Paolo

P. Paolo Ciceri era nato in Brianza, e avrebbe compiuto 80 anni il 25 di questo mese di novembre 2022. Ordinato presbitero a Milano nel 1967, dopo 4 anni di servizio nell’arcidiocesi ( a cui rimase sempre vicino per amicizie e per il suo “stile ambrosiano” nella pastorale), era entrato nel PIME, che lo assegnò al Bangladesh. Vi rimase 46 anni, operando in diverse parrocchie che contribuì a fondare. Rientrato in Italia per motivi di salute, nel 2019 fu accolto a Lecco nella casa per missionari del PIME ammalati e anziani. È morto quasi improvvisamente il 9 novembre 2022 per emorragia epatica.

1978: ero ai miei primi passi in Bangladesh, alle prese con lo studio della lingua bengalese in una scuola a Barisal, nel sud, quando P. Giulio Schiavi mi invitò a trascorrere il periodo natalizio alla missione di cui era parroco, Beneedwar. La parrocchia copriva un’area molto estesa, con tanti villaggi; ad aiutarlo, c’erano p. Emanuele Meli, che conoscevo bene, e p. Paolo Ciceri, che incontrai per la prima volta. Fu un Natale ricco di cose nuove per me, cose che vidi con i miei occhi, che ascoltai da loro, che la gente tentò di dirmi – anche se capivo ancora poco.

Appena ho ricevuto la notizia della morte di P. Paolo mi è venuto alla mente un fatterello accaduto allora, che in seguito sentii raccontare più volte fra noi del PIME, spesso arricchito di particolari più o meno “storici”, sempre scherzosi. Eccolo: P. Paolo aveva un appuntamento in un villaggio piuttosto lontano e al di là del fiume, per amministrare alcuni battesimi. Ma nel giorno fissato una pioggia fittissima rese impraticabili le strade e gonfiò il fiume. “Paolo, non andare! – gli disse p. Giulio – con questa pioggia non si farà nulla”. Ma Paolo non poteva pensare di deludere quelli che lo aspettavano, e andò. Il fiume era davvero ingrossato, ma in qualche modo riuscì ad attraversarlo e a raggiungere il luogo dell’appuntamento, dove non trovò nessuno… Sicuri che con un tempo del genere il Padre non sarebbe venuto, tutti erano rimasti a casa loro. Al ritorno, inzuppato e stanco, Paolo vide p. Giulio che lo aspettava sulla soglia di casa; gli passò accanto per arrivare alla sua stanza, mormorando soltanto: “Niente commenti, per favore!”.

La storiella nella sua semplicità comunica una caratteristica nota a tutti quelli che conoscono P. Paolo: davanti a un suo compito, a un impegno preso, a qualcuno che aveva bisogno di lui, non era tipo da pensarci due volte, tanto meno da tirarsi indietro per evitare di bagnarsi, infangarsi, stancarsi.

Per preparare l’omelia durante la Messa celebrata per lui il giorno dopo la sua morte mi sono chiesto: c’è una parola che possa esprimere bene la sua personalità? Credo di averla trovata: era un uomo, “appassionato”. Poi ho pensato: verrà proclamato il vangelo delle Beatitudini; quale di esse lo descrive meglio? Ne ho scelte due: “Beati i misericordiosi” e “Beati i puri di cuore” (Mt 5, 7-8).

Era impulsivo, non per sventatezza, ma perché lasciava parlare il cuore, e metteva tutto sé stesso in ciò che decideva di fare, ritenendolo giusto e buono.

“Appassionato” certo, ma… di che cosa?

Della missione, che per lui aveva due punti fondamentali.

Il primo era la “compassione” (Beati i misericordiosi). Le persone che soffrono per povertà, malattia, ingiustizie, disagi lo attiravano come una calamita, e lui sentiva che comunque doveva fare qualcosa al più presto. Non aveva strategie complesse, non era un calcolatore, uno che prendesse tempo per vagliare con calma i pro e i contro e non sbagliare, o per risparmiarsi, o che si inoltrasse in discussioni teoriche.

L’altra grande passione, a cui dedicava anima e corpo, era la formazione, perché il Vangelo entrasse nella vita delle persone che gli erano affidate, per vivere con loro la preghiera e la comunione. Scherzando diceva: “Qualcuno pensa che io faccio missione con i soldi, ma non sa che io faccio… tonnellate di catechesi!”. Un giovane prete che lo sostituì quando Paolo, trasferito, lasciò la parrocchia di Rajshahi, mi confidò: “Sentivo dire che p. Paolo era popolare perché usava molti soldi; ma ora che sono al suo posto ho capito quanto lavoro pastorale facesse, quante corse per celebrare in diversi villaggi ogni domenica, per farsi presente negli ostelli, per visitare gli ammalati, per organizzare e partecipare a momenti formativi, di ritiro, di preghiera… Io non riesco proprio a fare altrettanto…” Spesso i preti nelle parrocchie affidano alle suore e ai catechisti l’insegnamento religioso, la guida delle preghiere quotidiane; P. Paolo agiva in prima persona, appena gli era possibile.

Non gli mancarono delusioni, fallimenti, e anche imbrogli, tradimenti di chi approfittava di lui e della sua generosità troppo fiduciosa. Non l’ho mai sentito scoraggiato per questo, o amaro e aggressivo contro chi si era comportato male. Dava quasi l’impressione di ignorare o dimenticare questi incidenti di percorso. In un certo senso era proprio così; anche nei momenti difficili sapeva subito guardare a ciò che andava bene, che dava qualche risultato anche piccolo. Era il suo modo di praticare ciò che Paolo di Tarso, il suo patrono, raccomanda ai Galati: “Non stanchiamoci di fare il bene” (6,9), o ai Tessalonicesi: “non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene” (2 Ts 3,13).

Paolo non si stancava del bene e non si scoraggiava del male; aveva il pregio di saper gustare i buoni risultati e questo gli dava coraggio e forza per non arrendersi. Non parlava molto di ciò che faceva, ma parlava moltissimo delle persone che mettevano a buon frutto il suo servizio: un ragazzo o una ragazza che mai avrebbero potuto studiare, e che con il suo aiuto terminavano le superiori, diventavano infermiere, medici, insegnanti, formavano famiglie, si consacravano come suore, o preti, si impegnavano nella comunità cristiana, aiutavano altri negli studi… Mia sorella Anna e mio cognato Aldo nel 2003 visitarono il Bangladesh e trascorsero qualche ora con lui. Anni dopo non ne ricordavano il nome, ma lo identificavano come “quel missionario che parlava con tanto entusiasmo della sua gente…”. Un seminarista bengalese che studia al seminario del PIME a Monza mi ha confidato: ho visitato tante volte p. Paolo nella casa di riposo, sempre mi parlava del Bangladesh, e mi mostrava fotografie: non di edifici costruiti, di riunioni organizzate, ma di persone che erano fiorite grazie al suo aiuto. Parlava di ciascuno di loro, raccontava, e raccontando piangeva… di nostalgia, penso, ma anche di commozione e gioia.

Si può dire senza paura di esagerare che Paolo ha fondato la Chiesa a Rajshahi, una grande città sulla riva del Gange. Dopo lunga esperienza in zone rurali e tribali, era approdato là su richiesta del Vescovo, con fatica. Negli anni ’70 la presenza visibile della chiesa cattolica in quella città si limitava ad un modesto ufficio della Caritas, frutto dell’iniziativa di p. Faustino Cescato, anche lui del PIME. Ma i cristiani presenti avrebbero dovuto far capo alla parrocchia rurale di Andarkhota, a 14 chilometri di distanza, cosa praticamente impossibile. Ad Andarkhota viveva e operava un’altra persona “appassionata”, suor Silvia Gallina – delle Suore di Carità di Maria Bambina, responsabile del dispensario medico della missione. Fu la sua “complice” in tante iniziative, a cominciare dagli ammalati, per allargarsi poi a bambini e giovani che non avevano possibilità di studiare, a famiglie che vivevano in ambienti malsani, e per sviluppare una serie di iniziative che in pochi anni diedero un’identità, un volto alla chiesa cattolica nella città.

