Oggi

Molti chiedono come va la faccenda Covid 19 in Bangladesh. A tutti rispondo che non si capisce, ma oggi – 27 giugno 2021 – credo di poter dire che stiamo peggiorando.

Prendo alcuni titoli dal quotidiano ”The Daily Star” uscito questa mattina.

In prima pagina:

ICU Occupancy Gallopping. Aumenta rapidamente il numero di letti (d’ospedale) occupati. Dal 1mo al 27 giugno 103, 78% in più per tutti i tipi di letti; 111,56% in più per i letti di Terapia Intensiva.

Work on own vaccine plant to start soon. Inizierà presto il lavoro per produrre il nostro vaccino. Il progetto, dice il ministro della salute, nasce dall’esperienza fatta: le promesse di vari paesi di fornire vaccini non sono state mantenute. Se tutto andrà bene potremo iniziare a produrre localmente tra due anni.

Madness, again. Di nuovo follia. Fiumi di cittadini di Dhaka si accalcano su traghetti e mezzi di fortuna (treni e autobus a lunga percorrenza sono bloccati) per andare ai villaggi prima della proclamazione del “lockdown” totale.

Cruelties rising in chaotic time. Aumentano le crudeltà nel tempo del caos. Legami famigliari fragili e disorganizzazione sociale sono un fattore determinante di questo. In aumento anche i suicidi.

Government taking steps for cash, food aid for the poor. Il governo sta prendendo misure per aiutare i poveri con denaro e cibo. Con giugno, in Bangladesh si chiude l’anno finanziario, e viene pubblicato il piano di spese del governo per l’anno seguente (1mo luglio 2021-30 giugno 2022). L’anno scorso il piano per i poveri si era rivelato un colabrodo con corruzione che rosicchiava le risorse da tutte le parti. Quest’anno il piano non prevede provvedimenti di assistenza per le povertà causate dal virus. A chi criticava questa lacuna, il ministro delle finanze aveva risposto che si tratta di una situazione provvisoria e non era il caso di metterla nel piano. Ora ci ripensa?

Lockdown now from Thursday. Ora la chiusura totale inizia giovedì. Era stato annunciato un lockdown totale e severissimo a partire dal 28 giugno, ora l’inizio è rinviato al primo luglio, per almeno una settimana. Molte categorie si sono mobilitate per chiedere eccezioni e dispense varie.

In altre pagine:

Covid death toll passes 14k mark. Il numero dei morti salito oltre i 14mila, di cui mille negli ultimi tre giorni.

Just give us the vaccines. Dateci almeno il vaccino: è l’invocazione dell’OMS in favore dei paesi rimasti senza.

2.4m Moderna shots to arrive soon. Presto in arrivo due milioni e quattrocentomila vaccini Moderna: contributo degli USA al progetto Covax.

A life lost for a vacant ICU. Una vita persa alla ricerca di un posto libero all’Unità Terapia Intensiva (descrizione di un caso particolare, fra diversi).

Hunger, lockdown don’t go together. La fame e il lockdown non stanno insieme: il capo dell’opposizione afferma che non puoi tenere la gente chiusa in casa se non ha da mangiare e nessuno provvede per loro.

Keep labour migration out of lockdown purview. Tenere i lavoratori migranti fuori dalle restrizioni del lockdown.

Factors determining the 3rd wave of Covid 19 in Bangladesh. Fattori che determinano la terza ondata di Covid 19 in Bangladesh.

