La Primo Ministro ha risposto che effettivamente le cose stanno così e che questo programma verrà realizzato; ha aggiunto che il Bangladesh intende essere un paese dove trovano posto, liberamente, tutte le religioni. Hanno concordato nella condanna del terrorismo, che distorce e diffama l’islam, e nella necessità di opporsi ad esso. Tutto bene, e sono d’accordo che il Bangladesh ha fatto molti progressi; però m’è venuto un dubbio: i motivi per cui sono soddisfatti loro e i motivi per cui sono soddisfatto io, saranno proprio gli stessi?

Interpretazioni

Mi chiedono spesso: che cosa pensare? Mentre i terroristi si rifanno al Corano e agli Hadith per giustificare la violenza, molti musulmani credenti e praticanti dicono che in realtà il Corano non incita alla violenza ma alla pace e ai buoni rapporti con tutti. Come stanno le cose? Persuaso che per controllare il terrorismo non bastino azioni repressive e servizi segreti, il RAB (Rapid Action Battalion) del Bangladesh, un corpo speciale impegnato su questo fronte, dopo aver trovato molto materiale ideologico nei “covi” dei militanti, ha chiesto aiuto ad un gruppo di esperti, e ha lanciato un libro dal titolo: “Interpretazioni sbagliate di versetti del Corano e degli Hadith, e loro spiegazione corretta”. Il libro – in bengalese – esamina 60 versetti. Un esempio. Nella quinta “Sura” (capitolo) del Corano si legge: “Uccidi gli atei dovunque li trovi, dopo che i mesi proibiti sono terminati”. Il versetto – dicono gli esperti – si riferisce ad un preciso evento nella storia delle origini dell’islam: violando un accordo di pace con il Profeta, alcuni “infedeli” attaccarono la comunità di Banu Khuza che gli era alleata, e che chiese il suo aiuto. Maometto diede quattro mesi di tempo per ristabilire la pace: “i mesi proibiti” (di tregua) citati sopra. Dopo di che, guerra aperta contro chi non avrebbe accettato la pace.- Estrapolato dal contesto, che lo riferisce ad un momento, un evento preciso, e a un gruppo di persone specifico, questo ordine di “uccidere gli infedeli dovunque si trovino” diviene un ordine applicabile ovunque e in ogni momento; così fanno i terroristi dell’ISIS e altri.

Stagioni

Ho 73 anni. Non me ne faccio un vanto, ma non posso nemmeno far finta di essere più giovane, solo per non umiliare quelli che sono nati dopo di me. Se, poveretti, sono arrivati tardi, non do loro alcuna colpa, anzi, li invito ad accettare serenamente gli inconvenienti della giovane età, consolandosi con il pensiero che la giovinezza è un problema che ho avuto anch’io, ma passa con il tempo, e tutto sommato passa abbastanza in fretta. Con questa convinzione in testa, ho deciso di partecipare ad un corso di “Formazione permanente” organizzato dal mio istituto a Hong Kong, dal 20 al 24 marzo, per tutti i missionari del PIME che operano in Asia. Il tema era: “Il cammino verso la stagione adulta della vita”. Un cammino che a buon diritto posso dire di aver compiuto già da un po’, ma poiché in tutti questi anni mi sono convinto di avere non un’ignoranza qualunque, ma un’ignoranza che si può (modestamente) qualificare come “enciclopedica” (cioè che si estende praticamente a tutti i settori dello scibile umano), ho pensato che posso ancora fare un passo avanti nella interessante scoperta di quante cose non conosco.
Queste ragioni sono vere; per onestà devo aggiungere che ce n’era anche un’altra, che mi ha spinto a prendere parte al corso: una gran voglia di vedere un po’ di amici missionari, vecchi e nuovi, che da anni non incontro, e di tirarmi fuori, per qualche giorno, dal caos frenetico di quell’inquinatissimo agglomerato di cemento, fracasso, immondizia, corvi ed esseri umani (e io fra loro), che prende il nome di “città di Dhaka”.
L’arrivo a Hong Kong, che pure conoscevo, è stato sconvolgente: una città dove si seguono le regole del traffico, non si suona il clacson a ritmo continuo, le strade sono pulite, e si trovano tante altre stranezze e assurdità, come fermarsi davanti a un semaforo se diventa rosso, non andare contro mano, preoccuparsi di precedenze…troppo lungo elencarle tutte. E’ pure una città che “toglie il fiato” con i suoi grattacieli vertiginosi, splendidi, ma anche con qualche parco tenuto come un gioiello, primo fra tutti il giardino del monastero femminile buddista, e con magnifici panorami sul mare. D’altra parte, non posso nascondere che è una città senza riscaldamento: nonostante la stagione, ho trovato un freddo inatteso, e ho preso il raffreddore – subito curato con un’orrenda ma efficace tisana. Cinese, com’era giusto.
L’obiettivo fondamentale che avevo è stato raggiunto: eravamo 55 (compreso il prof., un simpatico religioso Marista, arrivato dalla Nuova Zelanda per offrirci le lezioni fondamentali). Cinque venivamo dal Bangladesh, gli altri da India, Thailandia, Cambogia, Hong Kong, Cina, Filippine, Giappone, Papua Nuova Guinea. Rivedersi è stata una festa, ricca di emozioni, e di condivisioni interessanti che hanno fatto bene alla testa e al cuore. I luoghi d’origine? Stati Uniti, Brasile, Colombia, Guinea Bissau, Italia, India, Filippine… Una bella insalata intercontinentale!
Ma insomma, che cosa ho imparato? Ho ricevuto una conferma: ci sono tante cose che non so eppure sono interessanti, anzi molto interessanti, come quelle che ho sentito (psicologia con condimento di Vangelo e teologia) – e che ho prontamente dimenticato per non compromettere l’integrità della mia ignoranza. Ma è rimasto un pensiero, o forse più che un pensiero, un sentimento: invecchiando (dicono gli esperti), si può prendere la strada della di-sperazione: non c’è più gran che da sperare; o della gratitudine. Ed è proprio su questa che, con mia stessa sorpresa, mi ritrovo. Una gratitudine diffusa, per cui posso riandare a tantissime persone e storie della mia vita, oppure posso semplicemente soffermarmi a “sentire” una vita profonda e misteriosa che pulsa silenziosamente nel grande mistero dell’amore, che in mille modi riemerge dalle nostre follie ed è più tenace di loro.
BUONA PASQUA A TUTTI !