Stava infatti crescendo il processo di urbanizzazione, che coinvolgeva numerosi tribali, tra cui molti cristiani, i quali erano vittime, nei loro villaggi, di soprusi e imbrogli per sottrarre loro le terre. Per questo, o semplicemente con la speranza di migliorare la loro vita, migravano a Rajshahi, dove erano costretti a vivere senza i riferimenti sociali e religiosi, e le tradizioni a cui erano abituati; perdevano perciò l’aiuto, il controllo, l’identità di cui potevano godere nei villaggi di origine. Molti dormivano in verande o sgabuzzini, sottopagati e sfruttati, alcuni si rovinavano con l’alcool… P. Paolo mi spiegò che il suo intento era di raccoglierli e formare comunità dove potessero ritrovare la loro dignità e identità, e anche accettare le novità e i vantaggi che la vita cittadina comporta. Per questo – mi disse – si ispirava a Mosè il quale, per dare consistenza al Popolo di Dio, lo aveva guidato attraverso il deserto, fra mille difficoltà e paure, fino a che ebbero una terra dove ebbero la possibilità di essere se stessi. Con questo sogno sullo sfondo, P. Paolo comprava terreni in varie zone ancora libere del territorio urbano di Rajshahi, e vi stabiliva gruppi di immigrati tribali: assegnava ad ogni famiglia una casetta molto semplice, con un palmo di terra per allevare galline e capre, con il compito di prenderne cura, e in ognuno di questi piccoli nuovi “quartieri” o – se si vuole – villaggi urbani, apriva una scuola elementare, una sede per le riunioni di comunità, una cappella. Nacquero – se non sbaglio – nove di queste piccole “terre promesse”, che diedero a p. Paolo tantissimo lavoro, tanti grattacapi e delusioni, ma anche tante soddisfazioni. Ora Rajshahi è sede di una diocesi; è dotata di una grande cattedrale, di un’ampia sede episcopale e un centro di pastorale e di comunicazioni sociali, tre parrocchie, diverse comunità religiose femminili, scuole, ostelli, un seminario a livello di college, un centro di assistenza malati… No, non ha fatto tutto p. Paolo! Ma è lui che ha dato il via ed è stato il motore che ha animato e sostenuto questa rapida crescita per tanti anni.

Arrivò poi il momento di staccarsi anche da questa sua creatura, dalla parrocchia di Rajshahi. Ci furono proteste e anche turbolenze da parte di molti parrocchiani, che volevano tenerlo per sé; p. Paolo ci soffriva, ma in occasione di una mia visita come superiore regionale fu lui a spiegare in assemblea che doveva andare, era bene, e voleva farlo. Partì alla chetichella, senza cerimonie, per evitare problemi!

Nella sua nuova destinazione, a Moeshpur, fu assistente del parroco p. Pier Francesco Corti, che aveva trascorso a Rajshahi i primi cinque anni del suo impegno missionario proprio con lui, come suo assistente. L’amicizia e la stima che avevano l’uno per l’altro resero possibile questo scambio di ruoli, di solito molto difficile. Anche là, però, Paolo non si risparmiava e non riusciva a riguardarsi come avrebbe dovuto; la salute continuò a deteriorarsi, finché fu coinvolto in un incidente automobilistico che provocò ad una gamba gravi fratture, mal ricomposte con un’operazione. Sperando di migliorare per poi ritornare, accettò di venire a Lecco, nella comunità PIME per missionari anziani e ammalati. Chi lo conosceva pensava con pena che non si sarebbe adattato alla vita comune, e a un ritmo opposto a quello iperattivo cui era abituato. Ci stupì tutti, accettando la nuova condizione non solo con pazienza, ma senza perdere entusiasmo e buon umore, e sottolineando gli aspetti positivi della nuova situazione.

Tanti, ma proprio tanti lo piangono in Bangladesh, riconoscendo che ha cambiato la loro vita perché ha aperto per loro e con loro, strade che mai avrebbero potuto percorrere senza di lui. Anche a chi è stato opportunista e ha approfittato della sua generosità, il suo “cuore puro” ha dato testimonianza di un amore appassionato, e della misericordia che il suo Maestro, Gesù, ha raccomandato ai suoi discepoli.

Franco Cagnasso

Monza, 13 novembre 2022

Congedo

Rieccomi a Monza, da dove ero partito il 19 settembre per il Bangladesh, con l’obiettivo di rinnovare il famoso “visa M” (cioè missionario) di cui ho parlato in una “scheggia” circa un mese fa. La data di scadenza del mio “visa” era il 12 ottobre. Ho consegnato la domanda di rinnovo pressappoco 15 giorni prima – come da regolamento – poi non ho saputo più nulla di certo. Partendo dall’Italia, avevo promesso di non assentarmi per più di un mese dal mio nuovo servizio, cioè l’accompagnamento spirituale dei seminaristi a Monza. Quindi il 19 ottobre alle 3.15 di notte (ora del Bangladesh), ho preso il volo di ritorno, arrivando nella stessa data alle 14 in punto (ora dell’Italia). Senza “visa”.

Se e quando sarò libero di ritornare in Bangladesh, dovrò ricominciare daccapo tutta la trafila per un nuovo “visa”, che nel 1977-78 ottenni in 9 mesi, e nel 2001-02 in altri 9 mesi.

La vigilia della mia partenza da Dhaka, sono andato ad un piccolo negozio di artigianato locale per comprare biglietti augurali e angioletti di canapa. Una passeggiata di poco più di mezz’ora, per masticare in santa pace la sofferenza di lasciare, la nostalgia, passando davanti al grande palazzo del parlamento, con ampi spazi e prati ben tenuti, e poi immergermi nell’ininterrotto caos di mezzi, pedoni, chiasso, sporcizia, odori, piccolo commercio di ogni tipo che brulica nel quartiere di Tejgaon. Anche là è in corso la costruzione della metropolitana sopraelevata. Un altissimo ponte che percorre tutta la città da nord a sud, pilastri e muraglioni giganteschi, macchinari modernissimi, operai al lavoro giorno e notte per completare un lavoro che – si spera – renderà il traffico meno faticoso, e la città più moderna.

Arrivando ad un punto di svolta di questo gigante in costruzione, ho percorso un pezzo di “scorciatoia”, un sentiero fangoso che serpeggia sotto alcuni di questi pilastri, fra materiale edilizio, camion, tecnici, rifiuti, giovani storditi dalla droga, mendicanti parcheggiati a mostrare deformazioni fisiche varie… Seminascosta dietro un angolo di uno di questi pilastri, ho intravvisto un’improbabile macchina per cucire a pedali, scrostata e arrugginita, speranza di vita di un anziano, che aspetta il passaggio di qualcuno che voglia far rammendare uno strappo, attaccare un bottone, rifare un orlo… Gli sono passato accanto, e ho sentito che questo poteva essere un ricordo, come un’immagine simbolica della mia missione in Bangladesh con le sue grandezze e le sue meschinità. Mi è sembrato di vedere proprio lì uno dei tanti “confini del mondo” a cui Gesù ha mandato i suoi discepoli e apostoli: non sono i confini geografici che, essendo il mondo rotondo, non si raggiungeranno mai; sono piuttosto i confini dell’umanità, e si trovano dovunque ci sia qualcuno che c’è – ma è come se non ci fosse. Confini che tutti, e ovunque, possiamo trovare guardandoci intorno.

La passeggiata si è conclusa con una preghiera perché il Padre mandi qualcuno anche a quell’improbabile sarto, pure lui “messe per il Regno di Dio”.

Franco Cagnasso
Monza, 28 ottobre 2022

Ritorno

Dopo cinque mesi in Italia, mi trovo di nuovo in Bangladesh. Devo rinnovare il “visa” che scade il 12 ottobre – così che, terminato il mio incarico biennale al seminario teologico del PIME a Monza – io possa ritornare senza problemi. Quanto tempo occorrerà per sistemare la faccenda?
  