Ce ne sono parecchi altri ancora. Ma ve li risparmio…

Salma

Ho incontrato Salma per la prima volta dodici anni fa. Aveva paura di tutto.
Era una donna di ventisette anni, sembrava un ragazzo di undici, dodici anni, con i capelli tagliati molto corti e una camicia sudicia. Era arrivata fra noi provenendo da una specie di comunità con giovani che si drogavano, o mentalmente instabili. Aveva paura di tutto, scappava appena qualcuno la avvicinava. Quando aveva cibo, se ne ingozzava come un animale, guardinga nel timore che glielo portassero via, pronta a difenderlo. Non sapevo che fare con lei. La presi per mano, delicatamente, e si lasciò accompagnare per una breve passeggiata stringendomi tanto da farmi male. Feci così ogni mattina, a lungo. Non diceva niente, muoveva i piedi lentamente…
Riuscii a farmela affidare e la portai con me in un piccolo appartamento, insieme ad altre ragazze. Non parlava mai. Una sera, all’inizio dell’inverno, mi avvicinai al suo letto, e a fatica riuscii a capire che sussurrava con voce roca una parola: “kata” (“scialle”). L’inverno in Bangladesh può essere freddo e Salma non aveva mai avuto uno scialle in vita sua. Sembrava non sentire il freddo: nella sua lunga esperienza sulla strada, probabilmente aveva incontrato chi l’aveva picchiata, ma nessuno che si preoccupasse di lei. Forse intuiva che anche se fosse morta di freddo non sarebbe stata una grande perdita. “Scialle” era la prima parola con cui Salma mostrava di preoccuparsi di se stessa.
Due mesi dopo trovai Salma seduta sul pavimento con le gambe allungate, come un bimbetto. Stava curva in avanti, tendendo il braccio destro – sano – e il sinistro, leggermente disabile. Aveva in mano un fazzoletto che le avevo dato perché asciugasse la bocca dalla saliva; non si accorse di me, intenta a cercare di pulire il fango che c’era sui suoi piedi. Salma prima di venire da noi era sempre vissuta a piedi nudi, e questa era la prima volta che si accorgeva che erano sporchi, e desiderava pulirli.
Passarono altri due mesi senza progressi evidenti. Un giorno, in occasione di una festa, eravamo riuniti in una stanza, ascoltando musica da un vecchio registratore di fronte a noi. Salma taceva, come sempre. Ad un tratto sentii come un forte ululato, che mi ricordò il muggito delle bestie cui tagliano la gola il giorno del sacrificio. Salma stava piangendo, con tutte le sue forze; per la prima volta esprimeva il suo dolore e niente poteva fermarla, era come una diga travolta dalle acque.
Questo era vero non solo per Salma, ma anche per altri disabili venuti a vivere con noi. All’inizio, nessuno piange. Rifiutati dai genitori, hanno trascorso lunghi anni sopravvivendo per le strade, senza che nessuno si curasse di loro. Il dolore del loro cuore è semplicemente troppo grande perché si possa esprimere. Da Salma ho imparato che poter piangere è una grande benedizione.
Un giorno stavo scrivendo. Salma, come faceva spesso, mi sedeva accanto. Mi voltai verso di lei e chiesi: “Salma, carissima, secondo te dove si trova Allah?” Salma mi fece un largo sorriso, e mi abbracciò forte. Voleva dirmi che Allah è presente in momenti come questi, quando esprimiamo affetto gli uni per gli altri. Mi sono convinta che persone con disabilità mentale hanno un dono particolare per discernere la presenza del sacro.
Hanno anche la capacità di sentire come proprie le pene, le sofferenze degli altri. Una mattina scesi per iniziare la giornata, ma avevo la febbre e mi rimisi a letto. Quando aprii gli occhi, vidi Salma seduta a terra accanto al letto; piangeva, e la camicia era già bagnata dalle lacrime. Forse pensava che stessi morendo. Sentii una profonda riconoscenza per lei, e di nuovo capii quanto Salma fosse preziosa per la mia vita.
Pian piano, in due anni Salma si è trasformata in una donna con un bel sorriso. Si pettina accuratamente, dice “rossetto, rossetto!” perché la aiutiamo a metterselo sulle labbra. Le piace parlare, muovere le mani mentre canta, danzare con altri. Ma ha anche imparato ad esprimere la rabbia profonda che s’è accumulata in lei. Ha sopportato tanto, con il rifiuto dei genitori da cui aspettava amore, gli insulti e il disprezzo delle persone lungo la strada, senza sapere come chiedere aiuto, senza capire che cosa le accadesse, senza poter piangere, sola nella sua sofferenza.
Non riesco ad immaginare la profondità della sua rabbia e del suo dolore. Abbiamo cercato di aiutarla anche con medicine, ma sembrava che nulla fosse efficace. Quando vedevo Salma strapparsi i capelli in momenti di angoscia, mi chiedevo: “Ma perché ha dovuto soffrire tanto?”. Non c’è risposta a questa domanda. Trovo conforto solo pensando che Gesù conosce la sua pena e la sua solitudine. Ha preso su di sé la sofferenza e il dolore del disprezzo. Ecco perché credo che Gesù può capire che cosa stia passando Salma. Non saprò mai dove è nata, come sia stata rifiutata, quali tipi di violenza e di umiliazioni abbia subito sulle strade. Gesù conosce anche la grande tristezza che c’è in me; accompagna tutti coloro che sono stati rifiutati, che hanno sperimentato le sofferenze più laceranti e la solitudine; porta il peso di tutto questo con loro. Per questo so che Gesù vuole essere amato da noi. È silenzioso, impotente, umiliato. Attende che noi lo raggiungiamo con le nostre mani vuote. In questo momento, da qualche parte, ci sono persone che stanno attraversando queste prove. Il loro ritrovare il senso della dignità umana e della sacralità che Dio ha dato a loro, è qualche cosa che sta nelle nostre mani. Dipende da noi.

