Vaglio

Una mia “antica” scheggia raccontava che il progresso nell’agricoltura ha portato molti cambiamenti in Bangladesh, fra cui uno piuttosto curioso: si è passati dal traino animale al traino umano… Infatti sono scomparsi i pesanti carri su cui si accatastavano “montagne” di spighe di riso appena mietuto. Buoi o robustissimi bufali li trascinavano fino alle aie, dove il riso veniva trebbiato con sistemi diversi (non meccanici) e poi “vagliato”, separandolo dalla pula e da sabbia, polvere, altri semi.

Con il miglioramento e l’asfaltatura delle strade di campagna, i contadini hanno trovato più conveniente congedare buoi e bufali, e ricorrere ai “van”, risciò a pedali con pianale anziché sedili per passeggeri. Indubbiamente la portata di questi attrezzi che fondamentalmente sono biciclette a tre ruote, non compete con quella dei carri da buoi, ma – pedala e pedala – il risciò è più veloce, e facendo varie corse porta a casa tutto prima che sia notte fonda. Con il vantaggio che quando non viene utilizzato, non mangia, a differenza di buoi e bufali che pretendono la razione di paglia anche durante le ferie…

Ora ho scoperto un’altra novità: il vaglio – un compito abitualmente affidato alle donne – si è modernizzato. Ancora si usa un cestino a bordi bassi, aperto su un lago, in cui si mette il riso da vagliare. Si solleva il cestino oltre la testa e si inclina leggermente in avanti, poco a poco (qui sta l’abilità!) lasciando scivolare gradualmente a terra il riso. In passato, mentre cade, il vento faceva volar via le parti più leggere: frammenti di paglia, polvere, pula, mentre il riso – più pesante – si accumulava ai piedi della lavoratrice. Quando non c’era vento? Si aspettava. Quando c’era troppo vento? Si aspettava. Ma oggi non si aspetta. Infatti, a soffiare l’aria in modo costante e regolabile ci sono i ventilatori, quelli con supporto verticale alto. Fanno il loro servizio nelle case – magari con roventi tetti in lamiera – ma quando occorre si piazzano nelle aie e garantiscono un soffio regolare per mandare lontano pagliuzze e polvere, e lasciar cadere i chicchi di riso al posto giusto.

Meno romantico e meno ecologico, ma più efficace – mi dicono.

Promesse

Entrambi hanno uno stile sobrio, di poche parole, non chiuso, solo con un po’ di timidezza; ora hanno in comune anche una promessa pronunciata insieme. Ma le loro storie sono diverse.

Tijes Mri appartiene alla popolazione Mandi. È diffusa specialmente nel nord est del Bangladesh e al di là del confine, in India; ha un alto numero di immigrati in città; è quasi completamente di religione cristiana: specialmente cattolici e battisti… Ha una cultura e un’organizzazione sociale “matrilineare”: i figli prendono il cognome della mamma, è il marito, non la moglie che dopo il matrimonio si trasferisce nella casa dei suoceri, l’eredità è in gran parte destinata alle figlie…

I Mandi del Bangladesh sono stati evangelizzati soprattutto dai missionari americani della Santa Croce. Il PIME non ha mai operato nelle loro zone, e Tijes non ci conosceva. Ci ha incontrati grazie ad un amico, pure lui Mandi, che era venuto a studiare e lavorare a Dhaka e gli parlò con soddisfazione del “Samuel Program”. È una serie di incontri che – coinvolgendo suore e preti di diversi istituti – il PIME da anni organizza per ragazze e ragazzi che, dopo il liceo, vogliono riflettere e pregare sulla loro vocazione, in vista di una scelta matura. Tijes abitava lontano, presso uno zio che lo ospitava per permettergli di studiare al College della cittadina dove risiedeva, e da lui aveva imparato un metodo di preghiera contemplativa che gli piaceva e praticava fedelmente. Ora il “Samuel Program” lo attraeva, e si impegnò a partecipare, incoraggiato dallo zio che vedeva di buon occhio la sua ricerca vocazionale. Risparmiava al centesimo per poter partecipare agli incontri, dove interveniva sempre con poche parole, ma molto a proposito. Trascorse anche qualche mese nella nostra comunità formativa, mentre preparava l’esame finale del College, e questo tempo aiutò ad aumentare la confidenza reciproca fra lui e i missionari, che lo presentarono al seminario filosofico nazionale come “candidato del PIME”, verso la strada della missione a vita.

Shaon Caesar, come dice il cognome – che è “Rosario” – appartiene ad una famiglia discendente di bengalesi diventati cristiani alcuni secoli fa, per influsso di commercianti e missionari portoghesi. Un gruppo di loro, all’inizio del secolo scorso, lasciò l’area di Dhaka spostandosi al di là del Brahmaputra, dove trovarono terre coltivabili a prezzi accessibili, e formarono alcuni villaggi con popolazione cristiana cattolica. Fra questi, anche Borni, dove il PIME fondò la missione di Mariabad, e dove Shaon nacque. Ha respirato dunque aria di PIME fin da piccolo; la sua famiglia fu in buoni rapporti con parecchi nostri missionari, fra cui p. Luigi Pinos, e ne ha un ottimo ricordo. In realtà, lui – giovane – non li può ricordare, ma fin da piccolo si è sentito attratto da ciò che vedeva e che sentiva di loro. Lo attirava molto il loro “andare verso” la gente, e l’idea che fossero venuti da lontano per parlare di Gesù. Voleva essere “come loro”, ma fu consigliato di entrare nel seminario diocesano, dove completò bene il College, e dove con molta prudenza e qualche timore continuò a chiedersi se e come passare al PIME. Mentre studiava filosofia – compagno di classe di Tijes – la decisione maturò, e alla fine del biennio il “salto” avvenne, con permesso e benedizione del Vescovo.

Così per Tijes e per Shaon arrivò il momento di continuare la formazione in Italia, con l’anno di studio della lingua e poi il periodo di spiritualità. I superiori accolsero la loro richiesta, ma eravamo nel 2020, in piena pandemia, e non fu possibile partire. “Pazienza – si sentirono dire – se non potete venire, ci organizziamo lì da voi!”. Rimasero nella nostra comunità di Dhaka, con un programma affidato a p. Rapacioli, con la collaborazione di p. Brice, p. Parolari e del sottoscritto: quattro “professori” per due alunni… non c’è male!