“Visa”, è una parola inglese che significa “visto”, ma anche – fra i missionari in Bangladesh – grattacapi e incertezze. Si tratta, per la precisione, di “visa M”, cioè del permesso che il governo del Bangladesh concede a cittadini stranieri che vogliono stare in questo paese come M, cioè missionari. La motivazione è: a servizio dell’Arcivescovo di Dhaka, che assegna ufficialmente compiti e luoghi di residenza. Quanto dura? È la domanda che ci accompagna ogni volta che il visa scade, e va rinnovato, e rimane senza risposta. In quanto tempo lo danno? Altra incognita… Perché a volte si aspetta a molto a lungo? Per favore, basta con le domande cui non sappiamo rispondere…    

Mi rendo conto che l’introduzione a questa scheggia è squallida, ma questo mio ritorno temporaneo richiede una spiegazione.     

Dunque mi trovo a Dhaka, pronto ad aspettare fino al 20 ottobre – al massimo. Nel frattempo, cercherò di andare a Dinajpur per vedere il progetto Joyjoy che sembra andare bene, salutare le suore del Monastero delle Clarisse adoratrici, e tanti altri; poi verrà il turno di Rajshahi, per trascorrere qualche giorno con gli amici della comunità Snehonir, disabili e normodotati…  pregusto canti, danze e sorrisi. Di là, il Centro Assistenza Ammalati è a due passi, e una visita non potrà mancare. Sono lontano da oltre 5 mesi, e tutto va avanti bene; vederlo con i miei occhi è un piacere. Niente visita ai Marma di Bandarban, in zona vietata agli stranieri: occorrerebbe troppo tempo per aver il permesso e c’è pure il rischio di non riceverlo. MongYeo con qualche ragazzo verrà a Dhaka e ci vedremo qui…     

Arrivando dall’Italia assetata per mesi e ora preoccupata per le “bombe d’acqua”, trovo un Bangladesh che è stato afflitto dalle troppe piogge, comprese alluvioni prolungate nel nord-est (Sylhet) che, dopo quelli dovuti al Covid, hanno costretto ad altri rinvii degli esami di maturità.      
Il caos del traffico di Dhaka sembra peggiorato, ma forse si tratta solo di una mia impressione dovuta alla lunga assenza; in compenso, aumenta la speranza che i giganteschi lavori in corso per la metropolitana sopraelevata arrivino presto al termine: a colpo d’occhio direi che si sono fatti progressi rilevanti, e si può sperare di vedere presto un miglioramento nella circolazione!!!      

Segnalo comunque un ingorgo stradale insolito. Come avevo “profetizzato” (?!) in una scheggia tempo fa, il calcio femminile ha fatto centro. Le ragazze “under 18” (ufficialmente sotto i 18 anni di età) hanno battuto il Nepal nella finale del torneo del Sud Asia giocata a Katmandu, e sono state accolte da una gran folla all’aeroporto, da dove, sistemate su un pullman a due piani scoperto, hanno trionfalmente percorso in lungo e in largo la città applaudite da tantissimi come “eroine”. Momenti di gioia e fierezza… con un’ombra. Mentre sopra facevano festa, sotto qualcuno rovistava nei loro bagagli rubando in tutto oltre mille dollari alla bravissima portiera. Ma a consolarla è arrivata la notizia che la prima ministra Sheikh Hasina – viste le fotografie della baracca dove vive la sua famiglia – ha deciso di far costruire una casetta per loro.     

Nella grande area che fa parte della parrocchia di Khewachala, avviata dal PIME nella diocesi di Dhaka, un gruppetto di famiglie che ho conosciuto anni fa hanno chiesto e ricevuto il battesimo. Erano povere, senza prospettive, e avevo anche tentato di  aiutarle, con scarso successo. Ma recentemente il nuovo assistente della parrocchia (ora affidata alla diocesi), le ha ritenute pronte e ha soddisfatto la loro insistenza. Alcune famiglie sono state battezzate a Pasqua, altre sono in preparazione per il prossimo Natale. Benvenuti e benvenute: e poiché i piccoli nel Vangelo sono i primi, voi siete… in pole position!

Un po’ di politica: nel contesto dell’Assemblea Generale ONU, la delegazione del Bangladesh ha spiegato che le “così dette” sparizioni forzate di personaggi in qualche modo ostili al governo, non sono mai avvenute, che il governo continuerà come sempre con tolleranza zero nei riguardi di questi episodi, aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno saputo motivare le sanzioni personali che mesi fa hanno imposto su alcuni alti ufficiali del “Battaglione di Pronto Intervento” spesso accusato di tali sparizioni.     

Il 19 settembre, in uno scontro fra membri dell’opposizione e la polizia, ci sono stati oltre 50 feriti. Alcuni giorni prima, i feriti erano stati un po’ di più, con l’aggiunta di qualche morto, uno dei quali era comunque nella lista di accusati presentata ai tribunali.      

Della guerra in Ucraina si parla poco, quasi nulla. Proprio come in Italia si parla poco delle numerose altre guerre che affliggono il mondo. Per tutti, i guai vicini a casa sono più rilevanti di quelli lontani… Una traccia però c’è: zona per zona, per due ore al giorno l’erogazione della corrente elettrica viene interrotta, per risparmiare sul consumo del gas, con relativi aumenti dei prezzi.      

Notizie frammentarie informano che in Myanmar l’esercito sta cercando di stroncare i gruppi armati Rohingya, e lo fa con mano pesante. Qualche cannonata è arrivata anche sulla “terra di nessuno” fra lo stato Arakan, parte del Myanmar, e il sud del Bangladesh, dove gruppi di Rohingya si rifugiano. Se poi qualcuna ha oltrepassato anche il confine, per ora non viene detto. Il Bangladesh teme un’altra ondata di profughi, con relativo aumento dei problemi, che già non sono pochi. La tensione fra i due paesi è alta; probabilmente nessuno, per ora, ha interesse ad aumentarla.       
Infine, sta per partire una spedizione mista di bengalesi e nepalesi, che intendono scalare una delle vette ancora inviolate dell’Himalaya. Come l’Italia, conquistando il K2, aveva fatto concorrenza alla Gran Bretagna che era arrivata sull’Everest, ora il Bangladesh si accinge a raccogliere un po’ di gloria con una “prima” himalayana che nessuno si aspetterebbe da un Paese quasi tutto in pianura, e privo di montagne che richiedano corde e picconi. Ma non del tutto privo di amanti della montagna!

p. Franco Cagnasso 

Emilio 2

Nella precedente scheggia ho ricordato p. Emilio Spinelli trascrivendo l’omelia che ho pronunciato poco dopo la sua morte, nella cappella della Casa del PIME a Lecco. Ora trascrivo qui alcuni dei messaggi che in quei giorni sono stati mandati spontaneamente da confratelli ed amici al “Gruppo WhatsApp” del Bangladesh.

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“Ciao p. Emilio, abbiamo cominciato assieme la vita missionaria in BD… tanti felici ricordi di quei primi anni. Dovunque sei stato, la gente ti ha molto amato perché sei sempre stato al loro fianco e hai dato tutto per loro. La tua presenza ai nostri incontri comunitari era una festa per come ci raccontavi con tono scanzonato le tue avventure e quelle di altri confratelli. Ci lasci un grande esempio di missionario semplice, ma vero e sincero, come è stato p. Giulio. Che il Signore colmi il vuoto che avete lasciato. Prega per noi e grazie per la tua amicizia. (Gianni Zanchi)

“Carissimo p. Emilio, Sei stato presente in un pezzo della mia storia in Bangladesh. Abbiamo condiviso momenti di gioia e di fatica. Con tanta riconoscenza ti ringrazio e ti affido nelle mani del Signore. Possa tu riposare presso il tuo Creatore.” (Adolphe Ndouwe)

“Carissimo Emilio, hai compiuto il bellissimo miracolo di passare direttamente dal Bangladesh al Paradiso… parlavi bengalese anche a Rancio e alla sera preparavi la borsa per andare a visitare i villaggi… il tuo cuore era rimasto in Bangladesh… aiuta anche noi ad amare come te tutta la gente che incontreremo sul nostro cammino… un grande abbraccio…” (Quirico Martinelli)

“Carissimo Emilio, le più belle partite “al due” sono state quelle giocate con te… resterai sempre vivo nei nostri cuori… Accompagna dal Cielo il nostro servizio missionario” (Massimo Cattaneo)