Questa scheggia è la traduzione dall’inglese di una testimonianza di Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese che da anni opera fra disabili mentali in Bangladesh

Viaggio – 9

A Dhanjuri ci accoglie p. Livio Prete, per tanti anni vicario generale della diocesi, recentemente trasferito qui per gestire il “Leprosy Program” e per prendersi cura di un villaggio che il Vescovo vuole sviluppare facendone un centro autonomo, forse una parrocchia.

Con lui visitiamo l’area del “Leprosy Center”. La lebbra, una millenaria, gravissima piaga della storia umana, è curabile e sta scomparendo. Alla fine del secolo scorso ci fu una mobilitazione direi grandiosa di medici, ricercatori e gente comune, cui diede un notevole contributo il giornalista francese Raoul Follereau che, dedicandosi appassionatamente alla lotta contro la lebbra, fu all’origine di molte iniziative, i cui buoni frutti si vedono anche ora, in queste strutture che cambiarono in meglio la vita di tanti ammalati, e che ora – felicemente – sono diventate quasi inutili. Infatti, a Dhanjuri ora ci sono soltanto due piccoli gruppi di ammalati, uomini e donne per lo più anziani e che in certi casi, guariti ma rimasti semi invalidi, rimangono perché non hanno più riferimenti familiari. Gran parte degli spazi che pochi decenni fa erano necessari sono ora vuoti. Una piccola comunità di ragazzi e ragazze con qualche disabilità fisica ne occupano una parte, sotto la responsabilità della diocesi e con l’aiuto della Caritas, ma un futuro per loro, e anche per le strutture che ora sono disponibili, è tutto da inventare. Coraggio, p. Livio!

Pranziamo, e si riparte su strade strette, ma in condizioni discrete, per arrivare a Lohanipara, una missione che “ai miei tempi” non c’era: è la terza delle tre missioni fondate da p. Giovanni Vanzetti. Come le altre, è prevalentemente formata da cristiani Orao; attualmente il suo parroco è p. Boniface Murmu, un maturo prete diocesano, santal, che ci accoglie con molta cordialità insieme ad un diacono che trascorre in questa parrocchia un periodo di “formazione sul campo”. Dopo una bella sosta con una tazza di té, scambi di informazioni, commenti, pettegolezzi, espressioni di delusioni o speranze… prima che scenda il buio, il diacono ci accompagna a visitare i genitori di Bablu, un seminarista del PIME che studia filosofia nel seminario nazionale. Vivono in un villaggio a un quarto d’ora dalla missione, case molto semplici, di terra, tenute bene e pulite. La conversazione con questa coppia anziana ma attiva è veramente piacevole, infonde un senso di serenità e saggezza; è bello vedere la loro gioia per il figlio che ha scelto di diventare missionario, e per il quale pregano con molta fede.

