Trasloco

“Fonti solitamente bene informate” mi avevano dato la “piccante” informazione che la “Church of Bangladesh” (Anglicani) aveva sfrattato i Fratelli della Comunità di Taizè, che da 35 anni usano un terreno messo a loro disposizione per la loro comunità e per il loro servizio ecumenico. Si trova a “Circuit House”, la zona più bella di Mymensingh, dove nei tempi coloniali i britannici avevano sistemato i funzionari della città. Una cappella, casette, tanto verde, accanto a un magnifico lungo-fiume… La Comunità di Taizé era venuta in Bangladesh all’inizio degli anni ’70, per non rimanere chiusa solo nell’Europa benestante. Li aveva accolti mons. Joaquim, Vescovo di Chattogram, il più “ecumenico” fra i 4 vescovi cattolici di allora. Poi si spostarono a Dhaka, però l’arcivescovo li guardava un po’ di traverso, non capendo bene “che cosa” fossero, e si sentì sollevato quando gli anglicani si fecero avanti, offrendo loro il posto alla “Circuit House”. Di là partivano per contatti con tutte le denominazioni e i gruppi cristiani presenti in Bangladesh, per organizzare incontri di preghiera e formazione ecumenici e interreligiosi, e – in Mymensingh stessa – per occuparsi di bambini che vivono in strada, o alla stazione ferroviaria, e di persone di ogni età in difficoltà per disabilità varie.

Uno dei Fratelli, Frank, raccolse disabili mentali abbandonati, affidandoli a Naomi Iwamoto, una volontaria giapponese. La comunità venne poi associata a “L’Arche Internationale”, e continua ancora, anche dopo la sua morte. I Fratelli avviarono laboratori di artigianato per disabili, piccoli movimenti di studenti per la pace e per l’assistenza ai malati negli ospedali e altro. Poi… lo sfratto, come mai? “Sembra che gli anglicani vogliano mettere a Circuit House un loro ostello.” Mi dissero. In cambio, proponevano un posto per nulla attraente, in area rurale, e con strutture insufficienti.
Che cosa era successo?

Era successo che le informazioni erano sbagliate. In realtà, da tempo i Fratelli volevano lasciare quella sede ormai rumorosa, dove nei giorni festivi migliaia di persone passeggiano (con gelato e giro in barca) lungo il fiume, e nei giorni feriali giocano a cricket, spacciano e usano droga, la fanno da padroni. La “Church of Bangladesh” di nuovo è venuta loro incontro, offrendo un altro posto che risponde a ciò che cercavano: più tranquillo e fuori dalla città.

I Fratelli in questi decenni hanno sviluppato iniziative originali per e con i poveri, ora sentono che sono i giovani a essere trascurati, anche perché sono una realtà nuova. In passato, si incominciava a lavorare da bambini, ci si sposava poco dopo i 15 anni, rimanendo sotto tutela degli adulti dentro la struttura della “famiglia allargata”: la “fascia giovane” non esisteva con una propria identità. Con il diffondersi delle scuole superiori e dei college, i giovani oggi non lavorano e non si sposano, spesso vivono fuori casa per ragioni di studio; formano un gruppo sociale chiaramente identificabile, con le sue esigenze e i suoi problemi. Fra questi, una secolarizzazione che attraversa tutte le religioni, lasciandoli spesso senza orientamenti morali e sociali, e afflitti dalla diffusione della droga. I Fratelli vogliono essere più chiaramente identificati come “sannyasi”, persone dedite alla preghiera e all’ascesi, ma aperte all’incontro, al dialogo attento con tutte le denominazioni e le religioni, e con i giovani, proponendo momenti formativi e di servizio ecumenici, preghiere, silenzio… Come, negli anni ’70, il PIME dopo tanti anni di evangelizzazione nei villaggi più remoti, decise di aprirsi alle città perché la gente si spostava là in cerca di lavoro – così ora i Fratelli di Taizè passano alle zone rurali, per offrire ai giovani momenti di “distrazione” dalla loro vita urbana, che rischia di ubriacarli con il consumismo, di sfociare in movimenti politici corrotti, o deviare nel fondamentalismo radicale e violento…

Globalizzazione

Tutti sanno che c’è la fiera a Fukonda, un piccolo villaggio con una ventina di famiglie hindu e due cristiane nel nord ovest del Bangladesh, a circa 12 chilometri dalla missione di Chandpukur. Ci vanno tanti, anche dai paesi vicini, in allegria. Mitu Mondol, 4 anni, ci va con papà e mamma, e fra i mille odori del mercato percepisce un delizioso profumino… da dove viene? S’intrufola fra la gente aprendosi un piccolo varco nella calca, e arriva davanti ad un pentolone di olio che frigge tante invitanti frittelle.

Da dietro spintonano e spingono, Mitu barcolla, resiste, e poi cade nel padellone rovente.

Una devastazione: gambe, braccia, tutto il corpo martoriato in profondità; solo il viso e la testa sono miracolosamente indenni. La portano di corsa ad un ospedale che fa una medicazione superficiale e la manda a casa. Dopo due giorni di dolore insopportabile, i genitori si rivolgono ad un “kubiraj”, medico tradizionale di villaggio, che mette impiastri vari, e avvolge in bende ordinando di non rimuoverle. Così fanno, ma dopo due settimane è evidente che la bimba sta per morire. I genitori la portano a un ospedale di Dhaka. I medici scoprono guardinghi quel groviglio di carne bruciata e marcescente, in alcuni parti già abitata da vermi. “Inutile curarla, portate a casa la bimba perché non ce la farà a vivere”. La mamma non la porta via. L’adagia su un lettino in corridoio e le rimane accanto, piangendo,fino a sera quando – forse impietositi, forse stanchi di vederla – i medici la portano all’unità di terapia intensiva, la medicano e in qualche modo provvedono a evitare l’aggravarsi dell’infezione. Ma i genitori non hanno soldi per altre cure, e quindi la lasciano cosî: l’importante è che Mitu sia sopravissuta.

Ma un anno dopo, risparmiato qualche soldo, tentano “la via della speranza” che – per i bengalesi – è Kolkata (Calcutta) o comunque un ospedale in India. A Kolkata non combinano un granchè, anche se effettuano un autotrapianto di carne dalle cosce ai polpacci, e Mitu ritorna a casa con le piaghe aperte. Quando sembra che non ci sia proprio nulla da fare, un giovane compaesano consiglia di rivolgersi al Padre della missione cattolica. Lui stesso era stato vittima di un grave incidente stradale, e il Padre della missione lo aveva mandato al “Centro Assistenza ammalati” che le suore di Maria Bambina gestiscono a Rajshahi, vi era rimasto a lungo, anche dopo le varie operazioni, ma si era trovato bene ed era ritornato guarito.

