Viaggio – 7

P. Gian Paolo e io stavamo viaggiando da Dhaka a Dinajpur, e la mia cronaca di viaggio si era fermata poco dopo il pranzo offertoci dalle suore del PIME nella missione di Khalisha – da dove riparto con questa settima puntata.

Ho appena terminato la mia doverosa dormitina pomeridiana quando, accompagnato dalle suore che lo hanno guidato nelle visite, P. Gian Paolo ritorna. Ma non ha finito: vuole ancora ritrovare una sua ex parrocchiana. “A due passi dalla missione”, ci dicono, e vado con lui.

Entrando nel cortile vedo con sorpresa scritte, posters, avvisi, simboli che fanno pensare ad una chiesa più che ad un’abitazione. Infatti: è un’abitazione ma è anche la sede di una piccola denominazione “evangelica” di cui non avevo mai sentito il nome. Qui vive la giovane che Gian Paolo conosce, con il marito, un simpatico giovanotto, che è Pastore –anche se adesso non ne svolge il ruolo. Nella loro casa la piccola comunità evangelica “fa chiesa”. A Khalisha ci sono – mi dicono- una decina di “denominazioni”, di provenienze e impostazioni varie. La famigliola che visitiamo sembra in ottimi rapporti con tutti, e tutt’altro che aggressiva. In qualche caso questi gruppi lo sono, e non fanno mancare polemiche settarie, anche basate su calunnie. Ma ci sono pure gruppi a cui la gente si accosta per i motivi più vari, senza farsi domande impegnative, direi con la mentalità con cui all’interno della Chiesa cattolica alcuni fanno la scelta di un movimento, o di una devozione particolare, o magari andare a Messa in un’altra chiesa piuttosto che nella loro parrocchia. I passaggi da una “denominazione” all’altra, o la formazione di nuovi gruppi, possono avere origine da conflitti “di potere” o economici; ma possono essere legati anche, ad esempio, ad un matrimonio, o all’occasione di trovare un impiego, gestendo adozioni per mandare a scuola i bambini, o organizzando la distribuzione di aiuti vari, la guida delle letture bibliche, la preghiera della domenica… La mia opinione, frutto di qualche esperienza di incontri e ritiri spirituali con Pastori di varie denominazioni, è che ci sono certamente comunità “esclusiviste”: noi e basta; ma altre comunità (o singoli individui) riconoscono una forma di unità, centrata su Gesù salvatore, a cui è data la dovuta importanza, nonostante le differenze su aspetti teologici e morali rilevanti. Ne conseguono rapporti cordiali e anche di aiuto reciproco che a mio parere sono positivi e attenuano lo “scandalo” delle nostre divisioni. Divisioni – direi – prese “alla leggera”…

Dopo una breve, simpatica chiacchierata, e l’immancabile té con biscotti, si parte, prendendo a bordo due suore che a Dinajpur parteciperanno ad un breve corso organizzato dalla Caritas.

Gli ultimi quaranta chilometri del viaggio, da Fulbari a Dinajpur, sono disastrosi: la strada è tutta raddoppiata, larghissima e spianata ma senza asfalto, priva di strisce o altri segnali, e con numerose deviazioni per superare piccoli corsi d’acqua. Scende presto il buio; auto, camion, autobus viaggiano sempre con i fari abbaglianti, creando un enorme disagio al nostro povero Gian Paolo, ancora alla guida dopo una giornata così intensa.

Accompagnate le suore alla Caritas, finalmente eccoci a Suihari, il quartiere nord di Dinajpur. Qui il PIME ha la sua “Casa Regionale”, costruita su un vasto terreno che ospita: la chiesa e la casa parrocchiale, il convento delle suore Shanti Rani che lavorano in parrocchia e nella scuola, l’ostello parrocchiale per bambini, quello per le ragazze più grandi, la scuola elementare e media, la “Novara Technical School” e il corrispondente ostello con oltre cento posti, il corso di sartoria per ragazze, il dispensario medico, la comunità vocazionale “Giovanni Mazzucconi”, il noviziato delle suore Shanti Rani, il seminario “Intermediate” della diocesi, nonché la stalla per una dozzina di bovini, e ampi spazi con alberi, verdure, riso, granturco, campi da gioco… mica poco, vero?