“Emilio, vai. Felicitazioni per questa “nuova” destinazione meravigliosa.” (Lucio Beninati)

“Da Chandpukur la nostra preghiera e gratitudine” (Ciro Belisario)

“Caro Fabrizio, mi sei venuto in mente in questi giorni. Tu hai accompagnato Emilio in Italia per tentare le ultime cure. L’ho visto 5-6 volte sia all’ospedale di Merate che a Rancio. L’ho trovato sempre accogliente anche se confuso geograficamente e nella geolocalizzazione di persone. L’ho trovato anche sempre ottimista. Pensa che l’ultima volta che l’ho visto un mese fa, per la prima volta si era presentato camminando con le sue gambe anziché essere accompagnato in sedia a rotelle. Naturalmente il colore era sempre più pallido, ma lui stava “benissimo” come sempre. Quando è uscito dalla chiesa di Cernusco gremita e fra gli applausi, mi è venuto un nodo alla gola. Che uomo anche questo!!! Potremo criticare il PIME finché vogliamo, ma che uomini abbiamo… (Guglielmo Colombo)

“Dopo Pillon, Enzo Palladini, Ivano Tosolini è stata la volta di Vincenzo Pascale e di Emilio a partire da questo mondo… Vincenzo ha speso anche lui tutta la sua vita in Giappone nella stanza sempre ordinatissima. Una vita con pochi cristiani, come del resto in tutto il Paese. Quando l’abbiamo incontrato nella casa regionale di Tokyo, circa 10 anni fa, era cambiato molto dai tempi del seminario, meno riservato, sempre gentile, ma con tanta energia e tante prospettive. I suoi giapponesi l’avevano trasformato… Emilio si interessava anche di politica, seppure in modo indiretto, a sostegno di suo fratello che era stato eletto nelle liste dell’MPL, il Movimento Popolare dei Lavoratori. Quando ci siamo dati i giudizi a vicenda prima dell’ordinazione, lui ha scritto che ci ha visti maturati da un impegno principalmente intraecclesiale a quello più allargato del cambiamento sociale. Sono andato a trovarlo a Rohampur nel 1980 di ritorno dall’Italia per Hong Kong. Quando mi ha visto arrivare, ha aspettato che fossi vicino per innaffiarmi all’improvviso con la canna dell’acqua. Era il suo stile. Poi mi ha portato a pescare nel laghetto del boarding dei ragazzi. Tutto essenziale nella sua stanza. Mi ha fatto conoscere tra le altre suore Barbara Pereira, con la quale siamo rimasti in contatto con la spedizione delle medicine per tanti anni, fino a quando lei è entrata in clausura. La lettera di Emilio dell’anno scorso, in cui si sente contento di aver sentito il nome di cinque giovani sorelle delle sue comunità diventare novizie e quello di due altri giovani diventati preti, rivela la soddisfazione di averli visti seguire la sua stessa strada. Cinque fratelli del PIME classe 1974: SANTI SUBITO!” (Franco Mella)

Infine, una “risposta” di Emilio ai suoi amici…

“In questo periodo post-natalizio mi sento particolarmente euforico. Avrei voluto tanto celebrare un poco del giubileo del mio fratello don Sandro, ma proprio questo desiderio è irrealizzabile ed è giusto e bello condividere la pandemia con la mia gente, anche se mi sono accorto che il giubileo lo sto già celebrando perché il giubileo non si celebra da solo, ma con tutti, con quelli più cari e la gioia è incontenibile e non dovrò aspettare i 50 anni per celebrarlo. Infatti, in questo mese di gennaio, cinque bellissime ragazze hanno emesso voti di consacrazione. Solo cinque le nuove sisters, ma ogni volta che il cerimoniere annunciava il nome della suora con il nome della missione di provenienza (di Chandpukur) c’era come un brusio di accompagnamento, infatti le collegavano tutti a p. Emilio. Mi sono orgogliosamente sentito festeggiato con le nuove suorine e le loro famiglie e con tutta la comunità. Ma questo era solo l’inizio di questo gioioso giubileo perché due settimane dopo abbiamo avuto l’ordinazione di due nuovi preti: uno di Chandpukur e l’altro di Bhutahara e tutti e due hanno vissuto l’ordinazione e la prima messa in mezzo ai campi, all’ombra di due grandi tende, abbracciati da una folla di amici, commossi. Tutti insieme sotto quella grande tenda, nuovi figli, nuove famiglie. Per me questi due momenti sono stati un grande Giubileo. Davvero il Signore è sempre con noi! Carissimi, non sono uno scrittore di libri, magari più in là, chissà, riuscirò a scrivere qualche parola. In questo giubileo così grande, sono riuscito a ricordare anche tutti voi. (Emilio Spinelli – 26 febbraio 2021)
p. Franco Cagnasso
 

Emilio 1

P. Emilio Spinelli, un caro amico, era originario di Cernusco sul Naviglio (Milano), aveva 76 anni ed era stato missionario in Bangladesh ininterrottamente dal 1975 fino ad un anno e mezzo fa, quando fu colpito duramente dal Covid. Portato a Dhaka, si rimise a sufficienza per organizzare un rientro in Italia e tentare di curare i gravi problemi di salute che lo avevano fatto soffrire già prima della pandemia. È morto il 12 agosto scorso a Lecco, nella casa del PIME. P. Ferruccio – superiore generale – mi ha chiesto di tenere l’omelia alla celebrazione eucaristica di suffragio celebrata il 13 agosto. Ne riporto il testo qui sotto, con qualche ritocco.

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Celebrazione Eucaristica di suffragio
Lecco, 13 agosto 2022

Spesso ringrazio Dio per i doni che ho ricevuto, e quando lo faccio ricordo che la vocazione missionaria mi ha dato la possibilità di conoscere e frequentare tante persone belle. Belle nella mente, belle nel cuore e belle nelle opere – perché toccate e trasformate dalla Sua grazia.

Fra loro c’è anche p. Emilio, un dono forse avvolto in “carta da pacchi” più che in carta dorata ed elegante, ma preziosissimo. Me lo conferma un breve messaggio mandato dopo la sua scomparsa da un amico suo e mio, p. Gianni Zanchi, che ha scritto: “P. Emilio, il Signore ti dia la ricompensa, perché sei stato un servo fedele amico di tutti”: una “pennellata” proprio giusta: servo – fedele – amico di tutti.

Ho conosciuto Emilio nel 1964, quando ci incontrammo nel seminario che il PIME allora aveva a Cervignano del Friuli. Faceva parte del gruppo delle così dette “vocazioni adulte”, perché era entrato nella formazione del nostro istituto dopo un periodo di lavoro, e seguiva corsi speciali per recuperare il livello scolastico del liceo; io ero là come “prefetto”. Trascorremmo insieme l’anno scolastico 1964-65 e non fu difficile intendersi: era un giovane pieno di vita, simpatico, sereno e generoso, spesso con la battuta originale, ironica, mai cattiva.

Dopo l’ordinazione (1974) ha trascorso 46 anni in Bangladesh: come assistente di p. Di Serio nella missione di Rohanpur, passando poi come responsabile alla missione di Chandpukur, “ereditata” da p. Ciceri; in seguito, ha creato a Bhutahara una nuova missione piena di vita e attività, e poi ancora ha ricominciato a Kodbir, con la comunità avviata da p. Sandro Giacomelli. Trascorse anche un anno come responsabile della nostra scuola tecnica a Dinajpur, la “Novara Technical School”, in un momento difficile, in cui non si sapeva a chi affidarla…

Aveva due “passioni”:

– I giovani: con loro sapeva essere esigente e allo stesso tempo farsi voler bene; gli ostelli erano un po’ “il suo mondo”: impegno ma anche soddisfazione. A chi ce la faceva, dava anche la possibilità di studi superiori. In questo, nonostante qualche frizione occasionale, ha sempre lavorato d’intesa con le Suore, per lo più della congregazione locale “Shanti Rani” e poi con le Missionarie dell’Immacolata.