Il Padre della missione è p. Ciro Montoya Belisario de Jesus, per farla breve: Belisario. È un prete colombiano che da qualche anno opera in Bangladesh come associato al PIME. Commosso dalla situazione della bambina e della sua famiglia, li manda subito a Rajshahi e poi in capitale, al piccolissimo centro assistenza ammalati nella nostra casa di Dhaka, e Mitu viene accompagnata in un ospedale dove finalmente qualcuno si dice disposto a curarla. Ma… c’è il Covid 19, e non ci sono posti disponibili. Torni dopo 5 mesi e forse ci sarà un posto: trecento taka al giorno, precisano, solo per il letto.

P. Belisario però non si arrende. Per quanto lo conosco, non è tipo che aspetti per cinque mesi senza far nulla, solo sperando in un posto che forse non si libererà. Neppure è tipo da fermarsi per una porta chiusa: basta sfondarla! O magari cercare un’altro passaggio… Si mette alla ricerca e manda emails qui e là a diversi enti e fondazioni andando dagli Stati Uniti, Spagna fino all’Italia. Finalmente ha una risposta dall’Ospedale Bambino Gesù a Roma, proprietà del Vaticano, che spesso cura bambini poveri in situazioni particolarmente difficili. L’ospedale risponde in poco tempo, con una simpatica lettera: “Padre, una bellissima notizia: il Comitato ha deciso di accogliere Mitu!”. Sono previsti almeno due anni di cure, che saranno gratuite. Occorre però che uno dei genitori stia con la bimba, e che qualcuno si faccia carico delle spese di viaggio e trovi dove i due – Mitu con mamma o papà – possano stare quando l’ospedale li dimette. Belisario ne parla con degli amici, i quali stupiti dalla generosità dell’ospedale vaticano decidono di collaborare per pagare i viaggi.

I visti per ragioni umanitarie arrivano presto perche l’ambasciatore italiano si interessa personalmente del caso. Rimane il problema dell’alloggio, ma Belisario con internet lo risolve: a Roma c’è un gruppo volontario, una ONG di nome KIM, che fa proprio questo servizio: ospitalità ai bimbi dimessi o in attesa di ammissione al “Bambino Gesù”. E anche loro rispondono di sì.

A due anni dall’incidente, la piccola, simpaticissima, Mitu è arrivata l’8 settembre a Roma insieme alla mamma. La parte posteriore delle gambette ha ancora ferite aperte, e tutta la parte muscolare del corpo, braccia comprese, dita, arti, è contorta e deformata. Ma le condizioni generali sembrano buone: la bimba cammina, parla, ride, comunica facilmente. Ad aspettarle, erano pronti non soltanto il KIM e il “Gesù Bambino”, ma anche una piccola schiera di bengalesi emigrati, di missionari in Bangladesh temporaneamente a Roma, e anche l’associazione dei bengalesi cristiani, animata da suor Marisa, una Missionaria dell’Immacolata brasiliana. Sarà dura, anche per la mamma – ma c’è tanta speranza. Per ora Mitu ha fatto sapere che tutto è bello e sta bene, però… sono già due giorni che non mangia riso, e la faccenda la preoccupa…

Ecco, questo tipo di globalizzazione piace molto anche a me.

Credito

In una “scheggia” ho scritto qualche cosa sull’amico p. Giulio Berutti e il suo rapido“ passaggio da questo mondo al Padre” – come si esprime il Vangelo di Giovanni a proposito di Gesù che, consapevole della sua prossima morte, lava i piedi ai suoi discepoli durante l’ultima cena. Giulio nei suoi 50 anni in Bangladesh aveva molte volte gustato (magari, se andava per le lunghe, brontolando impaziente…) la cerimonia del lavaggio dei piedi agli ospiti, quando visitava i villaggi Santal; e con il suo servizio missionario aveva a sua volta lavato i piedi di molti, in tanti modi; senza ostentazione, con serietà e con profonda convinzione.

Chi ne ricorda le attività non fa mancare un cenno alle “Credit Union”. In Italia, La Repubblica ha scritto cha p. Giulio si era ispirato al Bengalese Junus, che avrebbe “inventato” il micro-credito per aiutare i poveri. In realtà, i missionari in Bangladesh, sia gli americani della Santa Croce e altri, sia quelli del PIME, lo avevano praticato già molti anni prima che diventasse famoso, grazie al discusso Premio Nobel per la Pace Yunus, fondatore e direttore della Grameen Bank, una banca tutt’altro che “micro”….

È giusto considerare le “Credit Union” come una “specialità” di p. Giulio. Infatti, se diversi altri missionari hanno fondato o seguito “Credit Union” nelle loro parrocchie, Giulio ne è stato a lungo coordinatore diocesano ed “esperto”, e si è dedicato ad esse in modo forse unico: attenzione, tempo, studio, tanti viaggi in motocicletta con il freddo e con il caldo, e… arrabbiature innumerevoli: era convinto che ne valesse la pena.

Non ho alcuna esperienza in questo campo; pensavo che si trattasse soltanto di una lodevole iniziativa di aiuto a persone molto povere, finchè anni fa mi “costrinsero” a tenere il corso di “Teologia Pastorale” al seminario nazionale. Essendo assolutamente digiuno in materia, e non sapendo che cosa insegnare, mi organizzai chiamando operatori pastorali di vario tipo, perché fossero loro – una lezione per ciascuno – a offrire agli studenti una panoramica di ciò che la Chiesa in Bangladesh sta facendo. Fra gli altri, invitai p. Giulio.

Mi aspettavo un’esposizione “tecnica” delle Credit Union: organizzazione, criteri, problemi in un campo i cui risvolti pastorali e missionari non sono immediatamente evidenti. Invece, pur esponendo anche gli aspetti tecnici, Giulio andò dritto all’anima dell’iniziativa, offrendo una visione per me inattesa. Non ho ritrovato gli appunti che presi in quell’occasione, ma metto insieme qualche ricordo.

Giulio disse che una spiritualità incapace di toccare gli aspetti pratici, anche economici e finanziari, della vita quotidiana, è per lo meno zoppa. Spesso tendiamo a fare dell’economia un settore distinto, in cui forse inseriamo la beneficienza, ma senza andare oltre. Ascoltandolo, ricordai un predicatore nostro amico venuto dall’Italia che azzardò per noi uno spunto di riflessione: “Vi ho sentito dire che diverse culture aborigene non danno spazio alla “previdenza”; vivono alla giornata, gustano il presente quando è bello e facile, e sanno sopportarlo con coraggio quando è duro e difficile, ma non pensano al futuro e si affidano all’improvvisazione. Le Credit Union invece formano alla previdenza. Non rischiate di distoglierli da un atteggiamento che, anche senza averne il nome, è evangelico? Gesù diceva: non preoccupatevi del domani, non accumulate… E voi insegnate il contrario? Pensateci.”