Infatti, andò bene. Ecco perché lo scorso 11 giugno, dopo vari rinvii dovuti alle restrizioni di movimento che il governo continuava a rinnovare, si organizzò la celebrazione della “promessa”. Si fece nella chiesa di santa Cristina, la prima parrocchia fondata dal PIME nell’area di Dhaka, e passata da tempo sotto la responsabilità del clero locale. Per seguire la regola anti-virus, gli invitati erano pochi, ma i genitori di entrambi, Tijes e Shaon, con qualche fatica in più riuscirono a venire, insieme ad alcuni altri famigliari, – contenti. I due hanno ricevuto la “veste talare” bianca, segno del loro cammino formativo verso il presbiterato, e hanno pronunciato la “promessa”. Di che cosa?

Prima di tutto hanno espresso la volontà precisa di diventare missionari del PIME a vita, e poi hanno promesso di impegnarsi a fondo per seguire bene la preparazione, nell’istituto e con la guida dell’Istituto. La formazione li accompagnerà alla “promessa definitiva” di essere missionari di Cristo, nel e con il PIME, per sempre.

Come delegato del Superiore generale, la promessa è stata accolta e tutta la celebrazione è stata presieduta da p. Brice Tambo, missionario camerunese in Bangladesh, che indossava la bella casula ricevuta in dono anni fa per la sua prima Messa, ricca di simboli africani: il PIME del futuro sta arrivando…

Ora i due, diventati amici, andranno in Italia per continuare a Monza il loro cammino; con loro dovrebbero andare altri quattro, che nel frattempo hanno finito il biennio filosofico nel seminario nazionale. E se di nuovo il Covid 19 metterà il bastone fra le ruote? Una via per andare avanti – e andare avanti bene – si troverà!

Oggi

Molti chiedono come va la faccenda Covid 19 in Bangladesh. A tutti rispondo che non si capisce, ma oggi – 27 giugno 2021 – credo di poter dire che stiamo peggiorando.

Prendo alcuni titoli dal quotidiano ”The Daily Star” uscito questa mattina.

In prima pagina:

ICU Occupancy Gallopping. Aumenta rapidamente il numero di letti (d’ospedale) occupati. Dal 1mo al 27 giugno 103, 78% in più per tutti i tipi di letti; 111,56% in più per i letti di Terapia Intensiva.

Work on own vaccine plant to start soon. Inizierà presto il lavoro per produrre il nostro vaccino. Il progetto, dice il ministro della salute, nasce dall’esperienza fatta: le promesse di vari paesi di fornire vaccini non sono state mantenute. Se tutto andrà bene potremo iniziare a produrre localmente tra due anni.

Madness, again. Di nuovo follia. Fiumi di cittadini di Dhaka si accalcano su traghetti e mezzi di fortuna (treni e autobus a lunga percorrenza sono bloccati) per andare ai villaggi prima della proclamazione del “lockdown” totale.

Cruelties rising in chaotic time. Aumentano le crudeltà nel tempo del caos. Legami famigliari fragili e disorganizzazione sociale sono un fattore determinante di questo. In aumento anche i suicidi.

Government taking steps for cash, food aid for the poor. Il governo sta prendendo misure per aiutare i poveri con denaro e cibo. Con giugno, in Bangladesh si chiude l’anno finanziario, e viene pubblicato il piano di spese del governo per l’anno seguente (1mo luglio 2021-30 giugno 2022). L’anno scorso il piano per i poveri si era rivelato un colabrodo con corruzione che rosicchiava le risorse da tutte le parti. Quest’anno il piano non prevede provvedimenti di assistenza per le povertà causate dal virus. A chi criticava questa lacuna, il ministro delle finanze aveva risposto che si tratta di una situazione provvisoria e non era il caso di metterla nel piano. Ora ci ripensa?

Lockdown now from Thursday. Ora la chiusura totale inizia giovedì. Era stato annunciato un lockdown totale e severissimo a partire dal 28 giugno, ora l’inizio è rinviato al primo luglio, per almeno una settimana. Molte categorie si sono mobilitate per chiedere eccezioni e dispense varie.

In altre pagine:

Covid death toll passes 14k mark. Il numero dei morti salito oltre i 14mila, di cui mille negli ultimi tre giorni.

Just give us the vaccines. Dateci almeno il vaccino: è l’invocazione dell’OMS in favore dei paesi rimasti senza.

2.4m Moderna shots to arrive soon. Presto in arrivo due milioni e quattrocentomila vaccini Moderna: contributo degli USA al progetto Covax.

A life lost for a vacant ICU. Una vita persa alla ricerca di un posto libero all’Unità Terapia Intensiva (descrizione di un caso particolare, fra diversi).

Hunger, lockdown don’t go together. La fame e il lockdown non stanno insieme: il capo dell’opposizione afferma che non puoi tenere la gente chiusa in casa se non ha da mangiare e nessuno provvede per loro.

Keep labour migration out of lockdown purview. Tenere i lavoratori migranti fuori dalle restrizioni del lockdown.

Factors determining the 3rd wave of Covid 19 in Bangladesh. Fattori che determinano la terza ondata di Covid 19 in Bangladesh.