– Gli ammalati: ne ha fatti curare tantissimi, appoggiandosi al “Centro Assistenza Ammalati”, voluto dalle suore di Maria Bambina e dal PIME, di cui era il “cliente” più fedele – in “concorrenza” con p. Buzzi. Quando poteva, andava a trovarli, per i bambini portava un giocattolino… Riteneva che occuparsi degli ammalati fosse il gesto missionario più diretto, perché applica alla lettera la parola di Gesù, che manda i suoi nei villaggi e raccomanda anzitutto di visitare gli ammalati. Nella malattia non ci sono divisioni religiose, la sofferenza tocca tutti in modo uguale, e l’aiuto in quel momento è più eloquente di tante prediche o dialoghi. Suor Mariagrazia, dell’Istituto di Maria Bambina, che lo incontrò molti anni fa nel nascente “Centro ammalati”, mi ha detto: “L’ho visto poche volte, ma nella memoria m’è rimasto impresso il ricordo del primo incontro con lui, mentre entrava nel Centro portando lui stesso, sulle sue braccia, una donna ammalata”.

Giovani, ammalati… voglio ricordare anche le piante. Dove andava, trasformava zone spoglie in boschi. Raccontava sorridendo di quel vescovo che gli aveva detto: “Sono troppe, nascondono la vista della chiesa…” ma dall’anno seguente – durante il gran caldo di maggio – aveva preso l’abitudine di trascorrere qualche giorno proprio là da lui, cercando l’ombra e il silenzio del bosco…

Ha sempre operato fra i tribali di vari gruppi, appassionandosi alla loro vita, accettando e condividendo le loro abitudini che cercava di capire, lucidamente, con affetto e rispetto anche quando rilevava debolezze e difetti. Osservava, parlava, rifletteva… le sue valutazioni partivano dall’esperienza e non da pregiudizi o luoghi comuni – che sapeva rimettere in discussione e su cui spesso si confrontava con altri missionari.

Aveva esperienza concreta delle difficoltà che le minoranze tribali incontrano, perché spesso oppresse, ingannate e sfruttate dalla maggioranza, e faceva il possibile per stare al loro fianco; ma sapeva creare una rete di rapporti personali amichevoli e di collaborazione, anche con non pochi bengalesi musulmani. Emilio non parlava di “dialogo”, ma lo faceva nella vita quotidiana, senza classificazioni né ostilità preconcette.

Amava la compagnia. Non mancava mai agli incontri dei missionari del PIME in Bangladesh, momenti di gioia spontanea, con interessanti chiacchierate, scambio di esperienze e consigli, animatissime partite a carte.

D’altra parte, l’abitudine a far da sé, insieme con l’originalità di certi suoi metodi e stili di vita (si alzava sempre prestissimo, si trascurava, era a volte impulsivo…), potevano rendere difficile lavorare con lui nella stessa missione. Ha dovuto accettare anche periodi di solitudine, e questo gli pesava. Quando lasciò Chandpukur per andare a Bhutahara, passò da un ambiente a prevalenza Santal ad un ambiente a prevalenza Orao (altra lingua, altra cultura, altri stili di vita…).Doveva organizzare e costruire tutto da zero, in una località che a suo parere non era stata scelta bene e dove non conosceva nessuno; fu per lui un grande sacrificio, come una lunga quaresima che seppe comunque affrontare senza vittimismi.

Sembrava a volte trascurato; certo con se stesso e con la sua salute lo era. Ma aveva una vita interiore intensa e sensibile. Una volta mi chiese di aiutarlo, perché alcune sue battute scherzose erano state interpretate come ostili da un confratello, che aveva reagito scrivendogli una lettera molto dura. I miei tentativi di chiarire l’equivoco in un primo momento non ebbero successo, e questo causò ad Emilio un profondo disagio: “Bisogna che ci capiamo, non riesco a sopportare un rapporto così…” mi diceva.

Non credo che abbia mai contato quante persone, e nemmeno quante famiglie o villaggi abbia accompagnato al battesimo, certamente tante, ma non sottolineava i “successi”, cercava di andare alla sostanza; mi confidò: “Può capitare di intuire come il Vangelo cambia davvero l’interno, il cuore delle persone, e scoprirlo mi dà una grande gioia.” Una volta ascoltò – non visto – una conversazione fra due anziani, uno dei quali spiegava all’altro perché aveva deciso di avvicinarsi al cristianesimo: “Diceva cose molto semplici, ma vere e profonde; avevo avuto l’impressione che le mie spiegazioni non fossero capite; infatti non le ripeteva come le avevo dette io, ma le rielaborava molto meglio, in modo più concreto e adatto a loro!”. Sosteneva che l’elemento essenziale di una vera conversione consiste nell’entrata della preghiera nella vita delle persone: non lunghe orazioni, ma preghiera semplice, personale, segno di un rapporto con Dio.

Credo che fosse quello che cercava anche per se stesso. A parte le celebrazioni eucaristiche e momenti di preghiera comune, non sembrava pregare molto. Ma un seminarista diocesano che aveva trascorso con lui alcuni mesi mi disse: “Sembra che non preghi molto, ma sono sicuro che lo fa, perché la sua vita lo dimostra”. Un apprezzamento indiretto, ma rivelatore, e prezioso!
p. Franco Cagnasso

Futuro

Dopo 20 anni in Bangladesh, arrivando al “Seminario Teologico Internazionale” del PIME a Monza, ho trovato un’entusiasmante varietà di giovani da Africa, Asia, America del Sud, che si sentono chiamati ad essere missionari secondo i tre criteri che il PIME si è dato e che propone nella sua formazione. Per esprimerli in breve, l’Istituto ha persino rispolverato un poco di latino: ad gentes, ad extra, insieme(ai non cristiani, all’estero, insieme) – sempre dando precedenza alle situazioni di sofferenza, emarginazione e povertà – spirituali e non.

Questo modo di descriverci è stato formulato in tempi relativamente recenti, ma noi ci pensiamo così fin dai primi passi dei nostri fondatori e predecessori. Ora, insieme agli altri “educatori” di questi giovani, devo aiutarli a capire se il PIME fa davvero per loro oppure no, e per quali motivi; dovranno anche chiedersi con quali risorse spirituali andare avanti, appassionati del Vangelo, e nella fiducia che il loro cammino è e sarà accompagnato dal Risorto, che li chiama ad essere suoi testimoni.

Non si tratta di poca cosa: come realizzarla? Tra l’altro, mi domando anche: se mi riferisco all’esperienza dei “miei tempi”, e dei missionari che mi hanno preceduto, quanto posso farmi capire dai giovani e quanto io posso capirli? I contesti sono diversi, e anche le parole hanno significati in parte differenti.

Per tentare di rispondere ci vuol tempo, e bisogna conoscersi meglio. In questa scheggia mi limito a indicare qualche intuizione.

I missionari che hanno accolto nelle missioni quelli della mia generazione, approssimativamente e superficialmente classificabile come “sessantottina”, erano eredi di una tradizione che fin dai primi giorni si era rivolta con grande impegno alle povertà più evidenti: malattie, mancanza di istruzione scolastica, situazioni di denutrizione croniche o ricorrenti, soprusi dei colonialisti, dei grandi proprietari terrieri, delle maggioranze religiose ed etniche, e anche superstizioni e tradizioni, alcune delle quali tenevano la gente nella paura e creavano discriminazioni… Fra noi giovani, in qualche modo influenzati dalla così detta ”contestazione”, c’erano tante domande, anche molto critiche, su come questi problemi venivano affrontati e su come collegare l’evangelizzazione, che comportava l’insegnamento di dottrine nuove, con l’abbandono di tradizioni e religioni, per convertirsi al cristianesimo. Si cercavano “strade nuove”, ci si interrogava se a fronte di situazioni evidenti di povertà e di “sottosviluppo”, fosse giusto annunciare un vangelo “spirituale”. “Evangelizzazione o sviluppo?”. La domanda circolava insistente nel mondo missionario e nella Chiesa, dando per scontato che noi fossimo gli sviluppati, e che fra vangelo e sviluppo ci fosse una sorta di alternativa: o, o… “Non si può annunciare il vangelo a chi ha la pancia vuota” si sentiva dire, con l’aggiunta che “A chi ha fame non bisogna dare un pesce, ma insegnare a pescare”. Spesso queste semplificazioni venivano accettate come un’ovvietà, e portavano a dare la precedenza allo sviluppo, convinti che questo dovesse essere compito primario dei missionari.