Giulio, senza saperlo, diede la risposta: ci parlò delle Credit Union come un modo per organizzare meglio la vita, ricorrendo al risparmio e anche al credito senza diventare schiavi dello strozzinaggio che distrugge famiglie e villaggi interi, privandoli dei loro terreni e di ogni risorsa, lasciandoli in balia dei proprietari terrieri bengalesi. Ma disse chiaramente che c’era anche altro. In queste iniziative, infatti, vedeva una strada per far scoprire e praticare la solidarietà in modo nuovo, secondo le esigenze di una società che, adottando l’uso del denaro, dimentica le forme di collaborazione e solidarietà tradizionali: lavorare insieme nei campi, intesi come proprietà comune; aiutare, con il lavoro, il malato, la vedova, ecc. Una Credit Union è in qualche modo la traduzione moderna di questi atteggiamenti che erano una forma di “previdenza” e sostegno. Può funzionare – diceva – finché rimane su dimensioni limitate, un’associazione fra persone che si conoscono. Quando diventano grandi e anonime si trasformano in banche come altre, il loro valore educativo svanisce, e il povero rimane tagliato fuori. Le Credit Union educano al risparmio e al credito, stimolando la capacità di gestire bene quello che si ha, e la fiducia. La garanzia che chiedono non è formata da beni che il creditore potrà sequestrare a forza se il debito non verrà ripagato, ma consiste nella parola di un amico, parente, vicino di colui che chiede il prestito. Sarà lui o lei a garantire, se il debitore non ce la fa. Il controllo non avviene in base alle date stabilite, ma in base alla valutazione della situazione.
Non tutto è facile, naturalmente, e la tentazione di prevaricare è forte. Spesso, la cultura dà tale importanza al rispetto per l’anziano e per la persona di prestigio nella comunità, che non tien conto della competenza, e nemmeno dell’onestà. Il cassiere è scelto per rispetto, e anche se approfitta della propria posizione, in molti casi verrà rieletto, per non opporsi ad una forma tradizionale di potere…

Insomma, la Credit Union non è soltanto una bella trovata per aiutare l’economia, ma una proposta impegnativa di assunzione di responsabilità, un cammino educativo dove le delusioni non mancano. Giulio aveva anche avviato una forma di previdenza nel campo della salute, piaga aperta per i poveri del Bangladesh. I soci delle Credit Union e i loro famigliari, con una somma annuale poco più che simbolica, possono usufruire gratuitamente delle cure dell’Ospedale St. Vincent, a Dinajpur, di cui Giulio era direttore. Molti aderirono, ma dopo uno o due anni, se non avevano avuto bisogno di cure, spesso si tiravano indietro: “Non conviene, ho dato i soldi e non mi è tornato indietro nulla…” Non manca solo la previdenza per sé stessi, anche ma la solidarietà con gli altri…

È difficile “fare il salto” di pensare al bene comune. Giulio era uomo di grande senso pratico e con i piedi per terra, ma sognava e ce la metteva tutta perché i poveri non si limitassero a farsi aiutare, o a cercare di uscire dalla povertà, ma si aprissero ad una solidarietà concreta.

Bichittra

“Bichittra” significa “varietà”.

TALEBANI. Alcuni amici, preoccupati, mi chiedono se anche qui in Bangladesh ci sono echi degli eventi afgani. Ovviamente ci sono, ma altrettanto ovviamente le reazioni sono diverse. Molti si preoccupano; non è difficile capire che questa clamorosa vittoria ingolosisce “jihadisti” e aspiranti tali di ogni tendenza, ridando speranza ai frustrati. Per ora, autorità politiche e forze di sicurezza ripetono che il pericolo di una crescita dei gruppi clandestini, finora tenuti a bada, è realissimo. Io sono a conoscenza soltanto di pochi eventi recenti in qualche modo legati a questa situazione. Tra l’altro, una giovane donna che in internet insegnava a mettere insieme potenti bombe “fatte in casa”, si è tradita dicendo al suo aspirante marito che l’avrebbe sposato solo dopo verifica se le sue idee sono sufficientemente “jihadiste”, ed è stata arrestata; lettere con minacce di morte sono arrivate a due giudici, impegnati nel settore della difesa dei diritti delle donne: un uomo e una donna in due città del nord: “Andatevene o vi ammazziamo”, firmato “Talebani”. Un balordo che si diverte a metter paura? Un nemico personale? o l’avvio di una strategia?

METROPOLITANA. Da anni si sta lavorando ad una metropolitana sopraelevata per Dhaka. Opera ciclopica, affidata a una ditta italo-tailandese (ma, a quanto sento dire, ora soltanto tailandese) che per anni ha ovviamente provocato molti disturbi al traffico, ma si spera alleggerirà la pressione di una città che sembra stia per scoppiare… Il 29 agosto, si sono svolte le prime prove di circolazione sulla tratta principale. Si calcola che a pieno regime la metropolitana potrà trasportare 60.000 persone all’ora.

COVID 19. Ogni tanto, un’ondata di iniezioni. Poche settimane fa, la campagna per vaccinare in alcune zone rurali, senza tante prenotazioni via internet, parlava di milioni di dosi in 7 giorni. Poi è risultato che i milioni di dosi non c’erano, si è ridotto a due giorni, con relative resse e risse. Comunque, qualche centinaio di migliaia di persone ha ricevuto la prima dose. Per la seconda si vedrà. Le vaccinazioni prenotate in internet, come quelle di cui ho usufruito pure io per entrambe le dosi, sono pure esse gratuite, e organizzate abbastanza bene. Se viene a sapere che stanno usando vaccini cinesi, qualcuno punta i piedi e rifiuta… Intanto, “casi” e decessi sembrano diminuire; si parla di riapertura delle scuole in questi giorni, ma c’è ancora molta incertezza. Purtroppo una simpatica zanzara, diffusa prevalentemente a Dhaka, si sta però facendo avanti: provoca la febbre “dengue”, che oltre a dare non pochi disturbi, può essere ed già è stata mortale in non pochi casi.

ALLUVIONI. Non si sente parlare di inondazioni o tifoni in Bangladesh. Un anno tranquillo per questo Paese, famoso per disastri naturali? Non esattamente. Il fatto è che la “piazza” delle informazioni in questo periodo è stracarica di notizie: il Covid, ovviamente, l’Afghanistan, Il ciclone Ida con fratelli e sorelle che l’hanno preceduto e innumerevoli altre emergenze: non c’è spazio per disastri ordinari. Ma non preoccupatevi: anche quest’anno le inondazioni ci sono , soprattutto al nord, e i grandi fiumi rosicchiano famelicamente le loro stesse sponde, distruggendo villaggi, scuole, campi… Pare che il trenta per cento del territorio nazionale sia, in questo inizio di settembre, sott’acqua.