Volti e nomi

Da qualche tempo, chi apre il mio blog si trova davanti agli occhi una foto di gruppo. Mi sembre giusto non lasciare nell’anonimato i giovani che vedete, e che mi sono cari. Di chi si tratta? Fanno parte della comunità Snehanir – Casa della Tenerezza – che 25 anni fa muoveva i primi passi grazie a un marmocchietto minuto, minuto che, in un villaggio della missione di Rohanpur, nessuno sapeva dove mettere: la mamma era morta e il papà non poteva tenerlo. Lo prese suor Gertrude, delle Suore locali “Regina della Pace”, appoggiata da p. Mariano Ponzinibbi del PIME, che aveva un cuore speciale per ammalati e handicappati. Poi il marmocchietto, battezzato Roby, venne colpito da poliomielite; sopravvisse, con le gambe irrimediabilmente compromesse, e ora lo vedete nella foto, il primo in basso a destra, sulla carrozzella, ormai alla vigilia della laurea e alla ricerca di un impiego. In maggio andrà a Singapore, convocato dalla squadra nazionale del Bangladesh per un torneo internazionale di cricket. Vi dirò chi vincerà.
Pian piano, al piccolo Roby si aggiunsero altri, la superiora delle suore chiuse un occhio, poi li aprì bene tutti e due e l’iniziativa divenne ufficiale, in collaborazione fra il suo Istituto e il PIME. Fra trasferimenti vari per trovare posti adatti e non troppo costosi, il numero cresceva, e alla fine la Provvidenza si fece onore, procurando benefattori che fecero costruire una bella casa per loro a Rajshahi. La comunità si delineò gradualnente come “mista” in vari sensi: piccoli e grandi (che aiutano i piccoli), maschi e femmine, con e senza handicap. Denominatore comune: tutti poveri in canna. Obiettivo, aiutarli a esprimere il meglio di sé e rendersi autosufficienti, o per lo meno capaci di gestire se stessi. Con una eccezione: Lilima (seconda da destra, in prima fila), che si esprime solo con improvvise grida di gioia e, per fortuna raramente, con il pianto; ha bisogno di essere assistita in tutto, e lo fa meravigliosamente Merina (alle sue spalle), che ha seri problemi di apprendimento, ma un affetto grande per Lilima, alla quale rende con gioia tutti i servizi necessari.
Al momento in comunità ci sono 42 bambini e giovani. In alto e in piedi, a sinistra, la curiosissima e originalissima Susmita, con la sindrome di Down. Subito sotto di lei, suor Dipika, che 12 anni fa ha rimpiazzato suor Gertrude, ha la responsabilità di tutto, e tira le fila con grande pazienza e passione. Al suo fianco Pauline, che nel gennaio scorso s’è sposata e ci ha lasciato; poi il sottoscritto, davanti a lui Merina e Lilima: di loro ho già detto. Davanti a me, e a fianco di Merina, c’è la mamma di Anup – 10 anni, che non può fare a meno di lei a causa di una grave distrofia muscolare; poi, ancora a sinistra ecco suor Shewly (Sciuli, il nome di un profumatissimo, piccolo fiore bianco), che aiuta suor Dipika e si diverte un mondo con i più piccoli – che nella foto non ci sono perché stavano giocando. Ne rimangono due: la prima a sinistra è Camilla, che dopo aver arrancato fino alla classe ottava, ha deciso che gli studi non sono il suo forte, e sta seguendo il secondo corso di sartoria e cucito, dove riesce bene. Ultima (nella foto), Niva, che ha quasi finito il College, ha imparato il linguaggio dei segni e ora insegna ai piccoli che hanno problemi di udito. Niva canta e suona molto bene, e sa pure organizzare danze cui partecipano anche ragazze in carrozzella.
A nome di tutti loro, e anche di chi non è rimasto inquadrato, auguro a chi ci legge una buona Pasqua e un cuore grande.