Era scontato che i missionari venissero da un mondo “cristiano”, che era un mondo “sviluppato”, e dunque avesse il dovere di fare giustizia per superare il “sottosviluppo”. Il passato coloniale era un peso di cui sbarazzarsi – ma come? Era caduta una posizione del tutto negativa e chiusa nei confronti delle religioni; c’erano risposte nuove alle domande sulla “salvezza dei non cristiani” e sulla libertà religiosa, accompagnate spesso da riflessione teologica che affrontava temi nuovi, e pure da teorie sociali, politiche e ideologiche che cercavano di re-interpretare motivazioni religiose e di fede o anche di lasciarle da parte. C’era un certo “senso di colpa” per il fatto di appartenere a paesi e culture che erano stati e tuttora erano sfruttatori. La grande distanza esistente fra le condizioni di vita quotidiana dei paesi da cui partivano i missionari e le condizioni di vita dei “paesi di missione” poneva interrogativi angoscianti – come io stesso ho sperimentato in Bangladesh. Si può forse dire che in alcuni c’era una sorta di “versione laica” dello zelo che aveva spinto i missionari del passato a scegliere i luoghi più lontani e trascurati e a desiderare anche il martirio; l’obiettivo non era più espresso come “annuncio del Vangelo”, “salvezza”, “conversione”, ma piuttosto come “fare giustizia”, “restituire” il mal tolto. C’era anche, in termini diversi ma con un atteggiamento psicologico analogo, una specie di “eroismo romantico” che in passato sfidava il paganesimo, in tempi più recenti sfidava la “ingiustizia” e il “sottosviluppo”, con una certa dose di sopravvalutazione di ciò che i missionari potessero effettivamente fare, di quanto la loro attività potesse incidere su questi problemi. Con tutto ciò, la mia valutazione sulla missione svolta dai miei coetanei è positiva, e ho ammirazione riconoscente per molti di loro.

Ma oggi, come sono le prospettive?

I giovani con cui vivo per lo più non partono da “paesi cristiani” per andare a “paesi non cristiani”. Non vengono da “paesi sviluppati” e non si dirigono a paesi “in via di sviluppo”. La diversità economica e storica (colonialismo, ecc.) tra paese di partenza e paesi di destinazione, che ci poneva tanti interrogativi e creava sensi di colpa, ora non c’è.

I seminaristi di oggi sono forse più vicini alle condizioni in cui si trovavano i missionari della Chiesa nei suoi primi anni, ai suoi primi passi, che non distingueva paesi di missione e non, sviluppati e non, e nemmeno aveva esperienza di “paesi cristiani” e di società “scristianizzate”. Il loro obiettivo era che la Parola di Dio non si fermasse, “corresse”, e poi avrebbe dato i suoi frutti. L’espressione “conquistare il mondo a Cristo”, spesso usata da p. Manna, era sconosciuta, mentre era vivo il desiderio di dare a tutti la possibilità di ascoltare l’annuncio – a cui avrebbero risposto “coloro che erano stati scelti dallo Spirito”.

La generazione di missionari che si sta facendo avanti ora, non propone rotture con il passato: anzi, molti di loro attribuiscono la loro vocazione al fascino che hanno esercitato i missionari della generazione che li ha preceduti; però si muove in un contesto diverso, per cui credo che emergeranno modelli di vita missionaria in parte diversi.

Non ho mai apprezzato la “futurologia”, né chi scrive libri per dirci come sarà il mondo fra 20 o 50 anni; neppure do importanza allo studio di grandi, globali nuove “strategie della missione” con visioni onnicomprensive che prevedono rinnovamenti radicali di tutto. Perciò non pretendo di spiegare in anticipo come andranno le cose. Ma penso che dobbiamo, con umile fiducia, stare attenti alla silenziosa opera dello Spirito, che instancabilmente rinnova, ricrea, rilancia, approfittando anche dei nostri fallimenti, sbagli, dubbi. Non è detto che tutto ciò che sta cambiando, e forse ci preoccupa molto, sia premessa di guai, decadenze, invito a rimpiangere il passato.

Franco Cagnasso
Esino Lario, 18 agosto 2022

Mim

Le persone che hanno qualche forma rilevante di disabilità, in Bangladesh sono spesso guardate con curiosità, sospetto, a volte disprezzo; vengono evitate, isolate, anche perché sono considerate prive di prospettive, essendo vittime di un “destino” che è soltanto da accettare o subire, e su cui c’è poco da dire, fare, imparare, rimediare. Non è raro che si cerchino “colpe” a cui far risalire la disabilità di un bambino, e quasi sempre la “colpevole” è la madre. Nascondere un familiare disabile è a volte l’unica dolorosa risposta ad una situazione di cui ci si vergogna.
Ho brevemente messo in evidenza tutto questo quando ho presentato il “Progetto Joyjoy”, una piccola iniziativa di alcuni missionari del PIME, che intende aiutare una quarantina di bambini con disabilità mentali, con le loro mamme e lo loro famiglie, nella zona di Dinajpur.
I pazienti e coraggiosi lettori delle “Schegge di Bengala” sanno che il progetto è stato approvato e avviato; non solo, ma si è concesso pure l’onore di una data per l’apertura ufficiale: 22 luglio.
Joyjoy dunque tenta di intervenire in un quadro piuttosto fosco, con persone che non sanno come gestire un problema a cui non sono assolutamente preparate.
Tutto vero, è proprio così.
Ma…

Ma c’è anche ciò che ho letto in una bella lettera di Naomi Iwamoto – la missionaria laica giapponese che è il “motore” quotidiano” di tutta l’iniziativa Joyjoy. Questa “scheggia” è partita dalla sua esperienza e dal suo racconto; ne è una traduzione con adattamento, aiutata da alcune fotografie, che la rendono più immediata e comprensibile.

“Mimè una bimba di circa 12 anni, incontrata in una delle mie “peregrinazioni” per conoscere, “agganciare”, e stabilire un rapporto con bambine e bambini intellettualmente disabili, a Dinajpur e dintorni.
Il papà di Mim lavora tutti i giorni della settimana da mattina a sera, come autotrasportatore, perché possiede un pesante carretto con due ruote piuttosto alte. Non importa se piove, fa caldo, freddo, c’è traffico, è già notte… carica ciò che gli affidano: sacchi di riso, mobili, legname, sabbia, capre, calce, concimi, studenti, canna da zucchero, cotone, ammalati, paglia di riso per le mucche… e parte. E poiché qui “autotrasportatore” non significa che trasporta con un’auto, ma che “trasporta da sé”, afferra saldamente le stanghe e trascina il carretto fino a destinazione, scarica, e riparte.
Mestiere duro, ripagato da un guadagno mensile medio di 4 o 5 mila taka (40 o 50 euro), del tutto insufficienti per mantenere la famiglia con moglie e tre figli.
La mamma di Mim ha molto a cuore la figlia disabile. Tra l’altro, mi ha detto che la bimba ha occasionali crisi respiratorie, che richiedono urgente intervento medico. Fino a qualche tempo fa era lei che la prendeva in braccio per portarla di corsa da un medico vicino. Ma ora lei stessa soffre di forti dolori di schiena e non può più farlo, perciò a queste emergenze provvede la nonna, che vive non lontano e aiuta molto; con qualche difficoltà perché pure lei lavora, come domestica in una famiglia.
Il papà di Mim, oltre a trainare il carretto tutto il giorno, si è assunto un compito speciale: provvede ai pannolini “usa e getta” per Mim: ogni due giorni è lui che va a comprarli al prezzo di 100 taka, perché non manchino mai.
Sua moglie si è confidata con me, dicendo con tenerezza: “Il papà di Mim sa che i pannolini sono necessari, e non si lamenta: pensa che questo sia compito suo, e lo fa – pur sapendo che per questo motivo non riesce a pagare le spese scolastiche del figlio maggiore; potrà magari dimenticare altre cose utili ma questa no, non la tralascia mai.”
Mentre lei parlava, mi chiedevo come faccia la famiglia ad andare avanti spendendo 1500 taka al mese, cioè poco meno di un terzo dei sudati (parola in questo caso appropriatissima) guadagni, solo per i pannolini. La cosa mi metteva a disagio, e alla fine ho chiesto se sapeva che si possono comprare i “diaper cover” (Nota editoriale: non so come si traduca, e non me ne intendo, ma so che si tratta di una specie di “copri-pannolini” in tessuto parzialmente elastico, che permetterebbe di utilizzare all’interno stoffa lavabile e ri-usabile, anziché comprare ogni volta tutto nuovo). La mamma rispose subito di sì: “Certo, so che esistono, ma so anche che costano troppo per noi, e bisogna farli arrivare da lontano…”.
Non potevo darle torto: parecchi anni fa li avevo cercati, e avevo anche proposto al proprietario di una fabbrica di abiti di produrne un certo numero, però mi aveva risposto che il materiale necessario era troppo costoso e difficile da trovare – e avevo dovuto rinunciare alla bella idea.
E il figlio maggiore? Anche lui fa la sua parte: lavora come aiutante in un negozio di abiti e guadagna qualche cosa che consegna in casa, dopo aver detratto quanto serve per continuare a studiare a livello di liceo. Un giorno mi trovavo a casa di Mim nel primo pomeriggio, e proprio allora lo vidi rientrare per il pranzo, dopo una mattinata di lavoro. Così, fortuitamente, assistetti ad una scena proprio bella: appena Mim vede suo fratello lancia un gridolino, fa un gran sorriso e tende le braccia verso di lui, che senza esitare la prende in braccio con gioia, accarezzandola con tenerezza: un “rituale” che certamente entrambi gustano ogni giorno. A quel punto il giovane si accorse che ero presente e, tenendo in braccio Mim, mi disse con fierezza: “Mi sono preso cura di lei fin da quando era piccolissima.” La mamma, orgogliosa, confermava ridendo…