Passaggio

Pochi mesi fa il vescovo lo aveva trasferito a Khidirpur, una piccola missione “staccata” dalla “parrocchia madre” di Mariampur, dove p. Giulio Berutti aveva lavorato anni fa. Era andato volentieri, raccogliendo l’eredità di P. Almir e poi del diocesano p. Ovidio, ed era molto contento. Il Covid lo ha colpito nel suo punto debole, i polmoni. Venuto a Dhaka e ricoverato in ospedale, dopo qualche giorno era stato dimesso, e accolto alla Casa del PIME. Non sembrava debilitato, e meno ancora demoralizzato o intristito. Parlava volentieri. Essendo positivo, rispettava la quarantena, ma quando andavamo a trovarlo, le distanze fisiche da rispettare non riuscivano a danneggiare una comunicazione vivace, intensa, scherzosa anche. “Mi piacerebbe tanto mangiare un po’ di pane, ma non quello a cassetta, quello tanto buono con il formaggio” disse una volta a p. Brice, che si tuffò su internet alla ricerca della ricetta e poi in cucina… Il primo tentativo non diede risultati entusiasmanti, il pane era quasi immangiabile. Ma il secondo andò meglio, e il terzo era buono…

Qualche cosa però non andava: Giulio ansimava, e mi chiedevo perché lo avessero dimesso in quelle condizioni. Infatti, dopo due giorni ebbe una crisi respiratoria notturna, e per non disturbare ci chiamò soltanto all’alba. Lo accompagnammo all’ospedale “Square”, grande e ben attrezzato, dove lo misero in terapia intensiva, sezione Covid, per trasferirlo poi quasi subito alla sezione comune; il nuovo test risultava negativo: buon segno! Per alcuni giorni Brice e io, a turno, trascorremmo con lui la mezz’ora concessa per vederlo. Visite brevi ma intense, piene di speranza, spesso affiancati da infermiere o altri impiegati dell’ospedale che l’avevano conosciuto come parroco, o direttore del St. Vincent Hospital, o come organizzatore del microcredito… “Come stai?”. “A dire il vero non capisco perché sono qui, mi sento bene, non ho disturbi…”. Con la maschera per l’ossigeno, certo, mentre i “monitor” ne segnalavano ostinatamente la scarsità…

Poi una telefonata fuori orario dal medico: bisogna intervenire. Andammo insieme, sperando di parlargli, ma il tubo era già stato collocato, era sotto anestesia e ci dissero che non intendevano risvegliarlo. “Come ha reagito?” chiesi. “Noi medici abbiamo fatto tutto ciò che sappiamo; ora…”. Il monitor indicava un livello di ossigeno nel sangue ancora più basso. Poi un’altra chiamata, di notte, e un’altra volta ancora arrivammo in ritardo. Il passaggio di Giulio si era completato.

La notizia ha provocato una piccola pioggia di interventi sull’indirizzo Whatsapp del PIME in Bangladesh. Attingo, ora, da queste reazioni dei suoi compagni di missione, e le lascio parlare. Non credo che occorrano commenti.

“Ciao P. Giulio! Così ti salutavo ogni volta che ti andavo a trovare nella tua stanza d’ospedale, da quella mattina del 13 luglio al St. Mary Vianney Hospital a quel pomeriggio del 9 agosto allo Square Hospital, due giorni prima di quei due lunghissimi giorni di sonno, in ventilazione assistita, dal quale non ti sei più svegliato. Non avevo immaginato che sarebbe andato a finire così, quando nel pomeriggio del 3 agosto ti portai lì, allo Square, uno dei migliori ospedali del Paese, per curare il tuo problema ai polmoni, trasferendoti dal St. Mary Vianney Hospital (l’ospedale della diocesi di Dhaka). Dei cinque padri del PIME di Dinajpur, ammalati di Covid, venuti a Dhaka in ambulanza per le cure, e ammessi in due ospedali nella capitale, che abbiamo accolto e assistito, eri l’ultimo di cui aspettavo con impazienza il risultato negativo al test di Covid 19 per fare un brindisi, che avrebbe marcato la conclusione del nostro pellegrinaggio negli ospedali. Ma non è avvenuto così. Il banchetto celeste ha prevalso sul brindisi terrestre.

Io ti ringrazio, carissimo P.Berutti di esserti fidato di me, uno degli ultimi arrivati/atterrati su questo suolo bengalese (4 anni fa) che hai calpestato per ben 50 anni aiutando a costruire il paese in alcuni suoi ambiti sociali. Mezzo secolo di storia di cui mi raccontavi spesso alcune pagine, e qualche volta al personale ospedaliero. Hai dato così anche a me la possibilità di dire qualcosa degli ultimi giorni dei tuoi 77 anni di vita. Che onore! In quel mesetto di frequentazione, che richiedeva anche spesso di dettare al personale dell’ospedale la giusta ortografia del tuo nome e aiutarli a pronunciarlo, sono rimasto colpito dalla tua forza di volontà e d’animo, dalla tua mente forte, dal tuo profondo senso di gratitudine e dal tuo realismo spietato, per cui CE L’HAI FATTA: hai anticipato la fine, la tua morte. Infatti, due giorni prima della fine, verso le cinque di pomeriggio, quando sono entrato nella tua stanza in cura intensiva, appena ti è giunto il mio saluto “ciao p. Giulio” ti sei svegliato dal pisolino, mi hai salutato e mi hai detto: “Se devo vivere vivrò e se devo morire morirò, io sono pronto; sono in pace con tutti” e mi hai fatto una confidenza circa una tua ultima volontà. Poi abbiamo pregato, hai fatto la Comunione e ti ho dato la benedizione. Dopo ti ho dato il tuo telefono, che ti portavamo (p. Franco e io) da casa quando ti venivamo a trovare, l’hai aperto, hai letto e scritto qualche messaggio e me l’hai riconsegnato. Hai mandato i saluti a p. Baio e a P. Franco, mi hai ringraziato di essere venuto, mi hai teso la mano e rivolto un ciao commosso, come se sapessi che poteva essere l’ultimo, e così è stato. Grazie di cuore padre Giulio Berutti. Arrivederci lì. Brice”

“Grazie, caro Brice, per questa bellissima testimonianza di affetto e di cura nei confronti di Giulio, che certamente sorriderà, commosso, dal cielo. Francesco”