Ce ne sono parecchi altri ancora. Ma ve li risparmio…

Salma

Ho incontrato Salma per la prima volta dodici anni fa. Aveva paura di tutto.
Era una donna di ventisette anni, sembrava un ragazzo di undici, dodici anni, con i capelli tagliati molto corti e una camicia sudicia. Era arrivata fra noi provenendo da una specie di comunità con giovani che si drogavano, o mentalmente instabili. Aveva paura di tutto, scappava appena qualcuno la avvicinava. Quando aveva cibo, se ne ingozzava come un animale, guardinga nel timore che glielo portassero via, pronta a difenderlo. Non sapevo che fare con lei. La presi per mano, delicatamente, e si lasciò accompagnare per una breve passeggiata stringendomi tanto da farmi male. Feci così ogni mattina, a lungo. Non diceva niente, muoveva i piedi lentamente…
Riuscii a farmela affidare e la portai con me in un piccolo appartamento, insieme ad altre ragazze. Non parlava mai. Una sera, all’inizio dell’inverno, mi avvicinai al suo letto, e a fatica riuscii a capire che sussurrava con voce roca una parola: “kata” (“scialle”). L’inverno in Bangladesh può essere freddo e Salma non aveva mai avuto uno scialle in vita sua. Sembrava non sentire il freddo: nella sua lunga esperienza sulla strada, probabilmente aveva incontrato chi l’aveva picchiata, ma nessuno che si preoccupasse di lei. Forse intuiva che anche se fosse morta di freddo non sarebbe stata una grande perdita. “Scialle” era la prima parola con cui Salma mostrava di preoccuparsi di se stessa.
Due mesi dopo trovai Salma seduta sul pavimento con le gambe allungate, come un bimbetto. Stava curva in avanti, tendendo il braccio destro – sano – e il sinistro, leggermente disabile. Aveva in mano un fazzoletto che le avevo dato perché asciugasse la bocca dalla saliva; non si accorse di me, intenta a cercare di pulire il fango che c’era sui suoi piedi. Salma prima di venire da noi era sempre vissuta a piedi nudi, e questa era la prima volta che si accorgeva che erano sporchi, e desiderava pulirli.
Passarono altri due mesi senza progressi evidenti. Un giorno, in occasione di una festa, eravamo riuniti in una stanza, ascoltando musica da un vecchio registratore di fronte a noi. Salma taceva, come sempre. Ad un tratto sentii come un forte ululato, che mi ricordò il muggito delle bestie cui tagliano la gola il giorno del sacrificio. Salma stava piangendo, con tutte le sue forze; per la prima volta esprimeva il suo dolore e niente poteva fermarla, era come una diga travolta dalle acque.
Questo era vero non solo per Salma, ma anche per altri disabili venuti a vivere con noi. All’inizio, nessuno piange. Rifiutati dai genitori, hanno trascorso lunghi anni sopravvivendo per le strade, senza che nessuno si curasse di loro. Il dolore del loro cuore è semplicemente troppo grande perché si possa esprimere. Da Salma ho imparato che poter piangere è una grande benedizione.
Un giorno stavo scrivendo. Salma, come faceva spesso, mi sedeva accanto. Mi voltai verso di lei e chiesi: “Salma, carissima, secondo te dove si trova Allah?” Salma mi fece un largo sorriso, e mi abbracciò forte. Voleva dirmi che Allah è presente in momenti come questi, quando esprimiamo affetto gli uni per gli altri. Mi sono convinta che persone con disabilità mentale hanno un dono particolare per discernere la presenza del sacro.
Hanno anche la capacità di sentire come proprie le pene, le sofferenze degli altri. Una mattina scesi per iniziare la giornata, ma avevo la febbre e mi rimisi a letto. Quando aprii gli occhi, vidi Salma seduta a terra accanto al letto; piangeva, e la camicia era già bagnata dalle lacrime. Forse pensava che stessi morendo. Sentii una profonda riconoscenza per lei, e di nuovo capii quanto Salma fosse preziosa per la mia vita.
Pian piano, in due anni Salma si è trasformata in una donna con un bel sorriso. Si pettina accuratamente, dice “rossetto, rossetto!” perché la aiutiamo a metterselo sulle labbra. Le piace parlare, muovere le mani mentre canta, danzare con altri. Ma ha anche imparato ad esprimere la rabbia profonda che s’è accumulata in lei. Ha sopportato tanto, con il rifiuto dei genitori da cui aspettava amore, gli insulti e il disprezzo delle persone lungo la strada, senza sapere come chiedere aiuto, senza capire che cosa le accadesse, senza poter piangere, sola nella sua sofferenza.
Non riesco ad immaginare la profondità della sua rabbia e del suo dolore. Abbiamo cercato di aiutarla anche con medicine, ma sembrava che nulla fosse efficace. Quando vedevo Salma strapparsi i capelli in momenti di angoscia, mi chiedevo: “Ma perché ha dovuto soffrire tanto?”. Non c’è risposta a questa domanda. Trovo conforto solo pensando che Gesù conosce la sua pena e la sua solitudine. Ha preso su di sé la sofferenza e il dolore del disprezzo. Ecco perché credo che Gesù può capire che cosa stia passando Salma. Non saprò mai dove è nata, come sia stata rifiutata, quali tipi di violenza e di umiliazioni abbia subito sulle strade. Gesù conosce anche la grande tristezza che c’è in me; accompagna tutti coloro che sono stati rifiutati, che hanno sperimentato le sofferenze più laceranti e la solitudine; porta il peso di tutto questo con loro. Per questo so che Gesù vuole essere amato da noi. È silenzioso, impotente, umiliato. Attende che noi lo raggiungiamo con le nostre mani vuote. In questo momento, da qualche parte, ci sono persone che stanno attraversando queste prove. Il loro ritrovare il senso della dignità umana e della sacralità che Dio ha dato a loro, è qualche cosa che sta nelle nostre mani. Dipende da noi.

Questa scheggia è la traduzione dall’inglese di una testimonianza di Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese che da anni opera fra disabili mentali in Bangladesh

Viaggio – 9

A Dhanjuri ci accoglie p. Livio Prete, per tanti anni vicario generale della diocesi, recentemente trasferito qui per gestire il “Leprosy Program” e per prendersi cura di un villaggio che il Vescovo vuole sviluppare facendone un centro autonomo, forse una parrocchia.

Con lui visitiamo l’area del “Leprosy Center”. La lebbra, una millenaria, gravissima piaga della storia umana, è curabile e sta scomparendo. Alla fine del secolo scorso ci fu una mobilitazione direi grandiosa di medici, ricercatori e gente comune, cui diede un notevole contributo il giornalista francese Raoul Follereau che, dedicandosi appassionatamente alla lotta contro la lebbra, fu all’origine di molte iniziative, i cui buoni frutti si vedono anche ora, in queste strutture che cambiarono in meglio la vita di tanti ammalati, e che ora – felicemente – sono diventate quasi inutili. Infatti, a Dhanjuri ora ci sono soltanto due piccoli gruppi di ammalati, uomini e donne per lo più anziani e che in certi casi, guariti ma rimasti semi invalidi, rimangono perché non hanno più riferimenti familiari. Gran parte degli spazi che pochi decenni fa erano necessari sono ora vuoti. Una piccola comunità di ragazzi e ragazze con qualche disabilità fisica ne occupano una parte, sotto la responsabilità della diocesi e con l’aiuto della Caritas, ma un futuro per loro, e anche per le strutture che ora sono disponibili, è tutto da inventare. Coraggio, p. Livio!

Pranziamo, e si riparte su strade strette, ma in condizioni discrete, per arrivare a Lohanipara, una missione che “ai miei tempi” non c’era: è la terza delle tre missioni fondate da p. Giovanni Vanzetti. Come le altre, è prevalentemente formata da cristiani Orao; attualmente il suo parroco è p. Boniface Murmu, un maturo prete diocesano, santal, che ci accoglie con molta cordialità insieme ad un diacono che trascorre in questa parrocchia un periodo di “formazione sul campo”. Dopo una bella sosta con una tazza di té, scambi di informazioni, commenti, pettegolezzi, espressioni di delusioni o speranze… prima che scenda il buio, il diacono ci accompagna a visitare i genitori di Bablu, un seminarista del PIME che studia filosofia nel seminario nazionale. Vivono in un villaggio a un quarto d’ora dalla missione, case molto semplici, di terra, tenute bene e pulite. La conversazione con questa coppia anziana ma attiva è veramente piacevole, infonde un senso di serenità e saggezza; è bello vedere la loro gioia per il figlio che ha scelto di diventare missionario, e per il quale pregano con molta fede.