Così finisce il racconto di Naomi, che poi aggiunge una nota: un po’ di tempo dopo, Joyjoy provvide a ciò che occorreva per Mim, e adesso siamo noi – ideatori e realizzatori di Joyjoy – a sorridere con fierezza…

Franco Cagnasso
22 luglio 2022
Giorno ufficiale dell’inizio di Joyjoy

Mim

Mim e famiglia

Mim e mamma

Mim e fratello maggiore

Luna

Il 28 giugno si fa memoria di s. Ireneo, un santo che mi è simpatico; inoltre, questa mattina una telefonata di suor Giulia mi ha ricordato che è l’anniversario della mia ordinazione (1969).Tuttavia la giornata è fiacca, e la “luna” è di traverso, perché da ieri mi trovo in “quarantena”. A me pare un raffreddore come tanti, ma il famoso “tampone” ha detto che il virus che sta sconquassando il mondo è arrivato anche da me, e la sentenza è chiara: clausura “laica” per 10 giorni, poi si vedrà…

Ripasso la lista di impegni e contatti da cancellare, e cerco di consolarmi con un riposino pomeridiano senza ansie, visto che non ci sono appuntamenti che m’aspettano. Quando mi alzo, mi accosto al computer con la sensazione che la “luna” non è ancora andata a posto: “monkharap” – dicono i bengalesi, espressione letteralmente traducibile con “malumore”. Ma, quando apro la posta, trovo – in copia a me – una lettera diretta a Francesco, che ha “ereditato” la responsabilità di sostenere Naomi nell’impresa di far decollare a Dinajpur il “Progetto Joy Joy”: iniziativa di incontro, animazione e sostegno a bambini dai 5 ai 12 anni con disabilità mentale, e alle loro mamme.

Nella scheggia “Vita Nuova” (10 gennaio scorso) avevo parlato del progetto e del ruolo di Naomi, la missionaria laica giapponese che costituisce il “perno” dell’iniziativa. Ero ritornato sull’argomento nella scheggia “Collaborazione” (30 maggio), informando della prontezza con cui un bel gruppo di donne bengalesi con disabilità fisica si erano date da fare per identificare e invitare mamme e famiglie con bambini mentalmente disabili, spianando così la strada per i primi contatti – una faccenda delicata, essendo Naomi straniera e cristiana, in un ambiente per lo più bengalese e musulmano.

Era un’ottima partenza, e lo conferma la lettera appena ricevuta, che racconta alcune delle tante cose successe in poche settimane. Naomi non solo ha messo insieme un buon numero di famiglie, coinvolgendole attivamente nella preparazione, ma ha scelto parte dei futuri collaboratori, volontari, con alcuni a tempo pieno, stipendiati; per lo più persone che hanno esperienza del problema perché lo vivono nelle loro famiglie. Ha creato una rete di contatti, e ha entusiasmato le ragazze dell’ostello dove si raduneranno i bambini per l’assistenza diurna, che continuano a chiedere “quando incominciamo?”. Per il gruppetto di disabili nel frattempo formatosi, ha pure organizzato una visita al parco giochi ottenendo tutti gli ingressi gratis e facendo divertire da matti piccoli e grandi.

L’apertura ufficiale del programma sarà il 22 luglio; p. Francesco scrive che la cerimonia per i bimbi disabili sarà l’unica (fra le tante a cui è invitato) a cui parteciperebbe volentieri. Io confermo che sarà l’unica a cui mi dispiace di non poter partecipare…

Chiamo subito Naomi, che mi racconta con entusiasmo quanto accade, mentre io (proprio io che non volevo sentir parlare di WhatsApp) ascolto attentamente per oltre un’ora. Il suo commento si può riassumere in breve: va meglio di come speravo, perché c’è tanta gente buona in Bangladesh!

Un commento che raddrizza completamente la mia luna “storta”, e cancella le tracce di malumore “quarantino” causato dal virus. Viva JoyJoy!

Franco Cagnasso
Monza, 3 luglio 2022

Famiglie e bimbi felici

Sogno

Siamo tutti in giardino, a gustare cibi e canti camerunesi (e non solo), in una serata dal clima perfetto. Al seminario internazionale del PIME a Monza, celebriamo la giornata dell’unità del Camerun che – mi dicono – non sottolinea tanto l’indipendenza, quanto il giorno in cui la nazione decise di rimanere unita, e di non separare le zone di lingua francese e di lingua inglese. Decisione ora rimessa in discussione da movimenti anglofoni separatisti che preoccupano…

Siamo cinque missionari del PIME (un indiano, un camerunese, tre italiani) e sessanta seminaristi in cammino per entrarvi. Provengono dai quattro angoli del mondo quanto ad origine e anche per servizi ed esperienze fatte: Camerun, appunto, ma anche Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Zambia, India, Bangladesh, Myanmar, Filippine, Brasile…

Per la prima volta nella nostra storia, quest’anno fra i giovani che intendono entrare al PIME non c’è neppure un italiano.

Non è una bella notizia questa, certamente, ma mi fa ritornare alla memoria un pensiero scritto dal piccolo gruppo di giovani missionari che 170 anni fa, nel 1852, presero parte alla prima “spedizione” organizzata dal nuovissimo “Seminario Lombardo per le Missioni Estere” che più tardi, unendosi al quasi gemello “Seminario Romano”, formò il PIME. Dopo aver espresso la loro volontà precisa di lavorare fra coloro che non conoscono il Vangelo, dove non c’è presenza della chiesa, dove ci sono povertà, sofferenza, disagi e nessuno se la sente di andare, questi giovani – preti e laici missionari – si augurano di offrire ai più lontani la ricchezza dell’incontro con Gesù. E azzardano, timidamente, come fosse una speranza troppo ardita, un quadro ”da sogno”: un giorno questi popoli ora lontani e privi di tutto, ai quali ci rivolgiamo perché sono ultimi e trascurati, saranno a loro volta non solo membri della chiesa, ma missionari, e condivideranno il nostro desiderio di andare sempre più lontano, diventando a loro volta missionari.

Eccola qua, la profezia “da sogno”, la speranza “ardita” e quasi incredibile è davanti ai nostri occhi. Quando, tanto tempo fa (il prossimo 7 ottobre si compiranno esattamente 60 anni), entrai al PIME come seminarista proprio qui a Monza, c’era una bella varietà di giovanotti di liceo: milanesi, bergamaschi, trevigiani, lodigiani, vicentini, e anche qualcuno un po’ più esotico, toscano o piemontese come il sottoscritto… tutti comunque provenienti da paesi “cristiani”. Ora ciò che mi impressiona non è tanto la varietà di provenienze, ma l’entrata in campo di coloro che pensavamo dovessero ricevere – e ora stanno ricambiando.