“Ieri al PIME di Rancio abbiamo ricordato il nostro carissimo Giulio. Prima di partire gli avevo telefonato e lui mi confidava che era contento e in pace in quel di Khidirpur. Anche il suo saluto era carico di affetto e amicizia. Un gran bel dono. Carissimi Brice e Franco grazie per tutto quello che fate e per come lo fate. Riconoscente vi abbraccio. Ciao. Gian Paolo”

“… sempre schietto fino all’ultimo, una preghiera speciale per te p. Giulio! Pierfrancesco”

“Grazie Brice, per il modo vero come hai scritto degli ultimi giorni di p. Giulio. Il funerale, a Kosba come a Khejurpur è stato molto bello il modo come tanti hanno saputo ricordare la vita missionaria di p. Giulio. Andiamo avanti, ma persone così come Adolfo e Giulio ti mancano davvero tantoooooo. Almir

Adolfo

Gli piaceva scherzare, e sorprendere. Un attrezzo elettronico nuovo, un giocattolo strano, una notizia inedita… Una volta (e non da giovanotto, ma quando aveva ormai circa 70 anni…) si vestì con cappellino bianco, barba e palandrana tipica degli anziani devoti musulmani e girò a lungo nella missione di Suihari – dove tutti lo conoscevano – senza che alcuno lo riconoscesse… Dell’ultima sorpresa che ci ha fatta parlerò con lui appena mi sarà possibile andare alla cappella del “lebbrosario” che si trova nella missione di Dhanjuri (diocesi di Dinajpur). Infatti…

P. Adolfo L’Imperio ci ha lasciati serenamente a 91 anni di età il 3 luglio scorso, nella casa del PIME a Lecco, dove in breve tempo aveva seminato un po’ del suo buon umore vivace, delle sue battute. Tutti noi che lo conoscevamo bene abbiamo commentato con rammarico: desiderava tanto morire ed essere sepolto in Bangladesh, e invece… Invece niente: chissà come gli è venuto in mente, ha organizzato tutto perché – dopo la morte – il corpo venisse cremato, e le ceneri portate a Dhanjuri, dove lui aveva iniziato il suo impegno di giovane missionario, dove era tornato poi per prendersi cura degli ammalati. E ora sono là, nella cappella del lebbrosario. Nessuno l’aveva immaginato, ma lui ce l’ha fatta.

Ci eravamo conosciuti nel seminario teologico del PIME a Milano nel 1965. Dopo due anni lui, più anziano di me di 13 anni, fu ordinato e partì per il Pakistan Orientale. Visse l’esperienza dura della guerra che segnò la nascita del Bangladesh, e del dopoguerra di miseria e fame, coinvolgendosi con tutte le energie nel programmare e realizzare progetti di aiuto, sviluppo, rilancio, in collaborazione con missionari di altri istituti, Mani Tese, organismi internazionali, partecipando alla fondazione della Caritas nazionale.

Ci ritrovammo in Bangladesh, nel 1978. Io venivo dall’Italia: studio, animazione, formazione, “teorie”… un altro mondo. Adolfo, da bravo “fratello maggiore”, mi comunicò subito un’esperienza fondamentale, e mi disse: “Tu non hai conosciuto p. Sozzi, il “guru” che mi ha introdotto alla missione in questo paese; ti passo ciò che ho ricevuto da lui. Mi ha insegnato la spiritualità senza fronzoli, da vivere qui. ‘Se non preghi – mi diceva – puoi essere molto indaffarato e anche soddisfatto di te stesso per tutta la vita, ma batti l’aria; e se davvero vuoi pregare, non girare attorno al problema: alzati la mattina presto, prestissimo; altrimenti non troverai mai il tempo. ” Presto… quanto? Quanto occorre, prima di ogni altra cosa. Così aveva fatto p. Sozzi, così fece p. Adolfo,fino all’ultimo.

Per lui il passaggio alla vita di “pensionato” non fu facile. Più volte mi disse che si sentiva inutile, che non voleva mangiare pane a ufo… ma seppe superare la crisi: si diede un orario per distribuire bene riposo, letture, meditazione (al suo posto in cappella non mancò mai “Jesus Caritas”), e anche se avrebbe potuto dire: “ho tanto tempo, me la prendo comoda”, rimase fedele al principio della preghiera prima di tutto (beh, no: prima di tutto il caffè e due biscotti possibilmente al cioccolato, di cui andava matto…). Alcune attività le continuò quasi fino all’ultimo giorno, specialmente con e per i giovani. Aveva sempre avuto un debole per ragazzi e giovani; anche a novant’anni di età gli piaceva renderli contenti: con caramelle e piccoli regali, ma anche e soprattutto leggendo e commentando con loro il Vangelo, la sorgente – credo – della serenità che era in lui e che voleva comunicare con ogni mezzo possibile… caramelle comprese.

Non so quanti edifici in Bangladesh siano stati disegnati o riadattati da lui: chiese, scuole, case di comunità, dispensari medici, ostelli, uffici, anche la nunziatura… No, non era ingegnere né architetto. Aveva frequentato l’Istituto Nautico di Gaeta, la sua città. Poi aveva lavorato come geometra, prima di entrare nel seminario del PIME dopo dieci anni di servizio alla diocesi come presidente di Azione Cattolica, a 33 anni di età.

In seguito, in Bangladesh, aveva sfoderato le sue doti.

Partiva “alla grande”, di solito. Se c’era da affrontare un problema, o preparare un progetto, durante i nostri incontri comunitari sapevamo che prima o poi avrebbe detto la sua: “Bisognerebbe fare un’inchiesta”. Oppure, come variante: “Bisognerebbe fare uno studio”. Lo prendevamo in giro per questo, e lui insisteva: le cose si fanno bene, oppure… oppure si fanno come possiamo, perché poi quando la faccenda si faceva urgente, Adolfo partiva anche senza statistiche, studi e inchieste, e cercava di risolverla. Ovviamente, prendeva pure le sue cantonate, ma non ci faceva troppo caso: il bilancio, alla fine, risultava quasi sempre positivo. Il suo fiore all’occhiello? Direi il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei, costruito in occasione del giubileo del 2000 a Dinajpur. Bello, e diventato ancora più bello con i successivi ritocchi di Fratel Caserini e di P. Baio. È il suo “inno” alla Madonna, verso cui aveva una devozione non ostentata, sobria ma viva.

Per quattro anni fu superiore regionale del PIME in Bangladesh. Negli anni settanta-ottanta tenere insieme la squadra PIME era impresa ciclopica. Fece fatica, ma sopravvisse, ed ebbe pure il coraggio di commentare, in assemblea, dicendosi grato ai numerosi confratelli che lo avevano costretto a “ridimensionarsi”, a praticare una “leadership” umile.