Al ritorno, troviamo ad attenderci P. Danilo, prete diocesano colombiano, associato al PIME per un servizio di alcuni anni in Bangladesh. Ha lavorato prima a Zirani e ora qui, dove sta per terminare il suo periodo come “associato”. In questi ultimi venti anni, abbiamo condiviso l’impegno missionario con una quindicina di preti colombiani, che dopo un periodo di servizio sono rientrati nella loro diocesi. Per il PIME è stata ed è una esperienza bella, positiva, e speriamo che continui. In questo tipo di collaborazione con le diocesi, contano molto l’accoglienza che sappiamo riservare agli “associati”, come pure l’eco che questi preti inviano alle loro comunità, diocesi e parrocchie. Conta anche il succedersi dei Vescovi: chi arriva nuovo a volte accoglie cordialmente questo servizio missionario dei suoi preti, e qualcun altro non ne è entusiasta: la continuità non è mai del tutto garantita, anche quando l’esperienza è positiva. P. Danilo, si è dedicato, tra l’altro, a pubblicare libri illustrati di catechesi varia per ragazzi. Iniziativa che non ha trovato un terreno ben predisposto: in Bangladesh, l’uso di sussidi didattici è limitato e, salvo eccezioni, ci si accontenta di far memorizzare il catechismo, prima di conferire i sacramenti– proprio come avveniva “ai miei tempi”, anche in Italia.

Trascorriamo la notte a Lohanipara, e la mattina presto celebriamo nella piccola chiesa, bella e ben tenuta. Poi… si riparte. Ma… quando finisce il viaggio?

Tranquilli: è finito: quel giorno prendemmo a bordo una giovane passeggera che tornava a Zirani per lavorare. Partimmo, e arrivammo, felici e contenti. E questa è l’ultima puntata della serie “Viaggio”.

Viaggio – 8

A Dinajpur, Gian Paolo e io siamo affaccendati ciascuno per conto suo. Due giorni e tre notti, durante le quali gusto il fascino del silenzio e dell’aria pulita. Poi, mercoledì 20 gennaio, alle 10 del mattino riprendiamo la via di casa, naturalmente con qualche deviazione.

In meno di tre ore siamo a Dhanjuri, una delle missioni “storiche” del PIME, un “centro” dell’evangelizzazione soprattutto della popolazione Santal. Da Dhanjuri si sono formate e sono ancora in via formazione altre missioni e altri centri minori, e si è sviluppata una vasta opera di assistenza e aiuto agli ammalati di lebbra, che aveva due aspetti: la cura in ospedale, a fianco della missione, e una rete di “cliniche”, punti di appoggio dove personale preparato periodicamente svolgeva opera di informazione e prevenzione della lebbra, faceva le prime diagnosi di “casi” sospetti, controllava chi veniva curato vivendo a casa propria.

Quando arrivai in Bangladesh, nel 1978, il “Dhanjury Leprosy Center” funzionava a pieno ritmo. Una vasta area verde coltivata a orto era come racchiusa da una serie di edifici a uno o due piani con spazi per i degenti, donne e uomini, sala operatoria, laboratorio clinico, laboratorio per fabbricare scarpe ortopediche adatte alle mutilazioni dei pazienti, cappella, cucine, refettori, e tutto ciò che serviva agli ammalati, alle suore del PIME che vi lavoravano, e ai volontari laici stranieri che per alcuni anni diedero il loro servizio a quest’opera.

In quel periodo, a Dhanjuri soffiava aria di novità. Dopo molti anni in cui era stato quasi impossibile mandare nuovi missionari in Pakistan Orientale, quando il Bangladesh divenne indipendente le porte si spalancarono, e i superiori, non sapendo se e quanto sarebbero rimaste aperte, mandarono tutti coloro di cui potevano disporre. I giovani portavano con sé – magari “baldanzosamente”- idee e sogni “post-conciliari”, e c’era da chiedersi come sarebbero stati accolti dal gruppo dei veterani “pre conciliari” che avevano lavorato duramente e in condizioni difficili negli anni precedenti. Non mancarono frizioni e crisi che si verificarono ovunque in quegli anni, e che videro molti abbandoni. Ma tutto sommato il PIME se la cavò… senza troppe ferite. Sono convinto che una parte del merito vada al superiore regionale di allora, p. Enzo Corba, che nella sua stessa persona in qualche modo univa le due tendenze. Come età ed esperienza era del gruppo anziano, come spirito di ricerca e desiderio di rinnovamento, di autenticità, i giovani lo sentivano vicino, solidale. Aveva per ogni persona un grande rispetto, che non si lasciava incrinare da dissensi o scelte differenti. Lui stesso, p. Corba, volle vivere il “nuovo” in un villaggio del sud, partecipando da vicino alla vita della gente, lavorando con loro, pregando in mezzo a loro, cercando di essere punto di convergenza per tutti, nel rispetto delle differenze religiose. Qualcuno scrisse che era un “missionario contadino”, fece pure il “superiore contadino”. Non accontentò tutti, ma rimase in dialogo con tutti. Fra le molte virtù che aveva, fra cui il coraggio, p. Corba aveva anche una… saggia furbizia, che non guastava!

Dhanjuri era quasi un “campo sperimentale” di queste differenze che sarebbero potute diventare divisioni, avendo un parroco, p. Luigi Scuccato, tradizionale nella sua impostazione pastorale e missionaria, ma che accettò in parrocchia giovani – preti e volontari laici – che sembravano poco interessati, anzi critici di ciò che lui faceva o aveva fatto. Desideravano dedicarsi soprattutto ai problemi sociali e di sviluppo, cercavano un orizzonte vasto, non sospetto di “ecclesiocentrismo”, mentre lui si sarebbe occupato di catechesi, e di sacramenti. Ci volle molta pazienza reciproca, e si dovettero affrontare (come dicevo, non solo a Dhanjuri!) anche “crisi” personali. Ma si evitarono rotture e conflitti amari – e credo che, pur nella concitazione di certi momenti (ricordo le animatissime discussioni durante le assemblee del PIME in quegli anni) la nostra presenza missionaria abbia testimoniato una chiesa in ricerca sofferta, ma che non era solo conflitto ideologico – e nemmeno teologico – e cercava di vivere la carità.

P. Gian Paolo non c’era ancora in quegli anni, e mentre ci avviciniamo a Dhanjuri ascolta con pazienza qualche ricordo storico e qualche aneddoto raccontato dal suo passeggero. Gli parlo anche di suor Rosa Sozzi, missionaria dell’Immacolata che era medico, e per qualche anno dedicò tutta se stessa alla cura degli ammalati di lebbra. Quando passavo da Dhanjuri, prendevamo un po’ di tempo per una lunga chiacchierata: cercava di unire la professionalità con la testimonianza, in un certo senso anche per “rimediare” al fatto di non poter offrire – in ambiente islamico – un annuncio diretto del Vangelo che la animava e che l’aveva condotta qui. A fermarla fu un tumore al fegato, di cui era perfettamente consapevole. Mi disse che solo un trapianto avrebbe potuto salvarla, ma subito precisò che aveva sentito troppe cose a proposito di commercio di organi, e che non avrebbe assolutamente preso in considerazione quella possibilità.