Questo non ci esime dal chiederci perché non abbiamo vocazioni italiane. Bisogna riflettere e cercare di capire; però ritengo che il cammino della chiesa debba essere orientato da valutazioni attente, revisioni, riforme, ecc. ma soprattutto da una grande apertura e docilità allo Spirito, che non si lascia chiudere nelle nostre valutazioni, statistiche, programmazioni. Un vescovo indiano che ha lavorato moltissimo fra i tribali del Nord India – Thomas Menamparampil – ha fatto notare che la chiesa in vari paesi asiatici (e il Bangladesh è fra questi) non è formata da persone che appartengono alla maggioranza, ma per lo più da minoranze tribali: e questo in un certo senso ci riporta agli inizi, quando il messaggio di Gesù incominciò a circolare per il mondo affidato agli Ebrei, un popolo allora minoritario e oppresso. Tuttavia il vangelo di strada ne ha fatta, anche se era stato affidato a gente che agli occhi del mondo contava poco. Secondo mons. Thomas, saranno proprio queste realtà umane piccole, ignorate e di poca importanza dal punto di vista politico, economico, culturale, ecc. a far conoscere il vangelo in Asia.

Allora, che cosa concludo prima di andare a dormire al termine della festa del Camerun? Niente, nessuna conclusione; tutto è aperto, non ci sono bacchette magiche né ricette sicure. E non ci sono realtà senza problemi, limiti, errori. C’è però, senza negare gli aspetti preoccupanti e di rammarico, il desiderio di accettare con gioia questo panorama inatteso, con la fiducia che sia l’inizio di qualche cosa di nuovo e bello.

Franco Cagnasso
Monza, 21 giugno 2022

Sono io

Sto viaggiando verso Roma su un treno “superveloce”. In stazione mi guardavo attorno fra il sorpreso e il sospettoso: tutto troppo bello, ma verrà il momento… Non è venuto. Niente ressa, sgomitate, spinte, impossibili arrampicate su gradini altissimi, con la borsa che scivola sulle rotaie… Ora una giovane signora seduta accanto a me (ohibò, sarà vero? una donna e un uomo che neppure si conoscono, seduti fianco a fianco per oltre tre ore?) brontola, sostenendo con leggera indignazione che l’altro treno ha i sedili più comodi e lei mai più viaggerà su questo. Sarà, ma a me così va bene: anche se sono migliorate, da qualche tempo non usavo più le ferrovie del Bangladesh, non per colpa dei treni, ma per le sgomitate – anzi, i combattimenti corpo a corpo che sono necessari per salire e scendere: non sono più cose che fanno per me…
Sul biglietto avevo letto che la partenza sarebbe avvenuta alle 10.15, tuttavia il treno è partito proprio alle 10.15; strano, davvero strano.
Ora, sul mio sedile “scomodo”, poggio il computer portatile sul tavolinetto (pulito), e poiché di scosse ce ne sono proprio poche… posso concentrarmi, e ripensare ancora una volta a ciò che da tempo mi chiedo: continuare a scrivere “Schegge di Bengala” anche ora che non sono più in Bengala? Smettere? Scrivere di cose sentite da altri, rifilando ai lettori “schegge” di seconda mano? Oppure mi aggrappo ai ricordi e li rispolvero?
La mia sorpresa perché il treno è partito all’ora giusta, e la mia soddisfazione, che viaggia a fianco dell’insoddisfazione di una giovane signora che trova scomodo il sedile, accendono nel mio cervello un pensiero nuovo: perché mi interrogo su schegge di Bengala? Sono io una scheggia di Bengala!
Quando si parte per un altro Paese, ci si prepara a lasciare tante cose: lingua, abitudini, luoghi, persone, tutto ciò a cui si è abituati fin da bambini, e che per te sono “il mondo”. Si rimane ciò che si è, certamente, ma bisogna fare spazio a tante cose diverse e nuove, che gradualmente trovano posto in te, diventano normali, mentre neppure ti accorgi di averle assorbite. I teologi direbbero che il missionario deve fare una “kenosi”, parola greca che significa “svuotamento” e che s. Paolo usa per spiegare come il Verbo di Dio, pur restando Dio, si è come “svuotato”, assumendo l’umanità e diventando uomo, accettandone tutte le conseguenze. Ma non ha smesso di essere Colui che era da sempre.
Un pochino, questo accade – deve accadere – anche a un missionario. Ma ora che sono ritornato in Italia, devo fare il processo inverso, e svuotarmi di ciò che ho acquisito, ritornando a essere italiano e basta? Fino ad un certo punto, ovviamente, sì: altra lingua, persone, cibi, modi di fare… Ma non del tutto. In venticinque anni di Bengala, lo “svuotamento” non mi ha fatto buttar via chi ero, mi ha aperto un altro mondo, e mi ha “riempito” di tante cose delle quali ora devo fare “kenosi” – ma senza buttarle via. Ciò che ho imparato, vissuto, sentito non è scomparso, e non è surgelato in qualche frigorifero: c’è ancora. Sono – e rimango – un italiano rientrato e un bengalese acquisito. Come cercavo di non infastidire i bengalesi parlando sempre dell’Italia, ora cerco di non infastidire gli italiani parlando ad ogni piè sospinto di Bangladesh. Ma non sono diventato un altro, anche se tante cose (compresi i treni superveloci e i loro sedili) non posso non vederle da un altro punto di vista…
Dunque, siamo d’accordo: la “scheggia di Bengala sono io”, e questo l’ho scoperto oggi.
Ma già qualche giorno fa, mentre preparavo l’omelia della festa dell’Ascensione, cercavo parole e immagini che svegliassero negli ascoltatori la consapevolezza che la fede non si limita a ripetere formule che riguardano realtà passate e lontane, e avevo intuito che questa “doppia appartenenza” (italiano sì, ma bengalesizzato e ora rientrato dal Bengala…) avrebbe forse potuto aiutarmi. Così, alla Messa delle 9.30 nella parrocchia Beata Vergine di Loreto a Bergamo, ho detto che “Il Verbo s’è fatto uomo”, cioè ha come nascosto la sua divinità, imparando ad essere uomo (non scandalizzatevi, questo “imparando a essere uomo” lo dicono la lettera agli Ebrei e pure qualche “Padre della Chiesa”). Poi, dopo la morte, è risorto e salito al Cielo… buttando via la sua umanità ormai diventata inutile? Niente affatto! Se l’è portata dietro, facendola partecipe (tutto, compresi i segni della passione) della condizione inimmaginabile in cui il divino assorbe, ma non cancella, l’umano, anzi lo divinizza. E oso dire che una pallidissima idea di questi passaggi si ritrova nell’esperienza dei missionari.
Poi, sempre nell’omelia, ho tirato in ballo anche le farfalle, che da giorni, passando in un corridoio del seminario teologico del PIME – dove vivo ora – non cessano di affascinarmi: in tante vetrinette pazientemente allestite da p. Carlo, esperto cacciatore e collezionista, gli occhi si stupiscono per una splendida fantasia di ali e di colori che, anche se immobilizzata, con la loro bellezza e varietà mi ricordano che la farfalla può essere simbolo della risurrezione a una vita nuova. È molto diversa, ma non è “altra cosa”; è proprio lui, il bruco scuro e senza ali da cui è emersa dopo la pausa nel bozzolo.
Dunque pure io sarei una farfalla? No, no: questo verrà dopo, quando davvero e in modo completo riaffideremo tutto al Padre, come Gesù. Per ora sono un bruco che spera, e che si fregia del titolo di “scheggia di Bengala” …
Dopo la Messa, due persone mi hanno ringraziato – e come sempre in questi rari casi, ho pensato che se il ringraziamento è sincero – anche questa è una “opera di misericordia spirituale”; poco praticata ma di grande valore…

p. Franco Cagnasso
Cursi (Otranto), 7 giugno 2022