Dal 3 aprile al 3 maggio scorso sono stato a Roma, nella casa del PIME. Ho ritrovato amici e ravvivato conoscenze, alcune delle quali risalgono a tanti anni fa, ed è stato bello – anche se mi sembrava (e tuttora mi sembra) di “galleggiare” fra Italia e Bangladesh, presente, passato, trapassato, e futuro…
Un bel giorno mi sono messo a cercare come riscuotere un regalo, che una bengalese di cui non avevo notizie da tempo mi aveva spedito dagli Stati Uniti.
Cerca e chiedi, mi indirizzano ad un negozio dove si trovano i generi più disparati di prodotti, e fra l’altro fanno il servizio di ricevere o spedire denaro dal o all’estero.
Entro, mi guardo in giro e penso: “Guarda un po’, proprio stile bengalese”. Infatti… a gestire il negozio ci sono quattro bengalesi.
Parlano un buon italiano, e in italiano comunichiamo. Ma mentre armeggiano fra computer e carte per verificare il mio diritto a ritirare i soldi che mi hanno spedito, mi arriva una telefonata da Dhaka, e ovviamente rispondo in bengalese. Colgo qualche cenno di sorpresa fra loro, poi – finito il mio colloquio –incominciano le inevitabili domande. “Ma lei conosce il bengalese?” Come il solito in questi casi, rispondo in bengalese: “Il bengalese? No, io sono italiano, non lo capisco e non lo parlo!” … così lo sconcerto aumenta, ma si apre la strada ad un po’ di battute, dando spazio ai commenti e a tante domande: “Dove ha imparato, quanti anni è stato, e la famiglia dov’era, e quanto guadagnava, e ora che cosa fa…”. “Sono un missionario e facevo il missionario…” Pausa. Poi si riprende e arriva qualche dettaglio proprio su ciò che facevo, dove, con chi… e arriva anche la conferma che non osano sperare: sì, certo, in Bangladesh stavo proprio volentieri…
Le operazioni sono finite, tutto è in regola, mi danno i 432,98 euro che mi spettano, e arrivano i sorridenti saluti. Poi, quello che sembra il “capo”, in bengalese e pronunciando le parole con chiarezza, mi dice: “Ti ringrazio, perché hai servito la gente del mio paese per tanti anni”.
p. Franco Cagnasso