Non era mai stato uomo da “mofussol”, come diciamo qui, cioè da pastorale rurale, con visite ai villaggi, tempo trascorso nelle case della gente… ma apprezzava anche questo aspetto della missione, cui lo aveva introdotto p. Enrico Viganò, parroco a Dhanjuri, luogo a cui Adolfo rimase affezionato specialmente per la presenza là del lebbrosario che dava rifugio a tanti ammalati.

Fu economo generale del PIME, rettore di seminario, direttore della scuola e dell’ostello St. Philip, amministratore della diocesi di Dinajpur dove ebbe la piena fiducia del Vescovo mons. Michael Rozario: si conoscevano bene, anche nei difetti, e si stimavano molto.

Mentre era rettore conobbe Soraya, una pittrice bengalese, musulmana, a cui chiese di dipingere la via crucis del seminario. L’artista meditò profondamente ogni stazione e ne nacque un lavoro bello, toccante. P. Adolfo ne fece pure un libretto dove riprodusse i quadri per illustrare il testo della via crucis. Di idee ne aveva tante, la realizzazione era qualche volta affrettata e perciò imprecisa, ma con queste iniziative tentava di aprire piste nuove, attente alle realtà locali.

Amava molto Gaeta, dove tanti lo stimavano e ricambiavano il suo affetto. I suoi legami di amicizia erano numerosi, un altro volto della sua vocazione missionaria. Da essi ebbe origine anche “Banglanews”: opera di suoi amici che volevano informare sulle attività di P. Adolfo e far circolare le sue lettere; gradualmente allargò i suoi orizzonti dando spazio ad altri missionari del PIME in Bangladesh, poi sconfinando dal PIME e dal Bangladesh, fino ad essere, come è oggi (ha raggiunto il numero mille!), una “enciclopedia settimanale” dell’informazione universale fatta con spirito missionario.

Avrò con me tanti ricordi durante la mia sosta accanto alle ceneri di Adolfo, gli farò le mie congratulazioni: “Anche questa volta ce l’hai fatta a sorprenderci, hai trovato la strada per cavartela con una soluzione inedita per il PIME…”. E ringrazierò il Signore con il pensiero espresso da p. Zè (Giuseppe Fumagalli), che lo ha conosciuto vivendo in comunità con lui negli ultimi tempi, a Lecco: “Sapevo poco di P. Adolfo, ma mi sono trovato subito bene con lui. Davvero una persona che ti fa sentire vicino e a tuo agio: credo sia il profumo della carità che, in definitiva, è il ‘bonus odor Christi’ di cui Paolo parla ai cristiani di Corinto. Un bellissimo dono che Dio ci ha fatto gustare in p. Adolfo. Deo Gratias.”

Confusione

Qualche tempo fa ho trasformato in ben nove schegge un viaggio Dhaka-Dinajpur e ritorno – con varie deviazioni e tappe. Più tardi, P. Gian Paolo, mio compagno di viaggio (e autista), ha colto l’occasione di un mio cenno al fatto che gli anziani dimenticano e fanno confusione (parlavo, naturalmente, di altri…) per informarmi con delicatezza che nelle 9 schegge aveva notato una “piccola confusione, ma senza importanza, la sostanza c’era…”

Infatti.

Scheggia “Viaggio- 6”, del tre aprile 2021. Verso la fine, scrivo che arriviamo alla missione di Khalisha, dove incontriamo le suore del PIME che ci offrono il pranzo, poi mi faccio un sonnellino, poi visito una famiglia amica di p. Gian Paolo e faccio cenno alla presenza di tanti gruppi cristiani evangelici nella zona di Khalisha.

Scheda “Viaggio-7”, del tre maggio 2021. Il racconto ricomincia da Khalisha, e prosegue fino a Dinajpur…

Tutto bene. Il problema è che la tappa non era stata a Khalisha, ma a Boldipukur, e quindi persone e avvenimenti vanno geograficamente spostati di qualche chilometro.

Poi, con l’aiuto (sempre molto discreto) di p. Gian Paolo, scopro il motivo della confusione: noi eravamo effettivamente andati insieme a Khalisha, però durante un altro viaggio, avvenuto poche settimane prima. Pian piano, mi sono reso conto che le immagini dei fatti che racconto (es. la visita alla famiglia) effettivamente non entravano nel panorama di Khakisha, e quindi neppure i commenti: tutto vero, anche i dettagli, ma tutto va riferito ad altra località e altro “panorama”.

Insomma, è come se io vi dicessi: sono andato a Firenze e ho visitato il Colosseo, magari aggiungendo che a causa delle nuvole non ero riuscito a vedere il Vesuvio…

Per chi legge, Khalisha o Boldipur fa lo stesso – e magari si sta chiedendo perché mai perdo tempo a spiegare ciò che da lontano si riduce a una questione di nomi. Domanda giusta.

Ed ecco la risposta: voglio prevenire. Se un giorno su una scheggia leggerete per esempio che “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, – come scrive Eugenio Montale ne “I promessi Sposi” – è la famosa frase pronunciata da Garibaldi prima dello sbarco in Normandia, e della successiva battaglia delle Termopili con la vittoria di Pirro…” non fateci caso e non preoccupatevi: solo un poco di confusione dovuta all’età…

Moschee – 2

Il contesto in cui si collocano le affermazioni fatte dalla Primo Ministro il 10 giugno scorso, in occasione dell’inaugurazione di 50 moschee “modello” finanziate dallo stato, è quello di una massiccia maggioranza islamica, di quasi il 90%, cioè circa 150 milioni di persone.

Non si tratta però di un blocco unico e compatto. A parte alcuni gruppi che l’Islam sunnita considera “eretici” (come gli sciiti, l’Ahmadia, vittima di periodici attacchi, e altri), ci sono rumorose e pericolose frange violente orientate al terrorismo, che vogliono imporre varie forme di “Stato Islamico”. Nei loro confronti, dal 2016 il governo ha agito con grande fermezza, mettendo al bando partiti e movimenti estremisti e dando efficacemente la caccia ai loro membri in clandestinità. Fa loro da contrappeso un’altra frangia, piuttosto varia, che – a volte rischiando – critica l’Islam tradizionale mal sopportandone le discordanze con la mentalità moderna; o musulmani di cultura e nome, ma di fatto non praticanti, indifferenti, e agnostici o atei, anche se raramente si definiscono tali.

Frange a parte, la grande maggioranza dei fedeli musulmani può essere distinta, con tante sfumature, fra i fedeli di orientamento spiritualista (influenze sufi), e quelli che aderiscono a un Islam dogmatico e tradizionale che unisce religione e politica, e che in questi anni è stato attivamente proposto e sostenuto dall’Arabia Saudita che finanzia scuole, corsi, visite.