Un aneddoto? Suor Rosa mi disse che insisteva molto con i parenti perché stessero vicini ai loro cari ammalati, e qualche mese prima aveva notato con soddisfazione un aumento nel numero visitatori che spesso – essendo Dhanjuri in luogo piuttosto remoto – si fermavano anche uno o due giorni. Ne era soddisfatta, ma poi si accorse che l’insperato aumento delle visite non era dovuto alle sue raccomandazioni, ma alle… carote. Allora erano pressoché sconosciute in Bangladesh, e suor Rosa le aveva fatte seminare nell’orto. Ai degenti piacquero, e si sparse la voce che al lebbrosario c’era qualcosa di buono che nessuno conosceva. Andando a visitare un malato si faceva un’opera buona, si accontentava la dottoressa, e si potevano assaggiare le carote. Le quali ora sono un vegetale molto diffuso in tutto il Bangladesh, al punto che viene venduto per le strade come “rompidigiuno”.

Suor Rosa morì pochi mesi dopo la diagnosi, in Italia, lasciando un grande vuoto.
(continua)

Viaggio – 7

P. Gian Paolo e io stavamo viaggiando da Dhaka a Dinajpur, e la mia cronaca di viaggio si era fermata poco dopo il pranzo offertoci dalle suore del PIME nella missione di Khalisha – da dove riparto con questa settima puntata.

Ho appena terminato la mia doverosa dormitina pomeridiana quando, accompagnato dalle suore che lo hanno guidato nelle visite, P. Gian Paolo ritorna. Ma non ha finito: vuole ancora ritrovare una sua ex parrocchiana. “A due passi dalla missione”, ci dicono, e vado con lui.

Entrando nel cortile vedo con sorpresa scritte, posters, avvisi, simboli che fanno pensare ad una chiesa più che ad un’abitazione. Infatti: è un’abitazione ma è anche la sede di una piccola denominazione “evangelica” di cui non avevo mai sentito il nome. Qui vive la giovane che Gian Paolo conosce, con il marito, un simpatico giovanotto, che è Pastore –anche se adesso non ne svolge il ruolo. Nella loro casa la piccola comunità evangelica “fa chiesa”. A Khalisha ci sono – mi dicono- una decina di “denominazioni”, di provenienze e impostazioni varie. La famigliola che visitiamo sembra in ottimi rapporti con tutti, e tutt’altro che aggressiva. In qualche caso questi gruppi lo sono, e non fanno mancare polemiche settarie, anche basate su calunnie. Ma ci sono pure gruppi a cui la gente si accosta per i motivi più vari, senza farsi domande impegnative, direi con la mentalità con cui all’interno della Chiesa cattolica alcuni fanno la scelta di un movimento, o di una devozione particolare, o magari andare a Messa in un’altra chiesa piuttosto che nella loro parrocchia. I passaggi da una “denominazione” all’altra, o la formazione di nuovi gruppi, possono avere origine da conflitti “di potere” o economici; ma possono essere legati anche, ad esempio, ad un matrimonio, o all’occasione di trovare un impiego, gestendo adozioni per mandare a scuola i bambini, o organizzando la distribuzione di aiuti vari, la guida delle letture bibliche, la preghiera della domenica… La mia opinione, frutto di qualche esperienza di incontri e ritiri spirituali con Pastori di varie denominazioni, è che ci sono certamente comunità “esclusiviste”: noi e basta; ma altre comunità (o singoli individui) riconoscono una forma di unità, centrata su Gesù salvatore, a cui è data la dovuta importanza, nonostante le differenze su aspetti teologici e morali rilevanti. Ne conseguono rapporti cordiali e anche di aiuto reciproco che a mio parere sono positivi e attenuano lo “scandalo” delle nostre divisioni. Divisioni – direi – prese “alla leggera”…

Dopo una breve, simpatica chiacchierata, e l’immancabile té con biscotti, si parte, prendendo a bordo due suore che a Dinajpur parteciperanno ad un breve corso organizzato dalla Caritas.

Gli ultimi quaranta chilometri del viaggio, da Fulbari a Dinajpur, sono disastrosi: la strada è tutta raddoppiata, larghissima e spianata ma senza asfalto, priva di strisce o altri segnali, e con numerose deviazioni per superare piccoli corsi d’acqua. Scende presto il buio; auto, camion, autobus viaggiano sempre con i fari abbaglianti, creando un enorme disagio al nostro povero Gian Paolo, ancora alla guida dopo una giornata così intensa.

Accompagnate le suore alla Caritas, finalmente eccoci a Suihari, il quartiere nord di Dinajpur. Qui il PIME ha la sua “Casa Regionale”, costruita su un vasto terreno che ospita: la chiesa e la casa parrocchiale, il convento delle suore Shanti Rani che lavorano in parrocchia e nella scuola, l’ostello parrocchiale per bambini, quello per le ragazze più grandi, la scuola elementare e media, la “Novara Technical School” e il corrispondente ostello con oltre cento posti, il corso di sartoria per ragazze, il dispensario medico, la comunità vocazionale “Giovanni Mazzucconi”, il noviziato delle suore Shanti Rani, il seminario “Intermediate” della diocesi, nonché la stalla per una dozzina di bovini, e ampi spazi con alberi, verdure, riso, granturco, campi da gioco… mica poco, vero?

