Charles de Foucauld (1)

ATTENZIONE ! Questa non è una scheggia come le altre, ma la prima di una raffica di cinque, tutte sullo stesso argomento. Parla del Bangladesh solo verso la fine, ed è più un’autobiografia modulata sulla mia scoperta di Charles de Foucauld che una riflessione su di lui – come il titolo può far pensare. Elaborarla è stato per me un rifugio in questo tempo triste di persone impoverite, smarrite,umiliate che ci assediano, di bisogni senza risposte, di incapacità a gestire con pazienza situazioni inedite. E adesso, legga chi vuole…

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Non ricordo come, durante il liceo incappai in alcuni scritti di Charles de Foucauld. Si trattava delle preghiere che annotava durante le sue adorazioni, certo non capolavori letterari o teologici, ma espressione del suo bruciante desiderio di un rapporto diretto e intimo con Gesù. La mia formazione scout mi aveva preparato a lasciarmi affascinare dal contesto: lunghe ore di preghiera nella notte del deserto, in solitudine, nella povertà di una casetta come le altre, mentre tutto intorno riposavano o vegliavano con le loro carovane nomadi arabi o berberi, tutti rigorosamente musulmani. Mi accorsi poi che a tradurre e far conoscere in Italia queste appassionate notti era un prete che conoscevo bene e che stimavo molto: don Giovanni Barra. Anche questo contribuì ad aumentare il mio entusiasmo. M’interessai all’insolita vita di Charles De Foucauld. Ufficiale indisciplinato dell’esercito coloniale francese, innamorato del nord Africa, linguista, sregolato, coraggioso e preciso esploratore clandestino del Marocco… Charles osserva molto la realtà che lo circonda, così diversa da quella in cui è cresciuto, e la fedeltà semplice dei musulmani, che cinque volte al giorno interrompono qualunque attività per rivolgersi a Dio pregando, lo tocca. Sono loro, indirettamente, ad aprirgli la strada per una revisione del suo agnosticismo indifferente e per scoprire il Dio di Gesù. Il salto nella fede avviene in modo sconcertante, e lo conduce ad una ricerca “spietatamente” radicale, focalizzata su un aspetto della nostra fede nella redenzione che allora, credo, era poco toccato. Charles voleva immergersi nelle pagine dei vangeli che non sono state scritte, quelle sui trent’anni di Nazareth, prima della vita pubblica. Cercava di vivere il tesoro quasi ignorato dell’incarnazione in sé stessa, come abbassamento, “svuotamento”, umiltà del Verbo di Dio. Usava molto la fantasia, immaginava la vita di Nazareth e modellava le sue giornate come pure le regole di una comunità che desiderava tantissimo ma non nacque mai, anche su queste immaginazioni. Quando scriveva che avrebbe fatto così e cosà “come Gesù a Nazareth” mi chiedevo irritato: “Ma chi glielo ha detto?” Intuivo però che la sostanza c’era, ed era tale da trasformare in dono e ricchezza qualunque aspetto e momento di una vita umana, anche umilissima e umanamente inutile. Se il figlio di Dio, a Nazareth, ha vissuto questa ordinarietà povera e ignorata, allora ogni essere umano può scoprire e credere che la sua vita è preziosa in ogni istante e in ogni aspetto, e che la sua dignità è infinita.

Charles fu ucciso da rapinatori nel 1916, accanto alla sua povera casa nel deserto. Fino all’ultimo inquieto, aveva cercato come e dove meglio far presente l’amore di Gesù, che voleva praticare fra i poveri del Sahara, diventandone amico nel rispetto della loro fede, ma anche nella chiarezza della sua fede cristiana, con il desiderio struggente di farlo conoscere. Un desiderio rimasto inappagato, un “fallimento” che viveva con sofferenza.

Presto Charles de Foucauld verrà proclamato santo. Da quando l’ho saputo, mi tornano con insistenza alla memoria ricordi e interrogativi. Fratel Charles è stato molto presente nella mia vita, e importante. Ma come e perché? E può dire qualche cosa, ora, alla comunità cristiana in Bangladesh?

Mentre – a circa 17 anni di età – gradualmente e disordinatamente facevo conoscenza con lui, sentii, per la prima volta, che la prospettiva di essere missionario mi attirava con forza, anche se mi spaventava moltissimo. Non fu lui direttamente a farmi venire in testa questa idea, fu un missionario degli Oblati di Maria Immacolata, mentre raccontava della sua esperienza in Laos; ma io pensai di accostare i “Piccoli Fratelli”, la congregazione religiosa fondata dopo la morte di Charles, basata sulla sua spiritualità. Lessi “Come loro”, del fondatore Renè Voillaume, e mi piacque molto. Esitai a lungo. Mi sembrava che le intuizioni, gli aneliti di Charles de Foucauld, tradotte in regole dettagliate e vissute in una comunità religiosa specifica venissero in qualche modo come ingessate. Una spiritualità bella, attraente, ricca di spunti ma espressa in un modello di vita apparentemente molto rigido mi sembrava non facesse per me. Mi intimoriva. La radicalità mi diceva molto, ma avevo bisogno di una strada meno precisa, anche se – speravo – ispirata da idee ed esempi che venivano da lui. Fidandomi di un prete che me lo consigliò, presi la via del PIME – con cui non avevo contatti, e di cui conoscevo solo la rivista “Le Missioni Cattoliche”. C’era forse, in questa mia scelta, una dose di vigliaccheria? Probabilmente sì… (continua)