L’area “spirituale” sembra stia perdendo terreno, mentre a sostenere l’area “fondamentalista” s’è fatto avanti in questi ultimi anni il movimento “Salvare l’Islam”: dichiara di non perseguire il potere politico, ma esige che si introducano leggi rigidamente fedeli alla Sharia; si contrappone con efficacia, anche sulle piazze, a movimenti “progressisti” o laici, e sa infiltrarsi negli organismi statali per influenzarli.

Dopo i primi violentissimi scontri di piazza, con cui il movimento aveva reagito a movimenti studenteschi giudicati atei e anti islamici, il governo aveva scelto il compromesso, concedendo a“ Salviamo l’Islam” completa autonomia nella gestione delle migliaia di scuole coraniche che possiede, dando ai loro diplomi equipollenza con quelli governativi, accettando consistenti ritocchi ai testi scolastici ufficiali (dove ogni riferimento a scrittori, pensatori, personaggi positivi ma non islamici è stato eliminato), ritoccando leggi secondo le indicazioni del movimento o bloccandone altre non gradite. Ne è seguito un periodo di “luna di miele”, nonostante che questa scelta avesse irritato da un lato membri di “Salviamo l’Islam” dall’altro membri del partito di governo, che non gradivano questa alleanza molto improbabile. Alla morte dell’anziano fondatore (2020), è seguito un periodo di lotte interne, e vari elementi di partiti radicali fuori legge sono entrati nello “stato maggiore” del movimento.

Il cambiamento è diventato evidente nel marzo scorso, quando il Primo Ministro indiano Modi è venuto in visita per celebrare l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan islamico, ottenuta 50 anni fa anche grazie ad un decisivo intervento indiano. Contro Modi e contro la sua politica considerata anti islamica, sono scoppiate proteste violentissime animate da “Salviamo l’Islam”, con distruzioni e vittime. Dopo una prima reazione sconcertata, che sembrava voler ignorare chi fosse all’origine di queste ribellioni, il governo ha scelto la linea dura. In poche settimane ha incarcerato i più radicali, sia per i fatti recenti, sia rispolverando accuse e denunce pendenti da anni, e ha sfasciato la struttura direttiva del movimento per ricomporla con uomini di proprio gradimento.

Il discorso di inaugurazione delle moschee – che mi pare una sintesi dell’apologetica islamica moderata – permette di intuire la linea politica che ora si persegue: contenere l’estremismo violento e terrorista senza riproporre la “laicità”, sempre sospetta di essere nemica dell’Islam, e d’altra parte senza patteggiare con le forze fondamentaliste; piuttosto, affermare che l’Islam, in quanto maggioranza, ha diritto a una posizione di privilegio, ma deve trattarsi del “vero Islam”, che sta lontano da un fondamentalismo privo di aperture verso concezioni moderne della società. Hasina non promuove reinterpretazioni del testo sacro, né invita ad abbandonare le tradizioni islamiche. Semplicemente dà per scontato e afferma che l’Islam “autentico” già contiene in sé gli elementi che occorrono per accettare, anzi favorire e proporre alcune riforme.

Per questo auspica che le nuove moschee contribuiranno a ridurre, ad esempio, il matrimonio dei minori, il costume che la donna paghi la dote, la droga, la violenza sulle donne, e aiuteranno a tenere le nuove generazioni lontane dalla “militanza” che “deturpa l’immagine dell’Islam”. L’Islam è la religione migliore del mondo – afferma Sheikh Hasina – ed è riprovevole che “un gruppetto di persone, creando la militanza, ne abbia diffuso un’immagine negativa che contrasta con la santità della nostra religione.”

La primo Ministro ha aggiunto che l’Islam “è la religione più tollerante al mondo, perché permette a tutti di godere dei propri diritti e insegna a trattare tutti come esseri umani.” Non è mancato un riferimento alla “gloriosa storia dei Musulmani nel campo della conoscenza e della scienza: in passato la comunità musulmana era progressista, in ogni campo della conoscenza. Allora perché i Musulmani oggi sono arretrati?”

Grazie a queste moschee modello non solo si propagherà l’essenza dell’Islam e delle sue pratiche, ma “il Bangladesh potrà contribuire in modo sostanziale alla predicazione e alla diffusione della nostra santa religione.”

Dunque, se ho ben capito, non si ripropone un compromesso con l’Islam radicale, né una “laicità” che volesse essere “neutrale”; si cerca appoggio ad alcune scelte “progressiste” perseguendo una via che non separa stato e religione, ma li integra – alle proprie condizioni.

Moschee – 1

Il 10 giugno scorso, con una “cerimonia virtuale”, la Primo Ministro del Bangladesh ha inaugurato 50 “moschee modello”, le prime di 560 progettate per celebrare i 50 anni di indipendenza del Bangladesh, nonché dei 100 anni dalla nascita di Sheikh Mujibur Rahman, “Padre della Patria” (e padre della Primo Ministro). Le moschee sono interamente finanziate dal governo, che ha ricevuto rilevanti contributi di vari paesi islamici, e hanno tutte una struttura architettonica e decorativa uguale. Sono belle, eleganti, danno un’impressione di luminosità. La pandemia ha costretto a contenere l’entusiasmo della celebrazione, ma progetti come questo, o come la donazione di una casetta di due stanze a un milione di famiglie povere, vengono mantenuti, nonostante gli “immancabili” episodi di corruzione.

Di solito, una moschea consiste in un’aula di preghiera, vuota e senza decorazioni, con una nicchia interna orientata verso La Mecca, nella cui direzione bisogna pregare. Su questo non si fanno eccezioni. Ci sono inoltre spazi per le abluzioni da compiere prima della preghiera, qualche aula per la scuola coranica ai bambini, servizi igienici. Spesso, nello stesso edificio si vedono anche negozi di vario tipo che, presumo, con gli affitti contribuiscono al mantenimento della struttura e di chi vi opera.

In Bangladesh, salvo rare eccezioni, le moschee sono per gli uomini; le donne non vi entrano neppure per le preghiere del venerdì o in occasione delle feste: pregano a casa. Le nuove moschee si propongono come “modello” anche perché progettate con un’aula di preghiera per le donne e una per gli uomini, con i rispettivi spazi per le abluzioni. Inoltre, saranno provviste di biblioteca, vendita libri, aule per insegnamento (specie per la memorizzazione del Corano in arabo) conferenze e riunioni, prenotazioni per i pellegrinaggi alla Mecca, alloggio per l’Imam e per il Muezzin, spazi per autistici, sale d’aspetto per turisti (anche stranieri – si precisa), servizi igienici per “diversamente abili”. Ognuna avrà pure un ufficio della “Islamic Foundation”, distribuendo così su tutto il territorio una struttura para-governativa che si propone come autorevole punto di riferimento per la vita religiosa del Paese. Fu la Islamic Foundation che nel 2016, dopo il tragico attentato dell’Holey Artisan Bakery a Dhaka, nel corso del quale furono uccisi anche nove italiani, distribuì a tutti gli Iman il testo dell’omelia da tenere al venerdì, stigmatizzando il terrorismo.