Il luogo è noto come “Novara Technical School”, ma non è soltanto la scuola tecnica che ne porta il nome ad avere una storia legata alla città piemontese. Fra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, in Italia si parlava molto di fame nel mondo, missione della chiesa come sviluppo, liberazione… Associazioni, parrocchie, movimenti si mobilitavano per sensibilizzare e per agire; i quattro Istituti missionari di origine italiana fondarono Mani Tese. Un prete di Novara, don Ercole Scolari, concepì e realizzò un impegnativo programma di coscientizzazione e di raccolta fondi contro la fame, coinvolgendo tutta la diocesi. Raccolse una somma di tutto rispetto, e pensò di fare un gesto coraggioso: offrirla per un progetto proposto e garantito dalla FAO, l’organizzazione ONU che si occupa di cibo, agricoltura, e di fame. Andò a Roma, alla sede centrale della FAO, e fece la proposta. Lo ascoltarono, e poi gentilmente gli spiegarono che cifre del genere – per loro – erano… briciole: la FAO gestisce progetti di ben altra proporzione…

Don Ercole riprese la strada di casa, chiedendosi quale potesse essere l’alternativa alla sua idea che si era rivelata ingenua. La trovò in un piccolo prete barbuto, con l’aria mite, anche lui alla stazione in attesa del treno per Milano. Si salutarono, si presentarono: lo sconosciuto in tonaca nera era mons. Giuseppe Obert, un valdostano che fu l’ultimo vescovo del PIME nella diocesi di Dinajpur. Don Ercole parlò del suo problema; mons. Obert gli disse che se la FAO non sapeva che fare di quella somma, lui lo sapeva, e gli parlò del desiderio di aprire una scuola tecnica per avviare giovani, specialmente aborigeni, verso professioni che, con lo sviluppo del Paese, sarebbero diventate molto richieste: elettricità, carpenteria metallica, motoristica, falegnameria… Don Ercole era un uomo di azione e presto la proposta divenne un progetto: non solo per la scuola tecnica, ma anche per il relativo ostello, e per la parrocchia stessa, perché potesse accogliere bambini di villaggi remoti e senza scuola, offrendo loro una buona istruzione di base e una buona formazione. Sono trascorsi tanti anni, più di cinquanta. Don Ercole, trasferito poi a Varallo, anche là continuò la sua opera di animazione nella chiesa, attirando anche qualcuno che in chiesa ci andava poco… Gli amici di Novara e di Varallo sono venuti tante volte a trovarci, e ora – dopo la morte di don Ercole – continuano ad aiutarci, affiancati e animati dal parroco attuale don Roberto Collarini. Una collaborazione bella, e direi straordinaria per la sua qualità e per la sua durata; i frutti si vedono negli edifici costruiti, ma specialmente in migliaia di bambini e giovani che sono passati di qui ricevendo formazione, istruzione, preparazione professionale, e buon cibo, nonostante le loro condizioni di povertà.

Poco dopo le 19 facciamo il nostro ingresso trionfale nella casa del PIME, trovando già a tavola i “pimini” che abitano nella zona, che ogni domenica sera si radunano per cenare insieme. È bello rivedersi! Eccoli qua: l’imponente Michele Brambilla, direttore dell’ospedale St. Vincent (100 posti letto e una scuola per infermiere), e superiore del PIME in Bangladesh; p. Gianni Zanchi, parroco della parrocchia di Suihari, con tanti villaggi – nonostante le “gemmazioni” avvenute in questi anni, fra cui quella della missione di Mohespur, di cui è parroco il giovane brasiliano P. Almir, che purtroppo non è potuto venire; così come non sono venuti P. Giulio Berutti, e p. Emilio Spinelli, anche loro in parrocchie lontane da Dinajpur. C’è p. Gianantonio Baio, cappellano del santuario di Rajarampur, molto bello, aperto alla periferia della città in occasione del giubileo del duemila. È intitolato alla Madonna del Rosario – con la precisazione “di Pompei”, grazie ad uno dei tre architetti (ruspanti) che hanno realizzato l’opera: P. Adolfo L’Imperio, originario di Gaeta, orgogliosamente devoto e… “tifoso”, appunto, della Madonna di Pompei. Con lui lavorarono P. Ezio Mascaretti e P. Giovanni Beretta; fra noi qualcuno ritiene che questo sia stato il primo miracolo del nuovo santuario: che i tre siano riusciti a lavorare insieme alla stessa opera, fino alla fine… C’è il dottor Iaio, medico chirurgo, Missionario Saveriano che da molti anni opera al St. Vincent Hospital e fa gruppo con noi “pimini”: ha aiutato a nascere un numero imprecisato di bebè e dà una mano anche in dispensari medici fuori Dinajpur. Ci sono gli ultimi due acquisti: P. Papaiah Marneni detto Papu, originario dell’Andhra Pradesh (India) che ha finito da poco lo studio della lingua e si occupa ora dei giovani di due ostelli e della casa del PIME; e Alberto Malinverno, ingegnere di Como, membro dell’ALP(Associazione Laici PIME) che già aveva lavorato qui per cinque anni, e dopo qualche tempo è ritornato con un impegno di altri cinque. Il suo arrivo è stato un’iniezione di fiducia per la scuola tecnica, che risente non poco dell’assenza del suo direttore Fratel Massimo Cattaneo, trasferitosi in Italia perché eletto nella direzione generale del PIME come consigliere.

Siamo a tavola ora, gli argomenti per chiacchierare non mancano. Inoltre, il dottor Iaio ha portato una bottiglia di ottimo vino rosso. Ci fa credere che sia Barolo (o qualcos’altro di pregiato, che non ricordo), poi confessa che è lui stesso il vinificatore: bravo dottore, così si fa!
(continua)

Oculista

Una scheggia pubblicata in aprile con il titolo “Nebbia”, spiegava confusamente alcuni avvenimenti recenti, a proposito dei quali – causa nebbia – non ero in grado di comunicare nomi di luoghi, persone, entità varie. Facevo pure l’ipotesi che la nebbia non ci fosse solo per me, visto che nessuno diceva il nome di un grosso movimento fondamentalista che tutti conoscono, e che era stato all’origine di vari “mayhem” passati e anche recentissimi. Forse, scrivevo, si trattava di una nebbia benefica, che opportunamente non lasciava identificare il nemico, e quindi impediva di arrivare a rischiosi scontri frontali.

Così fu per alcuni giorni, ma ora bisogna che aggiorni la mia informazione: qualcuno, in alto, ha ricordato il nome che non veniva fuori, e lo ha messo in circolazione. Non solo, ma deve aver pensato che se c’è rischio di scontro frontale… bene, corriamo il rischio. Si è passati ad arresti di numerosi pezzi grossi coinvolti o all’origine dei “mayhem”, con interventi fulminei si è riusciti a scardinare completamente lo stato maggiore del movimento. Dopo la morte del suo anzianissimo leader carismatico, avvenuta alla fine dello scorso anno, faceva gola a tutti un numero così alto di scuole religiose autorizzate a dare diplomi validi, ma libere da qualsiasi controllo governativo, finanziate dall’estero, e con un numero molto alto di giovani pronti a passare a vie di fatto quando ce ne fosse bisogno. La lotta per il controllo del movimento era uscita dai giardini delle moschee: movimenti di politica religiosa radicale, e organizzazioni terroristiche da tempo messe al bando avevano colto al volo l’occasione per far avanzare i loro programmi al riparo del movimento, ed erano entrati senza troppi complimenti anche nella “stanza dei bottoni”. Certamente qualcuno prese decisioni e arringò le folle a nome del movimento, anche se questo era tutt’altro che unanime. Ecco il perché di pestaggi e distruzioni apparentemente illogiche; va bene prendersela con gli indù, i nemici tradizionali, ma con uffici del governo con cui da tempo ci si sorrideva a vicenda… Insomma, situazione quasi fuori controllo, resa pure un po’ “piccante” da storie di trasgressioni sessuali e di pornografia, che il governo non ha pensato bene tenere nell’ombra. Intervenire è stato – penso – relativamente facile ed efficace, perché l’arresto di qualche pezzo grosso recentemente aggregatosi al movimento e salito in alto con carriera fulminea, in ultima analisi deve essere stato gradito a parecchi.