Al ritorno, troviamo ad attenderci P. Danilo, prete diocesano colombiano, associato al PIME per un servizio di alcuni anni in Bangladesh. Ha lavorato prima a Zirani e ora qui, dove sta per terminare il suo periodo come “associato”. In questi ultimi venti anni, abbiamo condiviso l’impegno missionario con una quindicina di preti colombiani, che dopo un periodo di servizio sono rientrati nella loro diocesi. Per il PIME è stata ed è una esperienza bella, positiva, e speriamo che continui. In questo tipo di collaborazione con le diocesi, contano molto l’accoglienza che sappiamo riservare agli “associati”, come pure l’eco che questi preti inviano alle loro comunità, diocesi e parrocchie. Conta anche il succedersi dei Vescovi: chi arriva nuovo a volte accoglie cordialmente questo servizio missionario dei suoi preti, e qualcun altro non ne è entusiasta: la continuità non è mai del tutto garantita, anche quando l’esperienza è positiva. P. Danilo, si è dedicato, tra l’altro, a pubblicare libri illustrati di catechesi varia per ragazzi. Iniziativa che non ha trovato un terreno ben predisposto: in Bangladesh, l’uso di sussidi didattici è limitato e, salvo eccezioni, ci si accontenta di far memorizzare il catechismo, prima di conferire i sacramenti– proprio come avveniva “ai miei tempi”, anche in Italia.

Trascorriamo la notte a Lohanipara, e la mattina presto celebriamo nella piccola chiesa, bella e ben tenuta. Poi… si riparte. Ma… quando finisce il viaggio?

Tranquilli: è finito: quel giorno prendemmo a bordo una giovane passeggera che tornava a Zirani per lavorare. Partimmo, e arrivammo, felici e contenti. E questa è l’ultima puntata della serie “Viaggio”.

Viaggio – 8

A Dinajpur, Gian Paolo e io siamo affaccendati ciascuno per conto suo. Due giorni e tre notti, durante le quali gusto il fascino del silenzio e dell’aria pulita. Poi, mercoledì 20 gennaio, alle 10 del mattino riprendiamo la via di casa, naturalmente con qualche deviazione.

In meno di tre ore siamo a Dhanjuri, una delle missioni “storiche” del PIME, un “centro” dell’evangelizzazione soprattutto della popolazione Santal. Da Dhanjuri si sono formate e sono ancora in via formazione altre missioni e altri centri minori, e si è sviluppata una vasta opera di assistenza e aiuto agli ammalati di lebbra, che aveva due aspetti: la cura in ospedale, a fianco della missione, e una rete di “cliniche”, punti di appoggio dove personale preparato periodicamente svolgeva opera di informazione e prevenzione della lebbra, faceva le prime diagnosi di “casi” sospetti, controllava chi veniva curato vivendo a casa propria.

Quando arrivai in Bangladesh, nel 1978, il “Dhanjury Leprosy Center” funzionava a pieno ritmo. Una vasta area verde coltivata a orto era come racchiusa da una serie di edifici a uno o due piani con spazi per i degenti, donne e uomini, sala operatoria, laboratorio clinico, laboratorio per fabbricare scarpe ortopediche adatte alle mutilazioni dei pazienti, cappella, cucine, refettori, e tutto ciò che serviva agli ammalati, alle suore del PIME che vi lavoravano, e ai volontari laici stranieri che per alcuni anni diedero il loro servizio a quest’opera.