La Primo Ministro ha commentato l’evento dicendo che “attraverso queste moschee la cultura e i messaggi dell’Islam attireranno l’attenzione di tutti; nel nostro Paese tutti, di qualunque religione o casta, comprenderanno l’essenza dell’Islam”.

Grandi applausi sono arrivati da più parti, ma anche qualche reazione critica, fra cui quella di un organismo che si propone di rappresentare in modo unitario le minoranze religiose in Bangladesh: Hindu, Buddisti, Cristiani e, se non erro, anche le religioni tradizionali. Hanno chiesto che il governo – se vuole dimostrare di essere come dice, cioé tollerante e aperto a ogni religione, e proporsi al mondo come esempio di armonia – faccia altrettanto per le minoranze: templi, pagode e chiese anche per loro.

Il discorso però non è così semplice.

Il testo costituzionale del Bangladesh, al suo nascere nel 1971 affermava la natura laica della repubblica, ma pochi anni dopo, nel 1978, veniva modificato, attribuendo all’Islam – praticato dalla stragrande maggioranza dei bengalesi -una posizione qualificabile come “religione di stato”. È quanto la Primo Ministro Sheikh Hasina ha affermato – pur senza citare la Costituzione: il Bangladesh è un paese a maggioranza islamica, “per questo è essenziale che i riti e i valori dell’Islam siano praticati qui in modo appropriato, promuovendo anche la cultura islamica” ha detto.
(Continua)

Fantasia

Il suo nome bengalese significa “Fantasia”; piccola, minuta, denti malandati, sempre sorridente e mai stanca di parlare anche se io capivo ben poco il suo dialetto. Frequentava – quando poteva – il piccolo centro di preghiera che avevo aperto a Uttara. Faceva coppia fissa con “Pacifico”, anche lui piccolo e sgangherato, che si mostrava ben contento di lasciar parlare lei a nome di entrambi, e anche del figlio (il tesoro di famiglia!), ma seguiva con attenzione quello che diceva, sorridendo e annuendo – a tratti scoppiando a ridere. Lui falegname, lei casalinga pronta a ogni tipo di servizio che capitasse a tiro, per un piatto di riso. Pure lui andava a lavorare dove lo chiamavano, ogni volta prendendo a prestito martello e sega, perché non possedeva oggetti così preziosi. Lo invitai a mettere insieme uno scaffale per i libri del centro di preghiera, e fu felice. Quando vidi lo scaffale capii perché faticava a trovare lavoro: lo scaffale era… un disastro! E ci si metteva pure la sfortuna: sbadato, una volta si dava una martellata su un dito, un giorno scivolava dalla scala a pioli, un’altra volta ancora si prendeva un acquazzone e la bronchite… In più, si lasciava imbrogliare. Tre giorni di lavoro, e poi il committente spariva con l’oggetto che aveva ordinato, dicendo: “Ti pago dopo”. Trasferta con promessa di buona paga, ma era quasi nulla. “Come mai?” “Tu vuoi anche mangiare e dormire, il tuo stipendio va a finire lì…”

Non erano in tre, padre, madre e figlio: a ruota c’era sempre anche “Bambola”, la sorella di Fantasia, pure lei chiacchierona ma in seconda fila, perché più giovane.

Un giorno, non ricordo perché, chiesi a Fantasia e a Pacifico come si erano sposati. Esitarono, si fecero l’un l’altro vari cenni, scoppiarono a ridere, poi Fantasia mi disse che le era andata male: “Io volevo sposarmi, ma lui diceva che non c’erano soldi: la festa costa cara! Io insistevo, e allora un giorno abbiamo fatto una scommessa: giochiamo una partita di “ludu” (il gioco dell’oca); se vinci tu io non insisto, ma se vinco io devi trovare il modo di sposarmi.” Vinse lui, e mantennero il patto, di aspettare tempi migliori. E Bambola? Bambola si era sposata (non ricordava più in quale comunità evangelica), ma poco dopo lui la piantò e lei si trovò nei guai. Allora Pacifico e Fantasia le dissero: vieni con noi, sul pavimento c’è posto per tutti e tre e pure per il bambino. Così si trovarono in quattro in una micro stanza di lamiera e bambù alla periferia di Uttara, con cucina all’aperto e servizi igienici da qualche parte fra una baracca e l’altra.

Dopo la scuola media accettarono di mandare il figlio alla scuola tecnica del PIME per imparare un mestiere. Tutta la piccola tribù volle accompagnarlo, per vedere se era un posto adatto a lui. Che bello! Giardino, campi, ogni studente un letto, cibo buono, officine grandi, …lontano da casa!!! Come facciamo senza di lui? Il ragazzo scappò, Fantasia e Pacifico piansero, poi mi dissero che non potevano stare senza di lui, e tornarono tutti a casa.

Non li ho mai visti litigare, ma li ho visti deperire. Ogni tanto davo qualche cosa perché si ammalavano e dovevano andare dal dottore. Diagnosi diverse, ma conclusioni sempre uguali: prendi queste medicine, ma soprattutto devi mangiare bene, roba nutriente, questo è il punto!

La prima ad arrendersi fu Bambola: sempre più debole, malaticcia, diventata quasi afona, un pomeriggio “decise” che non ce la faceva più, e “tolse il disturbo”. Fu un funerale semplice proprio da poveri, ma ecumenico: da ognuna delle varie denominazioni che Bambola aveva frequentato venne qualcuno a pregare per lei e a leggere un passaggio di vangelo.

Pochi giorni fa anche Fantasia si è “arresa” come aveva fatto la sorella; il Covid, purtroppo, mi ha impedito di andare al funerale.

Pacifico aveva faticato moltissimo a ritrovare il sorriso dopo la morte di Bambola; ora non riesco ad immaginarlo senza Fantasia: strapelati, pasticcioni, affamati, malandati ma sempre pronti a scherzare e a scoppiare a ridere. Non so se verrà ancora a cercarmi, forse è troppo timido per farlo di propria iniziativa, senza la spinta di lei che gli dice: “Vai da p. Franco, lascialo brontolare e sgridare, ma qualche cosa ci darà… E prega per lui, perché è vecchio e se ci lascia, chi ci aiuta?”