Si sono anche opportunamente rispolverati fascicoli giudiziari risalenti al 2013 – quando ci fu il primo e finora il più grosso “mayhem”: chissà perché, dopo la pace fra governo e movimento, i fascicoli con denunce che riguardavano appunto il “mayhem” erano rimasti tutti fermi sugli scaffali. Ora, passati dagli scaffali alle scrivanie, si sono rivelati pieni di cose interessanti e di occasioni da non lasciarsi scappare.

Insomma, come è successo dopo il massacro terroristico avvenuto in un ristorante di Dhaka qualche anno fa, quando persero la vita 24 persone fra cui nove italiani, pare che la goccia (meglio, il “mayhem”) abbia fatto traboccare il vaso: allora il governo intervenne durissimamente e molto efficacemente contro i terroristi; ora pare abbia deciso di mettere in chiaro chi comanda, anche in rapporto a questo movimento di cui ha riscoperto il nome.

Un nome che io però ancora non riesco a leggere. Ne chiedo scusa. Che io abbia le cataratte agli occhi? Consulterò un oculista.

Risveglio

“Hajan” si chiama il richiamo alla preghiera che cinque volte al giorno viene lanciato dal minareto di ogni moschea, in orario rigidamente fissato giorno per giorno, regolato secondo il sorgere e il tramonto del sole. Le parole sono sempre uguali. Soltanto nel primo richiamo della giornata, quando ancora è buio, si canta un’aggiunta che incoraggia a scuotersi e alzarsi: “La preghiera è meglio del sonno”. Ci sono “muezzin” (annunciatori della preghiera) che cantano bene, altri ovviamente non sono così bravi, o sono decisamente stonati. Però il “problema” non è questo, è piuttosto quando tante moschee vicine lanciano il richiamo allo stesso tempo da altoparlanti ad altissimo volume, provocando una cacofonia incomprensibile che disturba.

Tuttavia, pian piano mi sono abituato a non badare al disturbo, e ad accogliere questo canto come la proclamazione di un aspetto della condizione umana: milioni di persone, donne e uomini, si svegliano per ricominciare una giornata, e il risveglio è accompagnato da un richiamo a non fermarsi all’orizzonte di un quotidiano ben noto, forse monotono, forse doloroso e chiuso, forse sereno e tranquillo – ma comunque ristretto e insufficiente. Il primo pensiero della giornata va a Dio onnipotente, grande, misericordioso e compassionevole, che “sovrasta” ogni realtà creata e a cui ogni essere umano – volente o nolente – è sottomesso. Il richiamo invita a entrare nella giornata non con occhi miopi, ma consapevoli che non siamo i padroni del mondo, e neppure di noi stessi; siamo invitati ad accogliere un’obbedienza a cui comunque non sfuggiamo anche se la ignoriamo o tentiamo di rifiutarla.

Mentre in decine di migliaia di moschee grandi e piccole si accende la luce, e i più fedeli si radunano purificandosi mani e piedi prima di entrare, faccio la doccia e prendo il caffè, poi scendo nella nostra cappella.

Qualche volta è vuota. Allora gusto il piccolo piacere infantile di essere il primo, con una Presenza che è “tutta per me”. È facile ricordare che Gesù raccomanda di pregare “chiudendo la porta” per incontrare nella propria intimità il Padre “che sta nel segreto”. Tutta la grandezza del Creatore proclamata dai muezzin si esprime in qualche modo in quella “stanza” che è la mia esistenza. È lì che incontro l’universo intero. È lì che mi raccolgo rappacificandomi con me stesso e con i miei turbamenti.

Altre volte, due o tre paia di sandali sulla porta della cappella m’informano che qualcuno mi ha preceduto, e questo mi apre ad un’altra dimensione. Anche se solo più tardi questo si esprimerà in una liturgia comune, siamo insieme alla ricerca dell’invisibile che nel mistero dell’Uomo Gesù si esprime in parole, gesti, comportamenti che ce lo rivelano. Il Pane che è dato come vita per tutti ci fa uno in Cristo. Siamo insieme a chiedergli di insegnarci a pregare, non ripetendo tante parole, ma lasciandoci avvolgere dall’amore che fa esistere. È la comunione dei discepoli di Gesù; in tante famiglie, tanti conventi, tante chiese. Di Gesù, perciò per tutti: una comunione che non si chiude su se stessa, ma è comunione già nel fatto stesso di essere umani, e nella ricerca anche con gli uomini nelle moschee e con le loro donne che pregano nelle case, con le cantilene dei monasteri buddisti, con la solitudine di chi non ha nessuno a cui pensa di potersi rivolgere.

Inizia un’altra giornata, “completamente nuova, che nessuno mai ha vissuto finora” diceva p. Davide Maria Turoldo, contento di vivere quella giornata nuova mentre si preparava ad accogliere la morte.

Nebbia

Questa scheggia è un intervallo: una pausa nel racconto del mio storico viaggio con p. Gian Paolo, che riprenderà fra non molto.

Voglio accennare ad alcuni episodi accaduti nel mese di marzo, che i giornali di lingua inglese hanno più volte descritto come “mayhem” (secondo il dizionario: “confusione e paura normalmente causate da comportamenti violenti, o da improvvisi avvenimenti sconvolgenti”). Ma scrivo come quando si viaggia nella nebbia, e faticosamente si individua la strada, ma non si capisce esattamente dove si è. Qui da noi non ci sono cartelli che informino sui nomi dei bazar o dei villaggi che si attraversano; se c’è nebbia, si procede sperando di aver indovinato… Dunque, niente nomi, luoghi, date.

Perché? Ci sono ben tre ragioni. Simili, ma distinte.