In quel periodo, a Dhanjuri soffiava aria di novità. Dopo molti anni in cui era stato quasi impossibile mandare nuovi missionari in Pakistan Orientale, quando il Bangladesh divenne indipendente le porte si spalancarono, e i superiori, non sapendo se e quanto sarebbero rimaste aperte, mandarono tutti coloro di cui potevano disporre. I giovani portavano con sé – magari “baldanzosamente”- idee e sogni “post-conciliari”, e c’era da chiedersi come sarebbero stati accolti dal gruppo dei veterani “pre conciliari” che avevano lavorato duramente e in condizioni difficili negli anni precedenti. Non mancarono frizioni e crisi che si verificarono ovunque in quegli anni, e che videro molti abbandoni. Ma tutto sommato il PIME se la cavò… senza troppe ferite. Sono convinto che una parte del merito vada al superiore regionale di allora, p. Enzo Corba, che nella sua stessa persona in qualche modo univa le due tendenze. Come età ed esperienza era del gruppo anziano, come spirito di ricerca e desiderio di rinnovamento, di autenticità, i giovani lo sentivano vicino, solidale. Aveva per ogni persona un grande rispetto, che non si lasciava incrinare da dissensi o scelte differenti. Lui stesso, p. Corba, volle vivere il “nuovo” in un villaggio del sud, partecipando da vicino alla vita della gente, lavorando con loro, pregando in mezzo a loro, cercando di essere punto di convergenza per tutti, nel rispetto delle differenze religiose. Qualcuno scrisse che era un “missionario contadino”, fece pure il “superiore contadino”. Non accontentò tutti, ma rimase in dialogo con tutti. Fra le molte virtù che aveva, fra cui il coraggio, p. Corba aveva anche una… saggia furbizia, che non guastava!

Dhanjuri era quasi un “campo sperimentale” di queste differenze che sarebbero potute diventare divisioni, avendo un parroco, p. Luigi Scuccato, tradizionale nella sua impostazione pastorale e missionaria, ma che accettò in parrocchia giovani – preti e volontari laici – che sembravano poco interessati, anzi critici di ciò che lui faceva o aveva fatto. Desideravano dedicarsi soprattutto ai problemi sociali e di sviluppo, cercavano un orizzonte vasto, non sospetto di “ecclesiocentrismo”, mentre lui si sarebbe occupato di catechesi, e di sacramenti. Ci volle molta pazienza reciproca, e si dovettero affrontare (come dicevo, non solo a Dhanjuri!) anche “crisi” personali. Ma si evitarono rotture e conflitti amari – e credo che, pur nella concitazione di certi momenti (ricordo le animatissime discussioni durante le assemblee del PIME in quegli anni) la nostra presenza missionaria abbia testimoniato una chiesa in ricerca sofferta, ma che non era solo conflitto ideologico – e nemmeno teologico – e cercava di vivere la carità.

P. Gian Paolo non c’era ancora in quegli anni, e mentre ci avviciniamo a Dhanjuri ascolta con pazienza qualche ricordo storico e qualche aneddoto raccontato dal suo passeggero. Gli parlo anche di suor Rosa Sozzi, missionaria dell’Immacolata che era medico, e per qualche anno dedicò tutta se stessa alla cura degli ammalati di lebbra. Quando passavo da Dhanjuri, prendevamo un po’ di tempo per una lunga chiacchierata: cercava di unire la professionalità con la testimonianza, in un certo senso anche per “rimediare” al fatto di non poter offrire – in ambiente islamico – un annuncio diretto del Vangelo che la animava e che l’aveva condotta qui. A fermarla fu un tumore al fegato, di cui era perfettamente consapevole. Mi disse che solo un trapianto avrebbe potuto salvarla, ma subito precisò che aveva sentito troppe cose a proposito di commercio di organi, e che non avrebbe assolutamente preso in considerazione quella possibilità.

Un aneddoto? Suor Rosa mi disse che insisteva molto con i parenti perché stessero vicini ai loro cari ammalati, e qualche mese prima aveva notato con soddisfazione un aumento nel numero visitatori che spesso – essendo Dhanjuri in luogo piuttosto remoto – si fermavano anche uno o due giorni. Ne era soddisfatta, ma poi si accorse che l’insperato aumento delle visite non era dovuto alle sue raccomandazioni, ma alle… carote. Allora erano pressoché sconosciute in Bangladesh, e suor Rosa le aveva fatte seminare nell’orto. Ai degenti piacquero, e si sparse la voce che al lebbrosario c’era qualcosa di buono che nessuno conosceva. Andando a visitare un malato si faceva un’opera buona, si accontentava la dottoressa, e si potevano assaggiare le carote. Le quali ora sono un vegetale molto diffuso in tutto il Bangladesh, al punto che viene venduto per le strade come “rompidigiuno”.

Suor Rosa morì pochi mesi dopo la diagnosi, in Italia, lasciando un grande vuoto.
(continua)