Il luogo è noto come “Novara Technical School”, ma non è soltanto la scuola tecnica che ne porta il nome ad avere una storia legata alla città piemontese. Fra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, in Italia si parlava molto di fame nel mondo, missione della chiesa come sviluppo, liberazione… Associazioni, parrocchie, movimenti si mobilitavano per sensibilizzare e per agire; i quattro Istituti missionari di origine italiana fondarono Mani Tese. Un prete di Novara, don Ercole Scolari, concepì e realizzò un impegnativo programma di coscientizzazione e di raccolta fondi contro la fame, coinvolgendo tutta la diocesi. Raccolse una somma di tutto rispetto, e pensò di fare un gesto coraggioso: offrirla per un progetto proposto e garantito dalla FAO, l’organizzazione ONU che si occupa di cibo, agricoltura, e di fame. Andò a Roma, alla sede centrale della FAO, e fece la proposta. Lo ascoltarono, e poi gentilmente gli spiegarono che cifre del genere – per loro – erano… briciole: la FAO gestisce progetti di ben altra proporzione…

Don Ercole riprese la strada di casa, chiedendosi quale potesse essere l’alternativa alla sua idea che si era rivelata ingenua. La trovò in un piccolo prete barbuto, con l’aria mite, anche lui alla stazione in attesa del treno per Milano. Si salutarono, si presentarono: lo sconosciuto in tonaca nera era mons. Giuseppe Obert, un valdostano che fu l’ultimo vescovo del PIME nella diocesi di Dinajpur. Don Ercole parlò del suo problema; mons. Obert gli disse che se la FAO non sapeva che fare di quella somma, lui lo sapeva, e gli parlò del desiderio di aprire una scuola tecnica per avviare giovani, specialmente aborigeni, verso professioni che, con lo sviluppo del Paese, sarebbero diventate molto richieste: elettricità, carpenteria metallica, motoristica, falegnameria… Don Ercole era un uomo di azione e presto la proposta divenne un progetto: non solo per la scuola tecnica, ma anche per il relativo ostello, e per la parrocchia stessa, perché potesse accogliere bambini di villaggi remoti e senza scuola, offrendo loro una buona istruzione di base e una buona formazione. Sono trascorsi tanti anni, più di cinquanta. Don Ercole, trasferito poi a Varallo, anche là continuò la sua opera di animazione nella chiesa, attirando anche qualcuno che in chiesa ci andava poco… Gli amici di Novara e di Varallo sono venuti tante volte a trovarci, e ora – dopo la morte di don Ercole – continuano ad aiutarci, affiancati e animati dal parroco attuale don Roberto Collarini. Una collaborazione bella, e direi straordinaria per la sua qualità e per la sua durata; i frutti si vedono negli edifici costruiti, ma specialmente in migliaia di bambini e giovani che sono passati di qui ricevendo formazione, istruzione, preparazione professionale, e buon cibo, nonostante le loro condizioni di povertà.

Poco dopo le 19 facciamo il nostro ingresso trionfale nella casa del PIME, trovando già a tavola i “pimini” che abitano nella zona, che ogni domenica sera si radunano per cenare insieme. È bello rivedersi! Eccoli qua: l’imponente Michele Brambilla, direttore dell’ospedale St. Vincent (100 posti letto e una scuola per infermiere), e superiore del PIME in Bangladesh; p. Gianni Zanchi, parroco della parrocchia di Suihari, con tanti villaggi – nonostante le “gemmazioni” avvenute in questi anni, fra cui quella della missione di Mohespur, di cui è parroco il giovane brasiliano P. Almir, che purtroppo non è potuto venire; così come non sono venuti P. Giulio Berutti, e p. Emilio Spinelli, anche loro in parrocchie lontane da Dinajpur. C’è p. Gianantonio Baio, cappellano del santuario di Rajarampur, molto bello, aperto alla periferia della città in occasione del giubileo del duemila. È intitolato alla Madonna del Rosario – con la precisazione “di Pompei”, grazie ad uno dei tre architetti (ruspanti) che hanno realizzato l’opera: P. Adolfo L’Imperio, originario di Gaeta, orgogliosamente devoto e… “tifoso”, appunto, della Madonna di Pompei. Con lui lavorarono P. Ezio Mascaretti e P. Giovanni Beretta; fra noi qualcuno ritiene che questo sia stato il primo miracolo del nuovo santuario: che i tre siano riusciti a lavorare insieme alla stessa opera, fino alla fine… C’è il dottor Iaio, medico chirurgo, Missionario Saveriano che da molti anni opera al St. Vincent Hospital e fa gruppo con noi “pimini”: ha aiutato a nascere un numero imprecisato di bebè e dà una mano anche in dispensari medici fuori Dinajpur. Ci sono gli ultimi due acquisti: P. Papaiah Marneni detto Papu, originario dell’Andhra Pradesh (India) che ha finito da poco lo studio della lingua e si occupa ora dei giovani di due ostelli e della casa del PIME; e Alberto Malinverno, ingegnere di Como, membro dell’ALP(Associazione Laici PIME) che già aveva lavorato qui per cinque anni, e dopo qualche tempo è ritornato con un impegno di altri cinque. Il suo arrivo è stato un’iniezione di fiducia per la scuola tecnica, che risente non poco dell’assenza del suo direttore Fratel Massimo Cattaneo, trasferitosi in Italia perché eletto nella direzione generale del PIME come consigliere.