Ragione numero uno. Sembra che da qualche tempo sia in aumento il numero di persone malintenzionate, soprattutto giornalisti, insegnanti, persone che si dice abbiano una certa autorità morale, che approfittano della loro professione o posizione per calunniare, dare notizie piene di pregiudizi, distorcere la realtà, sviare persone semplici e persino – quel che è peggio – infangare il buon nome del paese in cui vivono e le sue autorità politiche. Un’apposita legge approvata di recente considera questi casi, e le autorità sono attente a farla osservare, naturalmente nel rispetto dei diritti di ciascuno: arrestato il colpevole, prendono tutto il tempo necessario per capire e descrivere bene perché proprio lui sia stato arrestato, quali siano i comportamenti illegali che ha avuto, quali i danni che potrebbe provocare se rilasciato. Anche per questo è impensabile concedere la libertà provvisoria, e se i tempi della detenzione senza denuncia, e senza decisione di un tribunale, vanno oltre quelli stabiliti dalla legge, qualunque persona di buona volontà, e onesta, capirà che questo è un dettaglio trascurabile, se messo in rapporto alla necessità di impedire la diffusione di menzogne, per di più “politicamente motivate”. A volte le persone coinvolte vogliono far credere di non capire queste ragioni, peraltro evidenti, per cui con la necessaria fermezza vanno calmate, e persuase che devono attendere e che non è il caso di badare a sottigliezze come otto o dieci mesi in più o in meno, quando la posta in gioco è tanto importante. A volte poi, risulta che le persone accusate erano state male consigliate o volontariamente male informate, e allora bisogna intervenire, cercando e arrestando anche coloro che le hanno spinte a commettere i reati di cui sono accusate, e perciò a mettere in circolazione falsità di ogni tipo. Insomma, voglio stare attento a non commettere – magari inavvertitamente – i loro stessi errori: scrivere qualche cosa che possa essere inteso male…

Ragione numero due. Altre volte (e di questo ho già scritto) persone preoccupate della morale della loro comunità, e della Verità, sotto il nome di una persona che non la pensa come loro mettono su Facebook idee erronee, offensive, malvage, irreligiose, blasfeme, ingiuriose e poi lo fanno sapere in giro, suscitando la giusta indignazione dei benpensanti. La notizia si propaga rapidamente, diffusa da potenti altoparlanti dall’alto di quelli che noi chiameremmo campanili, che denunciano i pericoli che corrono coloro che credono a queste menzogne, i danni per la loro fede, e chiedono con fermezza che il tizio in questione venga arrestato. Infatti, anche se non ha scritto il testo e forse neppure sa che si trova sotto suo nome su Facebook, certamente la pensa così; inoltre il tale è diventato un problema per l’ordine pubblico perché a questo punto molte centinaia o migliaia di persone, radunatesi per manifestare il loro disappunto, rumorosamente esigono che il colpevole o i colpevoli vengano immediatamente puniti. La pena di morte è il minimo, vista la mostruosità del reato; la persona titolare di Facebook dunque va immediatamente arrestata per il bene pubblico. Poi deve capire che – se volesse dimostrare che proprio non c’entra, occorre tempo. Un tempo che – per la sua sicurezza – è meglio che trascorra in prigione. Nel frattempo, i difensori della religione e della verità esprimeranno la loro indignazione assalendo la sua famiglia, bruciando la sua casa, devastando le proprietà di decine di famiglie che appartengono alla sua stessa religione. Premurandosi però (bisogna dirlo a onor del vero) di non procedere a distruzioni e incendi in maniera insensata: la prova che agiscono pacatamente, disinteressatamente e a fin di bene sta nel fatto che – pur nella fatica e nella concitazione, e persino nel rischio che corrono – non dimenticano di sottrarre alle fiamme denaro e oggetti di valore che rischierebbero di rovinarsi. La profanazione poi di qualche tempio è come un’invincibile pulsione che manifesta la profondità spirituale di queste persone, disgustate da questi edifici pieni di statue, che alimentano concezioni false, e idolatrie di ogni tipo.

Ragione numero tre. Può succedere che avvengano cose pubbliche, permesse o addirittura incoraggiate dalle autorità, che sono insopportabili. Per esempio, celebrare il giubileo (50 anni) dell’indipendenza del Bangladesh, evento riprovevole perché ha spezzato l’unità di un paese che era nato in nome della religione, o il centenario della nascita del “padre della Patria”, che ha fomentato e guidato il deprecabile processo di divisione. Lui, quelli che lo seguirono, e quelli che oggi inneggiano a lui si dicono religiosi e praticanti, ma nei fatti mostrano di non rispettare e di non far rispettare gli elementi fondamentali della religione. Non ne seguono scrupolosamente le direttive, ne dimenticano gli obiettivi, avvelenati da interessi inconfessabili o sviati da teorie diaboliche come il secolarismo o addirittura l’ateismo. Bisogna correggerli assalendo con energia i loro uffici, le sedi dei loro partiti, le case delle loro famiglie, i simboli dell’indipendenza, i segni di un modo di pensare e di governare inaccettabili, e trattando come merita la polizia che cerca di fermare questi interventi correttivi.

Interventi di chiara matrice religiosa e di patriottismo autentico, che vengono effettuati da centinaia di migliaia di persone per lo più giovani, educate in scuole serie, finanziate da paesi esteri amici, che sanno dare la dovuta importanza alla tradizione e alla religione, che non hanno paura di menar le mani quando necessario, che non hanno interessi politici: basta che il governo faccia quello che dicono loro, ritirando leggi che non gradiscono e inserendo norme che loro sanno essere giuste, e obbediranno pacificamente e lealmente.

Queste persone, disponibili e coraggiose, fanno parte di una organizzazione che ha un nome ma, come ho spiegato sopra, nella nebbia non sono riuscito a leggerlo; e come me anche altri. Si erano già fatte sentire negli anni passati, occasionalmente, in modo energico. Avevano provocato vari “mayhem”, fra cui uno aveva messo a ferro e a fuoco tutto il centro di Dhaka. La politica, dopo le prime reazioni, aveva deciso di calmarle accogliendo parecchie loro richieste: le loro scuole furono riconosciute, i libri di testo vennero corretti secondo le loro direttive, le leggi sul matrimonio dei minori vennero ritoccate abbassando – “in casi speciali”- l’età minima della sposa, le proposte di legge sulla parità delle donne vennero archiviate… Ci fu un periodo di ottimi rapporti, di sorridente intesa. Purtroppo però, l’intesa sembra ora in pericolo. Il mondo politico è preoccupato, ma capisce che è meglio non fare nomi, non insistere nel dare la colpa a qualcuno, a rischio di calunniare: loro picchiano ma sono amanti della pace, esigono ma sono nella giustizia. E poi – diciamocelo chiaro – se qualcuno volesse lo scontro frontale, non è affatto garantito che loro sarebbero i perdenti. Dunque un po’ di prudenza non guasta.

Insomma, ci risiamo. Spero comunque di non essere frainteso: nessuno pensi che io sto pensando a lui o a lei o a loro. Si tratta certamente di altri, dispersi nella nebbia…

Non è chiaro che cosa io voglia dire in questa insolita scheggia? Bene, benissimo, è proprio ciò che desideravo.