Polli

Facevano parte del panorama e della tradizione, e non c’era neppur bisogno di nutrirli, s’arrangiavano razzolando energicamente nei dintorni della casa, facile preda di sciacalli e ladruncoli, speranza delle massaie che nelle grandi occasioni servivano la loro carne, magra magra e dura come il ferro, ma saporitissima. Erano pure il piatto fisso per ospitare i missionari, in occasione delle rare visite ai villaggi più lontani. Pure oggi le galline rallegrano l’atmosfera dei villaggi, ma per le città sono diventate un gigantesco giro di lavoro, soldi e trasporti: 150.000 fattorie di produzione, innumerevoli camion che ogni notte viaggiano verso Dhaka con gli animali “stivati come polli” (appunto!) per rifornire e “profumare” i mercati. La carne dell’umile pollo oggi è molto tenera, ma quasi insapore, e tuttavia batte le altre carni, impigliate in regole religiose e credenze popolari più o meno verosimili. Guai a offrire carne di mucca a un indù, e d’altra parte, anche musulmani, buddisti e cristiani pensano che sia una carne che “fa male”: alla gola (quindi chi canta non la tocca), alla pressione, agli occhi e via via quasi a tutto, secondo le tradizionali convinzioni di ogni regione. Per il maiale manco parlarne con i musulmani; è il preferito degli aborigeni, e i cristiani lo mangiano con gusto – ma sono pochi. La capra – con il pesce – è considerata la più prelibata, ma costa tanto. Così, se c’è un banchetto cui partecipano diverse categorie di persone, e si tratta di ricchi, sono le capre a farne le spese, ma quasi sempre a farne le spese è l’umile pollo d’allevamento, spennacchiato e traballante, che neppure sa che cosa voglia dire razzolare e scegliersi un insetto o un semino in mezzo all’erba di un prato, o un verme che striscia fuori dalla terra appena arata.
E le uova? Dicono che, con la crescita economica, i bengalesi siano arrivati mangiarsene in media 51 all’anno, e gli addetti al settore puntano a farne mangiare 85 all’anno entro il 2021. In barba agli occidentali terrorizzati dal colesterolo.

Dopo la strage

Dopo la terribile strage del primo luglio scorso nel ristorante Holey Artisan a Dhaka, in cui un assalto di giovani terroristi provocò la morte di 27 persone, fra cui 10 italiani, si sono moltiplicate notizie “rassicuranti” di terroristi catturati o uccisi, altre azioni sventate, covi scoperti, armi sequestrate. Recentemente sono stati condannati a morte tre uomini che pochi mesi prima avevano partecipato all’assassinio di un cooperante giapponese. Ma ai margini del vortice di informazioni che ogni giorno si fanno circolare, si trova anche altro. Il diciottenne Faraaz Ayaaz Hossein, musulmano, cui i terroristi avevano detto di andarsene prima della strage, ma scelse di restare accanto alle sue amiche “condannate” e fu ucciso, è ricordato in molte circostanze. Qualcuno, a mezza bocca, dice che è stato un citrullo e che avrebbe fatto meglio a salvar la pelle, ma per molti è diventato un motivo di fierezza, di ispirazione, e di coraggio. Il fratello di uno degli italiani massacrati verrà presto in Bangladesh per lavorare come volontario in una organizzazione non governativa che opera fra i poveri; la famiglia di un’altra vittima italiana, uccisa insieme al bimbo di cui era incinta, ha costruito in sua memoria una cappella in un villaggio a sud di Khulna; la mamma di Aminta, giovane amica di Faraaz, ha aperto una fondazione per aiutare bambini poveri, e così realizzare il sogno della figlia, che studiava in America con l’intenzione di dedicarsi al bene del suo Paese. Mi scuso di non ricordare i nomi di tutti, e sono sicuro che quel gesto atroce è stato seguito non solo da queste, ma da altre cose buone, che mettono in pratica – anche da parte di chi non lo conosce – l’insegnamento di Paolo, che ci invita a vincere il male con il bene.