Siamo a tavola ora, gli argomenti per chiacchierare non mancano. Inoltre, il dottor Iaio ha portato una bottiglia di ottimo vino rosso. Ci fa credere che sia Barolo (o qualcos’altro di pregiato, che non ricordo), poi confessa che è lui stesso il vinificatore: bravo dottore, così si fa!
(continua)

Oculista

Una scheggia pubblicata in aprile con il titolo “Nebbia”, spiegava confusamente alcuni avvenimenti recenti, a proposito dei quali – causa nebbia – non ero in grado di comunicare nomi di luoghi, persone, entità varie. Facevo pure l’ipotesi che la nebbia non ci fosse solo per me, visto che nessuno diceva il nome di un grosso movimento fondamentalista che tutti conoscono, e che era stato all’origine di vari “mayhem” passati e anche recentissimi. Forse, scrivevo, si trattava di una nebbia benefica, che opportunamente non lasciava identificare il nemico, e quindi impediva di arrivare a rischiosi scontri frontali.

Così fu per alcuni giorni, ma ora bisogna che aggiorni la mia informazione: qualcuno, in alto, ha ricordato il nome che non veniva fuori, e lo ha messo in circolazione. Non solo, ma deve aver pensato che se c’è rischio di scontro frontale… bene, corriamo il rischio. Si è passati ad arresti di numerosi pezzi grossi coinvolti o all’origine dei “mayhem”, con interventi fulminei si è riusciti a scardinare completamente lo stato maggiore del movimento. Dopo la morte del suo anzianissimo leader carismatico, avvenuta alla fine dello scorso anno, faceva gola a tutti un numero così alto di scuole religiose autorizzate a dare diplomi validi, ma libere da qualsiasi controllo governativo, finanziate dall’estero, e con un numero molto alto di giovani pronti a passare a vie di fatto quando ce ne fosse bisogno. La lotta per il controllo del movimento era uscita dai giardini delle moschee: movimenti di politica religiosa radicale, e organizzazioni terroristiche da tempo messe al bando avevano colto al volo l’occasione per far avanzare i loro programmi al riparo del movimento, ed erano entrati senza troppi complimenti anche nella “stanza dei bottoni”. Certamente qualcuno prese decisioni e arringò le folle a nome del movimento, anche se questo era tutt’altro che unanime. Ecco il perché di pestaggi e distruzioni apparentemente illogiche; va bene prendersela con gli indù, i nemici tradizionali, ma con uffici del governo con cui da tempo ci si sorrideva a vicenda… Insomma, situazione quasi fuori controllo, resa pure un po’ “piccante” da storie di trasgressioni sessuali e di pornografia, che il governo non ha pensato bene tenere nell’ombra. Intervenire è stato – penso – relativamente facile ed efficace, perché l’arresto di qualche pezzo grosso recentemente aggregatosi al movimento e salito in alto con carriera fulminea, in ultima analisi deve essere stato gradito a parecchi.

Si sono anche opportunamente rispolverati fascicoli giudiziari risalenti al 2013 – quando ci fu il primo e finora il più grosso “mayhem”: chissà perché, dopo la pace fra governo e movimento, i fascicoli con denunce che riguardavano appunto il “mayhem” erano rimasti tutti fermi sugli scaffali. Ora, passati dagli scaffali alle scrivanie, si sono rivelati pieni di cose interessanti e di occasioni da non lasciarsi scappare.

Insomma, come è successo dopo il massacro terroristico avvenuto in un ristorante di Dhaka qualche anno fa, quando persero la vita 24 persone fra cui nove italiani, pare che la goccia (meglio, il “mayhem”) abbia fatto traboccare il vaso: allora il governo intervenne durissimamente e molto efficacemente contro i terroristi; ora pare abbia deciso di mettere in chiaro chi comanda, anche in rapporto a questo movimento di cui ha riscoperto il nome.

Un nome che io però ancora non riesco a leggere. Ne chiedo scusa. Che io abbia le cataratte agli occhi? Consulterò un oculista.